mercoledì 8 luglio 2026

Pensieri della mosca con la testa storta


Devo dire che per Giorgio Vallortigara nutro da sempre una specie di venerazione. È uno dei più noti e autorevoli neuroscienziati italiani e la sua fama non è certo limitata all'Italia. Se provate a cercare qualche sua lezione su youtube, rimarrete colpiti dal suo modo pacato e garbato di spiegare, e apprezzerete la sua capacità di rendere accessibili concetti molto difficili anche a chi, come me, è a digiuno delle materie di cui si occupa.

In questo suo interessantissimo saggio smonta due luoghi comuni molto diffusi. Il primo è che la coscienza sia un'esclusiva degli esseri umani o, al massimo, dei mammiferi superiori. Il secondo è che le forme basilari dell'attività cognitiva hanno bisogno di grandi cervelli. 

Generalmente siamo portati a pensare che l'intelligenza e le capacità cognitive degli animali siano direttamente proporzionali al volume della loro massa cerebrale. L'autore, avvalendosi del risultato di lunghi studi ed esperimenti, ribalta completamente questa prospettiva. Secondo Vallortigara, quel "surplus" neurologico che osserviamo in alcuni animali, compresi noi esseri umani, non serve a far funzionare il pensiero, la coscienza e, in generale, le nostre funzioni cognitive ma è semplicemente al servizio dei nostri enormi magazzini di memoria. In pratica, un maggiore numero di neuroni non significa un maggior grado di intelligenza ma solo una migliore memoria e una migliore capacità di utilizzarla.

Si pone a questo punto il problema della coscienza: se l'enorme mole di cellule neuronali di cui noi (e altri mammiferi) disponiamo non è in relazione con la coscienza, dove e come nasce quest'ultima? La tesi dell'autore è che la nascita della coscienza vada ricercata in una caratteristica essenziale delle cellule: la capacità di "sentire". Questa abilità si sarebbe manifestata per la prima volta quando, con l'acquisizione del movimento volontario, gli organismi elementari hanno avvertito la necessità vitale di distinguere tra gli stimoli prodotti dalla propria attività e quella procurata dal mondo esterno, l'altro da sé, tesi supportata da una robusta mole di esperimenti condotti in questo senso, che vanno dalla dimostrazione che i moscerini hanno una memoria visiva alla percezione dello spazio nelle api. Da questi esperimenti in laboratorio l'autore dimostra ad esempio come anche una mosca sia capace di mappare l'ambiente e prendere decisioni complesse sulla base di questa esperienza soggettiva.

Diciamo che è una lettura che mette fortemente in discussione l'idea, che più o meno tutti abbiamo, sul nostro posto nel mondo. Consigliatissimo a tutti quelli che sono ancora rimasti all'idea biblica dell'uomo al vertice del creato, anche se ormai l'insussistenza di questa idea dovrebbe essere assodata da quasi un paio di secoli.

lunedì 6 luglio 2026

La continuità del male


Questo interessantissimo saggio di Tomaso Montanari sarebbe da fare leggere a tutti quelli che sostengono che la destra oggi al governo non c'entra niente col Ventennio. Per smontare questa narrazione Montanari ha messo a confronto la retorica, il linguaggio, le esternazioni, i discorsi ufficiali, le leggi fatte, i provvedimenti adottati, i decreti legge promulgati dall'attuale governo con gli stessi elementi del periodo fascista. 

L'autore ha in pratica analizzato le radici storiche, il linguaggio e i simboli della politica nostrana, dimostrando che determinati elementi ideologici del passato non sono mai stati del tutto superati o rielaborati, ma continuano a riaffiorare sotto nuove forme attraverso, come la chiama l'autore, una "risemantizzazione" del linguaggio, ovvero l'uso di parole d'ordine e concetti del passato riadattati al contesto democratico moderno.

Alcuni parallelismi sono particolarmente precisi. Ad esempio la forte enfasi sulla natalità, sulla difesa della famiglia tradizionale e il timore del declino della popolazione autoctona. Quando nell'aprile del 2023 il ministro Lollobrigida, durante il congresso della Cisal, dichiarava: "Non possiamo arrenderci all'idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada", non faceva altro che richiamare da vicino la retorica della "battaglia demografica" degli anni Venti e Trenta, seppur oggi declinata in chiave di welfare e sovranismo. Nei discorsi mussoliniani questa retorica era onnipresente, per Mussolini era una specie di ossessione.

Altro elemento ricorrente è la dicotomia popolo vs. élite, ossia la narrazione di un popolo genuino e laborioso contrapposto a élite cosmopolite, intellettuali o burocratiche (spesso identificate con "Bruxelles" o con la sinistra interna), dicotomia che ricalca vecchi schemi retorici antiparlamentari e anti-intellettuali, oggi aggiornati in chiave populista. 

Oppure, ancora, l'identità e la terra, il richiamo continuo alle radici, alla "Patria", al legame sacro tra sangue e suolo, e la celebrazione di un passato idealizzato e privo di ombre che serve a costruire un senso di appartenenza esclusivo. Ma anche la diffidenza, il rifiuto e la stigmatizzazione dello straniero hanno costituito una delle colonne portanti della propaganda e dell'ideologia del Ventennio fascista, allora esattamente come oggi. Basta pensare a tutta la stucchevole retorica della (inesistente) invasione. E si potrebbe continuare. 

