lunedì 11 maggio 2026

La prima luce


Ho voluto provare a leggere questo libro perché sono argomenti affascinanti, ma per gran parte l'ho trovato molto difficile e fuori della mia portata. Credo che sia un testo indicato maggiormente per chi ha già le mani in pasta su questi argomenti. In ogni caso, uno degli argomenti che da sempre mi affascinano, e che l'autrice affronta esaustivamente, riguarda la finitezza della velocità della luce. Ciò comporta che più lontano riusciamo a guardare un oggetto, più indietro nel tempo lo vediamo. Se, ipoteticamente, un alieno ci osservasse da Andromeda non vedrebbe noi ma vedrebbe i nostri antenati australopitechi, vissuti grosso modo 2,5 milioni di anni fa.

Scrive l'autrice:


A causa della velocità finita della luce, più lontano osserviamo qualcosa, più indietro nel tempo lo stiamo vedendo. Quando osserviamo la superficie del Sole, l'eruzione solare che vediamo è già vecchia di otto minuti. Quando guardiamo una delle stelle più vicine a noi, Alfa Centauri, la luce che ci arriva ha più di quattro anni. Ciò che rende questo fatto stupefacente, per me, è che se la Terra fosse davvero osservata da ricercatori alieni nel sistema di Andromeda non ci starebbero vedendo fare un giro sull’ottovolante. Piuttosto, starebbero annotando che il terzo pianeta roccioso di questa stella ordinaria ospita specie come Paranthropus aethiopicus e Australopithecus africanus, arcaici rami ancestrali dell’essere umano vissuti più di 2,5 milioni di anni fa. Andromeda è così lontana che la vediamo com’era 2,5 milioni di anni fa, e viceversa. Man mano che la distanza aumenta, la luce diventa un portale per guardare indietro nel tempo.


Emma Chapman è una pluripremiata astrofisica britannica e ricercatrice della Royal Society presso l'Imperial College di Londra. È una delle massime esperte mondiali della cosiddetta "Era dell'Oscurità" (l'epoca precedente all'accensione delle prime stelle). In questo (difficile) saggio non si limita a elargire nozioni, ma spiega come leggere l'universo come un immenso libro di storia. Più i nostri telescopi diventano potenti, più diventiamo "archeologi cosmici", capaci di spingerci verso quel momento in cui le prime stelle hanno sconfitto il buio.

Dai piani alti alla pancia


Uno dei paradossi dell'era digitale è che abbiamo a disposizione strumenti incredibili con cui potremmo, che ne so?, approfondire la fisica delle stelle o la fusione nucleare, documentarci in maniera approfondita sulla storia, su argomenti scientifici, sulla musica, sulle biografie di grandi personaggi. Invece tanta parte di questi strumenti digitali vengono usati per veicolare slogan che riducono la complessità a un tifo da stadio. Un po' come usare una Ferrari per trasportare sacchi di spazzatura.

La signora qui sopra, nota militante leghista, probabilmente (anzi, sicuramente) neppure sa cosa è stato il comunismo, le sue implicazioni, le differenze tra il "messaggio", le idee che veicolava e le sue degenerazioni e storture. Lei fa tutto un fascio riducendo la complessità della storia a uno slogan con cui sollazzare la pancia dei suoi ignoranti seguaci. 

Il dramma - un dramma vero - della nostra epoca è tutto qui.

domenica 10 maggio 2026

Roberto Scaini all'inferno


Roberto Scaini è un medico riminese che fa parte di Medici senza frontiere. Ogni tanto lascia il suo lavoro e va nell'inferno di Gaza ad aiutare come può i palestinesi che non sono ancora stati massacrati dall'esercito israeliano. Questa mattina Il resto del Carlino pubblica una sua intervista che occupa un paio di trafiletti a pagina 15, mentre invece dovrebbe trovarsi in prima pagina con titoli a caratteri cubitali, prima pagina occupata invece dall'asfissiante vicenda Stasi/Sempio. Purtroppo del genocidio dei palestinesi non frega niente a nessuno. Se ne parlava poco prima, durante la sua fase più cruenta e "rumorosa", non se ne parla più adesso che lo sterminio prosegue a "bassa intensità".

La riporto qui di seguito integralmente. Così, giusto per ricordare che una delle pagine storiche più vergognose scritte da noi occidentali si sta ancora scrivendo.

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La Striscia di Gaza non è più sexy, ha perso appeal. È scivolata nel silenzio, fuori dalle aperture dei telegiornali e dalle prime pagine. È arrivato il tempo di altre guerre. Ma chi è stato lì, chi ha lasciato fra gli ultimi quella terra a fine febbraio, dopo le nuove restrittive norme di registrazione imposte da Israele alle organizzazioni non governative internazionali, sa che la catastrofe ha solo cambiato tono di voce. Roberto Scaini, medico riminese e operatore umanitario di Msf, conferma che i bombardamenti continuano. Che i pazienti ricoperti di scabbia soffrono come gli amputati. E che le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. A Gaza si continua a morire di freddo, di malattia. Anche di nostalgia. Secondo le stime disponibili, dal cessate il fuoco sono state uccise almeno 460 persone e un centinaio erano bambini. Con il suo racconto di un orrore dimenticato troppo in fretta, Scaini oggi sarà protagonista del Festival Vicino/Lontano e del Premio Terzani di Udine in corso a Udine.

Dottore, l'inferno di Gaza si è addolcito o siamo diventati miopi?

«La chiamerei assuefazione. È successo con altre tragedie, penso all'epidemia di Ebola che a un certo punto ha smesso di essere notizia. A Gaza i riflettori si sono spenti anche per interessi politici, chi ha raccontato quelle atrocità ha sempre dato fastidio».

E gli accordi di pace?

«Una bugia enorme. La tregua di fatto non c'è mai stata. Certo gli attacchi sono meno intensi, ma non sono mai cessati. Come i soprusi sulla famosa linea gialla che si sposta in maniera arbitraria e senza preavviso spingendo la popolazione verso la costa: due milioni di persone in pericolo, ammassate in uno spazio troppo esiguo».

Lei è stato laggiù due volte.

«Nel 2024 e a novembre dello scorso anno, con l'obiettivo di rimanere due mesi che poi sono diventati quattro. Faccio il medico di base e ho dovuto farmi sostituire, ma non potevo salutare tutti e tornare a casa».

E non è cambiato niente.

«Esatto. Il famoso Board of peace doveva prendere piede il giorno dopo, ma settimana dopo settimana l'anno è finito e non si è visto nessuno. D'altra parte dove sarebbero andati questi tecnocrati? Non c'è un posto in cui dirigersi, a Gaza, è tutto distrutto».

Qual era il primo pensiero che le passava per la testa quando apriva gli occhi?

«Cercare di fare il massimo con pochissimo in quel disastro immenso. Gaza è una trappola e questo la rende diversa da altri conflitti, nessuno può scappare. In altri contesti definiamo la nostra immaginaria linea rossa da non oltrepassare, ma lì stavamo esattamente sotto le bombe».

Ci è arrivata l'eco delle esplosioni. Forse il silenzio di un bambino che ha smesso di piangere per fame fa più paura.

«Il silenzio calato su Gaza è irreale, ipnotico come una nevicata. L'aria è piena di pulviscolo e i fantasmi scavano tra le macerie. Sembra impossibile in una località di mare animata da una cultura chiassosa, lo dico in senso positivo, come quella di tutto il Medio Oriente. Gli strilli dei bambini che giocano, il richiamo degli ambulanti. Non c'è più nulla. Una situazione post-apocalittica».

Voi di Medici senza frontiere accusate Israele di utilizzare l'acqua come arma di punizione contro i palestinesi. Distrugge le infrastrutture idriche a Gaza e impedisce l'ingresso di rifornimenti. Come fate a operare in queste condizioni?

«Grazie ai desalinizzatori, in un anno abbiamo distribuito milioni di litri di acqua potabile. Ma adesso non si può importare più nulla, nemmeno le medicine. I farmaci per la tiroide sono finiti da un pezzo, la situazione alimentare è disastrosa. È stato pubblicato in questi giorni un report drammatico: il 90% delle donne gravide erano malnutrite e hanno partorito bambini prematuri che non trovano assistenza perché le terapie intensive sono scomparse. Quanto si può andare avanti così? Non lo so, si vive alla giornata».

E quelle belle immagini dei camion umanitari carichi di cibo?

«Per il cibo bisogna pagare. I video della propaganda mostrano i mercati pieni come gli scaffali della Coop ma io ho visto i bambini portati via di peso dai genitori senza soldi mentre guardavano in lacrime le scatolette di tonno».

