mercoledì 30 marzo 2011

La balla dei 20 milioni


Stamattina quasi tutti i quotidiani hanno messo in bella evidenza l'ultima bufala sparata ieri dal tipo di Arcore, quella secondo cui il processo Mediatrade sarebbe costato 20 milioni di euro, sottratti naturalmente dalle tasche degli italiani.

In un paese normale, qualsiasi giornalista che ami fregiarsi di questo nome, prima di riportare a pappagallo questa bufala, specialmente considerando chi l'ha detta, si sarebbe preso la briga di verificare, di fare un minimo di controllo. Perché, se non ricordo male, il compito principale di un giornalista non è quello di fare da megafono a qualsiasi sciocchezza esca dalla bocca dei politici, ma di verificare e controllare l'esattezza di ciò che si riporta.

E allora, vittima della curiosità, mi sono preso la briga di spulciare un po' le rassegne stampa odierne per vedere quanti giornalisti "veri" avessero fatto le pulci alla notizia. Ne ho trovato uno. Uno solo. E' Luigi Ferrarella, ottimo cronista giudiziario del Corriere della Sera, che si è brigato di fare una piccola verifica. Naturalmente il Corriere si è ben guardato dal mettere il suo articolo in prima pagina - sapete com'è, mai disturbare il manovratore - ma l'ha infilato in qualche modo a pagina 14.

Lo riporto qui di seguito.

«C’è da chiedersi— dichiara Silvio Berlusconi— con quale coraggio la Procura di Milano abbia speso fra consulenze, rogatorie e atti processuali, qualcosa come una ventina milioni di euro tolti dalle tasche dei contribuenti» . Solo che la domanda ne suggerisce subito un’altra: c’è anche da chiedersi cosa mai il presidente del Consiglio calcoli per arrivare a questa stratosferica cifra. La documentazione a disposizione dei difensori degli imputati sui costi della perizia contabile dei revisori Kpmg ingaggiati dal pm consente infatti di arrivare al massimo a 5 milioni e 700.000 euro, e questo pur se si sommassero per analogia dal 2005 a oggi le relazioni riversate non soltanto nell’udienza preliminare Mediatrade avviatasi ieri, ma anche nell’altro processo in corso in Tribunale sui diritti tv Mediaset, e pure nello stralcio sull’avvocato Berruti, e persino nel processo Mills.

Soldi che, aggiungendo l’Iva, possono al più diventare 6 milioni e 900.000. Se anche si ripesca la consulenza da 5 miliardi e 300 milioni di lire nell’inchiesta di 15 anni fa sulla falsità per 1.000 miliardi di lire dei bilanci consolidati del gruppo Fininvest 1988-1996, già oggetto persino di una ispezione ministeriale nel 2003, si arriva a un totale (spalmato su sei processi) che non tocca i 10 milioni di euro.

E nemmeno la più generosa delle conte di ulteriori costi per traduzioni, rogatorie e fotocopie fa immaginare come si possa argomentare una cifra doppia, peraltro in un audiomessaggio del premier incentrato invece su un solo processo: quello con Agrama, il coimputato produttore tv al quale i magistrati (sulla base proprio delle perizie contabili) tengono in sequestro in Svizzera 100 milioni di euro. Sulla congruità dei compensi ai consulenti dei pm, che sui diritti tv all’inizio reggevano accuse di frode fiscale per 124 miliardi di lire e di appropriazione indebita e falso in bilancio per 276 milioni di euro (imputazioni erose però dal 2005 di giorno in giorno dalla prescrizione accorciata dalla legge ex Cirielli), due tribunali a distanza di 5 anni hanno già bocciato i ricorsi di due imputati: Berlusconi stesso nel 2005, e il manager Mediaset Giovanni Stabilini nel 2010.

Più di 5 anni fa, infatti, e cioè nel novembre 2005, la difesa di Berlusconi aveva protestato contro «lo spreco» della prima tranche da 2 milioni e addirittura contro i compensi minori (molti sotto i 100 euro e uno da appena 14 euro) liquidati a traduttori e periti dell’inchiesta sui diritti tv Mediaset. Ma in 19 pagine il giudice Giuseppe Cernuto aveva rilevato come l’avvocato del premier avesse presentato ricorso davanti al giudice sbagliato; si fosse erroneamente richiamato a una legge abrogata tre anni prima; avesse agito in giudizio senza nemmeno presentare la Procura alle liti di Berlusconi. Gaffe sanzionate con l’inammissibilità del ricorso e la condanna dell’avvocato (visto che in teoria mancava prova della volontà del suo cliente) a pagare le spese di giudizio. La difesa annunciò ricorso, di cui però non si ebbe più notizia. Nel settembre 2010, invece, è stato Stabilini a far ricorso contro le 16.000 ore di lavoro attestate dallo staff dei consulenti: ma il giudice Paolo Bernazzani lo ha respinto nel merito.

Insomma, alla fine i 20 milioni erano in realtà poco più di 1/4. Ma era facile capirlo: bastava andare a pagina 14 del Corriere.

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