giovedì 29 luglio 2021

Mancanze

Ogni tanto penso a quanto sarebbe bello se a vivere, e soprattutto a commentare, questo tempo assurdo ci fosse ancora Umberto Eco.

mercoledì 28 luglio 2021

L'arrotino

Ho le finestre aperte e ho sentito poco fa, in lontananza, arrivare l'arrotino (ebbene sì, vivo in un paese in cui ancora, ogni tanto, passa l'arrotino). Sono riandato con la mente a quand'ero bambino e l'arrivo dell'arrotino, più o meno a cadenza settimanale, era una cosa normale. Ricordo che mia madre aveva quasi sempre qualche coltello o le forbici da fare affilare. A volte andava lei, altre volte mandava me, quando lui si fermava all'angolo della strada vicino al cancello. 

All'epoca l'arrotino arrivava con una vecchia Fiat 128 verde. La mola per affilare le lame la teneva nel bagagliaio della macchina e, sul tetto di questa, aveva installato un altoparlante per annunciare il suo arrivo in paese. Alcune cose sono cambiate, naturalmente, negli ultimi quarant'anni. La vecchia 128 di allora è oggi una moderna Golf e dell'altoparlante, all'epoca fissato in qualche modo sul tetto, non c'è più traccia. Chissà da quale misterioso marchingegno arriva la voce. Tutto questo mi ha fatto pensare che il tempo che è passato da allora (avevo 10 anni, oggi 50) è volato in un soffio.

lunedì 26 luglio 2021

Quanti sono?

Scriveva ieri Repubblica che il "tesoretto" elettorale rappresentato dai no-vax equivale a circa il 10-11% dell'elettorato, tesoretto che in numeri reali si può quantificare in circa cinque milioni di persone. All'interno di questo contenitore, però, non ci sono solo i no-vax duri e puri ma anche varie "sottocategorie", come gli indecisi, i diffidenti, quelli teoricamente favorevoli a vaccinarsi ma frenati da qualche timore e così via. Facendo il raffronto - per quello che vale, ovviamente - tra la percentuale di no-vax riportata da Repubblica e quella che ricavo dalle mie conoscenze reali, noto che in proporzione più o meno si equivalgono. 

Tutto questo per dire che, in generale, ho l'impressione che i contrari per qualsiasi motivo al vaccino e/o al green pass siano molti di meno da come vengono rappresentati dai titoloni che ieri occupavano le prime pagine dei giornali. Tradotto: i no-vax sono relativamente pochi ma i giornali li fanno sembrare un esercito.

domenica 25 luglio 2021

FIL

Ascoltando un intervento di Odifreddi su YouTube ho scoperto che esiste un paese che ha un inusuale paradigma per misurare il proprio standard di vita: il FIL. Il paese in questione si chiama Bhutan e sta in Asia, grosso modo tra India e Cina. A differenza di noi occidentali, che abbiamo come paradigma unico il PIL (Prodotto Interno Lordo), loro hanno appunto il FIL, acronimo di Felicità Interna Lorda. In pratica, la felicità collettiva è ciò che definisce il loro standard di vita.
Bella questa cosa, no?

Senza opinioni

Non è obbligatorio avere un'opinione su tutto. Anzi, forse è meglio averne poche ma argomentabili e, possibilmente, epistemologicamente sostenibili. In realtà, al giorno d'oggi è impossibile per chiunque avere opinioni chiare e documentate su ogni argomento che la società mette sul tappeto, perché viviamo in una realtà complessa, che oltretutto viaggia molto velocemente. Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare. In parlamento sta per toccare il traguardo una riforma della giustizia sulla quale da tempo si stanno accapigliando, tanto per cambiare, partiti di maggioranza e di opposizione. Per capire bene i termini della vicenda, e farsi quindi un'opinione consapevole e meditata, uno dovrebbe leggere tutto il testo di legge e cercare di capirlo. L'ideale sarebbe essere un avvocato, o comunque un giurista. In mancanza di questi requisiti, l'alternativa è ascoltare il giudizio di persone di cui ci si ha considerazione (un giornalista o un politico di cui si ha stima, ad esempio). Il tal politico mi piace, il politico che mi piace dice che la riforma è buona, quindi anche per me la riforma è buona. Una specie di proprietà transitiva delle idee, si potrebbe dire.

Il discorso, come dicevo, vale per qualsiasi altro argomento che la società contemporanea mette sul tappeto: dagli OGM alla fecondazione assistita, dalle centrali nucleari ai vaccini, dall'eutanasia al testamento biologico ecc. In linea generale, farsi un'opinione precisa che sia frutto di accurata documentazione su questi argomenti è praticamente impossibile, o comunque molto difficile, appunto perché manca la competenza necessaria, dal momento che non tutti siamo genetisti, avvocati, medici, fisici nucleari ecc. Da ciò deriva, giocoforza, che le opinioni su questi argomenti complessi ce le costruiamo ascoltando pareri di persone, più o meno autorevoli, che ci piacciono. 

Ma la difficoltà di costruirsi una opinione solidamente argomentabile non nasce solo dal connubio tra la nostra inevitabile inadeguatezza culturale e la complessità dei problemi che la società mette sul tavolo, ma anche dalla velocità con cui lo fa. Sto leggendo in questi giorni un bellissimo saggio: Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea, del sociologo Stanley Cohen. A un certo punto Cohen scrive: "Il concetto di 'sovraccarico di informazioni' fu inizialmente utilizzato dagli psicologi per indicare una quantità ed intensità di stimoli che superano la capacità mentale di prestare attenzione. Le domande cognitive della vita quotidiana sopraffanno la capacità mentale di gestire ogni tema. Esposte a questo ronzio di stimoli, le persone scivolano in quello che Rimmel ha definito una 'trance metropolitana': uno stato in cui una persona è assorta in se stessa, caratterizzato da una mancanza di responsione. Verbi quali spegnere o de-sintonizzare sono applicabili alla mente quanto a un televisore."

Quando Cohen scrisse questo saggio (2001), ancora non esistevano i social network, se non in forma embrionale, ma già allora esisteva il problema del sovraccarico di informazioni con cui i media (TV e giornali principalmente) bombardavano le persone. Oggi, coi social che imperano e con la relativa velocizzazione del tempo, al problema del sovraccarico di informazioni si aggiunge la velocità con cui queste informazioni vengono gettate in pasto agli utenti. Basta avere un account su qualsiasi social per farsene un'idea: un flusso costante e ininterrotto di pensieri, totalmente privi di approfondimento perché nei social bisogna essere stringatissimi, su praticamente ogni ramo dello scibile umano, dal più banale al più complesso, e la banalizzazione in slogan dell'elevato numero di problemi complessi di oggi, è ciò che impedisce il formarsi di una opinione basata su solide argomentazioni.

La spinosa questione dei vaccini, di cui oggi si parla tanto (forse perfino troppo), mi pare sia l'esempio perfetto e più attuale di questa grave tendenza a formarsi opinioni prive di ragionamento retrostante, formatesi principalmente sulla base dell'orientamento dei politici o dei personaggi pubblici di riferimento. Le proteste dei contrari ai vaccini e al Green pass di ieri nelle piazze d'Italia, con slogan che inneggiavano a una inesistente dittatura sanitaria, in gran parte derivano infatti da pregiudizi incancreniti e dalla mancanza di adeguati strumenti culturali che consentano di capire come stanno le cose (difficile parlare di dittatura sanitaria quando non c'è alcun obbligo di vaccinarsi ma solo alcune sacrosante limitazioni a chi non lo vuole fare a tutela dell'incolumità pubblica). 

Da questo punto di vista, mi verrebbe quasi da essere comprensivo nei confronti dei vari no-vax e no-Green pass assortiti. E mi rendo anche conto che l'arma del dileggio nei loro confronti, alla fine può rivelarsi perfino controproducente. Bisognerebbe semmai ricorrere all'arma della persuasione argomentata, o per lo meno tentare, ma anche qui l'esperienza (almeno la mia) insegna che si tratta di tempo perso. Anche perché, come ormai è noto, l'argomentazione e l'approfondimento non hanno quasi più cittadinanza nella rutilante e veloce società di oggi. Alla fine questo è il motivo, come scrivevo all'inizio, per cui non è obbligatorio avere un'opinione su tutto. Ci sono tantissimi argomenti su cui io non riesco a farmi un'opinione e di cui, quindi, non parlo, e la cosa, devo dire, mi provoca un certo rammarico.

sabato 24 luglio 2021

La mia firma per l'Eutanasia legale


Stamattina mi sono fermato al banchetto allestito da questi ragazzi sotto i portici, qui a Santarcangelo, e ho firmato. L'ho fatto perché credo che sia giusto che sul delicato tema dell'Eutanasia legale ci sia un referendum, e anche perché sono profondamente convinto che ognuno debba essere l'unico a decidere per se stesso. Decidere se, quando e come morire, senza ingerenze da parte dello stato, della Chiesa o di chiunque altro. Chi volesse saperne di più, o informarsi dettagliatamente, trova tutte le informazioni qui

venerdì 23 luglio 2021

Bergamo

Sono capitato a Bergamo quasi per caso, mercoledì mattina, e ho scoperto che, oltre alla metropoli moderna, uguale a tante altre grandi città, c'è una Bergamo vecchia, medievale, racchiusa dentro mura antiche, che è bellissima e ricchissima di storia. Le scoperte più belle si fanno quasi sempre per caso.

Bastonate sacrosante

Non amo particolarmente questo governo, ma la bastonata (perché di questo si è trattato) tirata da Draghi a Salvini, e con lui a tutta la galassia no-vax, l'ho apprezzata. D'altra parte, se si gioca stupidamente e pericolosamente sulla salute delle persone per meri motivi elettorali, e le sue uscite anti-vaccini di questo ultimo periodo hanno chiaramente solo questa finalità, una bastonata nei denti è il minimo che ci si possa aspettare. Io avrei bastonato anche più forte, per dire. Salvini e soci credo non abbiano capito, anche se forse lo stanno piano piano imparando a loro spese, che Draghi, a differenza di loro, non ha l'assillo del consenso, non ha una carriera politica da fare brillare, in più può giocare sul fatto di essere perfettamente cosciente che l'alternativa a questo governo è il fallimento del paese. Draghi, piaccia o non piaccia, è un tecnico ed è al governo principalmente per portare a termine due compiti: ottenimento e gestione dei miliardi europei del recovery plan e lotta alla pandemia, e questo intende fare. E lo farà con o senza Salvini e le sue pericolose e propagandistiche stupidaggini.

Per quanto riguarda tutto il discorso relativo a una (inesistente) dittatura sanitaria che sarebbe stata instaurata con l'avvento del Green pass, penso due cose. La prima è che probabilmente chi fa ricorso a slogan del genere, di per sé abbastanza stupidi se ci si pensa bene, non sa cosa sia una dittatura. Consiglio a costoro, a questo proposito, di chiudere per un giorno i social e aprire qualche libro di storia. Per i refrattari alle letture impegnative può andare bene anche un bignamino, di quelli che ho usato anche io, a scuola, quando ad esempio cercavo di cavare le zampe dai Promessi sposi. Anche solo per avere un'infarinatura di cosa sia veramente una dittatura (e nel Novecento gli esempi non mancano, purtroppo) e comprendere, così, l'idiozia di certi accostamenti.