E voi lì, impotenti.

«In lacrime anche noi. Se smetti di commuoverti devi cambiare lavoro. Sono rimasto straziato dai piccoli che facevano lo scivolo sul tetto collassato di una casa. Il gioco, che salvezza. Ma dov'è la giustizia? Quel tetto sembrava di pongo, i piani crollati stratificazioni geologiche. Si è normalizzato l'assurdo. Sembra normale vedere la gente raccogliere la plastica per ricavarci gocce di carburante, ma normale non è. Gaza è stata Rimini, con il suo traffico di alberghi e runner sul lungomare. Ora quel lungo viale che porta alle spiagge è pieno di zombie».

Il talismano


Finito, dopo una full immersion di quasi una settimana. Paul Sweeney diceva che capisci di aver letto un buon libro quando chiudi l'ultima pagina e ti sembra di aver perso un amico. Mi è successo qui con Jack. Una volta un critico letterario paragonò King a Dickens (paragone che King ha sempre rifiutato) per la sua capacità di raccontare l'infanzia e l'adolescenza. Dopo It, forse questo è il miglior romanzo in cui il grande scrittore americano ne dà prova.

In realtà si è trattato di una rilettura - l'avevo già letto molti anni fa - e mi è venuta voglia di rileggerlo dopo aver appreso la notizia che in ottobre uscirà un altro romanzo della saga di Jack Sawyer: Other worlds than these, terzo capitolo della saga del Talismano, collegato a Il Talismano e La casa del buio (che non ho mai letto). 

E niente, è sempre bello tornare a King, ogni tanto.

50 anni di Maiden

Esce in questi giorni il film Burning Ambition, che celebra i 50 anni di attività degli Iron Maiden. Magari qualcuno tra i miei 32 lettori si stupirà, ma io sono da sempre un grandissimo fan della band capitanata da Bruce Dickinson. È vero, come ho scritto in tanti post, che fondamentalmente sono cresciuto a pane e cantautori, ma dopo i libri la mia più grande passione è la musica, sia ascoltata che suonata, e in questo fiume di musica ci sono anche loro, gli inossidabili Maiden.

Non amo particolarmente l'heavy metal, un genere che non mi ha mai detto molto, ma gli Iron Maiden sì (anche gli AC/DC non sono male), a partire da quando, giovanissimo, un amico di allora mi fece ascoltare l'album Powerslave. Uscì nel 1984 (io avevo 14 anni) e vendette oltre 10 milioni di dischi. Nel giugno del 2017 la rivista Rolling Stone ha collocato l'album alla trentottesima posizione dei 100 migliori album metal di tutti i tempi.



Rimasi folgorato, lo ascoltai e riascoltai fino a consumare la musicassetta (sì, sono abbastanza vecchio da essermi avvicinato alla musica tramite musicassette magnetiche). Da lì in avanti comprai i dischi precedenti e quelli successivi, tanto che oggi ho a casa la loro discografia quasi completa. Mi piacerebbe andare a San Siro il prossimo 17 giugno per l'unica data italiana del loro tour, ma sono da molti anni allergico al casino e alla calca. Riuscii a vederli a Pesaro quando avevo vent'anni, mi faccio bastare quel concerto lì. 

Tre canzoni che a mio parere sono rappresentative dello stile della band britannica.

Infinite Dreams è uno dei brani più profondi e filosofici degli Iron Maiden (contenuto nel concept album Seventh Son of a Seventh Son del 1988). Il testo esplora temi esistenziali e metafisici, allontanandosi dalle classiche battaglie o figure storiche per cui la band è famosa. Il protagonista vive una condizione di tormento perché i suoi sogni sono talmente vividi e spaventosi da confondersi con la realtà. Si chiede se ciò che vede durante il sonno sia una visione del futuro o un riflesso di vite passate. La canzone affronta direttamente il timore dell'ignoto dopo la morte. Una strofa recita: "Even though it's reached new heights, I'd rather like the rest of my nights, to be dreamless and lose the fear of dying" (Anche se [la mia mente] ha raggiunto nuove vette, preferirei che le mie notti fossero senza sogni per perdere la paura di morire).

C'è una forte componente di ricerca spirituale. Il protagonista non si accontenta delle risposte religiose o dogmatiche standard; vuole capire se la coscienza sopravviva al corpo o se siamo solo parte di un ciclo infinito.




Altro pezzone dei Maiden è The Trooper. Pubblicata nel 1983 nell'album Piece of Mind, è una delle canzoni più iconiche dei Maiden. Si ispira alla Carica della Brigata Leggera durante la Battaglia di Balaclava (1854), nel corso della Guerra di Crimea. Bruce Dickinson scrisse il testo basandosi in parte su una poesia di Lord Tennyson (The Charge of the Light Brigade).

​A differenza di un racconto storico distaccato, il testo è scritto in prima persona: Tu sei il soldato (il "Trooper") che cavalca verso le linee nemiche. Non c'è gloria romanzata, ma il resoconto crudo di un uomo che compie il suo dovere sapendo di andare incontro alla morte. L'immagine simbolo legata a questa canzone è la copertina del singolo, che raffigura la mascotte Eddie in uniforme ottocentesca mentre brandisce una bandiera britannica (la Union Jack) logora e una sciabola insanguinata.
​Da decenni, durante i concerti, Bruce Dickinson indossa quella stessa giacca rossa e sventola la bandiera durante l'esecuzione del brano.






Terzo frammento della infinita storia degli Iron Maiden che a mio giudizio merita una menzione è Fear of the dark. ​A differenza di molti brani epici, questa canzone è profondamente psicologica. Parla della nictofobia (la paura del buio), ma non in modo infantile. Descrive quella sensazione ancestrale di quando cammini da solo di notte e hai l'impressione che "qualcosa" ti stia osservando o seguendo, anche se sai benissimo che non c'è nessuno. Già l'inizio ("I am a man who walks alone...") descrive perfettamente l'ansia di un uomo razionale che però non riesce a controllare i propri sensi quando calano le ombre.

La struttura musicale è celebre per il suo contrasto. L'inizio è caratterizzato da melodie cupe e quasi sussurrate, che creano l'atmosfera di sospetto. Poi c'è l'esplosione e il passaggio improvviso a un ritmo frenetico che simboleggia il panico e la fuga, con il classico stile "galloping" di Steve Harris al basso. È un altro dei brani più iconici dei Maiden. Bruce Dickinson, in varie interviste, ha rivelato che in studio non sembrava una canzone così speciale. È diventata un mito grazie ai fan, che durante i live cantano la melodia dei chitarristi creando un'energia che rende la versione dal vivo molto più famosa di quella originale dell'album.



Buon cinquantesimo compleanno, vecchie glorie del rock.

sabato 9 maggio 2026

Non si può

Scoccia criticare sempre i soliti, ché poi magari si viene accusati di accanimento, ma se sei un ministro dell'Istruzione e presenzi con tanto di discorso all'inaugurazione di una scuola intitolata a Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica, non puoi dire che fu assassinato dalle BR. E non ti puoi poi giustificare con la scusa del lapsus. Che il fratello di Mattarella sia stato ucciso dalla mafia lo sanno anche i sassi: non è tollerabile sbagliare su questo. E non è neppure più tollerabile una classe dirigente di questo livello.

giovedì 7 maggio 2026

Cuba muore

Nell'indifferenza generale, Cuba sta morendo a causa delle sanzioni americane. L'embargo commerciale ed economico nei confronti della piccola isola caraibica non è una novità, va avanti da oltre 60 anni, ma dal 2017, in concomitanza con l'arrivo di Trump, c'è stato un forte inasprimento delle sanzioni economiche, finanziarie e commerciali nei suoi confronti, che ha generato nel tempo una grave crisi umanitaria. Il colpo di grazia è arrivato col blocco della fornitura di combustibili voluto dal criminale di guerra che siede alla Casa Bianca. Combustibili indispensabili per fare funzionare gli ospedali, per i trasporti, i servizi, l'agricoltura.

Una delle conseguenze di queste sanzioni è un aumento del 148% della mortalità infantile dal 2018 a oggi. Senza l'embargo americano, oggi Cuba avrebbe 1.800 bambini in più, bambini che invece sono morti e di cui al criminale di guerra americano non importa niente. D'altra parte non gli è mai importato niente neppure dei 20.000 bambini massacrati a Gaza, figurarsi se gli può importare di quelli cubani. 