No, chi oggi governa non rappresenta alcuna evoluzione moderata o innocua di ciò che è stato. Magari è stato cambiato qualche indumento esteriore, ma la matrice rimane quella.

domenica 5 luglio 2026

La sorpresa


Sono cose che succedono quando non si sa niente di niente (e Trump non sa niente di niente) e si guarda il mondo là fuori esclusivamente con le lenti occidentali. L'Iran non è il Venezuela. Gli iraniani sono i discendenti dell'impero persiano e stanno al mondo da millenni. Non ragionano come ragiona Trump (e come ragioniamo noi), ragionano in modo totalmente diverso e mantengono quell'orgoglio e quella fierezza tipici degli imperi.

La sorpresa di Trump di fronte a 20 milioni di persone, solo a Teheran, che partecipano commosse ai funerali di Khamenei, nasce proprio dal non sapere niente di niente. La sua reazione tocca una delle dinamiche più complesse e spesso fraintese della geopolitica mediorientale: il confine tra il dissenso interno e l'orgoglio nazionalista di un popolo. ​L'approccio di Trump (e di una parte significativa della politica estera americana e in generale occidentale) tende a leggere le dinamiche internazionali attraverso una lente binaria: "il popolo oppresso dal regime vuole la libertà, quindi sostiene l'Occidente". Questa narrativa si scontra regolarmente con la realtà storica dell'Iran, un Paese che ha sulle spalle secoli e secoli di storia imperiale e un profondo senso di sovranità. Un Paese che disprezza profondamente l'Occidente e che non si sogna neanche lontanamente di voler diventare come noi.

È vero che in Iran esiste un fortissimo dissenso interno contro il regime teocratico (esploso a più riprese con dure proteste di piazza), ma quando il Paese subisce attacchi diretti o minacce da potenze straniere scatta un altrettanto forte riflesso nazionalista. Molti iraniani che criticano aspramente il governo per l'economia o i diritti civili si compattano attorno alle istituzioni quando percepiscono una minaccia all'indipendenza e all'integrità territoriale della nazione.

Questa profonda ignoranza da parte di Trump della storia e delle dinamiche geopolitiche di molte parti del mondo mediorientale è quella che ha portato il tycoon a perdere male la guerra contro l'Iran, nonostante i reiterati e ridicoli proclami di vittoria. Proclami a cui possono credere giusto quei poveretti (sempre meno) che ancora gli danno credito.

Ultimo

Forse la spiegazione del fenomeno Ultimo prescinde dalla musica e ha più a che fare con l'antropologia e con certe dinamiche mentali e psicologiche. Anche a me piace la musica: la ascolto, la suono, e anche io ho i miei idoli in questo campo. Ma se anche avessi la possibilità di assistere all'esibizione di qualcuno di questi miei idoli, che in un qualche passato potevano essere, che ne so, i Genesis, i Pink Floyd ecc., non lo farei certo al prezzo di trascorrere 10 giorni e 10 notti fuori dai cancelli chiusi di uno stadio, sull'asfalto, con 40° gradi durante i picchi del giorno.

Eppure un mare di persone l'ha fatto per Ultimo e, in genere, anche se non con queste esagerazioni, succede sempre più spesso anche con altri artisti, mi sembra. Quindi è probabile che sia appunto un fenomeno che prescinde dalla musica e c'entri più con meccanismi psicologici che tendono a esaperare il bisogno di appartenere a un gruppo, a un'identità comune, meccanismi profondamente e atavicamente radicati nella natura umana, che sono sempre esistiti e che nella storia si sono sempre verificati. Penso ad esempio a Woodstock, ai raduni oceanici dei papi (gli esempi che si potrebbero fare sono infiniti).

L'aspetto paradossale di queste dinamiche è che l'artista che è riuscito ad amalgamare e a mettere insieme questa sua "tribù" non conosce ogni singolo individuo. I singoli individui conoscono e adorano lui, ma lui vede solo questa massa oceanica e indistinta che è il suo "popolo". E mentre questo popolo sta per 10 giorni sull'asfalto a 40° e passa le notti in un sacco a pelo o in una tenda, lui se ne sta beatamente a dormire in albergo al fresco dell'aria condizionata, ma per il suo "popolo" questa cosa non è importante. 

Strana bestia, l'essere umano.

sabato 4 luglio 2026

Il selvaggio


Rare volte mi è capitato di imbattermi in romanzi così appassionanti. Il selvaggio non è una lettura tranquilla e accomodante, è una tempesta di sangue, fango, ghiaccio, vita. La storia si snoda per tutto il romanzo su due binari paralleli, uno corre nella Città del Messico degli anni '70: corrotta, violenta, brutale. Qui il protagonista e Juan Guillermo, un ragazzo a cui la violenza ha progressivamente tolto tutto: fratello, genitori, amicizie. La sua vita è una continua lotta per opporsi alle ingiustizie e alla violenza, incarnate da un dirigente della polizia corrotto e una setta di fanatici assassini cattolici.

Il binario su cui si snoda la storia parallela corre invece lungo le piste ghiacciate dello Yukon, nel nord del Canada. Il protagonista è un inuit di nome Amaruq, ossessionato da un grande esemplare di lupo grigio (il "Selvaggio"), che insegue per centinaia di chilometri in mezzo a una natura ostile che, a tratti, sembra quasi prendersi gioco di lui.