L'altro mio pensiero è che io, quando sento parlare di dittatura sanitaria, non penso al Green pass o all'obbligo sacrosanto di vaccinarsi, ma vado immediatamente con la mente alla marea di persone che per avere una visita o un consulto in una struttura pubblica devono mettersi in coda e aspettare a volte mesi o anni, e sono perciò costrette, ovviamente chi ha le possibilità economiche, a rivolgersi a strutture private a pagamento, dove c'è posto il giorno dopo. Situazione, questa, che era già inaccettabile prima dell'arrivo della pandemia e che è ulteriormente peggiorata da quando il già precario sistema sanitario pubblico ha dovuto sobbarcarsi l'esercito di quelli che si sono ammalati di covid. 

A volte penso che, invece di una inesistente dittatura sanitaria, vorrei sì l'avvento di un dittatore, magari cattivo ma intelligente, che instaurasse una dittatura del pensiero e della capacità di ragionare, e che imponesse queste due cose, pensare e ragionare prima di aprire bocca, come requisiti obbligatori per fare parte della società. È una provocazione, naturalmente, il ragionamento e lo spirito critico non si acquisiscono per imposizione forzata, occorre ben altro, ma sarebbe magari un punto di inizio.

lunedì 19 luglio 2021

Vacanza

 


Un po' di riposo, alla fine, siamo riusciti a prendercelo anche io e mia moglie. Qualche giorno, niente di più, giusto per staccare un po' la spina. Quest'anno il Trentino l'abbiamo tradito in favore dell'alta Lombardia; del resto il Trentino, nel corso degli anni, l'abbiamo girato quasi tutto mentre da queste parti non eravamo mai venuti, quindi trascorreremo qualche giorno qui, nel cuore della Val Seriana.

Ciao a tutti, ci si rilegge tra qualche giorno.

sabato 17 luglio 2021

Il sesso da dietro

Il titolo che leggete qui sopra, che di primo acchito può apparire intriso di uno stile collocabile tra il triviale e il pecoreccio, in realtà non ha niente di tutto ciò. Il sesso da dietro è infatti una delle tante posizioni sessuali (quella che oggi è volgarmente chiamata a pecorina) la cui liceità era nel Medioevo oggetto di discussione e regolamentazione da parte della Chiesa. Ma andiamo con ordine.

Bazzicando su YouTube mi sono imbattuto nella conferenza di Alessandro Barbero che ripubblico qui di seguito, una istruttiva e a tratti divertentissima lezione che ha per oggetto la questione sessuale nella società medievale. In pratica, Barbero, documentazione storica alla mano, spiega come era considerato il sesso dalla società, dalla Chiesa e dalla medicina dell'epoca. 

Avendo tempo e voglia di ascoltarla per intero (dura un'oretta e siamo nel weekend, quindi potrebbe essere fattibile), si scoprirebbero cose molto interessanti, una delle quali, ad esempio, consiste nello smontaggio del luogo comune che il Medioevo sia stato un periodo storico dominato dal più spietato oscurantismo e dalla più feroce repressione sessuale. Avrete senz'altro letto o sentito cose tipo "Con Pillon torniamo al Medioevo" e simili. Niente di più sbagliato: in quell'epoca lì uno come Pillon avrebbe passato gran parte del suo tempo a rosicare e a difendersi dalle sacrosante pernacchie e altrettanto sacrosanti sfottò.

Questo perché, contrariamente a quanto appunto si pensa, in gran parte del periodo medievale il sesso, in tutte le sue varianti, compresa la tanto vituperata omosessualità, era considerato una cosa perfettamente normale. Il sesso si faceva, di sesso si parlava liberamente nella società, nella letteratura, e fare sesso era considerata una cosa perfettamente normale, anzi addirittura un diritto, come nutrirsi, dormire ecc. Sotto certi aspetti si può tranquillamente dire che era molto meno repressa quell'epoca lì di quelle successive, compresa la nostra. Certo, sia la società civile che la Chiesa avevano tutta una serie di norme e leggi che, ognuna nel proprio campo, regolamentavano i comportamenti sessuali, distinguevano l'illecito dal lecito, ma si trattava di un impianto normativo che aveva più una funzione di indirizzo che rigidi intenti regolatori e repressivi. In sostanza, le norme c'erano ma ognuno, alla fine, faceva ciò che voleva.

Questo fino al passaggio dal basso Medioevo all'età Moderna, cioè il periodo a cavallo tra il 1400 e il 1500. Da lì in poi, con l'apice nel Rinascimento, la regolamentazione della sfera sessuale ha assunto progressivamente, nella società e nella Chiesa, un carattere più rigido, ferreo e repressivo, e naturalmente meno interessante.

venerdì 16 luglio 2021

La fatica di essere Salvini (ma anche Meloni, Renzi e altri)

Nell'immaginario collettivo la vita dei politici nazionali è poco faticosa e molto ben remunerata. Certo, per certi versi è così. Dal punto di vista fisico, ad esempio, è innegabile che sia ben poco impegnativa. Ma l'impegno non richiesto sul piano fisico è richiesto, decuplicato, per cercare di non perdere il consenso conquistato faticosamente, negli anni, a suon di slogan diretti alla pancia dei rispettivi elettorati. Per riuscire a mantenere il favore del pubblico, di più pubblico possibile, è però obbligatorio essere un po' ondivaghi nelle cose che si dicono; bisogna essere bravi nell'arte di vendere aria fritta, di non sbilanciarsi, di non scegliere chiaramente una posizione, specie su temi sensibili.

È questo il giochino retorico che sta alla base delle fumose e ambivalenti dichiarazioni di Salvini in risposta a chi gli fa notare di non essersi ancora vaccinato contro il covid. Non è una cosa semplice, per uno come lui, barcamenarsi in questa scivolosa situazione, perché da una parte deve tenersi buono l'esercito dei no-vax, che tradizionalmente si riconosce maggiormente nelle file della destra, dall'altra deve però anche tenersi buoni i pro-vax. Ecco quindi che, a chi gli chiede cosa pensa del vaccino, risponde, abbastanza pilatescamente, di aver seguito i consigli del medico e invita gli italiani a fare altrettanto (se poi qualcuno ha la sfortuna di essere seguito da uno dei tanti medici contrari ai vaccini, pazienza).

Nel corso della più grande campagna vaccinale della storia recente, un ministro facente parte di un governo che ogni giorno fa proclami a reti unificate affinché tutti si vaccinino prima possibile, dovrebbe abbandonare ogni remora e ogni titubanza e invitare chiaramente la popolazione a correre a vaccinarsi, magari dando lui stesso l'esempio, accostando alle centinaia di selfie giornalieri in cui si ingozza di qualsiasi cosa, oppure si fa bello donando il sangue attorniato da compiacenti fotografi, un'immagine di lui che si vaccina.

Invece niente. Siamo nella seconda metà di luglio, quasi mezza Italia ha già fatto la seconda dose, ma lui deve ancora fare la prima, che gli sarà iniettata nella seconda metà di agosto, dice, perché lui mica è uno di quelli che salta la fila come fanno altri, eh. Leggendo un po' qua e là, si scopre che altri politici di spicco non hanno ancora fatto la prima dose, tra questi la signora Meloni e il signor Renzi, anche loro, evidentemente, alle prese con faticosissime mediazioni tra elettorato no-vax e pro-vax. Sono cose difficili, perché i politici sanno che prendere posizioni nette su certi argomenti equivale inevitabilmente a bruciarsi una più o meno consistente fetta di elettorato, e l'ambiguità è per ora l'unico sistema che ancora offre buone garanzie di evitare che accada.

(Ri)finanziamenti

giovedì 15 luglio 2021

Serate così

 


Stasera, il cielo dalla finestra della sala appare così. 

A circa un chilometro in linea d'aria da casa mia c'è una specie di piccolo aereoporto da cui decollano gli ultraleggeri e i biplani. Ogni tanto ne passa qualcuno e il passaggio è anticipato dal ronzio lontano del motore. Dev'essere bello volare, e se il cielo offre questi spettacoli visto da quaggiù, immagino cosa debba essere visto da lassù.

Ma ancora più gradevole del cielo è la brezza che spira ed entra dalla finestra, una brezza abbastanza fresca e priva di umidità, effetto non ancora svanito dei temporali di ieri, una brezza che sembra non c'entrare niente con luglio.

Oggi pensavo a come sarebbe bello se restasse questo clima fino alla fine dell'estate.

Seconda dose

Stamattina ho preso un permesso dal lavoro e sono andato a fare la seconda dose Pfizer. Non più alla fiera di Rimini, dove un mese fa avevo fatto la prima iniezione, ma al nuovo centro vaccinale sulla Consolare di San Marino. La cosa era stata molto più scorrevole e veloce la prima volta, alla fiera, dove nel giro di un'oretta avevo fatto tutto. Stamattina, invece, ho trovato più ressa e, inevitabilmente, più assembramento all'entrata. Alla fine, mi ci sono volute un paio d'ore per fare tutto. Ma va bene così, due ore sono un "sacrificio" più che accettabile per conseguire l'agognato completamento dell'iter vaccinale.

A differenza della prima volta, ho notato molti genitori con figli minorenni al seguito e mi è sembrata una bella cosa. Rientrato al lavoro, ho ripreso le mie normali mansioni senza alcun problema, visto che, esattamente come un mese fa, non ho accusato alcun tipo di effetto collaterale. Mi aspetto, domani, l'usuale lieve indolenzimento alla spalla, niente di che. Un paio di colleghi no-vax mi hanno accolto, al rientro, con sorrisini ironici, e ho pensato amaramente che, alla fine, a beneficiare del gesto di chi si vaccina sono anche 'sti cretini qua.

martedì 13 luglio 2021

Si sforano i parametri? Si cambiano i parametri

Mentre l'attenzione generale è sapientemente dirottata dai media su Europei, ddl Zan, Raffaella Carrà e altro, in diciannove regioni italiane i contagi hanno ricominciato a salire, tanto che, di queste diciannove, coi parametri attualmente in vigore cinque rischiano di tornare in zona gialla. Naturalmente i media mainstream non danno troppa visibilità alla faccenda, perché non sta bene disturbare il clima paradisiaco e festante che si è creato nel paese dopo il crollo dei contagi di fine primavera e il tana libera tutti decretato dal governo un mesetto e mezzo fa. Quindi, che si fa? Si cambiano i parametri, naturalmente. 

In verità, le Regioni è da tempo che vogliono cambiarli, questi fastidiosi parametri, chiedendo che la determinazione dei colori dei territori sia basata non più sul numero di contagi per centomila abitanti, che coi parametri attuali non deve superare le 50 unità, ma sul numero di quanti, contagiati, finiscono poi ricoverati in ospedale. Dal punto di vista degli enti locali questa richiesta di modifica dei parametri ha una sua logica, dal momento che, complice anche la variante delta, gli esperti pronosticano un notevole aumento dei contagi nel prossimo periodo (30.000 giornalieri alla fine di agosto), aumento dei contagi che è già in corso e che ha avuto un notevole impulso con gli incoscienti festeggiamenti post-Europei.

Così, a occhio, si sta configurando ciò che accadde un anno fa, con la differenza che l'anno scorso i contagi ricominciarono a salire a fine agosto, mentre adesso non siamo neppure a metà luglio, e non è una differenza da poco. Non è ben chiaro, allo stato attuale, se il governo accoglierà le pressanti richieste delle Regioni di rivedere in forma più lassista i benedetti parametri. Ufficialmente sembrerebbe orientato a lasciarli come sono, ma non sono poche le voci, al suo interno, che chiedono di salvare (economicamente) l'estate.