L'embargo imposto dagli Stati Uniti, noto a Cuba come "el bloqueo" (il blocco), è uno dei sistemi di sanzioni più longevi e complessi della storia moderna. Le ragioni della sua durata (oltre 60 anni) affondano le radici nella guerra fredda e, seppure inizialmente in forme piuttosto leggere, presero avvio nel '59 dopo la rivoluzione castrista. Nel 1962, con Kennedy, in seguito alla nazionalizzazione di aziende e società anche di proprietà americana, l'embargo divenne totale.

​Dal 2017, e ancora di più con l'attuale amministrazione, Trump ha inasprito, fino a livelli intollerabili per la fragile economia cubana, le sanzioni con lo scopo di provocare il collasso del sistema socialista cubano (ci sono anche altri motivi ma questo è il principale). Se poi, per raggiungere lo scopo, occorre decimare la popolazione e provocare una crisi umanitaria, pazienza. Il mondo capirà.

martedì 5 maggio 2026

Parti fai da te

Posto che ognuno è libero di fare ciò che crede, anche se in questo caso la libertà di certe scelte può essere limitata dalla loro influenza sulla vita di terzi (il nascituro), io non vedo quale senso abbia, oggi, la decisione di partorire senza assistenza. L'abbaglio più grosso è pensare che siccome il parto è un accadimento naturale, allora non ci sono pericoli. Non è così.

Noi esseri umani siamo l'unica specie di mammiferi in cui il parto è enormemente doloroso e pericoloso, mentre non lo è per tutti gli altri mammiferi. Un cucciolo di antilope, venti minuti dopo il parto è già in piedi e in grado di camminare dietro la madre. Una cucciolata di gatti, dopo neppure 24 ore è in grado di reggersi in piedi da sé. Noi no. Per ragioni evolutive (quando, tra cinque e sei milioni di anni fa, i nostri progenitori si sono alzati in piedi alle femmine si sono ristretti i fianchi e il canale del parto) la messa al mondo della prole è per noi uno degli eventi più pericolosi, dolorosi e traumatici. Ecco perché una tale scelta non ha senso da qualsiasi parte la si guardi.

In altri tempi articoli come questo non avrebbero probabilmente attirato la mia attenzione, ma leggendolo non ho potuto fare a meno di pensare alle preoccupazioni di mia figlia maggiore, Michela, che tra poco più di un mese e mezzo dovrà vivere questo evento, per il quale vorrebbe essere assistita dal maggior numero di medici possibile :-)

lunedì 4 maggio 2026

Siamo tutti contro natura

Sì, lo so, ho già vergato più di un post su questi argomenti. Ma leggo che tante (troppe) persone non riescono a fare entrare il concetto che naturale non è sinonimo di buono e che è sbagliato - lo diceva già David Hume nel '700 - decidere se un comportamento o un'azione sono giusti o sbagliati osservando ciò che succede in natura.

Lo so, non serve a niente tornarci sopra, ma ieri, durante una delle mie lunghe camminate, ho ascoltato questi interessantissimi 40 minuti di Telmo Pievani su questi argomenti e ho pensato di proporli qui di seguito. Più che altro per ritrovarli all'occorrenza.

 

La peste


Mi ripromisi di leggere questo libro ai tempi del covid, quando Telmo Pievani lo citava in ogni sua conferenza e in ogni intervista. La storia raccontata è inventata, ma è ambientata in una città reale, Orano, in Algeria, paese natale dello scrittore.

Quello che sorprende è il racconto delle dinamiche umane, praticamente identiche a quelle generate dal covid. Camus descrive con lucidità l’incredulità iniziale, la paura che cresce, le resistenze verso le restrizioni, fino alla gioia collettiva per la fine dell’epidemia. E poi, forse la cosa più inquietante: la tendenza a dimenticare, a rimuovere tutto una volta che il pericolo è passato, esattamente come è successo a noi. L'autore, nelle ultimissime pagine, rimarca come l'agente patogeno, mentre la comunità festeggia, è già in viaggio per guastare la serenità di un'altra comunità.

Il dottor Rieux, uno dei protagonisti principali del romanzo, chiude infatti il racconto ricordando che la fine di un'epidemia non corrisponde alla morte dell'agente patogeno che l'ha generata, il quale, se noi gliene diamo la possibilità, può sempre dare inizio ad altri disastri. Difficile non rivedere in queste pagine ciò che abbiamo vissuto durante il covid. Cambiano i contesti, ma le reazioni e i comportamenti umani restano sempre uguali.

sabato 2 maggio 2026

Genitori e insegnanti


Ovviamente io non sono un esperto, ma ho avuto alcune letture su questi argomenti e, se c'è una cosa che ho capito, è che dal punto di vista pedagogico e psicologico l'affermazione di Valditara è parecchio problematica e in vistoso contrasto con quanto affermano molti esperti di scienza dell'educazione e psicologia dello sviluppo.

La pedagogia moderna distingue infatti nettamente tra la funzione genitoriale e quella docente. La famiglia, quindi il ruolo genitoriale, si fonda su un legame affettivo primario, biologico ed emotivo. È una relazione incondizionata: il genitore ama e accetta il figlio a prescindere dal suo rendimento o comportamento. La scuola, quindi il ruolo del docente, si fonda invece su una relazione oggettiva e istituzionale. Il docente valuta le competenze e il comportamento in base a criteri condivisi e ha il compito di traghettare il ragazzo verso la società, non verso il nucleo privato.

​Sovrapporre i due ruoli rischia di generare confusione nel bambino o nell'adolescente. Ricordo che Umberto Galimberti scriveva spesso che il passaggio dalla famiglia alla scuola comporta la prima vera divaricazione affettiva del bambino. L'affettività, prima è esclusivamente "verticale" (la famiglia), poi diventa "orizzontale" (insegnanti e amici), e se questi due ruoli vengono confusi si rischia di generare nell'alunno sfiducia sia verso i genitori che verso gli insegnanti.

Ora, io mi chiedo come un ministro dell'Istruzione che si definisca tale possa non essere a conoscenza di questi concetti. Poi guardo il livello medio di competenza dei ministri di questo governo e tutto si spiega.

Panchine



Ho scoperto casualmente che Beppe Sebaste è morto. Ho così recuperato questo suo libro, pubblicato nel 2008, e l'ho trovato delizioso. Sebaste usa la metafora della panchina per cercare di spiegare cosa significa davvero, secondo lui, "staccare la spina". Spesso immaginiamo la fuga dalla routine quotidiana come un lungo viaggio esotico, un ritiro spirituale o un cambiamento radicale di vita. Questo libro è emblematico del suo modo di scrivere. Parte dall’idea concreta delle panchine - quelle dei parchi, delle stazioni, dei lungomare - per fare un viaggio filosofico sull’arte di sottrarsi. 

"Uscire dal mondo senza uscirne" significa trovare spazi di resistenza silenziosa, non omologarsi alla fretta e al rumore. È un libro lento, contemplativo, fatto di incontri, frammenti, riflessioni. Probabilmente sarà una delle letture più belle di quest'anno.

venerdì 1 maggio 2026

giovedì 30 aprile 2026

Cambiamenti

Leggo che la Meloni ha condannato fermamente il sequestro dei 211 attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele e ha chiesto il loro immediato rilascio. Poi, perplesso, ho controllato su un altro paio di siti per verificare e in effetti pare l'abbia detto davvero. Ho quindi pensato a cosa potrebbe essere successo nel lasso di tempo trascorso tra la precedente spedizione della Flotilla, considerata un ostacolo alla pace e a cui il governo non avrebbe pagato neppure i biglietti per il volo di ritorno, e quella attuale.

Non so, magari la signora che urla si sta rendendo conto che appoggiare incondizionatamente un criminale di guerra come Netanyahu comincia a non pagare più come un tempo, anche alla luce della crescente indignazione generale verso quello che Israele sta continuando a fare a Gaza (anche se non se ne parla più) e verso i crimini di guerra che sta commettendo l'IDF in Libano. E magari questo cambio di tono potrebbe in qualche modo essere correlato alla sepoltura sotto 15 milioni di voti al referendum, oppure alla fine che ha fatto il suo grande amico Orbán (un altro che ti raccomando).

Poi, intendiamoci, la Meloni con Netanyahu non romperà mai, così come non romperà con l'altro criminale di guerra che sta alla Casa Bianca, ma credo si stia rendendo conto che in certi ambiti le cose sono cambiate, e anche parecchio.

mercoledì 29 aprile 2026

Gesù non l'ha mai detto

Volendo riassumere questo libro in una frase si potrebbe dire che non esiste una sola parola, in tutto il nuovo testamento, di cui si abbia sicurezza che sia corretta, che cioè corrisponda alle reali parole contenute nei testi originali. Anzi, nessuno sa neppure più - non esiste oggi studioso in grado di dirlo con certezza - quali siano i testi originali da cui sono derivati i vangeli che leggiamo oggi.