Tutto il romanzo è un continuo saltare tra queste due anime e due storie: le sanguinose strade di Città del Messico e le ghiacciate e selvagge piste dello Yukon. Ma in realtà non sono due anime: è un'anima sola declinata in due modi. Un grande romanzo di formazione.

Splendido!

venerdì 3 luglio 2026

Giovanni Storti divulgatore?

Da qualche anno Giovanni Storti, uno dei tre attori del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ha avviato una fiorente "carriera" come attivista ambientale, parlando di ecologia, ambiente, sostenibilità, biodiversità, natura, energie rinnovabili ecc. sui suoi canali social, canali che, anche in virtù della sua notorietà artistica, raggiungono diversi milioni di persone. C'è qualcosa di male in tutto ciò? In linea di principio direi di no. Anzi, chi, come lo scrivente, è molto sensibile a questi temi, pensa che sia sicuramente cosa buona (senza contare che a me quei tre sono sempre stati simpatici). 

Il problema, però, potrebbe porsi con la competenza. Giovanni Storti è competente relativamente alle tematiche che affronta? Ok, finché fa un video in cui dice che il dramma del caldo nelle città si potrebbe attenuare piantando alberi, nessun problema, si sa che è vero, anche se la questione è in realtà molto più complessa. Ma non sempre le tematiche sono così semplici, e allora potebbe nascere qualche problema. 

Si sta parlando molto, in questi giorni, di un video realizzato dal comico in cui si spiegano alcune cose sul grano e sulla genetica. Molti scienziati, però, hanno rilevato in questa "lezione" diverse inesattezze - inesattezze in realtà è un eufemismo, si tratta di vere e proprie fesserie scientifiche. Tra i tanti scienziati che hanno analizzato il video in questione c'è Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, biologo evoluzionista e divulgatore scientifico, anche lui molto attivo in rete. Nel video qui sotto, in mezzoretta elenca tutte le "criticità" del video di Giovanni, spiegando dal punto di vista scientifico perché si tratta di falsità. 

Qui, ovviamente, si apre un problema, problema che in realtà è noto da quando esiste internet. Anzi, si può dire che esiste da quando gli esseri umani hanno imparato a tramandarsi informazioni. Bufale e stupidaggini giravano infatti anche prima di internet e dei social, questi mezzi non hanno fatto altro che portare al parossismo la loro diffusione. Non è un problema da poco, se ci si pensa. Un attore può parlare di genetica sui suoi canali social? Quali sono le sue competenze in questo campo? Quali studi ha fatto? E ancora: il comico in questione era cosciente delle corbellerie che ha detto in quel video quando l'ha pubblicato? Se ne era cosciente abbiamo un problema, ma abbiamo un problema anche se ha detto le cose che ha detto pensando in buona fede che fossero vere. Perché quel video non è stato visto da 100 o 200 persone come i lettori di questo post, ma da milioni. Siccome si presume che la stragrande maggioranza di chi guarda le "lezioni" del comico non sia composta da genetisti, milioni di persone si sono magari convinte che effettivamente gran parte del grano coltivato in Italia sia OGM (lo afferma l'attore nel video), mentre invece le coltivazioni OGM in Italia sono proibite per legge.

Non so. Mi viene da pensare a Umberto Eco, il quale diceva: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli". Ovviamente non sto dicendo che Giovanni Storti è un imbecille, sia chiaro, a me infatti interessa il concetto espresso da Eco in senso generale, non il riferimento particolare. E il senso è che oggi, con i social, ognuno può dire ciò che vuole, e in molti casi non è evidentemente un bene.


mercoledì 1 luglio 2026

Passare oltre

Mi sarebbe piaciuto che il grande rilievo mediatico che è stato dato alla ridicola diatriba tra i lefebvriani e il papa, fosse stato dato anche al resoconto del cardinale Pizzaballa sulla situazione nella striscia di Gaza. Invece non ne ha parlato quasi nessuno. D'altra parte, fare prime pagine su intere città rase al suolo, tendopoli immense, odori nauseabondi e bambini morsi dai topi non è interessante.

E poi, come è noto, di quel massacro e di quell'inferno siamo responsabili anche noi, meglio passare oltre e parlare di cose più interessanti.

La stupidità del razzismo

Quindi, ricapitolando, un pizzaiolo viene ucciso a Reggio Emilia da un cliente, omicidio nato dal rifiuto del pizzaiolo di dargli l'ennesima pizza a sbafo. Prima ancora di risalire all'identità dell'assassino e di capire la dinamica in cui è maturato il fatto di sangue, vari esponenti leghisti, sia locali che nazionali, avendo subito fiutato ampie possibilità di sciacallaggio in chiave razzista, cominciano a tempestare le loro pagine social di appelli alla remigrazione conditi coi soliti, stupidi, ritornelli: ci vuole ordine, gli stranieri vengono qua a uccidere, rapinare, creare caos e blablabla. Poi si scopre, ops!, che l'assassino è italiano e abita a poche vie di distanza dalla pizzeria. Parte il tam-tam con il contr'ordine: cancellate tutto, è italiano! E giù, tutti a cancellare e nascondere i vibranti post razzisti già vergati e dati in pasto ai cani da social, pronti con la bava alla bocca.