D'altra parte, realisticamente, l'imposizione adesso, a estate appena iniziata, di misure restrittive non sarebbe accettata da nessuno, anche perché gli innegabili benefici effetti della campagna vaccinale hanno instillato nella psiche collettiva l'idea che ormai ne siamo fuori, che il virus è stato sconfitto, e l'idea di dover ricominciare a fare i conti con le zone a colori verrebbe accolta nella migliore delle ipotesi a suon di sberleffi. Poi, più avanti (ci si augura di no, naturalmente), ricoveri e decessi ricominceranno a salire repentinamente ed esponenzialmente (ormai si è visto che dopo un paio di settimane dalla ripresa dei contagi, il ritmo aumenta in maniera esponenziale) e allora si correrà ai ripari. Coi buoi ormai lontani.

Insulti razzisti inglesi

Ci sarebbe da evidenziare che gli insulti rivolti ai giocatori di colore inglesi che hanno sbagliato i rigori nella finale degli Europei, sono stati lanciati da una infima minoranza di cretini. Insulti che sarebbero rimasti sepolti nel lerciume che gira sui social, se i giornali non li avessero ripresi e dati in pasto alla totalità dell'opinione pubblica. Prima o poi occorrerà fare una seria riflessione sul fatto che, ormai, l'agenda delle notizie pubblicate dai giornali è dettata da facebook e Twitter, e anche su quanto il grande Umberto Eco avesse ragione.

lunedì 12 luglio 2021

Funzionari di apparati

Pensavo ai 422 operai della Gnk licenziati dall'oggi al domani con una mail, e mi è venuto in mente che una cosa simile accadde qua dalle mie parti quando, un paio di anni fa, i dipendenti della filiale di Rimini nord della Mercatone Uno si presentarono un lunedì mattina al lavoro e trovarono l'azienda chiusa. Arrivò poi a ognuno un messaggio sul cellulare che li avvisava che l'azienda aveva chiuso e loro erano a casa.

Certo, all'atto pratico non sarebbe cambiato granché se in entrambi i casi i titolari avessero convocato i lavoratori e avessero comunicato a voce i licenziamenti, ma almeno ci sarebbe forse stato quel minimo sindacale di umanità che invece è mancato nel mandare una fredda mail o uno sterile messaggio sul cellulare, sistemi, questi, che denotano quanto il lavoro abbia perso la sua componente umana e "familiare" che ancora si poteva vedere fino a trenta o quarant'anni fa.

E a giorni, tra l'altro, scadrà l'ultima proroga del blocco dei licenziamenti attivato nel 2020 per fronteggiare la strage sociale provocata dalla pandemia. Non andiamo incontro a un bel periodo, e terminata la sbornia degli Europei sarà il caso di cominciare a tornare a ciò che ci aspetta nella realtà.

domenica 11 luglio 2021

Le avventure della libertà

 


Ho appena terminato questo interessantissimo saggio, una raccolta di scritti di Giulio Giorello pubblicati su "la Lettura" in un arco di tempo che va dal 2011 all'anno scorso, quando se n'è andato. Del noto filosofo e matematico milanese avevo letto, un paio d'anni fa, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, un'opera pubblicata nel 2005 che è un po' il suo manifesto. Non si tratta di un banale pamphlet anticlericale, come potrebbe a una prima lettura sembrare, ma di una pacata difesa del relativismo filosofico e delle acquisizioni scientifiche, all'epoca sotto attacco in nome dei "valori non negoziabili" e del creazionismo antidarwinista camuffato da "disegno intelligente". Scrive a tal proposito Antonio Carioti, curatore del volume: "Lungi dal negare la dimensione spirituale dell'esistenza umana, come dimostra la sua amichevole consonanza con il filosofo cattolico Dario Antiseri e con il cardinale Carlo Maria Martini, Giorello ne avversava solo l'irrigidimento nel dogma. Quindi non disprezzava affatto il sacro, i testi biblici, le credenze tradizionali, i saperi arcaici." Per Giorello, essere di nessuna Chiesa significava tollerare ogni Chiesa, riconoscendone il diritto all'espressione anche nel libero atto di prenderne le distanze.

Gli scritti raccolti in questo volume sono acute dissertazioni e pensieri che abbracciano ogni tema e problema che la società odierna, oggi, mette sul tavolo: politica, economia, scienza, religione, ricerca, storia, senso della vita, vita, morte ecc. Perché è stimolante leggere i filosofi? Perché i filosofi sono persone che pensano, ragionano, e quindi costringono chi li legge a fare lo stessa cosa. A differenza dei politici, che vivono di slogan quasi sempre privi di un ragionamento retrostante, i filosofi vivono di ragionamenti che, per converso, sono privi di slogan retrostanti. Il fatto che, come scriveva Ermanno Benivenga nel bellissimo La scomparsa del pensiero (ne avevo parlato qui), oggi la società abbia per gran parte perso la capacità di pensare, è uno dei motivi per cui i filosofi non hanno ormai nessun successo mentre i politici godono di ottima salute.

Personalizzazioni

Adesso che Renzi ha promesso il lancio di un referendum per l'abolizione del Reddito di cittadinanza (annunciato, guarda caso, da un convegno di giovani imprenditori di Confindustria), la curiosità principale, a parte quella di vedere in quanti lo seguiranno, sarà vedere se personalizzerà anche questo in stile già visto "se perdo smetto di fare politica". Curiosità mia, eh.

sabato 10 luglio 2021

Orgogliosamente fragili e incoscienti

Il vulcanologo Bill McGuire, citato dal filosofo Giulio Giorello in un suo articolo del 2012, scrive che noi che viviamo "su uno dei più attivi corpi del sistema solare, dobbiamo sempre ricordare che esistiamo e prosperiamo solo per un fortuito caso geologico. Studi recenti sul DNA umano hanno rivelato che la nostra specie è arrivata a un pelo dall'estinzione a causa dell'ultima supereruzione 73.500 anni fa, e se fossimo stati in circolazione già 65 milioni di anni fa, quando un asteroide di 10 chilometri di diametro colpì la Terra, saremmo scomparsi insieme con i dinosauri."

Il filosofo Telmo Pievani, citato sempre da Giorello, aggiunge che "la fine del mondo c'è già stata, e molte volte, ed è grazie a queste deviazioni della storia che noi siamo qui, ora, a scriverne. Le grandi catastrofi che marcano le ere geologiche sono state come incendi nella foresta che spazzano via il sottobosco vecchio, e liberano spazio per future diversificazioni. E se l'intero genere umano finirà 'bruciato' per colpa di qualche asteroide o si scoprirà addirittura che il vero asteroide killer siamo noi stessi, non ci sarà più nessun rifugio da cui contemplare la vita nuova che sgorgherà dal disastro."

Il sotteso di tutto questo discorso è che, a differenza di quanto avvenuto in passato, dove l'estinzione del grosso delle forme di vita è stato causato da eventi geologici (eruzioni) o astrali (asteroide), il prossimo catastrofico evento che potrebbe portare alla estinzione degli umani sarà causato, paradossalmente e verosimilmente, dagli umani stessi, come conseguenza di ciò che stanno facendo al pianeta.

A tal proposito mi viene in mente che Luca Mercalli, in un suo bellissimo libro intitolato Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali scriveva che la Terra non ha alcun bisogno di noi, ma siamo noi ad avere bisogno di lei. Il problema è che non ne siamo consapevoli. Oppure ne siamo consapevoli ma, in fondo, chi se ne frega...

L'omeopatia vista come truffa

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico noto in rete con lo pseudonimo MedBunker (qui trovate il suo blog), ha pubblicato un video in cui, in maniera succinta ma efficace, spiega cos'è l'omeopatia, come (non) funziona, quali sono le sue origini ecc. Tutte cose che più o meno sono note (tranne forse a molti di quelli che la utilizzano). L'aspetto che ho trovato interessante e a cui non avevo mai pensato, è l'idea di considerare l'omeopatia come una truffa. 

Se ad esempio io compro una scatola di spaghetti convinto che al suo interno ci siano gli spaghetti e poi mi accorgo che al suo interno non c'è niente, la prima cosa che penso è che il negoziante mi abbia truffato. Per i prodotti omeopatici dovrebbe valere lo stesso discorso. Per le leggi della chimica, infatti, se si diluisce una sostanza più di un certo numero di volte in un diluente (acqua, zucchero, alcol ecc.), di quella sostanza non rimane più traccia, neppure una molecola del presunto principio attivo, ciò che resta è solo il diluente, cioè la scatola senza gli spaghetti.


venerdì 9 luglio 2021

Riti di morte

 


Questo romanzo di Alicia Giménez-Bartlett, che ho appena terminato, è l'ennesima dimostrazione che i libri più belli sono quelli che capitano in mano per caso, a riprova della veridicità del vecchio detto secondo cui non siamo noi a scegliere i libri che leggiamo ma sono loro che scelgono noi.

È un thriller/noir coinvolgente non soltanto per la storia raccontata (una complicata indagine su una sordida vicenda di stupri seriali), ma anche per il modo in cui è raccontata. I due personaggi principali, l'ispettrice Petra Delicado e il suo vice Fermín Garzón, della policía nacional di Barcellona, sono due personaggi assolutamente credibili e realistici.

Lei è una donna quarantenne con alle spalle due divorzi e una vita piuttosto incasinata, il suo vice è invece un pacifico e tranquillo poliziotto, divorziato pure lui, ormai alle soglie della pensione. Il rapporto tra i due, perfetti sconosciuti fino al momento in cui viene a loro assegnata l'indagine, è inizialmente freddo, distaccato, permeato da diffidenza reciproca e limitato al solo ménage professionale; poi, lentamente, quel distacco e quella freddezza si attenuano finché la diffidenza iniziale non sfocia in una profonda e solida amicizia.

Nonostante si tratti di un poliziesco, che è comunque avvincente e ricco di colpi di scena, si ha come l'impressione che la vicenda narrata sia una sorta di sottofondo, di pretesto su cui basare le storie di vita dei due personaggi. I numerosissimi dialoghi tra i due, dialoghi ricchi di introspezioni psicologiche e di raffronti tra i loro vissuti (lei in cerca di un po' di stabilità e tranquillità dopo una vita tumultuosa, lui in cerca di un po' di tardivo "tumulto" dopo una vita ordinaria e noiosa), risultano molto più interessanti della vicenda poliziesca in sé.

Non conoscevo questa autrice spagnola, ma a questo punto credo che leggerò anche altre sue opere.

giovedì 8 luglio 2021

Notti magiche

Stamattina il giornale riportava la lunga serie di atti vandalici che hanno costellato la notte della vittoria dell'Italia sulla Spagna. Da Cesenatico a Rimini a Riccione e oltre, pali divelti, risse, ubriacature moleste, danneggiamenti di cose pubbliche. Qua a Rimini un gruppo di giovani ha assaltato e danneggiato un bus pubblico, salendo sul tetto e ballandoci sopra cantando l'inno di Mameli, col rischio oltretutto di venire folgorati dai cavi elettrici soprastanti (che se fosse successo non credo mi sarebbe dispiaciuto più di tanto: lo so, sono una brutta persona). 

Non oso pensare a cosa potrebbe succedere domenica sera se vincessimo contro l'Inghilterra. 

Boh, non so, non è che io voglia generalizzare o indulgere in stucchevoli moralismi, e poi sicuramente la stragrande maggioranza delle persone ha festeggiato tranquillamente in maniera civile, magari uscendo di casa per andare a mangiarsi un gelato. Il fatto è che non riesco in nessun modo a capire questa cultura imperante che associa la festa alla devastazione. Che senso ha? Il bus pubblico che viene devastato è anche di chi lo devasta; i pali lungo la strada, le panchine, i cestini, gli arredi non sono cose piovute da Marte, ma di tutti. E chi li distrugge, distrugge cose che sono anche sue.