In genere siamo abituati a pensare, e lo pensavo anch'io prima di leggere libri come questo, che i testi ufficiali CEI siano le riproduzioni fedeli di quanto detto e fatto da Gesù durante la sua epopea terrena (lo stesso identico discorso vale per l'antico testamento). Non è cosi. E a dire il vero non servirebbe neppure leggere libri del genere per rendersene conto, sarebbe sufficiente vedere le macroscopiche differenze ad esempio tra i quattro vangeli canonici. 

Uno degli aspetti curiosi di questo saggio è che l'autore non è nato ateo o scettico. Da giovane era un cristiano evangelico "nato di nuovo" che credeva che ogni singola parola della Bibbia fosse ispirata direttamente da Dio e priva di errori. Ha iniziato a studiare le lingue antiche (greco, ebraico, latino) proprio per leggere la "parola di Dio" nel modo più puro possibile. Più studiava, però, più si rendeva conto delle migliaia di varianti e alterazioni nei manoscritti, cosa che lo ha portato gradualmente a perdere la fede, pur mantenendo un amore immenso per lo studio storico.

Ehrman è uno dei massimi esperti mondiali di critica testuale. In parole povere, il suo lavoro consiste nel confrontare migliaia di frammenti di papiri e codici antichi per capire quale fosse la versione "originale" di un versetto e come è stata cambiata dai copisti nel corso dei secoli (a volte per errore, altre per motivi teologici).

Uno dei tantissimi esempi riportati da Ehrman nel libro riguarda il passo di Matteo 1,41 in cui Gesù guarisce un uomo affetto da una malattia della pelle. I manoscritti superstiti conservano il versetto 41 in due forme diverse. Fra parentesi quadre sono evidenziate entrambe le versioni:


E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi". [Mosso a compassione (in greco: splaghnistheis) / adirandosi (in greco: orgistheis) ], stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote e offri, per la tua purificazione, quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città."


Scrive l'autore:


La maggior parte delle traduzioni rende l'inizio del versetto 41 in un modo che enfatizza l'amore di Gesù per questo povero lebbroso reietto: "Mosso a compassione" (il termine potrebbe essere tradotto anche "mosso da pietà") nei suoi confronti. Così facendo, le traduzioni seguono il testo greco rinvenuto nella maggioranza dei nostri manoscritti.

​Non è difficile capire perché, in questa situazione, possa essere invocata la compassione. Non conosciamo l'esatta natura della malattia dell'uomo, molti commentatori preferiscono pensare che si trattasse di un disturbo di desquamazione piuttosto che della carne in putrefazione di solito associata alla lebbra. In ogni caso, era senz'altro possibile che fosse soggetto alle disposizioni della Torah che vietavano ai lebbrosi di ogni sorta di vivere una vita normale; essi dovevano essere isolati, emarginati dalla popolazione, considerati impuri (Lv 13-14). Impietosito, Gesù stende una mano amorevole, tocca la sua pelle malata e lo guarisce. 

Il semplice pathos e la comprensibile emozione della scena possono senza dubbio spiegare perché traduttori e interpreti non prendano, di regola, in considerazione il testo alternativo scoperto in alcuni manoscritti. A tutta prima, infatti, la formulazione di una delle nostre più antiche testimonianze, il Codex Bezae, confermata da tre manoscritti latini, è sconcertante e bizzarra. Qui non viene detto che Gesù prova compassione per l'uomo, bensì che si adira. In greco si tratta della differenza fra le parole "splaghnistheis" e "orgistheis". Data la sua attestazione in testimonianze sia greche sia latine, la seconda versione è in genere riconosciuta dagli specialisti testuali come risalente almeno al II secolo. Ma è possibile che sia proprio ciò che Marco scrisse?

​Come abbiamo già visto, non si può affermare con assoluta certezza che, quando la grande maggioranza dei manoscritti riporta una versione e solo un paio ne presentano un'altra, la maggioranza sia nel giusto. Qualche volta alcuni manoscritti sembrano essere corretti anche se tutti gli altri sono discordanti. Ciò accade in parte perché la grande maggioranza dei nostri manoscritti è stata prodotta centinaia e centinaia di anni dopo gli originali, trascritta non da questi ultimi, bensì da altre copie, assai più tarde. Una volta che si fosse fatto strada nella tradizione dei manoscritti, un cambiamento poteva essere perpetuato fino a essere esso stesso trasmesso con maggiore frequenza della formulazione originale. Nel caso in questione, entrambe le versioni sembrano essere molto antiche. Qual è originale?


Nessuno sa quale sia l'originale, così come nessuno studioso, oggi, è in grado di stabilirlo. Da qui la "disillusione" dell'autore: la consapevolezza che 15 secoli di traduzioni tra più lingue, copiature a mano, interpolazioni, aggiunte, sottrazioni,  modifiche abbiano reso impossibile risalire ai testi originali. Riflette ancora l'autore:


Come compresi già alle superiori, anche se Dio avesse ispirato le parole originali, noi non ne siamo in possesso. La dottrina dell'ispirazione, in un certo senso, era quindi estranea alla Bibbia così come ci è pervenuta, poiché le parole che, secondo quel che si dice, Dio aveva ispirato erano state modificate e talvolta smarrite. Inoltre, giunsi a ritenere che le mie precedenti opinioni sull'ispirazione non fossero solo irrilevanti, ma probabilmente sbagliate. Infatti, l'unico motivo (finii per pensare) per il quale Dio avrebbe ispirato la Bibbia sarebbe stato quello di fare avere al suo popolo le sue esatte parole; tuttavia, se proprio avesse voluto che ci giungessero tali e quali, le avrebbe senz'altro salvaguardate per miracolo, proprio come le aveva ispirate per miracolo in quel primo momento. Visto e considerato che non lo aveva fatto, mi pareva inevitabile dedurne che non si fosse preso il disturbo di ispirarle.

Questa parte del libro è forse la più intima di Ehrman. Qui descrive il momento esatto in cui la logica ha prevalso sulla sua fede giovanile: se Dio è onnipotente e vuole comunicare con gli uomini, perché avrebbe permesso che le sue parole venissero cambiate da scribi stanchi o distratti? Comunque, nonostante le sue posizioni critiche, Ehrman difende fermamente l'esistenza storica di Gesù. In un altro suo celebre libro, Did Jesus Exist?, si scaglia addirittura contro chi sostiene che Gesù sia solo un mito, usando proprio le prove storiche per dimostrare che un predicatore ebreo di nome Gesù è realmente esistito nella Galilea del I secolo. Consiglio questo libro a quei credenti "abitudinari" o "leggeri", quelli che nel loro percorso si sono sempre limitati ad ascoltare passivamente ciò che racconta loro il prete la domenica: c'è molto altro oltre a quello.

martedì 28 aprile 2026

Tra Newton e T. S. Eliot

Giorgio Vallortigara ha scritto un romanzo. Uno potrebbe dire: chi è Giorgio Vallortigara? È uno dei più noti neuroscienziati italiani. Ho guardato su youtube molte sue conferenze e lezioni e mai che ne abbia trovato una noiosa. Probabilmente, dopo Rita Levi Montalcini è il maggior conoscitore del cervello attualmente in circolazione. Qualche anno fa lessi un interessantissimo libro: Nati per credere, che Vallortigara scrisse assieme a Vittorio Girotto e al grande Telmo Pievani, libro in cui si spiega perché il nostro cervello ama credere a cose che non esistono e ama ragionare in maniera teleologica (spoiler: c'entra l'evoluzione).

Perché un neuroscienziato decide, dopo aver pubblicato montagne di saggi scientifici, di scrivere un romanzo? Lo spiega lui stesso nei primi minuti di questa bellissima chiacchierata con Massimo Polidoro, in cui mi sono imbattuto casualmente facendo zapping sul tubo. Molto brevemente, Vallortigara ha sempre avuto fin da giovane una smisurata passione per i romanzi e ha sempre considerato gli artisti superiori agli scienziati. Perché? Per via della loro unicità. Cioè, se Newton non avesse scoperto la gravitazione universale, l'avrebbe prima o dopo scoperta un altro; stesso discorso per la l'evoluzione darwiniana o E = mc2 di Einstein. Ma se Leonardo non avesse dipinto la Gioconda e T. S. Eliot non avesse scritto The Love Song of J. Alfred Prufrock, probabilmente questi capolavori non li avrebbe concepiti nessun altro. Come dargli torto? 