A questo penoso spettacolo c'è da aggiungere un particolare. Il povero pizzaiolo era emigrato 30 anni fa dalla Sicilia per aprire una pizzeria a Reggio Emillia. Fino ad alcuni anni fa, quando per la lega la mitologica Padania arrivava fino al confine meridionale della Pianura Padana, quel pizzaiolo sarebbe stato lui stesso uno straniero, e se si fa un giro nei meandri più schifosi della rete, si trovano ancora i video coi cori razzisti dei leghisti contro i terroni (siciliani compresi, ovviamente). Ecco, tutto questo per dire la stupidità del razzismo e di certi partiti che lo fomentano.

domenica 28 giugno 2026

Ma che ne sa?

L'ex generale ha detto che gli immigrati vanno rimandati a casa e a raccogliere pomodori, fragole e olive bisogna rimetterci gli italiani, come 30 o 40 anni fa. Bellissimo. Il problema è che così facendo cambierebbero solo i soggetti vittime di sfruttamento, non lo sfruttamento. Il fulcro di tutti i problemi non sta infatti nel conflitto tra italiani e stranieri, ma tra lavoro e capitale. 

Il caporalato e in generale lo sfruttamento (e non solo di persone straniere) sono infatti strutturali al funzionamento di un certo modello economico, e non una semplice questione di "chi" lavora nei campi. È un'analisi, questa, condivisa e sostenuta da molti sociologi ed economisti del lavoro, e se non si parte da lì, nei campi a raccogliere i pomodori ci possiamo mettere chi vogliamo, non cambia niente.

Ma che ne sa, Vannacci?

sabato 27 giugno 2026

Omologazioni


Alla fine la giunta regionale delle Marche, ovviamente di centrodestra, ha approvato la legge: via i negozi etnici, o comunque quelli non in linea con le tradizioni, dai centri storici marchigiani. Il presidente della regione Marche, Francesco Aquaroli, ha dichiarato che è una battaglia che portano avanti da 15 anni "per contrastare l'omologazione" e favorire "il recupero identitario dei borghi". 

Tutto bellissimo. 

Poi, magari, a 500 metri dal negozio del kebabbaro c'è un McDonald's, una delle multinazionali alimentari più diffuse al mondo che produce lo stesso panino da Pechino a Helsinki e da New York a Canicattì. Quello può restare, il negozietto del kebab no, perché si sa che l'omologazione viaggia sempre su binari separati.

mercoledì 24 giugno 2026

Genitori

Gelateria. Ieri sera. Nel tavolo di fianco al mio ci sono un uomo e due bambine, la più grande di circa 12-13 anni, la più piccola di 5-6 anni. L'uomo e la più piccola parlano tra loro ma non bado a cosa dicono, e comunque è quasi impossibile riuscire a sentire a causa del rumore delle macchine che passano sulla strada lì vicino. A un certo punto, però, sento che l'uomo alza un po' la voce e dice alla bimba: "La tua maestra non capisce un cazzo!" La bimba replica qualcosa ma con un tono di voce più basso, quindi non riesco a sentire e la cosa finisce lì.

Ora, un genitore che denigra e scredita la figura della maestra, in un bambino di 5-6 può creare seri problemi di fiducia. Ci sono molti studi che documentano questo rischio. A quell'età, infatti, un bambino vive in un universo sociale le cui figure prevalenti sono i genitori e gli insegnanti, entrambi parimenti importanti. Se il genitore delegittima l'insegnante, il bambino può trovarsi in una situazione di conflitto di fiducia, perché non sa più se si deve fidare dei genitori o delle maestre. In pratica, se le due figure sono coerenti tra loro generano nel bambino una maggiore sicurezza emotiva e una maggiore fiducia negli adulti, altrimenti è il contrario. Se il genitore ha qualcosa da recriminare all'insegnante va da quest'ultima e ci parla di persona, non la prende a male parole di fronte al bambino. Siamo all'ABC della psicologia dello sviluppo.

Ma psicologia dello sviluppo a parte: tu, genitore, ti rivolgi a tua figlia di 5-6 anni utilizzando quel linguaggio da avventore da bar al sesto grappino? Se non sei d'accordo su una cosa che la maestra di tua figlia ha detto, non dici "la tua maestra non capisce un cazzo", ma, al limite, "su questa cosa che ha detto la tua maestra non sono d'accordo". In questo modo la bambina capisce che su quella specifica cosa ci può essere una divergenza tra genitore e maestra, ma in generale le due figure rimangono comunque coerenti tra loro.

Io sarei per istituire un patentino per i genitori: chi vuole mettere al mondo dei figli sostenga un esame che certifichi che il candidato è in possesso dei requisiti minimi per poterlo fare. Altrimenti niente figli.

martedì 23 giugno 2026

Nonno

Questa notte, all'ospedale di Rimini, è nata una bellissima bambina, paffutella, con occhi scuri e tanti capelli, e il tenutario del blog, qui, è diventato nonno.

Una delle cose bellissime che possono capitare nella vita :-)

lunedì 22 giugno 2026

La naturopata

A mio avviso, il problema di questa situazione è uno solo: aprire le porte di un policlinico universitario pubblico a una naturopata, indirettamente "eleva" la dignità di questa figura equiparandola a quella di un medico, di un chirurgo, di un anestesista, tutte figure qualificate, con una laurea in medicina e una o più specializzazioni. Magari questa naturopata girerà per l'ospedale con la stessa divisa dei medici e i pazienti saranno indirettamente portati a pensare che in fondo tra le due figure non ci sia differenza.