Forse è solo mancanza di educazione, di consapevolezza, di senso civico (se non ricordo male, l'ora di educazione civica a scuola è stata abolita già da tempo, magari c'entra anche questo). Forse la famiglia e la scuola hanno fallito nella loro opera di educazione e ciò che succede non è altro che il palesarsi degli effetti di questo fallimento. O forse c'è anche altro, chi lo sa...

martedì 6 luglio 2021

Renzi

Ho cominciato a detestare Renzi da qui, anzi forse anche da prima, come i miei lettori di più vecchia data sanno. Non ho mai nascosto questa mia avversione nei suoi confronti. Una avversione che, col passare del tempo, è progressivamente sempre cresciuta fino a raggiungere il parossismo con la patetica sceneggiata, sua e del suo "partito", di questi giorni sul ddl Zan.

Librerie

Ieri mattina sono andato alla libreria The book room, l'unica libreria di Santarcangelo. Cercavo due libri: Il grande terrore, di Robert Conquest, e Stati di negazione, di Stanley Cohen. Il libraio li ha dovuti ordinare perché sono piuttosto datati, arriveranno entro una decina di giorni. Su internet li avrei trovati più velocemente, a prezzi magari più bassi, e la consegna tramite corriere sarebbe stata sicuramente più celere. Tuttavia preferisco spendere qualcosa in più, aspettare qualche giorno in più, ma andare in libreria. 

The book room è un negozietto piccolino, ha spazi angusti, le scaffalature piene di libri sembra quasi che da un momento all'altro debbano cadere addosso a chi si avventura in quei meandri. Il profumo dei libri avvolge chi entra. In più, come dicevo, è l'unica e ultima libreria di Santarcangelo. Se dovesse chiudere anche lei non me lo perdonerei.

lunedì 5 luglio 2021

Carl e Harry

Dice Umberto Galimberti che i sogni, prima ancora di essere materiale di analisi per psichiatri e psicoterapeuti, sono il teatro della nostra follia. Noi siamo fondamentalmente folli e quando ci abbandoniamo tra le braccia di Morfeo e la coscienza si assopisce, questo teatro apre il sipario in tutta la sua maestosità. 

Mi è venuta in mente questa cosa pensando al sogno di questa notte, di cui ricordo alcuni frammenti. Ero seduto a un tavolo e a fianco a me c'era Carl Palmer. Palmer era il batterista degli Asia, una band inglese che faceva dell'ottimo progressive rock e che ebbe il suo momento di massimo splendore negli anni Ottanta. Poco più in là, su un'altra sedia attaccata a un muro, c'era il principe Harry e a fianco a lui, su un'altra sedia ancora, una signora anziana che, presumibilmente, poteva essere la regina Elisabetta, ma di questo non sono sicuro. 

Sul tavolo c'era una rivista di enigmistica con uno schema di parole crociate. Palmer mi indicava col dito la definizione (in inglese) di una parola che io dovevo capire e inserire nelle caselle corrispondenti, ma io, per quanto mi sforzassi, non ci riuscivo. Lui non parlava italiano e io non conoscevo l'inglese (nel sogno, nella realtà un po' me la cavo). Cercava di tradurmi a gesti la definizione di quella parola ma tutti i suoi sforzi risultavano vani. A un certo punto anche Harry si è avvicinato al tavolo per aiutare Carl Palmer nel cercare di tradurmi quella definizione, in modo che io potessi capire di quale parola si trattava, ma niente da fare. La regina, là al suo posto, indifferente a tutto, continuava a starsene per i fatti suoi seduta sulla sedia. 

La ridicola e folle scenetta è andata avanti per un po', poi all'improvviso mi sono svegliato e il risveglio mi ha procurato un certo sollievo, dal momento che la cosa stava diventando per me imbarazzante. Sarei mai riuscito a capire quale era quella parola? Gli sforzi di Palmer e Harry sarebbero alla fine stati premiati? Non lo so e non lo saprò mai, ma non mi rammarico più di tanto per questo. D'altra parte i sogni sono  fatti così, altrimenti non sarebbero il teatro della nostra follia. Ah, visto che ho citato gli Asia, questo è uno dei loro pezzi più belli, uno dei tanti.

domenica 4 luglio 2021

Benedette guerre

Ho appena terminato questo ottimo saggio storico di Alessandro Barbero. Il libro si divide fondamentalmente in due parti: nella prima si racconta come e perché nacquero le Crociate, nella seconda il legame tra queste e il Jihad, legame che è più profondo e radicato di quanto comunemente si creda.

Cosa sono state le Crociate credo che bene o male si sappia, anche perché il loro studio è compreso nei programmi scolastici, o almeno lo era ai miei tempi, oggi non so. Comunque sia, sono stati eventi del Medioevo (la prima risale alla fine dell'anno mille e fu lanciata da Urbano II) e sono state più di una, tanto che è difficile ricordarsi perfino il loro numero. Sono state eventi sanguinosi che hanno comportato un durissimo conflitto tra l'Occidente cristiano e il mondo islamico. Scrive Barbero: "Eventi che la nostra civiltà ha dapprima celebrato con grandissimo entusiasmo, ai tempi in cui si scrivevano poemi come la Gerusalemme liberata, e di cui più di recente ci siamo vergognati: un po' perché abbiamo recuperato anche la consapevolezza dell'enorme violenza e della tremenda esplosione di odio per il diverso che le Crociate hanno rappresentato. Fra l'altro anche la violenza antisemita compare in Europa per la prima volta proprio durante le Crociate: i primi pogrom in Occidente li hanno compiuti le folle eccitate dalla predicazione della Crociata. Se poi adesso in Occidente il vento stia cambiando e qualcuno abbia ricominciato a pensare che le Crociate sono un'epopea da celebrare e non una tragedia di cui dolersi, è una di quelle domande che vale la pena di porsi quando pensiamo alle possibili attualizzazioni dell'argomento."

Uno degli aspetti interessanti delle Crociate è che, a differenza di quanto si pensa oggi, all'epoca non erano considerate guerre. Le Crociate erano considerate alla stregua di pellegrinaggi. Chi partiva lo faceva con lo stesso spirito (con le dovute differenze, ovviamente) di chi oggi intraprende il cammino di Santiago, tanto per fare un esempio, oppure va in pellegrinaggio ad Assisi, a Roma, a Padova, a San Giovanni Rotondo ecc. La differenza sta nel fatto che all'epoca andare in pellegrinaggio per pregare sul Santo Sepolcro era rischiosissimo, perché là c'era altra gente a comandare (Gerusalemme e quella parte di Medio Oriente erano sotto il dominio musulmano successivo alle conquiste arabe del VII e VIII secolo), quindi si partiva armati. Per tutto l'alto Medioevo il concetto di pellegrinaggio era tenuto in grandissima considerazione dai cristiani ed era sentito allo stesso modo in cui ancora oggi i musulmani sentono il pellegrinaggio alla Mecca. Per la vita di una persona era un momento catartico, se così si può dire, laddove, invece, oggi ha più che altro una valenza turistica. Anche perché, all'epoca, recarsi a piedi dall'Europa a Gerusalemme e tornare (quando e se si tornava) era una faccenda che richiedeva anni.

Un mito da sfatare a proposito delle Crociate è che esse siano state più che altro guerre, concepite con velleità di conquista e saccheggio. Certo, sono state anche questo, anzi si può tranquillamente affermare che le Crociate sono state la prima forma di colonialismo, sia economico che territoriale, perpetrato dagli Occidentali in Medio Oriente. Ma, prima di degenerare in guerra, sono state anche, e soprattutto, una faccenda spirituale, di fede. I vari signori, re, principi, conti, baroni ecc. che stavano ai comandi di questi pellegrinaggi avevano certamente mire più terrene che spirituali, ma nell'animo delle immense folle di contadini, artigiani, cavalieri che partivano, il sentimento prevalente era quello religioso.

Alessandro Barbero, nel sottotitolo del libro accosta Crociate e Jihad. Non è un accostamento casuale, perché le Crociate sono state a tutti gli effetti le prime guerre sante della storia, il Jihad è molto posteriore. Qui ci sarebbero da fare lunghissime dissertazioni dottrinali sul dilemma che ha attanagliato la Chiesa per alcuni secoli a partire dall'anno mille: come si concilia il comandamento "Non uccidere" con le Crociate? È inutile girarci attorno: le Crociate sono sì pellegrinaggi, ma sono anche guerre, e in guerra si uccide. Come se ne esce? Su questo groviglio teologico/filosofico insolubile si sono incaponiti per secoli i più grandi pensatori cristiani, compreso sant'Agostino, il quale, dopo aver soppesato e cercato di interpretare per anni ciò che in proposito era scritto nell'Antico testamento, dove si legge che i re degli ebrei fanno la guerra e sterminano i nemici perché è Dio che glielo comanda, in una delle sue opere più tarde, quasi spazientito scrive: "Ma cosa c'è da biasimare nella guerra, l'uccidere uomini che un giorno dovranno morire? Questo è un biasimo non degno di uomini religiosi. Talvolta è necessario che i buoni facciano la guerra contro i violenti, per comando di Dio e del governo legittimo, costretti dalla situazione al fine di mantenere l'ordine."

È un concetto che stride leggermente coll'evangelico "Porgi l'altra guancia", se notate, ma questo è. Da qui in poi gli omicidi e i massacri sono sdoganati in ossequio a questo supposto benestare di Dio; uccidere in guerra (che a questo punto diventa guerra santa) non è più considerato peccato ma è sacrosanto, e questo sdoganamento evolverà coll'andare del tempo fino a raggiungere vette impensate anche solo nella prima Crociata, riassumibili nel concetto che l'uccisione di un nemico di Dio è considerato viatico per il paradiso. Qui sta l'anello di congiunzione tra Crociate e Jihad, perché i due eventi poggiano sulle stesse basi: uccidere per Dio, e che il dio in questione si chiamo Signore o Allah non ha alcuna importanza. Jihad (il cui significato principale è combattere) fa in realtà parte di una espressione più complessa: jihad fi sabil'illah, che compare nel Corano e che significa combattere sulla via di Dio, che era ciò che accomunava crociati e mujahiddin islamici.

Probabilmente molti non sanno (poi chiudo, altrimenti vi racconto tutto il libro) che la stesura del Corano, il libro sacro dell'islam contenente le rivelazioni profetiche di Maometto, risale al VII secolo e attinge a piene mani da elementi della cultura ebraica. Maometto conosceva benissimo la Bibbia e quando detta le sue profezie relative alla guerra santa riprende quasi alla lettera i medesimi precetti contenuti nell'Antico testamento relativamente alle direttive che Dio dava ai re ebrei circa lo sterminio dei nemici. Quando oggi sentite i vari Ferrara, Sgarbi, Feltri e compagnia bella che lanciano anatemi sul Jihad, sulla guerra santa, che blaterano di scontro di civiltà, potete quindi sorridere, magari commiserandoli anche un po'. 