Leggerò sicuramente il suo romanzo.

Forse se ne dovrebbe andare

Io non so come finirà l'affare Minetti, so solo che se alla fine sarà accertato che il ministro della giustizia ha mentito al presidente della Repubblica, non vedo a quali appigli possa aggrapparsi per restare al suo posto. Sarebbe comunque il primo caso della storia repubblicana e, se veramente decidesse di non lasciare, vorrebbe dire che a questo punto vale tutto e che siamo veramente una repubblica delle banane. 

Ora, alcuni robusti sospetti riguardo alla possibilità che l'Italia sia una repubblica delle banane aleggiavano già da alcuni decenni nell'aria, grosso modo dal '94 in qua. Questa sarebbe solo la conferma definitiva.

Per quanto riguarda questa benedetta grazia, col senno di poi viene da chiedersi, come fa ad esempio Alessandro Capriccioli, se era veramente il caso di concederla a Nicole Minetti. 

A bocce ferme, cioè ancora prima delle bugie e delle omissioni di cui si parla in questi giorni, sarebbe interessante capire per quale ragione il Quirinale abbia accettato di accordare la grazia a Nicole Minetti, la quale per quanto ho capito manco stava in galera ma ai servizi sociali, quando - immagino - sarà subissato da migliaia di domande da parte di associazioni, intellettuali ed esponenti della società civile che segnalano per un possibile provvedimento di clemenza persone a loro dire meritevoli per le ragioni più varie e mentre le carceri - questo non lo immagino ma lo dico per personale e ripetuta conoscenza - traboccano di disgraziati, derelitti, reietti, malati, indigenti, diseredati, emarginati, non pochi dei quali genitori di figli piccoli che versano nella miseria, nella trascuratezza e talora nell’abbandono.

lunedì 27 aprile 2026

10.000

Stavo calcolando che, se avessi scritto un post al giorno, senza saltarne nemmeno uno, avrei iniziato circa 27 anni fa. Invece questo blog è un po' più giovane e festeggerà 20 anni il prossimo ottobre. Quantità non significa qualità, naturalmente, e in fondo io sono sempre il solito scribacchino verboso di 20 anni fa, che riversa in queste pagine quello che gli passa per la testa senza alcuna coerenza. Comunque mi piace ancora scrivere qui e al momento non ho intenzione di smettere. 

Curiosità: in alcune culture orientali (Cina, Giappone, Vietnam), il numero 10.000, indicato dal carattere 万 - wàn, è sinonimo di "infinito" o "tutte le cose". 

Comunque, 10.000 post e non ho ancora capito bene dove sto andando. Ma finché c'è spazio sulla pagina e voglia di scrivere, la coerenza può aspettare altri vent'anni.

Un giorno tutti diranno di essere stati contro


Questo libro è allo stesso tempo un pugno nello stomaco e una profezia. Racconta quella strana amnesia collettiva che colpisce l'umanità: quando le atrocità finiscono (anche se il genocidio a Gaza non è mai finito, prosegue solo a un'intensità diversa), improvvisamente nessuno era d'accordo, nessuno ha guardato, nessuno ha sostenuto il sistema. Ma l'autore ci dice che la realtà, mentre accade, è fatta di silenzi e complicità (il nostro governo ha molto da rimproverarsi in questo senso). 

​El Akkad è nato al Cairo, in Egitto, nel 1982, ma è cresciuto a Doha, in Qatar. Da adolescente si è trasferito in Canada, dove vive tuttora. Questa identità "di confine" (egiziano-canadese) gli permette di guardare all'Occidente e al Medio Oriente con lucidità, non appartenendo totalmente a nessuno dei due mondi. Prima di diventare un romanziere di successo è stato per dieci anni un inviato di punta per il The Globe and Mail. Ha seguito da vicino, come inviato sul campo, alcuni degli eventi più drammatici del nostro secolo: la guerra in Afghanistan, le rivolte della Primavera Araba in Egitto e le proteste di Ferguson negli Stati Uniti.

Questo libro è, in sostanza, un grande atto d'accusa, poetico e tagliente al tempo stesso, all'ipocrisia occidentale nei confronti di ciò che succede a Gaza.

domenica 26 aprile 2026

Brigata ebraica

Dice Edith Bruck, e molti altri, che portare le bandiere di Israele in piazza è stato un errore perché il 25 aprile si festeggia la liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Che è vero. Ma a questo punto, sulla base dello stesso principio è stato sbagliato anche portare le bandiere della Palestina o le bandiere ucraine o qualsiasi altra bandiera che non c'entrasse con l'insurrezione italiana contro i nazifascisti. Non sto facendo un discorso ideologico, sentimentale, politico o identitario. Sto facendo un discorso di razionalità e coerenza. Tutto qua.

sabato 25 aprile 2026

Ninfee nere


Di solito diffido dei romanzi che vincono molti premi (e questo in Francia ne ha vinti tanti). Ninfee nere è un'eccezione; Michel Bussi ha scritto un noir/thriller che è un perfetto e geniale gioco d'incastri, in cui si inserisce una tragedia romantica devastante.

A chi ama il genere, lo consiglio caldamente.

Curiosità: pur essendo stato pubblicato già da diversi anni, non è ancora stata realizzata una trasposizione cinematografica. Il motivo è tecnico ed è legato al trucco del tempo escogitato dallo scrittore nel romanzo. Bussi stesso ha dichiarato più volte che il romanzo è inadattabile per lo schermo. Insomma, quello che sulle pagine è un colpo di genio, davanti alla macchina da presa diventa un incubo logistico per non rovinare la sorpresa allo spettatore.

Il cuoco di Salò

Nel 2001 uscì Amore nel pomeriggio, quattordicesimo album in studio di Francesco De Gregori. Tra le tracce ce n'è una che si chiama Il cuoco di Salò. Questa struggente ballata racconta la fine della Repubblica Sociale Italiana (Salò, appunto) vista da chi stava dalla "parte sbagliata", anche se era un semplice spettatore.

​Il protagonista del racconto di De Gregori è un cuoco che lavora per i gerarchi di Salò. Non è un soldato, non è un ideologo; è un uomo che "pela le patate" mentre fuori il mondo crolla. De Gregori usa questa figura per parlare della zona grigia della storia, e in fondo, indirettamente, anche per parlare di tutte le zone grigie della storia. La canzone descrive il clima di disfacimento di quei giorni del 1945. Il cuoco osserva i "giovani soldati" che vanno a morire per una causa ormai persa, mentre lui, con il suo grembiule, resta ai margini del conflitto armato ma immerso nel suo destino. 

È una riflessione sulla responsabilità individuale e sul peso di trovarsi, per caso o per scelta, nel posto sbagliato al momento sbagliato. De Gregori ci dice - lo ammetterà lui stesso in varie interviste successive all'uscita del disco - che anche in mezzo alla polvere della sconfitta c'è un'umanità (quella del cuoco che "mangia un po' di formaggio") che sopravvive ai grandi eventi. 

Quel disco suscitò aspre polemiche perché i meno attenti e i più frettolosi, che poi alla fine sono sempre la maggior parte di noi, lessero in quel brano una sorta di indulgenza verso i repubblichini. Imperdonabile, per un cantautore nell'immaginario collettivo sempre considerato di sinistra. ​De Gregori, invece, ha spiegato che la sua non è un'operazione di revisionismo politico, ma di umanità. In diverse occasioni ha dichiarato che, pur sapendo bene quale fosse la "parte giusta" (quella della Resistenza), gli interessava raccontare la "pietas" verso gli sconfitti e verso chi, come il cuoco o i "quindicenni sbranati dalla primavera", si era trovato nel posto sbagliato senza avere i mezzi per scegliere diversamente.

Lui stesso ha ribadito spesso: "La parte giusta era sicuramente quella della Resistenza", ma ha aggiunto che la Storia è fatta anche di persone reali, con le loro paure e le loro miserie quotidiane. De Gregori ha voluto eleggere la figura del cuoco a simbolo di chi non fa la Storia ma la subisce, cercando di sopravvivere al naufragio, e le ridicole accuse di revisionismo da parte di chi non capisce la profondità e la complessità degli avvenimenti, sono lo specchio della frettolosa società di oggi.