Ma io non ce l'ho con la naturopata né, in generale, con la naturopatia. Se uno vuole farsi curare una infezione alle vie urinarie con la calendula o i fiori di Bach, chi sono io per impedirglielo? Io ce l'ho col policlinico che ha assunto, pagandola con soldi pubblici, questa signora. Se in un policlinico, che per definizione è il luogo dove ogni attività è strettamente ancorata a rigorosi presupposti scientifici, si dà credito a una pratica che di scientifico non ha niente, allora crolla tutto. 

In effetti, pensandoci, viviamo ormai in una società dove parecchie cose stanno crollando.

domenica 21 giugno 2026

Barbero al BSMT

Alessandro Barbero è andato al BSMT di Gianluca Gazzoli e i due hanno fatto una bellissima chiacchierata di oltre due ore. Una delle parti che mi è piaciuta di più inizia dal min. 1:40. Qui Barbero racconta la genesi del suo primo romanzo, ovviamente storico: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, un libro che ho da molto tempo nella mia wishlist e che adesso leggerò sicuramente. 

Barbero, dopo svariati saggi accademici, decise di scrivere un romanzo e cominciò un po' alla chetichella, nei ritagli di tempo (era già professore universitario). Neppure sua moglie sapeva che lo stava scrivendo. Una volta terminato (la stesura richiese quasi 10 anni) e stampato in maniera casereccia con una stampante, inviò le prime 50 pagine ad Aldo Busi, del quale trovò l'indirizzo sull'elenco telefonico, e Busi dopo una settimana lo chiamò al telefono di casa per farsi dare l'intero manoscritto. Gli piacque talmente tanto che gli procurò un contratto con la Mondadori. Il romanzo vincerà poi lo Strega nel 1996.

Episodio a parte, se avete un paio d'ore di tempo e, come me, siete fan del grande divulgatore, ascoltate tutta la chiacchierata tra lui e Gazzoli, merita davvero.

giovedì 18 giugno 2026

Furedi

Oggi ho scoperto una cosa nuova: esiste un sociologo di origine ungherese che si chiama Frank Furedi. Il sociologo in questione ha scritto un testo che si chiama I confini contano, e da questo testo, manco a dirlo, è stata tratta una delle tracce della maturità di quest'anno. 

Spulciando un po' le note biografiche del tipo si scopre però una cosa interessante: è nato in Ungheria, poi è scappato con la famiglia in Canada dopo la fallita rivolta del '56, poi dal Canada si è trasferito nel Regno Unito dove vive attualmente. Quindi c'è da immaginare che per Frank Furedi i confini contino, sì, ma fino a un certo punto.

Caccia

Quando fanno una porcata, sanno che è una porcata, quindi cercano di farla sembrare meno porcata giocando con la semantica e contando sul fatto che la maggior parte di chi legge crederà a ciò che viene raccontato. Vale anche per la riforma della caccia che sta per vedere la luce. In questo contesto, i cacciatori non sono più "bioregolatori" (faceva già ridere così) e la caccia diventa "una attività utile alla conservazione della tutela della biodiversità e degli ecosistemi".

Belle le parole "biodiversità", "ecosistemi", "tutela", no? Così, il povero di spirito che legge pensa: Cavolo, bella questa cosa, fanno una riforma della caccia in senso ambientalista. Quando invece, se si legge attentamente, questa porcata va in senso esattamente opposto: aumentano le specie cacciabili, aumentano le aree di caccia consentite, come spiagge e aree protette. Si potrà cacciare nelle aziende faunistiche private, visto che viene meno la norma che prima permetteva ai proprietari di imporre uno stop per motivi etici, e tante altre belle cose che vanno nella direzione opposta rispetto a concetti come "biodiversità", "ecosistemi", "tutela", "conservazione". Nella realtà le uniche cose che vengono tutelate, anzi rafforzate, sono gli interessi di chi ancora indulge alla crudele, stupida, anacronistica e dannosa pratica della caccia.

mercoledì 17 giugno 2026

Mi pare

Vado a memoria, ma credo che il cardinale Ruini sia il personaggio pubblico che ho maggiormente disprezzato. Per tutta una serie di motivi che adesso, qui, sarebbe lunga spiegare (ne ho già scritto parecchio, all'epoca, su queste pagine).

martedì 16 giugno 2026

Le macchine del linguaggio


Non so a quanti dei miei 32 lettori interessi il tema dell'IA generativa. A me, da qualche tempo, molto. Ho deciso quindi di buttarmi su questo interessantissimo saggio di Alfio Ferrara, professore di informatica all'Università degli Studi di Milano, per capire in maniera approfondita cosa sono e come funzionano questi benedetti LLM. 

Il testo è interessantissimo ed esaustivo, anche se alcune parti, specie nella prima metà del libro, le ho trovate piuttosto ostiche (purtroppo non ho una laurea in matematica :-). Ferrara la prende da lontano partendo proprio dall'ABC (ogni lettera, spazio o segno di interpunzione che digitiamo viene rappresentato all'interno del computer come una sequenza di bit, cioè di 0 e 1) per arrivare alla nascita dei primi modelli di generazione del linguaggio che oggi abbiamo sui nostri smartphone.