A proposito di scontro di civiltà, chiudo questo fin troppo lungo post con ciò che scrive Barbero: "Possiamo parlare, allora, di Crociate come di scontro di civiltà? Sì, se vogliamo, a patto di avere ben chiaro che quando usiamo quest'espressione non dobbiamo pensare a due mondi completamente alieni l'uno all'altro, come ad esempio gli aztechi e i conquistadores. Quando parliamo di scontro di civiltà si tratta di solito di due mondi strettamente intrecciati l'uno all'altro, con radici comuni, che hanno sviluppato due sistemi di idee o di valori divergenti, e proprio perché riconoscono nell'altro il proprio simile lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo. Lo stesso avviene durante le Crociate: queste persone in fondo ragionavano in modo simile, adoravano lo stesso Dio anche se con regole diverse, e avevano atteggiamenti mentali analoghi, e forse proprio per questo le loro guerre erano così feroci. Una delle cose che colpiscono di più nei racconti delle prime Crociate è con quanta allegria i cronisti cristiani raccontano dei cavalieri che tornano vittoriosi con le teste dei turchi appese alle selle oppure issate sulle picche; ma d'altra parte anche i cronisti arabi, entusiasti, raccontano di come i loro guerrieri tornano indietro con le teste dei cristiani. Eppure le Crociate sono anche il momento in cui queste civiltà diverse, anche se così legate senza saperlo, si incontrano, si osservano e si descrivono a vicenda."

Per me questo libro è stato illuminante e interessantissimo. È anche un saggio molto agile (circa 120 pagine) che si legge tutto in un fiato. In più, l'ha scritto Alessandro Barbero; non credo serva aggiungere altro.

sabato 3 luglio 2021

Sulla mia via

Quando ero piccolo, si parla di quaranta e più anni fa, c'erano molti bambini e ragazzini sulla mia via, quella che sale fino a Palazzo Marcosanti. C'eravamo io, mio fratello e tutti loro. Ci si conosceva quasi tutti e si giocava assieme, una volta a casa di uno, una volta a casa di un altro, oppure si correva in bicicletta, o magari ci si infilava di nascosto negli scheletri delle case in costruzione giocando agli esploratori, pur sapendo che i nostri genitori ce lo proibivano tassativamente perché, dicevano loro, era pericoloso. Che poi sì, era effettivamente pericoloso, ma si sa che il concetto di pericolo che hanno i bambini è molto diverso da quello dei grandi.

Quei bambini, me e mio fratello compresi, sono poi cresciuti e sono diventati grandi. Qualcuno ha avuto figli, qualcun altro no. Qualche coraggioso è rimasto, la maggior parte di essi è andata via. Oggi di bambini e ragazzini non ce ne sono più, sulla via. E non ci sono più neppure i grandi. La maggior parte di quelli che abitano qui attorno sono persone molto anziane, alcune autosufficienti, alcune no, quasi tutte hanno una badante o qualche figlio o figlia che ogni tanto si fa vivo e viene a dare un'occhiata, più per dovere che per reale interesse.

Gli unici bimbi presenti oggi sono cinque fratellini di colore. I miei genitori li chiamano affettuosamente "i neretti". Sono i figli di una coppia di nigeriani che da un anno e mezzo circa è venuta ad abitare in uno degli appartenenti della palazzina di fianco a casa mia. Oltre ai nigeriani c'è un ragazzo sulla trentina che abita da solo. È del sud ma non so di preciso di dove. Lo si vede poco perché lavora in un panificio e quindi vive prevalentemente di notte. Fornaio e nigeriani a parte, i restanti appartamenti sono occupati da persone anziane con la badante.

Adesso che è estate mi capita di vederli, la sera, che si ritrovano a chiacchierare nel cortile del palazzo, all'ombra. Loro, gli anziani, con bastone e badanti ucraine al seguito, che chiacchierano con la mamma di questi bimbi e coi bimbi stessi che, piano piano, cominciano a ingranare con l'italiano. Il padre dei bimbi non si vede quasi mai, fa l'autista per una ditta di autrasporti e compare solo nei weekend. Lei è una bella ragazza sulla trentina, che indossa sempre quei bei vestiti lunghi tutti colorati tipici dell'Africa e una specie di foulard, altrettanto colorato, in testa. Guardo quei bambini irrequieti che parlano con gli anziani ottuagenari e penso che sono loro i nuovi bambini che, sulla via, hanno preso il posto di quelli che non ci sono più. E penso che, nel suo piccolo, la mia via è la rappresentazione in miniatura di ciò che accade in Italia e in Europa. 

I vecchi nostrani raccontano alla mamma e ai suoi bimbi le loro storie passate, come hanno vissuto la loro giovinezza, come era e come è la loro vita qui, e lei racconta a loro storie del paese da cui vengono, della loro cultura. E penso a tutti quelli che blaterano di muri, di chiusure, di frontiere, di ognuno a casa sua, ignorando l'arricchimento (e i problemi, è innegabile) reciproco che nasce da questi mescolamenti. Un arricchimento che a me, ai miei tempi, è mancato.

Poca voglia

Da un po' di tempo ho sempre meno voglia di scrivere. Mi avvicino al blog nei ritagli di tempo che ricavo tra il lavoro e i libri, clicco su "Nuovo post", poi magari comincio a scrivere qualcosa ma dopo qualche riga mi fermo, cancello tutto e torno al libro che stavo leggendo. Ogni tanto mi chiedo perché sedici anni fa mi sia impiccato a questo blog, perché non mi decida a chiuderlo una volta per tutte e chiusa lì. Non riesco a capire se questa indolenza, che ogni tanto nel tempo fa capolino, nasca dal fatto di avere poche cose da dire o di averne troppe. Leggo ciò che succede nel mondo e su ogni fatto che accade vorrei dire la mia, poi mi rendo conto che sarebbero pensieri superficiali, dettati dall'impressione di pancia del momento e assolutamente privi di qualunque autorevolezza, e questo perché viviamo in una società complessa, anche se spesso non ce ne accorgiamo e pensiamo che ogni cosa che accade possa essere agevolmente descritta in tutte le sue sfaccettature nei 280 caratteri di un tweet o in un post su un blog.

Prendete il cashback, ad esempio, di cui si parla tanto in questi giorni. La sua abrogazione è stata giusta o sbagliata? Chi lo sa? Leggi il parere di dieci economisti e ognuno di essi dice una cosa diversa: uno dice che è sbagliata perché era un ottimo strumento per combattere l'evasione; un altro dice che è giusta, l'abrogazione, perché ha costi sociali troppo elevati e i ritorni sono inferiori alle uscite per mantenerlo in vita e via di questo passo. Chiunque, quindi, per riuscire a capire come stanno realmente le cose dovrebbe prendersi una mezza giornata di tempo, andare a cercarsi per conto proprio tutti i dati, compararli e tirare conclusioni attendibili. Ma chi ha voglia e tempo di farlo? Io no sicuramente, coi tre ripiani della mia libreria in cui tengo i libri in attesa. E forse neppure il governo ne ha un'idea, dal momento che era partito in quarta con l'abrogazione e adesso sembra già averci ripensato. E così per tutto il resto, per ogni cosa che accade e che noi liquidiamo con leggerezza e superficialità, inglobando con nonchalance in queste leggerezza e semplicità ogni complessità.

Allora, forse, è meglio lasciare correre, lasciare che le umane vicende facciano il loro corso e fregarsene, e magari parlare di fiori, oroscopi e meteo. O magari di libri. Questa ultima settimana ho letto due libri: L'eredità dell'abate nero, di Marcello Simoni; La disciplina di Penelope, di Carofiglio. Il primo dei due l'ho iniziato con ben poche aspettative, mentre invece si è rivelato un ottimo thriller, ricco di colpi di scena e ambientato nella Firenze del '400 dei Medici, con ottime descrizioni della vita in quel periodo storico. Il secondo, invece, l'ho iniziato con buone aspettative e si è invece rivelato niente di che, sicuramente inferiore ad altri libri dello scrittore pugliese. Ma ci sta, il bello dei libri è anche nelle sorprese piacevoli e meno piacevoli che riservano.

Stamattina ho iniziato un libro di Alessandro Barbero chiamato Benedette guerre, una saggio storico sulle famose/famigerate Crociate e le differenze tra queste e un'altra guerra santa ancora molto attuale: il jihad. Mentre lo leggo deciderò cosa fare di questo blog.

giovedì 1 luglio 2021

Vento

Sono giorni in cui tira vento. Un vento caldo, bollente quasi, che si leva verso metà mattinata e imperversa per tutta la giornata fino alle otto di sera, quando poi si placa improvvisamente e tutto si ferma: le tende della sala, i rami della magnolia in giardino, il cipresso vicino al cancello. Tutto diventa immobile. Questa sera la bonaccia è arrivata prima del solito: adesso - sono quasi le sette meno un quarto.

Sono sul divano intento a leggere La disciplina di Penelope, di Gianrico Carofiglio. L'ho iniziato da pochi minuti. A pagina undici la protagonista esce da un appartamento. È mattina presto. Si mette gli auricolari e ascolta Into my arms, di Nick Cave (Carofiglio cita sovente pezzi musicali nei suoi romanzi). Non la conosco, sono curioso, la vado a cercare su YouTube e mi piace subito, al primo ascolto. Credo che dovrò approfondire e conoscere meglio Nick Cave.

mercoledì 30 giugno 2021

Pestaggi

Un politico con un minimo di contezza del ruolo che ricopre, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere avrebbe solidarizzato con le vittime delle torture e dei pestaggi, non con i loro carnefici, ma tant'è; ormai non mi pare abbia più molto senso fare notare certe cose. 

Ho guardato un minuto del video che documenta le sevizie e le torture ai danni dei detenuti e poi ho spento, e mi è venuto in mente un libro che lessi qualche anno fa intitolato Tortura. Lo scrisse lo storico Mimmo Franzinelli e documenta le pratiche di tortura messe in atto dagli apparati di repressione dell'antifascismo, nella repubblica di Salò, tra l'armistizio dell'8 settembre 1943 e l'aprile del 1945, quando caserme, carceri ed altri edifici vennero requisiti e utilizzati dai nazifascisti per torturare ed estorcere confessioni ai Partigiani catturati durante la Resistenza. 

Sono fatti diversi, epoche diverse, contesti e motivazioni diversi, ma hanno entrambi in comune la spirale di violenza che ha come unico scopo l'umiliazione del "nemico", dove il valore della vita si degrada fino ad annullarsi. 

Solidarizzare con chi si rende responsabile di simili atti (nello specifico si tratta di pestaggi pianificati, ritorsioni nei confronti di detenuti che chiedevano tamponi e mascherine per proteggersi dal covid) significa porsi allo stesso disumano livello dei carnefici. Ed è risibile motivare questa solidarietà con le condizioni difficili in cui sono costretti a operare gli addetti alle carceri. Lavorare in condizioni difficili è una giustificazione per un massacro?

domenica 27 giugno 2021

Domanda sui pregiudizi

Come è prassi, al termine di ogni conferenza di Umberto Galimberti si apre un piccolo spazio in cui chi lo desidera può porre domande al professore. Ieri sera ho rotto il ghiaccio io, ponendo una domanda relativa ai pregiudizi. La risposta è stata, come sempre accade, esaustiva e articolata. Chi fosse interessato trova domanda e risposta a partire dal minuto 1:32. La mia voce a tratti è tremolante e costellata di qualche balbettio a causa dell'emozione. Abbiate pazienza, non sono abituato a parlare in pubblico.

sabato 26 giugno 2021

Conferenza vs partita

Sono a Misano Adriatico, nel parco della biblioteca comunale. Alle nove, mentre l'Italia intera sarà davanti agli schermi per la partita, qui comincerà una conferenza di Umberto Galimberti dal titolo Figure del tempo. Galimberti è un filosofo che amo molto, come qualche mio lettore avrà intuito, e visto che questa sera è qui dalle mie parti, non ho voluto perdere l'occasione di venirlo ad ascoltare. 