Buon 25 aprile a chi passerà di qui.

giovedì 23 aprile 2026

Capirci qualcosa

Sono convinto che se si vuole provare a capire qualcosa di ciò che succede nel mondo, data la complessità degli avvenimenti, bisogna abbandonare il flusso martellante, alluvionale e indistinto delle notizie dei siti mainstream e cercare l'approfondimento. Se si cerca un po' in rete non è difficile. Io, ad esempio, sulla guerra in Iran ho capito più in questa mezz'oretta di colloquio tra Michele Santoro e Lucio Caracciolo che in due mesi di notizie del Corriere della Sera. 


Giornata mondiale del libro

A dire il vero non lo ricordavo. Poi stamattina, mentre ero al lavoro, ho sentito la conduttrice alla radio che diceva: "Oggi è il 23 aprile ed è la giornata mondiale del libro. Ma c'è ancora qualcuno tra voi, cari ascoltatori, che ogni tanto si abbandona sulla poltrona in compagnia di un bel libro, una bella copertina sulle gambe e una tazza di tè da sorseggiare?" Avrei voluto alzare la mano, come quando andavo a scuola, e dire: "Io!" In realtà l'immagine un po' stereotipata del lettore evocata dalla conduttrice non mi rispecchia granché, anche perché ormai gli ebook che leggo stanno sempre di più prendendo il posto dei tradizionali libri cartacei, la copertina sulle gambe (che mi riporta alla mente Sua Eccellenza, la mitica guida spirituale del gruppo T.N.T.) che io ricordi non l'ho mai messa e neppure ho mai sorseggiato il tè mentre leggevo.

Comunque, cercando qualche informazione su questa giornata, che come tutte le giornate mondiali di qualcosa non serve a niente, ho scoperto che è stata istituita dall'UNESCO ed è una data simbolica per la letteratura mondiale, poiché il 23 aprile del 1616 morirono tre giganti: William Shakespeare, Miguel de Cervantes e Garcilaso de la Vega (non ho la più pallida idea di chi sia il terzo: mai sentito nominare). Di Cervantes ricordo con piacere il leggendario Don Chisciotte, letto per la prima volta un paio di anni fa: splendido! Tra le curiosità correlate a questa ricorrenza vale invece la pena di menzionare la festa di Sant Jordi, in Catalogna, dove per tradizione in questa giornata le persone si scambiano una rosa e un libro.

Ho cercato qualche dato e ho scoperto che quasi il 35% dei (pochi) lettori italiani integra la lettura digitale (ebook) a quella cartacea o la sceglie come modalità esclusiva, questo anche grazie a una maggiore comodità: poter leggere ovunque senza il peso del libro fisico. In quel 35% ci sono anch'io. Li ho scoperti solo recentemente, gli ebook, e mi si è aperto un mondo. Avevo sempre guardato con sospetto e diffidenza ai libri digitali - qualche mio lettore di vecchia data lo ricorderà sicuramente -, finché non ho provato e adesso mi chiedo perché non abbia provato prima. Comunque, qualche libro cartaceo ancora me lo concedo, certi passaggi vanno fatti gradualmente.

mercoledì 22 aprile 2026

Lourdes


Questo romanzo di Rosa Matteucci non è un libro su Lourdes, ma è la storia di un pellegrinaggio a Lourdes. A compierlo è la giovane Maria Angulema, con lo scopo di rendere al mittente il pesante fardello di dolore che si porta dietro da quando suo padre è morto in un incidente automobilistico e "chiedere formale spiegazione e magari soddisfazione di tanta sofferenza al Padreterno". 

È raccontato con un linguaggio al tempo stesso feroce, esilarante e disperato. L'autrice trasforma la fede, il corpo e la famiglia in una specie di teatro grottesco dove si ride per non piangere. Il finale, assolutamente inaspettato e sorprendente, chiude il cerchio con la stessa onestà brutale di tutto il libro. Forse non è per tutti, ma chi ama la scrittura che graffia probabilmente lo apprezzerà.

È interessante notare che la vicenda raccontata nel romanzo, il pellegrinaggio a Lourdes della protagonista, è inventata, ma nella realtà l'autrice ha veramente perso il padre in un incidente. Simbolicamente, quindi, ha utilizzato la vicenda raccontata come espediente retorico per dare forma a quel dolore.

Il segreto della lettura

Facendo zapping sullo splendido canale di divulgazione Lucy mi sono imbattuto in questa lezione di Davide Crepaldi, il quale spiega cosa succede, dal punto di vista neurobiologico, quando leggiamo. Come i miei 32 lettori immagineranno, si tratta di un argomento che non poteva non interessarmi. 

Cose sorprendenti che non sapevo: il nostro cervello processa i segni grafici di un testo scritto ad una velocità pazzesca, riuscendo a decifrare dalle 250 alle 300 parole al minuto. Altra cosa sorprendente: non c'è differenza tra chi legge 200 libri all'anno e chi non legge mai, entrambi i soggetti sono ugualmente bravi a leggere e la differenza è praticamente trascurabile.

Se avete mezzoretta e se questi argomenti vi interessano, dateci un'occhiata. Io l'ho trovata interessantissima, e credo che da adesso in poi leggerò con una consapevolezza diversa.

martedì 21 aprile 2026

Svizzera Italia

Un anno fa - ne scrissi su queste pagine - fui costretto a pagare di tasca mia diverse migliaia di euro, presso una struttura privata, per un intervento chirurgico che col SSN richiedeva tempi inumani. E non sono stato il solo, dal momento che i report dell'ISTAT dicono che diversi milioni di persone rinunciano ormai a curarsi a causa di costi, liste di attesa ecc. Quindi, se la signora Meloni vuole scandalizzarsi, può benissimo restare in Italia.

lunedì 20 aprile 2026

Libertà


Mentre leggevo questa autobiografia di Angela Merkel, pubblicata alla fine del 2024, non potevo non pensare alla differenza abissale tra i vari modi in cui si può fare e intendere la politica. La cancelliera federale che ha guidato la Germania ininterrottamente per sedici anni, dal 2005 al 2021, ha sempre basato la sua azione partendo da un unico, fondamentale, principio: evitare di promettere cose che non fosse sicura di poter mantenere. Ed è rimasta rigorosamente fedele a questo principio sia durante gli anni di cancellierato, sia durante gli anni precedenti come ministra. Fa sorridere - o almeno a me veniva da sorridere - pensando a casa nostra, dove politicanti di infima levatura cambiano idea ogni due ore e promettono a spron battuto tutto e il contrario di tutto senza alcun ritegno e senza vergogna, con in testa solo il mantenimento del consenso.

"Mutti", il soprannome affettuoso e un po' ironico allo stesso tempo, con cui è stata chiamata per anni, ha sempre fatto politica e preso le decisioni nell'interesse esclusivo della Gemania e dell'Europa, mai per tornaconto politico suo o della CDU, il partito di cui è stata per lunghi anni segretaria. Alla fine di ogni mandato si è sempre presentata agli elettori elencando le cose fatte e chiedendo di essere giudicata esclusivamente in base al suo operato.

Il libro si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima Angela Merkel racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR, in piena guerra fredda. Lei nacque ad Amburgo, nella Germania ovest, poi nel 1954 la sua famiglia si trasferì a Templin, nella Germania est, perché il padre, pastore luterano, fu inviato a guidare la chiesa di Quitzow, nel Brandeburgo. Angela Merkel si laureò in chimica fisica all'università di Lipsia e, prima di dedicarsi alla politica, ottenne vari riconoscimenti in ambito scientifico. Ma ciò che più la segnò fu l'aver vissuto per tanti anni sotto una dittatura. Ci sono pagine e pagine dense di descrizioni riguardo a come era la vita sotto il regime oppressivo sovietico nella Germania est. 

Nella seconda parte del libro, invece, Angela Merkel racconta il suo ingresso in politica e la sua vita come ministra, prima, e come cancelliera federale, poi. Non è solo un’autobiografia, questo libro è un affresco della storia della Germania e dell’Europa degli ultimi decenni. Attraverso il racconto dei suoi incontri con i leader mondiali e delle lunghe notti trascorse a negoziare a Bruxelles si capisce chiaramente come la cancelliera sia stata una protagonista assoluta, capace di incidere profondamente su ogni grande avvenimento: dalla crisi finanziaria del primo decennio degli anni duemila alla gestione dei flussi migratori, dalla questione russa (la signora Merkel è stata una dei pochissimi leader europei ad aver mantenuto ottimi rapporti con Putin e, allo stesso tempo, è sempre stata convinta che con la Russia bisognasse parlare) alla pandemia.