Uno dei punti principali del testo sta nello smontare una leggenda piuttosto diffusa, quella secondo cui l'IA pensi. No, non pensa, non riflette, non ha alcuna comprensione dei concetti, almeno nel senso in cui intendiamo noi: l'IA calcola e genera parole (in realtà lunghissime sequenza di 0 e 1) correlate le une alle altre secondo parametri meramente statistici e probabilistici. In pratica ChatGPT e tutti gli altri prendono miliardi di testi scritti dagli esseri umani, trasformano le parole in numeri e coordinate geometriche (vettori) e calcolano la probabilità che una parola ne segua un'altra, e quando lo fanno non riflettono sulla risposta e sui concetti che esprimono, si limitano (si fa per dire) a calcolare qual è la parola statisticamente più probabile da inserire dopo quella precedente, basandosi su tutto ciò che hanno letto. 

Se la prima parte del saggio è piuttosto "tecnica", la seconda molto meno. Qui l'autore si profonde in articolate riflessioni etiche e anche filosofiche sul rapporto tra noi e queste macchine; riflessioni inevitabili, dal momento che l'IA è la prima tecnologia creata dall'uomo in grado di imitare la sua caratteristica più sacra: il linguaggio.

A molti l'IA incute qualche timore, ma non esiste alcun motivo razionale per averne. Una nota massima popolare dice che si ha paura di ciò che non si conosce. Nel caso dell'IA generativa non può essere più vera.

domenica 14 giugno 2026

Tra i due

Per un De Gregori che non sceglie, non prende parte, non si sbilancia, c'è un Roger Waters che (da sempre) sceglie, prende parte, si sbilancia, molto spesso con toni ruvidi, duri, poco inclini alla diplomazia. Toni che possono piacere o non piacere, ma lui è cosi: prendere o lasciare. Il grande musicista inglese ha riscritto e pubblicato qualche giorno fa una versione totalmente inedita di Comfortably Numb (una delle ballate più belle di The Wall) interamente dedicata alla Palestina e alla situazione a Gaza, una versione realizzata con la collaborazione della musicista palestinese Mona Miari.

Le strofe cantate da Mona Miari sono in arabo (sottotitolate in inglese nel video) e raccontano in modo straziante il dolore di chi ha visto la propria casa distrutta e i propri affetti cancellati dalle macerie. Le modifiche apportate al brano da Waters hanno quasi completamente stravolto il senso della canzone originaria. Se nel 1979 cantava "I have become comfortably numb" ("Sono diventato piacevolmente insensibile/addormentato") per criticare il cinismo della società, in questa versione 2026 urla "I'll never become comfortably numb". Diventa cioè un manifesto politico: l'impegno a non voltarsi mai dall'altra parte e a non cedere all'indifferenza davanti al dramma dei civili palestinesi.  Da notare che, nelle sue parti cantate, Waters ha impostato il brano come una sorta di lettera aperta in cui l'Occidente chiede scusa alla popolazione di Gaza per gli anni di silenzio e apatia di fronte ai conflitti nella regione.




Vale a questo punto la pena di dire due parole su questo capolavoro. Comfortably Numb è una delle tante perle contenute in quello scrigno di piccoli capolavori che è The Wall, concept album uscito nel 1979 e considerato, dopo The Dark Side Of The Moon, una delle vette qualitative della loro produzione musicale. È uno dei brani più iconici e profondi della storia del rock. Nel contesto del concept album ideato da Roger Waters la canzone affronta temi legati all'alienazione, al trauma infantile e all'apatia protettiva. Il brano è strutturato come un dialogo psicologico e clinico tra due personaggi (interpretati dalle diverse voci di Waters e David Gilmour) e tocca tre filoni tematici principali: l'isolamento e il muro psicologico, il cinismo dello show business, la nostalgia dell'infanzia. 

Questa è la versione originale del 1979, riproposta durante il celebre Live 8 del 2005. In quella storica occasione i Pink Floyd si riunirono dopo anni di dissidi e di scontri. Fu l'ultima volta. Piccola nota tecnica: l'assolo di David Gilmour che chiude il pezzo è uno dei più iconici e celebri della storia del rock.



Tra un De Gregori che non sceglie e un Roger Waters che sceglie, io preferisco il secondo.

sabato 13 giugno 2026

I numeri di Musk

Con la quotazione in borsa di SpaceX Elon Musk, che era già l'uomo più ricco del mondo dal 2021, è diventato il primo trilionario della storia (in dollari), vedendo il suo patrimonio superare la cifra di 1,1 trilioni di dollari (1.100 miliardi di dollari). Quelli del Post hanno provato a spiegare come si può rappresentare questa cifra, difficilmente immaginabile per la mente umana. Ho mandato Gemini in giro per il web per cercare a cosa si può paragonare una tale quantità di soldi. Ecco cosa mi ha risposto:


Un patrimonio di 1,1 trilioni di dollari (ovvero 1.100 miliardi di dollari) è una cifra talmente astronomica che per la mente umana è quasi impossibile da visualizzare.