Il parco è pieno in ogni ordine di posto e molte persone hanno già cominciato ad accalcarsi all'ingresso cercando posti a sedere che non ci sono più. Questa cosa è abbastanza rincuorante, fa piacere vedere come ci siano ancora tante persone che "sacrificano" un sabato sera estivo per venire ad ascoltare un filosofo. Chi fosse interessato, può seguire la conferenza in streaming qui.

Forse occorre rivalutare i "sepolcri imbiancati"

Sto leggendo in questi giorni Il cristianesimo antico. Da Gesù a Costantino, un saggio dello storico Paul Mattei (è francese, quindi presumo si pronunci "Matteì") che racconta come nacque e si sviluppò il cristianesimo prendendo in esame i tre secoli che vanno dalla nascita di Cristo all'imperatore romano Costantino, colui che, tra le altre cose, sdoganò il cristianesimo nell'Impero romano e creò Costantinopoli, l'odierna Istanbul.

Il libro in questione si dilunga molto nella descrizione della società giudaica precristiana dell'epoca e del contesto sociale e politico in cui nacque Gesù, e ho trovato una cosa interessante riguardo ai famosi/famigerati farisei, gli appartenenti alla casta sacerdotale (una delle tante, all'epoca) che nel Vangelo Cristo prende a male parole definendoli "sepolcri imbiancati", un epiteto che diventerà un loro marchio di infamia e che, ancora oggi, viene largamente utilizzato per designare chi indulge in vistosi e ipocriti formalismi. 

Ecco, proprio riguardo ai farisei, l'autore scrive: "Di loro i vangeli hanno divulgato un'immagine detestabile: sepolcri imbiancati, ipocriti che insegnano ma non agiscono, e soccombono al più sterile legalismo. Di fatto abbiamo già visto che Gesù, per più di un aspetto, poteva assimilarsi ai maestri farisei. Si aggiungerà che, come loro, egli credeva alla risurrezione della carne, e che, come lui, essi non ignoravano l'esigenza di amore verso ogni prossimo. Inoltre, da quanto sappiamo non risulta che i farisei siano stati i sostenitori più accaniti della rovina del Nazareno."

Il riferimento sotteso, qui, è a un'altra casta sacerdotale: i sadducei, i grandi sacerdoti custodi esclusivi del culto del Tempio. Una casta sacerdotale chiusa, arrogante, fortemente autoreferenziale e totalmente impermeabile al diffondersi del nascente culto cristiano, laddove, invece, la casta dei farisei si era dimostra fin dall'inizio molto più tollerante e aperta. I sadducei - con loro Gesù non ebbe mai nulla a che spartire -  erano aristocratici che disprezzavano fortemente il popolo, e furono gli unici, per opportunismo, a scendere a patti coi romani. C'è poi da aggiungere che due dei maggiori fautori della condanna di Cristo, Anna e Caifa, erano importanti sacerdoti sadducei. Stando così le cose, risulta abbastanza misterioso il fatto che Gesù si sia scagliato contro i farisei e non abbia mai menzionato i sadducei, che da una prospettiva filo-cristiana erano sicuramente ben peggiori. Comunque, questo è.

Tutto questo discorso per dire, tornando a oggi, che la valenza fortemente negativa che ruota attorno al sintagma "sepolcri imbiancati" forse così negativa non è, e che quando diamo a qualcuno del fariseo forse non lo carichiamo di un'offesa così grave.

Psicodrammi calcistici

Mi pare di capire che la giornata odierna, e presumo anche le prossime, saranno tutte incentrate sulla fondamentale questione inginocchiarsi sì o inginocchiarsi no. Io avrei una modestissima proposta: chi si vuole inginocchiare, lo faccia; chi non si vuole inginocchiare, non lo faccia, a patto che la si smetta di trasformare ogni cosa in una specie di psicodramma nazionale. Sì, lo so, un gesto simbolico presupporrebbe unità, coesione, ma siccome pretendere una cosa simile è da sempre pura utopia, nella nostra società (e lo sport non è esente), allora che ognuno si regoli come crede e la si chiuda lì. Ho semplificato troppo?

giovedì 24 giugno 2021

Fine della Torre


Ho terminato un paio di giorni fa La torre nera, settimo ed ultimo romanzo che chiude l'omonima saga fantasy di Stephen King. A dire il vero, il capitolo conclusivo sarebbe La leggenda del vento, l'ottavo libro, ma si tratta di un'opera collaterale, una specie di "di più" nato dalla bulimia di King che non influisce sull'economia complessiva dell'opera e che può anche essere letto a parte o saltato.

Big Steve ha scritto questa monumentale saga in un arco di tempo che copre circa tre decenni (il primo libro della serie, L'ultimo cavaliere, risale al 1982; l'ultimo, La leggenda del vento, al 2012), e può senza alcun timore essere paragonata a opere ben più blasonate come il leggendario Il signore degli anelli, di Tolkien, o I segreti di Nicholas Flamel, l'immortale, di Micheal Scott, ma probabilmente anche ad altre (cito queste due perché le ho lette, quindi posso fare il paragone con l'opera di King).

Come i miei lettori di più vecchia data sanno, leggo King da quando ero ragazzo e a cinquant'anni suonati non ho ancora smesso (finché lui continuerà a scrivere, io continuerò a leggerlo). Sullo scrittore di Portland si può dire ciò che si vuole, può piacere o non piacere, ma per quel che mi riguarda due caratteristiche gli vanno riconosciute: è uno che sa scrivere (sembra una banalità ma non tutti gli scrittori lo sanno fare); ha una fantasia e un'immaginazione smisurate. E tanto basta.

mercoledì 23 giugno 2021

Dietro

Non essendo io un letterato ed avendo una media dimestichezza con la grammatica, maturata nel corso degli anni solo grazie alla moltitudine di libri che leggo, mi trovo spesso preda di dubbi atroci, dubbi che a volte si trascinano per anni. Uno di questi è il seguente: si scrive "dietro il" o "dietro al"? È corretto "dietro la scrivania" o "dietro alla scrivania"? "Dietro la porta" o "dietro alla porta"? Nei libri, se la memoria non m'inganna, si trovano generalmente entrambe le versioni, quindi io ho sempre pensato che fosse indifferente una forma o l'altra. Stamattina, però, ho voluto approfondire un po' la cosa.

La spiegazione migliore l'ho trovata qui, dove si dice che essendo la parola "dietro" una preposizione (seppure impropria), non è corretto farla seguire da un'altra preposizione come "a", "al", "alla" ecc., ma è corretto farla seguire da un articolo. Per cui si dice "dietro la scrivania", "dietro la porta" ecc. Dovrò ricordarmi di segnalare questa cosa a Francesco Guccini (magari gli manderò una mail), il quale nella bellissima Autogrill scrive: "La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven Up".

L'anziano babbo

Negozio di alimentari. Una delle due figlie, dietro il banco, intima all'anziano padre, in modo brusco, di togliersi di lì. Lui stava semplicemente sistemando alcune cassette nel reparto frutta e verdura. Ora, capisco che una persona anziana, in un negozio, possa essere a volte più di intralcio che di aiuto, ma dispiace assistere a certe scene.

martedì 22 giugno 2021

Concordato e ddl Zan

Dal punto di vista formale, l'intervento diretto del Vaticano nell'iter di approvazione di una legge dello stato italiano, nel caso specifico la richiesta di modifica di alcuni articoli del ddl Zan, è ineccepibile, in quanto trattasi di una procedura prevista dalla revisione del Concordato del 1929, stipulato tra Mussolini e il cardinal Gasparri, fatta da Craxi e Casaroli nel 1984. Le motivazioni che stanno alla base di questa richiesta, a mio giudizio sono grossolanamente e ridicolmente pretestuose. Come possa infatti rappresentare una limitazione alla libertà di pensiero dei cattolici la non esenzione per le scuole paritarie dall'organizzazione di iniziative per la sensibilizzazione sui temi che sono oggetto della legge, a me risulta un mistero, ma questo è.

Per il resto, c'è da notare l'irritualità dell'intervento, in quanto è la prima volta che il Vaticano interviene direttamente, attraverso i suoi canali diplomatici, nella discussione di una legge dello stato italiano. Certo, di ingerenze della chiesa nelle faccende legislative italiane sono piene le cronache storiche degli ultimi decenni, ma finora si era sempre trattato di prese di posizione estemporanee, di appelli generici, uscite mediatiche papali o cardinalizie, ma niente di ufficiale.

Che il Vaticano sia da sempre schierato contro il ddl Zan, già da quando era ancora una bozza, non è una novità e non stupisce. Da che mondo è mondo, infatti, sui temi etici e sui provvedimenti che ruotano attorno alla morale e alla persona la chiesa e la peggiore destra sono storicamente sempre andate a braccetto. Stupisce, semmai, questo dispiegamento di forze (si è mosso addirittura l'equivalente vaticano del nostro Ministro degli esteri), basato, a mio giudizio, su argomenti assolutamente pretestuosi. A meno che sotto non ci sia qualcos'altro. 

A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, amava ripetere Giulio Andreotti, uno che, guarda caso, con la chiesa è sempre andato d'accordissimo. A margine, sarebbe interessante che qualcuno imbastisse, prima o poi, una seria discussione sull'opportunità, oggi, di mantenere in vita un anacronistico e ingombrante accordo tra stato e chiesa, sottoscritto più di 90 anni fa e voluto da Mussolini con l'obiettivo di incanalare nel fascismo il cattolicesimo nazionale. Ma le basi per avviare tale discussione mi sembra di non vederle ancora, all'orizzonte.

lunedì 21 giugno 2021

Siamo solo impauriti

[...] I popoli si mischiano, da sempre, fin dalle più antiche e remote età. Le culture si ibridano, le tradizioni si creano spesso per caso e pochi anni prima che vengano spacciate per antichissime. La storia scorre: non decade, scorre e si trasforma e basta. E noi siamo solo piccole gocce in questo flusso, destinante a confonderci con le altre. Lo tenessimo più presente, tante sciocchezze sulle razze e le identità che diciamo e in cui magari crediamo ci apparirebbero per ciò che sono: sciocchezze, piccole boe a cui tentiamo di aggrapparci perché siamo solo spaventati che il flusso ci travolga, mentre è semplicemente naturale che prima poi noi ci perdiamo in esso, e via.

Raramente cito pari pari post di altri blogger, ma Galatea Vaglio, che stimo molto e di cui ho letto alcuni libri, riesce a dire le cose come solo lei sa. Il post integrale da cui ho citato l'estratto è qui.

Bottiglie e soldi

La vicenda di Ronaldo che nasconde le bottiglie di Coca-Cola in conferenza stampa; l'azienda che dopo il gesto del giocatore perde qualche miliardo di dollari in borsa e la UEFA che ipotizza sanzioni a carico del giocatore, mi pare descrivano come meglio non si potrebbe cos'è il calcio oggi. 

Ora, intendiamoci, nessuno è nato ieri e non credo esista ancora qualcuno così ingenuo da scoprire solo oggi qual è il "motore" che muove tutto, ma a me stupisce sempre la chiarezza con cui questi meccanismi si palesano, così come ancora mi stupisce il fatto che non si faccia neppure più nulla per tentare di dissimularli. 