​Le pagine finali sono una lezione preziosa sulla libertà - mai scontata per chi è cresciuto oltre il Muro - e sulla dignità del servizio pubblico. Personalmente, sento di consigliare questo libro non solo a chi ama la storia, ma a chiunque cerchi ancora un briciolo di serietà in un mondo di slogan urlati.

domenica 19 aprile 2026

Senza bussola

Ho letto frettolosamente qualcosa sulla manifestazione sovranista di ieri a Milano, dove sembra ci fossero più organizzatori che manifestanti, e ho avuto l'impressione che fosse composta principalmente da persone senza bussola, più che da persone "senza paura" (uno degli slogan principali). Probabilmente la maggior parte dei quattro gatti che partecipavano manco sapeva perché si trovasse lì. Magari qualcuno gli ha detto che era una manifestazione contro i migranti e allora ci è andato; oppure qualcun altro gli ha detto che era una manifestazione contro l'Europa e allora ci è andato.

Tutta gente senza arte né parte, totalmente incapace di elaborare una analisi concreta della situazione in cui ci troviamo, gente scollegata dalla realtà che ripeteva a pappagallo ritornelli lanciati dal palco da un politico fallito (ormai la lega è stata superata anche da AVS) che da almeno vent'anni ha creato al nostro Paese più problemi di quanti ne abbia risolti.

Consola solo parzialmente il fatto che fossero pochi e che la maggior parte delle persone che passava di lì continuasse a fare la sua passeggiata senza degnarli della minima attenzione. Erano comunque sempre troppi.

sabato 18 aprile 2026

Costruzioni intellettuali




Ieri sera sono andato al teatro Astra di Misano Adriatico ad ascoltare Massimo Cacciari, il quale ha presentato il suo ultimo saggio uscito in questi giorni: L'insostenibile. Van Gogh e il destino dell'Occidente. In tutta sincerità non mi interessava particolarmente l'argomento in sé, ossia le riflessioni filosofiche dell'autore sull'arte del grande pittore olandese, ma mi interessava semplicemente ascoltare Cacciari - probabilmente ci sarei andato anche se avesse tenuto una lectio magistralis sul rapporto che lega zio Paperone alla sua Numero 1. 

Provo da sempre genuine ammirazione e stima per il "ruvido" filosofo veneziano e per la sua grande cultura. In passato ho provato a leggere un paio di saggi suoi ma uno dei due l'ho abbandonato a metà perché troppo difficile per me. Devo dire che c'è una differenza enorme tra il Cacciari conferenziere e il Cacciari opinionista televisivo. Il primo è pacato, riflessivo, tranquillo; il secondo è scontroso, irriverente, impaziente, poco incline alla diplomazia, ruvido. A tratti quasi maleducato, capace di regalarci memorabili e divertentissime scene come questa, in cui manda a fare in culo il povero Bocchino (un vaffanculo che ci sta tutto, sia chiaro).

Ecco, a me interessava lui. Rimango sempre affascinato quando personaggi come Cacciari "vedono" in certe opere d'arte cose che io non riesco a vedere. Penso ad esempio al celeberrimo Un paio di scarpe (1886). 



Io ci vedo un paio di scarpe vecchie, strausate, slabbrate, rotte, da cui posso immaginare che rappresentino la fatica del cammino, quindi, simbolicamente, la fatica del vivere. Cacciari va oltre e vede in quelle scarpe slabbrate il destino dell'uomo moderno: un pellegrino che continua a camminare anche quando gli strumenti del suo viaggio sono ormai logori. È un esercizio di costruzione intellettuale. Persone come Cacciari, e in generale i critici d'arte, non guardano il quadro nel vuoto ma lo guardano avendo in testa migliaia di pagine di filosofia, storia e letteratura. Con quel tipo di "lenti", le opere d'arte assumono una profondità che a noi comuni mortali è probabilmente preclusa, perché quella "lente" proietta sul quadro tutto ciò che quelle persone hanno studiato.

In fin dei conti, però, si tratta di una lettura particolare e personale di Cacciari (o dei critici d'arte), ma credo sia difficile sapere cosa passasse per la testa del pittore quando l'ha creata. È cioè impossibile sapere se abbia voluto ritrarre quel paio di scarpe per rappresentare la fatica umana di un pellegrino in cammino nel mondo o se le abbia ritratte senza particolari motivi, magari solo perché se le è trovate davanti. In fin dei conti il fascino dell'arte è che nasce sempre dalla follia di un autore (dalla razionalità non può nascere nessuna opera d'arte, ama ripetere Umberto Galimberti), quindi ognuno è perfettamente legittimato a vederci quello che vuole.

venerdì 17 aprile 2026

Libertà (poi ci torno)

Sto leggendo Libertà, la poderosa (oltre 650 pagine) autobiografia di Angela Merkel uscita un annetto e mezzo fa. Nelle prime cento pagine l'ex cancelliera della Germania racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR.  Lei nacque ad Amburgo, nell'allora Germania ovest, ma quasi subito si trasferì con la famiglia perché suo padre, Horst Kasner, un pastore luterano, ricevette l'incarico di guidare una parrocchia a Quitzow, nel Brandeburgo (Germania est), circa 80 km a nord di Berlino.

Ci tornerò sopra quando l'avrò finito, ma il libro sarebbe da leggere anche solo per capire cosa significava durante la guerra fredda vivere nella DDR. E più in generale, cosa significa vivere sotto una dittatura.

Hey You

Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.

In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.

È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola. 

Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo. 

Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.


Roger Waters

David Gilmour

Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. ​La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).

​Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.


Hey, you, out there in the cold

Getting lonely, getting old

Can you feel me?

Hey, you, standing in the aisles

With itchy feet and fading smiles

Can you feel me?

Hey, you

Don't help them to bury the light

Don't give in without a fight

Hey, you, out there on your own

Sitting naked by the phone

Would you touch me?

Hey, you, with your ear against the wall

Waiting for someone to call out

Would you touch me?

Hey, you

Would you help me to carry the stone?

Open your heart, I'm coming home

But it was only fantasy

The wall was too high, as you can see

No matter how he tried, he could not break free

And the worms ate into his brain

Hey, you, out there on the road

Always doing what you're told

Can you help me?

Hey, you, out there beyond the wall

Breaking bottles in the hall

Can you help me?

Hey, you

Don't tell me there's no hope at all

Together we stand, divided we fall



giovedì 16 aprile 2026

Ieri e oggi

Una trentina di anni fa, quando diventai papà per la prima volta, ricordo che circolava una quantità enorme di miti e leggende sulla gravidanza. Per il 99,9% si trattava ovviamente di bufale travestite da "saggezza popolare". Trent'anni dopo - oggi -, che sono in corsa per diventare nonno, mi pare che siano addirittura di più.

martedì 14 aprile 2026

Tra locomotiva e calesse

Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è uno dei motivi. 

A partire dal rimbalzo post-pandemia, il PIL della Spagna ha continuato a mantenersi su valori costanti prossimi al 3% (noi siano attorno al solito zero virgola e probabilmente il prossimo anno saremo in recessione). Sapete perché la Spagna viaggia a questi ritmi? Perché ha fatto riforme strutturali come il salario minimo, la riforma del mercato dell'energia per migliorare competitività e costi e l'utilizzo mirato dell'immigrazione (ogni anno fa entrare circa 600.000 immigrati). Oggi è entrato in vigore un nuovo decreto di regolarizzazione. 

"Elma Saiz, la ministra spagnola per l’Inclusione, la sicurezza sociale e la migrazione, l’ha definito una delle pietre miliari del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez: permetterà infatti di regolarizzare circa 500mila immigrati irregolari o richiedenti asilo che potranno quindi vivere e lavorare regolarmente in Spagna, pagare le tasse e contribuire al sistema di previdenza sociale spagnolo."

Si chiama Politica con la P maiuscola, cioè lungimiranza, visione nei confronti delle prossime generazioni, programmi a lunga scadenza. 

Il salario minimo, che la Meloni rifugge come la peste, esiste in quasi tutti i paesi d'Europa. In Spagna fu addirittura introdotto a metà degli anni '60 quando era ancora sotto il franchismo, e da allora nessuno si è azzardato a toccarlo. Anzi, è stato a più riprese migliorato nel corso degli anni. Nel 1980, con l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori, il salario minimo è stato blindato come un diritto fondamentale, stabilendo che il governo debba consultarsi con i sindacati e le associazioni datoriali per fissarne l'importo ogni anno. Quest'anno è stato aumentato del 3,1% rispetto al 2025 portandolo a 1424,50 € mensili.