​Per capire meglio l'enormità di questa ricchezza, possiamo tradurla in alcune equivalenze e paragoni con il mondo reale:

​1. Rispetto agli Stati e alle Nazioni

  • Supera il PIL dell'Arabia Saudita o dell'Olanda: Se il patrimonio di Elon Musk fosse l'economia di una nazione, si posizionerebbe intorno alla 17ª o 18ª posizione nella classifica dei Paesi per Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale. Produce più ricchezza lui da solo di intere nazioni industrializzate.
  • Copre metà del debito pubblico italiano: Il debito pubblico dell'Italia (uno dei più alti al mondo) si aggira intorno ai 2.900 miliardi di euro. La ricchezza di Musk basterebbe a estinguerne quasi la metà in un colpo solo.

​2. Rispetto alla vita di tutti i giorni

  • Spendere 1 milione di dollari al giorno: Se decidessi di spendere 1 milione di dollari ogni singolo giorno, ti servirebbero circa 3.000 anni per esaurire il patrimonio di Elon Musk. Significa che avresti dovuto iniziare a spendere un milione al giorno ai tempi degli antichi Egizi per finire i soldi oggi.
  • Comprare case per tutti: Con quella cifra si potrebbero acquistare circa 3,6 milioni di appartamenti di lusso del valore di 300.000 dollari l'uno, abbastanza da regalare una casa a ogni singolo abitante di Roma e Milano messi insieme.

​3. Rispetto a colossi aziendali e beni di lusso

  • Comprare la Ferrari, la Apple e molto altro: Musk potrebbe teoricamente comprare interamente aziende colossali come la Ferrari, la Coca-Cola, McDonald's e Netflix, tutte insieme, e gli avanzerebbero ancora centinaia di miliardi di dollari.
  • Una flotta di superyacht: Lo yacht più costoso al mondo (l'History Supreme) vale circa 4,8 miliardi di dollari. Musk potrebbe acquistarne una flotta di oltre 220 esemplari.

​4. Il fattore tempo: quanto guadagna al secondo?

​Se consideriamo che gran parte di questa crescita è avvenuta negli ultimi anni, il calcolo della sua velocità di guadagno è impressionante:

  • ​Negli anni di picco, il suo patrimonio è cresciuto a un ritmo stimato di circa 3.000/4.000 dollari al secondo. Significa che nel tempo in cui hai impiegato a leggere questa frase, lui ha virtualmente guadagnato l'equivalente di un ottimo stipendio annuale di un lavoratore medio.

Ora, è vero che gran parte di questo capitale è sotto forma di azioni e quindi, teoricamente, suscettibile di una ipotetica volatilità (se domani il mercato azionario crollasse ne uscirebbe piuttosto ridimensionato), ma in generale qualche riflessione sulle regole attuali del capitalismo globale, che tendono a far muovere la ricchezza in modo esponenziale verso l'alto, sarebbe il caso di cominciare a farla.

venerdì 12 giugno 2026

Perché non leggiamo più

Quelli di Geopop, ma non solo loro, possiedono un dono: espongono in modo efficace e in pochi minuti argomenti spesso piuttosto complessi. Tipo questo, ad esempio, che per alcuni aspetti mi riguarda molto da vicino. Come del resto credo riguardi molti lettori.

giovedì 11 giugno 2026

Per farsi un'idea di lui

Mi scoccia dover dedicare un altro post a Vannacci (poi smetto, giuro), ma è solo per far capire com'è il tipo, perché magari molti conoscono genericamente i suoi cavalli di battaglia ma non ne hanno un'idea precisa. Poi vabbe', uno potrebbe anche dire: chi se ne frega di Vannacci? (E come dargli torto?). Purtroppo con questo "signore" ci avremo a che fare sempre di più, perché il partito che ha fondato sta progressivamente prendendo peso e guadagnando consensi, e alle politiche del prossimo anno sia la coalizione di destra che quella del campo largo volenti o nolenti ci avranno a che fare.

Ieri sera il tipo è stato intervistato da Lilli Gruber, un'intervista senza sconti come raramente se ne vedono, ed è venuta fuori tutta la pochezza, la miseria e l'assurdità delle sue idee: l'anormalità degli omosessuali, la remigrazione, le donne che è bene se ne stiano in cucina a preparare manicaretti per i mariti e via di questo passo. Ovviamente la trasmissione non l'ho guardata, anche perché il solo vedere la sua immagine mi disturba, mi sono limitato ad ascoltare il relativo podcast (qui) stamattina.

Anni fa mi sarei stupito del "successo" di personaggi simili e delle idee che propugnano, oggi non più.

martedì 9 giugno 2026

Cristo si è fermato a Eboli


Ho dei ricordi di questo libro legati alla mia infanzia, perché lo trovai casualmente a casa di mia nonna Tina un giorno che andai a trovarla, e ricordo che quel titolo mi rimase impresso. L'ho letto per la prima volta adesso, molti decenni dopo quel periodo. Cristo si è fermato a Eboli è il capolavoro in cui Carlo Levi ripercorre il suo periodo di confino politico, tra il 1935 e il 1936, nei piccoli paesi lucani di Grassano e Gagliano. Il senso del libro è già nel titolo, perché Eboli è l'ultimo paese della Campania dove la civiltà moderna, lo Stato e la storia si fermano. Oltre quel limite, nel cuore rurale e aspro della Lucania degli anni '30, si apre un mondo diverso e senza tempo.