Non c'è nulla di cui scandalizzarsi, naturalmente, né si dicono queste cose per mettere in campo ridicoli moralismi. Semplicemente, si constata come ormai, eccetto poche eccezioni, ogni aspetto e ogni accadimento della società si muova in ossequio a quello che è "il generatore simbolico di tutti i valori", senza che ci si preoccupi neppure più di nasconderlo.

domenica 20 giugno 2021

Giornata mondiale del rifugiato

Oggi è la Giornata mondiale del rifugiato e mi è casualmente venuto in mente che, giusto ieri, Roberto Mercadini aveva pubblicato un video dove, con un paio di surreali esempi, aveva messo in luce la stupidità del noto ritornello "tu quanti ne hai accolti a casa tua?" Ritornello molto in voga tra un certo tipo di pubblico e di elettorato. E l'ha fatto con le ormai note sagacia e ironia.

Patriottismo calcistico

Scrive il Carlino che, secondo un sondaggio, il 76% degli italiani si emoziona all'ascolto dell'inno nazionale che precede le partite di calcio dell'Italia negli europei in corso. Il calcio mette tutti d'accordo. Gioca l'Italia e la nazione intera, notoriamente divisa su tutto, si ritrova tutta dalla stessa parte: destra e sinistra, 25 aprile e foibe, vaccini sì e vaccini no, credenti e atei, Sfera Ebbasta e Guccini, repubblicani e monarchici, occupati e disoccupati, automobilisti e ciclisti, vegani e onnivori, quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare (cit.) e chi più ne ha più ne metta.

Va benissimo, per carità, è cosa lodevole che ci sia un minimo comune denominatore che mette insieme la nazione. Sarebbe cosa ancora più lodevole se questa unità si ritrovasse attorno a motivi un pelino più nobili, ma, è noto, non si può avere tutto.

sabato 19 giugno 2021

Code

Ci sono code allo snodo di Bologna e per buona parte dell'A14 verso Rimini. I cartelli luminosi scrivono eufemisticamente "Code a tratti", quando in realtà si tratta di vero e proprio traffico bloccato. Ma si sa, la parola d'ordine da parte di Autostrade è minimizzare, edulcorare, tanto poi nei fiumi di lamiere roventi mica ci stanno loro. Mi viene in mente quella bella canzone di Max Gazzé che a un certo punto fa: "Santi numi, ma che pena mi fate, strozzati e inghiottiti come olive ascolane, spiedini di carne in fila sulle autostrade. Saldare al casello [quando si arriva] tanto per ringraziare, sentirsi arrivati dopo un lungo weekend."

Io, che detesto il mare (in estate, in inverno mi piace), i fiumi di lamiere roventi, il casino, la folla, me ne sto qui sulla mia sedia, seduto all'ombra, sotto il portico, col mio fedele libro in mano. Soffia anche un po' di brezza, che rende il tutto più gradevole. Poi, più tardi, andrò probabilmente a fare una camminata nella solitudine delle colline qui dietro a casa mia, quelle colline da cui, in lontananza, se la giornata è tersa, si vede Rimini col suo casino infernale.

Cacciari

Massimo Cacciari che sbotta infastidito e risponde in maniera brusca a Lilli Gruber, quando quest'ultima gli chiede se si sia vaccinato, mi fa pensare che anche chi non guarda più la televisione da anni, come me, non può esimersi dal venire a sapere ciò che accade in televisione. Per il semplice fatto che, il giorno dopo, screzi e "incidenti" televisivi vari finiscono puntualmente nelle prime pagine dei vari Corriere, Repubblica ecc., corroborando ciò che è ormai universalmente noto riguardo allo stato dell'informazione nel nostro paese.

Per quanto riguarda l'episodio in sé, che dire? Cacciari è sempre stato un filosofo sopra le righe, abbastanza imprevedibile e noto per aver spesso esulato dal "protocollo" televisivo che prevede risposte allineate alle domande poste dal conduttore, e questo la signora Gruber lo sa benissimo. Poi, certo, poteva esternare il suo sacrosanto diritto alla riservatezza in maniera meno ruvida, ma allora non sarebbe stato Cacciari.

venerdì 18 giugno 2021

Diabolik

Stamattina, al lavoro, pensavo che se potessi essere un personaggio dei fumetti mi piacerebbe essere Diabolik. È un criminale, è vero, ma ha comunque una sua morale, un suo codice etico. E poi i personaggi dei fumetti hanno il pregio di non invecchiare mai, rimangono forever young, degli eterni Peter Pan.

Poi, ripensandoci razionalmente, penso che va bene così, va bene che la vita faccia il suo corso e buonanotte: vivere per sempre dev'essere, alla lunga, una noia mortale.

giovedì 17 giugno 2021

Non era obbligatorio guardare il video

Fossi stato il direttore di una qualsiasi testata giornalistica, il video in cui si vede la tragedia della funivia del Mottarone non l'avrei pubblicato. La maggior parte delle testate, invece, ha agito diversamente, scegliendo di ossequiare la esecrabile strada, già ampiamente battuta, della monetizzazione del dolore. Vorrei però fare notare, al di là dello sciacallaggio mediatico di un certo tipo di giornalismo (quasi tutto, diciamolo pure), che guardare quel video non era obbligatorio, se ne poteva benissimo evitare la visione semplicemente non cliccandoci sopra nelle home page dei vari Repubblica, Corriere ecc.

Allora, forse, se tantissime persone l'hanno guardato, accanto al problema dell'"offerta", diciamo così, c'è anche un problema relativo alla "domanda". È pacifico, infatti, che se certi contenuti ai lettori non interessassero i giornali non li pubblicherebbero. Qui, però, il discorso si fa complesso, perché si insinua nel campo dell'umano e del suo modo di gestire il fenomeno della morbosità e dei sommovimenti emotivi che essa genera.

Il meccanismo psicologico che ha indotto tante persone a guardare il video della tragedia, credo infatti che sia il medesimo che fa affollare i luoghi in cui ci sono incidenti automobilistici o di qualsiasi altro tipo. Quand'ero ragazzo ho svolto il servizio di leva nei Vigili del fuoco, e ricordo benissimo che quando si correva sul posto dove si era verificato un grave incidente, spesso era problematico farsi largo in mezzo alla folla degli osservatori. 

Per tutta una serie di motivi che non sono in grado di spiegare, la morte incuriosisce, attrae, affascina, sia che avvenga in un incidente stradale, su una funivia o in qualsiasi altro posto e modo. Questo, i direttori di giornali lo sanno benissimo, così come conoscono benissimo la differenza tra informazione e speculazione, e certe ghiotte occasioni non se le lasciano scappare. Penso quindi che, oltre a condannare (giustamente) lo sfruttamento economico del dolore, bisognerebbe farsi anche qualche domanda sui motivi per cui questo "mercato" è così fiorente.

mercoledì 16 giugno 2021

Hard to say i'm sorry

Oggi pomeriggio maltrattavo un po' il pianoforte, e maltrattandolo mi è venuta fuori, quasi per caso, questa melodia. Mentre la suonavo cercavo di ricordare che canzone fosse, e mi ci è voluto un po' perché riuscissi a ricordarne il titolo. Poi, all'improvviso, la folgorazione (strani i giochi della memoria, eh?): Hard to say i'm sorry, dei Chicago, un pezzo del 1982 che, ricordo, all'epoca - avevo dodici anni - si sentiva spessissimo sia in televisione che in radio.

Ah, prima che qualcuno me lo faccia notare, sì, lo so, il pianoforte necessità di un'accordata. Mi riprometto sempre di farlo accordare ma non mi decido mai. D'altra parte l'indecisione è parte costituente del mio carattere, per cui...

lunedì 14 giugno 2021

Ricorrenze

C'è un signore che oggi compie gli anni, un signore che coi suoi libri, le sue canzoni, la sua poetica, ha indirizzato e influenzato gran parte della mia vita, del mio modo di essere e di pensare.

Buon compleanno, Francesco.

sabato 12 giugno 2021

Spostamento dei conflitti

Da qualche tempo in qua mi pare che abbiamo perso il "gusto" della conflittualità politica che si era sempre espressa nel dualismo destra vs sinistra. Non che sia scomparsa l'ideologia politica relativa a queste due, ormai desuete e anacronistiche, categorie novecentesche, del resto basta leggere la cronaca politica di ogni giorno per rendersene conto, ma è venuto meno il campo di battaglia, se così si può dire, entro cui le due categorie si confrontavano. Chi, come lo scrivente, non è più giovanissimo, ricorderà che fino a dieci o quindici anni fa c'era una dicotomia nettissima tra destra e sinistra. Dal dopoguerra fino ai primi anni Novanta era espressa dall'antagonismo tra Democrazia Cristiana e Partito comunista. Poi, più o meno a partire da Tangentopoli, questa dicotomia si è incarnata nella contrapposizione tra Berlusconi e i vari Prodi, D'Alema, Veltroni ecc., insomma tutti i leader che hanno guidato governi di centrosinistra in contrapposizione a quelli del cavaliere.

La stampa, su questa divaricazione netta e guerrigliera ha lucrato enormemente e senza esclusione di colpi, con i giornali che facevano riferimento alla destra che ogni giorno sparavano in prima pagina le nefandezze che a loro dire combinava la sinistra e quest'ultima che, per converso, faceva la stessa cosa relativamente alle nefandezze che faceva la destra (in particolare quelle del suo leader). Il conflitto si esprimeva naturalmente anche in ambito familiare, quando, a ogni simposio che prevedeva la partecipazione di tutto il parentame, nascevano quelle accese discussioni politiche che, non infrequentemente, sfociavano in risse con morti e feriti.

Oggi tutto questo non esiste più. L'ideologia destra-sinistra rimane, ma non ha più la possibilità di agganciarsi a riferimenti politici precisi e definiti. Il governo Draghi, giusto per stare ai giorni nostri (ma il discorso vale più o meno anche per gli ultimi che l'hanno preceduto), è retto sia dal PD che dalla lega che da Forza Italia, e come fai, a tavola coi parenti, a litigare quando destra e (pseudo)sinistra sono coalizzate? Ecco quindi che questa contrapposizione destra-sinistra, non potendo più esprimersi in ambito politico, lo fa su altri campi da gioco come i vaccini, ad esempio: i no-vax riferiti idealmente alla destra, i pro-vax che trovano la loro area politica di riferimento nel centrosinistra. Oppure i migranti, coi teorici dei respingimenti e del tornino a casa loro ascrivibili all'area di destra, i teorici dell'accoglienza ascrivibili all'area della sinistra. Cosicché, oggi, sia a tavola coi parenti che sui giornali, e soprattutto sui social, non ci si scanna più su destra e sinistra e relative nefandezze ma ci si scanna su vaccini sì/vaccini no e migranti sì/migranti no, che sono espressione dell'antico dualismo destra-sinistra rimasto orfano di qualunque aggancio politico.

Col tempo, poi, anche questi due appigli passeranno di moda (quello dei migranti è già sul viale del tramonto e quello dei vaccini scemerà al risolversi del problema del covid) e perderanno il loro appeal. Ma ne nasceranno altri a cui agganciarsi per guerreggiare. Perché i conflitti ideologici, specialmente quelli politici, che portano con sé la delicata questione dell'identità, non sono faccende che possono essere "spente" agendo su un interruttore, come si fa con la luce.