È un altro pianeta, la Spagna. E soprattutto ha ben altra classe dirigente. Là l'immigrazione è una risorsa, qua blaterano di blocchi navali e fanno i centri in Albania per soddisfare la pancia di milioni di analfabeti funzionali che poi votano i signori che abbiamo al governo; là il salario minimo ce l'hanno da più di mezzo secolo, noi abbiamo ancora la schiavitù a 500 €/mese. Là nessuno blatera di stupidaggini populiste come il ponte sullo stretto, ma si investe in maniera mirata nelle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali.

La differenza tra una locomotiva e un calesse trainato da un ronzino è tutta qui.

24 parole per capire l'economia


Questo libro è un testo base, se vogliamo una sorta di abbecedario accessibile a tutti (molti concetti sono riuscito a capirli pure io), per comprendere cosa muove e come funziona l'economia, quindi per capire come funziona il mondo, perché è l'economia che muove il mondo, nient'altro. 

Spesso si tende a pensare all’economia come a un insieme di grafici astratti, numeri freddi, qualcosa di lontano dalle nostre tasche e dalle nostre vite. Invece l'autrice spiega che l'economia è ovunque: è nel prezzo del caffè che beviamo al mattino, nella spesa al supermercato, nei mutui che stipuliamo, nel pieno di benzina, ed è il motivo per cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente finiscono per influenzare il nostro potere d'acquisto.

​Molto interessante il punto su cui l'autrice insiste nelle pagine finali: la perdita della voglia di approfondire e di capire. Se non leggiamo, se non studiamo, restiamo prigionieri del nostro perimetro e quando in un telegiornale sentiamo - un esempio a caso - che la BCE o la Federal Reserve alzano i tassi di interesse per "raffreddare" l'inflazione non sappiamo cosa significa. E invece significa tantissimo per noi tutti.

​Chiudo citando l'ultima pagina del libro:

Penso che parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuta al fatto che non si legge, che non si studia. «Leggere può creare indipendenza», così recitavano gli auguri di Natale 2025 della mia casa editrice. Invece non ci informiamo e di conseguenza non agiamo, anche solo facendo sentire la nostra voce pacificamente, unico fattore che davvero potrebbe essere in grado di cambiare le cose. Quante volte mi è stato detto: «Ma questo non si trova sui giornali», «Ma non ne parlate nei telegiornali, sul vostro sito o nelle vostre pagine social». Sbagliato. Ne parliamo. È che molti hanno ormai perso la voglia di leggere e approfondire. Questo libro dimostra che sui giornali gli approfondimenti ci sono eccome. E stiamo vivendo un momento talmente delicato, di equilibri geopolitici che traballano e che sono destinati a cambiare​ per sempre, che come minimo dobbiamo prenderci la briga di approfondire.

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Basti un esempio. Cina e USA, pur diverse, hanno qualcosa che le accomuna. E che aiuta noi a capire meglio il comportamento di alcune parti del mondo che possono sembrare controintuitive. Circa la metà degli statunitensi non ha un passaporto. In Cina milioni di persone non hanno mai preso un aereo. In sintesi, negli USA e in Cina una fetta notevole della popolazione non è mai uscita dai confini. Se lo avessero fatto avrebbero agito in modo diverso? Io credo di sì. È un tempo decisivo quello che stiamo vivendo. Se ognuno di noi non farà la sua parte per arrestare la deriva della mancanza di conoscenza, di studio e di sacrificio, del denaro facile, della dimenticanza della storia, del linguaggio volgare e aggressivo sui social... be’, sarà troppo tardi.

​Mi auguro di aver risposto a domande e risolto dubbi e spero leggiate a partire dall’acquisto dei quotidiani, il cui costo è infinitesimale se paragonato ai nostri sprechi. Dubbio e apertura sono le due parole con cui vi lascio. Mettersi in dubbio sempre: leggere, informarsi e darsi la possibilità di cambiare idea. Apertura mentale e capacità di porsi domande sono necessarie e doverose in questo tempo.

Lacerazioni interiori


No ma io me l'immagino la lacerazione interiore della signora Meloni nel periodo che va dalle 9 di ieri mattina (primo comunicato innocuo pro papa senza alcuna menzione a Trump) al comunicato del tardo pomeriggio con cui bolla come inaccettabile l'attacco frontale dell'uomo col ciuffo a Prevost. Magari lei sperava di cavarsela col primo senza che fosse necessario condannare chiaramente l'amico americano, ma alla fine la valanga di commenti irritati ricevuti sui social, assieme alla condanna dell'intero arco politico (compreso il suo governo) nei confronti dello squilibrato americano, hanno avuto la meglio e ha dovuto cedere. 

D'altra parte arrivano momenti in cui non è più concesso stare un po' di qua e un po' di là, non si può più non scegliere, non prendere parte, non sbilanciarsi; non funziona più il "non condanno e non condivido". Qualcosa di chiaro e inequivocabile ti tocca dirlo. Ma prendere una posizione chiara quando ormai si ha il vuoto attorno e si è rimasti soli, beh, vale per quello che vale. Nel suo caso molto ma molto poco.

domenica 12 aprile 2026

Perché loro no?

Comunque, alla fine, nessuno ha ancora spiegato chiaramente perché l'Iran non può avere la bomba atomica. Lo scoglio maggiore su cui si sono arenati i negoziati a Islamabad, alla fine, è infatti il nucleare, e Trump l'ha detto chiaramente: "Tutti i punti su cui è stato trovato un accordo non importano se comparati al fatto di permettere all’Iran di avere armi nucleari, questo è il singolo problema più importante". Uno magari può dire (discorso che mi è capitato di sentire): Vabbe', ma mica si vorrà lasciare che quelli là possano costruirsi la bomba atomica?

Perché no? Gli USA ce l'hanno, Israele ce l'ha, la Corea del nord ce l'ha, la Russia ce l'ha, la Francia, la Cina, il Pakistan ce l'hanno. Perché l'Iran non può averla? Chi lo decide? In base a quale principio? Perché gli Stati Uniti possono decidere cosa può avere o non avere l'Iran e l'Iran non può fare altrettanto? Escludendo ragionamenti infantili di tipo morale basati sul fatto che noi, abituati a guardare il mondo esclusivamente con le nostre lenti occidentali, ci consideriamo una civiltà superiore e stupidaggini simili, rimane il discorso del metodo, epistemologico. Dando per scontato che sarebbe meglio che l'atomica non l'avesse nessuno, perché una nazione si arroga il diritto di decidere chi può averla e chi no?

Quasi Sapiens


Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.

​Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.

​Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.

​È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.

Minetti

Chi ha vissuto la tragica stagione del berlusconismo (non che oggi si sia in una stagione migliore, intendiamoci) non può non ricordare l'enorme mole di scandali sessuali, tra cui la vicenda di Ruby Rubacuori, e l'indegna commistione tra sesso (mercenario) e politica che hanno contraddistinto quel particolare periodo storico. Elemento di spicco di quella stagione fu lei: Nicole Minetti, avvenente igienista dentale di Berlusconi avviata da quest'ultimo a una brillante carriera politica in cambio di favori sessuali. 

Ieri è uscita la notizia che la signora Minetti è stata graziata da Mattarella: le pene definitive di tre anni e undici mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione cancellate per "motivi umanitari", legati all'assistenza e alle cure che Nicole Minetti dedicherebbe a un minore disabile appartenente alla sua cerchia familiare. Non giudico l'atto di grazia del capo dello Stato, se ha deciso di concederle la grazia avrà fatto le sua valutazioni. Suscita solo qualche perplessità il fatto che l'atto risalga a febbraio e solo ieri, quando la notizia è diventata di dominio pubblico grazie a una trasmissione radiofonica, il Quirinale abbia pubblicato un comunicato ufficiale per spiegarne le ragioni. 

Probabilmente l'entourage di Mattarella sperava che la cosa passasse senza che venisse a galla, immaginando quello che avrebbe sollevato.

Sant'Agata Feltria







Ieri sera sono tornato dopo molti anni a Sant'Agata Feltria, un antico borgo medievale del Montefeltro a circa un'ora di macchina da Rimini. Ci sono tornato per uno pettacolo teatrale a cui avevo piacere di assistere. Quand'ero più giovane e meno "sedentario" passavo spesso da queste parti e visitavo con una certa frequenza i moltissimi borghi e rocche medievali che costellano l'entroterra romagnolo. 

Adesso giro di meno, ma quando capita mi fa ancora piacere tornare in questi posti.

La prima luce

Ho voluto provare a leggere questo libro perché sono argomenti affascinanti, ma per gran parte l'ho trovato molto difficile e fuori dell...