Obiezione di coscienza e sociale


Raramente mi è capitato di sentire parole più adeguate di queste per esprimere il concetto di obiezione di coscienza: "Una coscienza che non si fa carico del sociale non è una coscienza". Intendiamoci, so benissimo che l'argomento è complesso, ma Galimberti (dal min. 24 circa), nei cinque minuti in cui ne parla, riesce perfettamente a esprimere, sintetizzandolo, un pensiero con cui mi trovo perfettamente d'accordo. 

venerdì 11 giugno 2021

Dio e La donna cannone

Se credessi in Dio, non avrei alcuna difficoltà a immaginare che potrebbe avere ispirato De Gregori quando scrisse La donna cannone. Ci penso ogni volta che la suono al pianoforte: fatico a credere che un uomo, da solo, abbia potuto concepire una melodia e un testo del genere. Eppure è così.

giovedì 10 giugno 2021

Vaccinato

Stamattina, dopo un mese di attesa dalla prenotazione a causa di alcuni disguidi di tipo telefonico che non sto qui a descrivere (li ho sintetizzati in questo commento sul blog di Gwendalyne), ho ricevuto la prima dose del vaccino anti-covid (Pfizer). Sto bene: niente mal di testa, né febbre (per ora), né dolori muscolari, né altro. Neppure il classico dolore post-iniezione al braccio. 

L'ho fatto alla Fiera di Rimini e devo dire che l'organizzazione è stata perfetta: pochissima attesa e orario assegnatomi rispettato. 

Curiosità. Sono in fila, in piedi, su un percorso transennato che va a zig-zag. Si avanza un metro alla volta. Davanti a me c'è una ragazza che legge un libro, un tomo che così, a occhio, sarà stato di 800 pagine. Ogni tanto alza lo sguardo e si accorge che la fila è avanzata e lei è rimasta indietro. Così si riporta avanti e ricomincia a leggere, restando naturalmente ancora indietro. La divertente scenetta si ripete tre o quattro volte, poi la ragazza è costretta, suo malgrado, a mettere via il tomo perché arrivata all'accettazione.

Eh, lo so, brutta malattia, i libri. E per questa non c'è vaccino che tenga, per fortuna.

lunedì 7 giugno 2021

Michele Merlo

È naturale che si dica che non è giusto, così come è naturale provare dolore e rabbia. Ma spesso ci si dimentica che la natura e la biologia non ragionano con le stesse categorie antropologiche che ci siamo dati noi umani. Anzi, non ragionano proprio. La natura - e la malattia fa parte della natura - è sostanzialmente indifferente alla condizione umana, e dal suo punto di vista che una persona campi 90 anni o ne campi 20 non fa alcuna differenza, diversamente da quanto accade per noi. Il problema è che generalmente facciamo una fatica incredibile ad interiorizzare questo concetto.

Africa, una storia da scoprire

Ho appena terminato questo interessantissimo saggio storico, scritto da Joan Roig. Racconta la storia del continente africano, necessariamente riassunta in molte parti e suddivisa in quattro macroperiodi. Il primo di questi racconta l'Africa antica e copre l'arco di tempo che parte circa da sei milioni di anni fa, quando sul continente comparvero i primi ominidi, fino al XV secolo; il secondo prende in esame l'età in cui ci furono i primi contatti con l'Europa e l'inizio del fenomeno della tratta degli schiavi, cioè il periodo compreso tra il XV e il XIX secolo; il terzo riguarda l'epopea (tragica) del colonialismo, cioè gli anni compresi tra il 1884 e il 1960; il quarto, dal 1955 ad oggi, si occupa del periodo postcoloniale.

Alcune cose che mi hanno incuriosito e che sono, a mio parere, degne di nota. Fino al XIX secolo era opinione diffusa, anche tra molti storici, che l'Africa fosse un continente senza storia e che i millenni, là, fossero trascorsi caratterizzati invariabilmente da riti tribali e poco altro. Questa credenza era diffusa per il semplice motivo che i pochi libri che affrontavano la storia africana erano in realtà libri sulla storia degli europei in Africa, e si pensava che la storia dell'Africa partisse appunto da lì, mentre invece non è affatto così. Scrive l'autore: "L'Africa vanta una storia ricchissima. Per due terzi della sua esistenza l'essere umano è stato presente solamente nel continente africano. Proprio lì, senza alcun dubbio, ebbero origine le guerre, l'odio e l'amore. E tutto sta a indicare che fu proprio quello il luogo in cui si sviluppò il linguaggio umano - alcuni esperti assicurano addirittura che tutte le lingue del pianeta derivino, in maggiore o minore grado, da una lingua primigenia che si sarebbe sviluppata in Africa."

Negli ultimi decenni, la collaborazione tra discipline diverse (principalmente storia, archeologia, paleobotanica e antropologia) ha permesso di fare luce sul lunghissimo periodo ritenuto senza storia capovolgendo questa narrazione. La storia africana è stata una storia ricchissima in cui si sono succeduti regni e imperi, alcuni dei quali caratterizzati da una grande magnificenza e grandiosità. La società africana è stata una società estremamente dinamica caratterizzata da forme di organizzazione sociale naturalmente molto diverse da quelle occidentali, come del resto lo sono in buona parte tuttora, in particolare quelle del XX secolo. Il primo macroperiodo preso in considerazione dal libro descrive appunto la storia di questi imperi.

Le due capitoli che invece affrontano i temi dell'arrivo degli europei, della tratta degli schiavi e del colonialismo sono probabilmente quelli di cui, in generale, si ha maggiore conoscenza collettiva, nel senso che si tratta di periodi storici generalmente contemplati anche dai programmi scolastici. La tratta atlantica degli schiavi, nella quale gli europei ebbero un ruolo di primo piano, conobbe il suo massimo "splendore", se così si può dire, tra il 1725 e il 1850. Gli storici hanno calcolato, con buona approssimazione, che circa 14 milioni di africani siano stati resi schiavi e deportati nelle americhe e in Europa, e un numero più o meno simile ha interessato l'altra tratta in cui si svolse questo traffico, quella orientale verso le Indie.

La storia del colonialismo, invece, che già conoscevo per aver letto altri libri, è forse uno dei capitoli più tragici, e per certi versi vergognosi, della storia umana. A partire dalla fine del 1800 fino alla decolonizzazione, iniziata al termine della Seconda guerra mondiale, l'Africa fu letteralmente presa d'assalto dagli europei per accapparrarsi non solo schiavi, ma tutta la serie di materie prime con le quali l'Europa si è sviluppata e ha costruito il suo benessere e la sua potenza. Ogni società e potenza europea corse per spartirsi territori, insediare colonie, costituire protettorati. A metà del Novecento non esisteva una sola porzione del continente africano che non fosse in qualche modo sotto il controllo dell'Europa.

Anche noi italiani, naturalmente, seppure in ritardo rispetto agli altri, ci buttammo in questa corsa folle per portare a casa un pezzettino di Africa, riuscendo però ad accapparrarci pochi territori in Eritrea, Somalia e Libia. Nel 1896 tentammo di conquistare l'Abissinia (l'attuale Etiopia) ma tornammo a casa con le pive nel sacco dopo essere stati sconfitti dalle truppe del re Menelik II. Ci riprovò Mussolini una quarantina d'anni dopo, tentando di assaltare l'Abissinia dall'Eritrea. Gli abissini resistettero eroicamente, finché Mussolini, deciso in ogni modo a portare a termine con successo la guerra, concepita in chiave di un aumento di prestigio del fascismo, ordinò di ricorrere a bombardamenti massicci e alle armi chimiche. Ciò che il nostro esercito fece, laggiù, ricorrendo all'uso dei gas chimici, è forse una delle pagine più vergognose della nostra storia militare recente. Alla fine della guerra, il generale Rodolfo Graziani, su richiesta del governo etiope, fu inserito dalla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra nella lista dei criminali di guerra, ma non venne mai processato e l'Italia negò sempre la sua estradizione. Fu invece processato in Italia e condannato a 19 anni per collaborazionismo. Fu scarcerato dopo soli quattro mesi e aderì al nascente Movimento sociale diventandone poi presidente.

Perché è interessante questo libro? Perché permette di farsi un'idea complessiva della storia dell'Africa dalle origini fino a oggi, e quindi consente di comprendere meglio molti degli accadimenti in cui siamo oggi convolti anche noi, come ad esempio quello delle migrazioni e altri.

domenica 6 giugno 2021

Motivazioni su Patrick Zaki

Mi piacerebbe leggere le motivazioni dei provvedimenti con cui il tribunale egiziano del Cairo prolunga all'infinito, 45 giorni alla volta, la detenzione di Patrick Zaki, ammesso che l'amministrazione della giustizia da quelle parti preveda l'obbligo di motivare una carcerazione preventiva. 

Mi piacerebbe vedere, ad esempio, se come motivazione scrivono, che ne so?, pericolo di fuga (da un carcere egiziano?), oppure pericolo di reiterazione del reato (quale reato, tra l'altro?), oppure pericolo di inquinamento delle prove (prove di quale reato?) o altre motivazioni ancora. A meno che, molto più semplicemente, l'unica motivazione stia in un assurdo e arbitrario accanimento giudiziario nei confronti di uno studente colpevole di nulla, se non di essersi sfortunatamente trovato stritolato in un ingranaggio più grande di lui, ingranaggio mosso da aguzzini in toga che là vengono chiamati giudici.

A chi si lamenta che i nostri governi (l'attuale e il precedente) si sono mossi finora in questa faccenda senza sbraitare più del dovuto, segnalo questa pagina, in cui è elencato in numeri il giro d'affari tra noi e l'Egitto, e quest'altra, dove sono elencate le attività dell'Eni da quelle parti. Da qui si capisce benissimo che quando tutto il discorso sui diritti umani, di cui amiamo tanto riempirci la bocca, confligge col mercato, beh, questi ultimi si possono momentaneamente anche accantonare.

sabato 5 giugno 2021

Poca fede

Giovanni Panettiere, su Il resto del Carlino di stamattina, snocciola alcuni dati sul crescente fenomeno dell'ateismo nell'ultimo quarto di secolo, ben riassunti da questo grafico.


Il fenomeno dell'aumento dell'ateismo non è peculiarità del nostro paese, ma, con numeri addirittura più elevati, interessa anche paesi come Germania, Francia e molti del nord Europa. In generale è tutto l'Occidente che, progressivamente, tende ad abbandonare la religiosità in favore di una visione più disincantata dell'esistenza, e ciò è particolarmente evidente nei giovani.

Il fenomeno è complesso e ricco di sfaccettature, specialmente in riferimento a cosa si intende per fede. Il cardinal Martini, tempo fa, diceva che i credenti sono principalmente ascrivibili a due categorie: quelli della linfa e del tronco seguiti da quelli della corteccia, metafora che non mi pare necessiti di essere spiegata.

A questi ultimi, quelli della corteccia, appartengono i cosiddetti fedeli abitudinari, quelli che (a parole) dicono di credere ma che sono forieri di una religiosità che con la spiritualità non c'entra niente. Sono i credenti in chiave anti-islam, ad esempio (tipo Salvini), oppure i credenti per tradizione familiare o politica o di altro tipo. Oppure sono i credenti che in una religione cercano soprattutto un senso di conforto, di appartenenza, di comunità, di comunanza, di ritrovo, di sicurezza, in una società sempre più frammentata in cui la dimensione collettiva viene sempre più messa da parte in favore della dimensione individualistica.

Vittorino Andreoli, mi pare, in un suo libro scriveva che quando vede le grandi adunate in piazza San Pietro o altrove, dubita sempre che siano motivate solo dalla fede, quanto semmai dal bisogno delle persone di ritrovarsi con altre persone che condividono gli stessi valori religiosi, dove non è importante il valore religioso in sé quanto il bisogno di sentirsi meno soli.

In fondo, se ci si pensa, da questo punto di vista le religioni, tutte le religioni, hanno da sempre rappresentato una grande forma di terapia.

Mancanze

Ogni tanto penso a quanto sarebbe bello se a vivere, e soprattutto a commentare, questo tempo assurdo ci fosse ancora Umberto Eco.