​Levi è un medico e pittore torinese che si ritrova immerso in una civiltà rurale dominata da una rassegnazione millenaria, dalla miseria e dalla malaria, ma anche da una una grande dignità. Un mondo regolato da ritmi arcaici, credenze magiche e una solidarietà silenziosa, totalmente estraneo alla logica della modernità e del progresso. Sullo sfondo di questa realtà immobile si staglia l'ombra del fascismo, con la sua retorica imperiale, le sue adunate e le guerre coloniali in Africa (proprio in quegli anni si consumava la campagna d'Etiopia). Levi ci mostra con amara ironia come la propaganda del regime scivoli via sulla pelle dei contadini senza scalfire la loro realtà. Per loro, per i contadini della Lucania, lo Stato fascista non è che l'ennesima maschera del potere cittadino, un'entità astratta, esattrice di tasse e dispensatrice di guerre, percepita come una calamità naturale contro cui è inutile lottare. 

Una menzione meritano sicuramente le interessantissime pagine del romanzo in cui Levi descrive il fenomeno del brigantaggio. Secondo l'autore questo fenomeno non va inserito in una cornice romantica o criminale, ma è stato la grande, disperata epopea del mondo contadino. Levi non lo derubrica a semplice delinquenza, ma lo considera una fiammata di ribellione spontanea contro l'oppressione dello Stato, contro le tasse, la leva obbligatoria e i decreti calati dall'alto da una Roma lontana e indifferente. Il brigante, nella memoria collettiva della Lucania, diventa così un eroe tragico, il simbolo di una civiltà che rifiuta di farsi assimilare e distruggere da un potere che non la capisce.

​In sostanza, Cristo si è fermato a Eboli è una riflessione attualissima sul concetto di meridione, sull'incomunicabilità tra culture diverse. Attualissimo anche oggi.

lunedì 8 giugno 2026

Vannacci e la disabilità

Vorrei segnalare al generale Vannacci, che propone classi differenziate per gli studenti disabili, che nel nostro Paese la svolta inclusiva si ebbe nei primi anni Settanta. A quell'epoca risale infatti l'abolizione progressiva delle classi differenziali nella scuola dell'obbligo e l'abolizione delle cosiddette "scuole speciali". Quindi, "classi differenziali" e "scuole speciali" appartengono alla pattumiera della storia da quasi sessant'anni.

Le classi differenziali erano destinate ad alunni considerati "non adatti" al normale percorso scolastico e vi venivano confinati studenti con situazioni molto diverse tra loro: disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, problemi comportamentali, svantaggi sociali o linguistici; talvolta perfino bambini semplicemente ritenuti "indietro" rispetto ai compagni. 

Nel 1971 fu approvata una legge che iniziò ad aprire la scuola comune agli alunni con disabilità, anche se la vera svolta arriverà con la legge 517 del 1977, che abolì gran parte delle classi differenziali nella scuola dell'obbligo e introdusse il principio dell'integrazione degli alunni con disabilità nelle classi ordinarie. Ma perché furono abolite? Perché ci si rese conto che queste discriminazioni tendevano a isolare gli studenti e abbassavano le aspettative nei loro confronti; in più rendevano difficile il ritorno nelle classi ordinarie. In pratica, una volta entrato in una classe differenziale, era frequente che un alunno rimanesse in un percorso separato per anni. A volte per sempre. 

Oggi, l'orientamento prevalente della moderna pedagogia e le convenzioni internazionali sui diritti delle persone con disabilità vanno tutti nella direzione dell'inclusione. E ci sono quasi 60 anni di storia che stanno a dimostrare la giustezza di questa impostazione. Ciò non significa, ovviamente, che ogni situazione sia semplice o che non esistano casi particolarmente complessi. Significa però che la maggior parte degli esperti ritiene preferibile migliorare gli strumenti dell'inclusione piuttosto che tornare a una separazione sistematica degli studenti con disabilità. Alla luce di tutto questo, sarebbe interessante sapere a quali fonti attinge il generale per sostenere che il ritorno alle classi differenziali gioverebbe sia agli alunni con disabilita, sia a quelli senza disabilità. Ma temo che non ci sia nessuna fonte né nessuna documentazione a supporto della sua proposta. C'è solo una particolare forma mentis che è quella della separazione e dell'esclusione.

D'altra parte, Vannacci viene dallo stesso partito che anni fa proponeva, a Milano, di istituire mezzi pubblici per stranieri e mezzi pubblici per gli italiani, esattamente come succedeva negli anni della segregazione razziale negli Stati Uniti. La segregazione razziale negli USA fu gettata nella pattumiera della storia negli anni Sessanta del Novecento. La segregazione degli studenti con disabilità fu gettata nella pattumiera della storia, in Italia, negli anni Settanta del secolo scorso. In teoria, la storia dovrebbe andare avanti, non tornare indietro.

domenica 7 giugno 2026

Animali e figli

Vorrei far presente al sindaco di San Giorgio questa cosa: dire alle coppie senza figli, ma con un animale, che cani e gatti non ci pagheranno le pensioni, mentre i figli sì, è puro materialismo. Una forma anche piuttosto bieca di materialismo, se ci si pensa. Poi, certo, lui stesso ammette che la tassa di 20 euro per ogni animale domestico è una provocazione, ma le provocazioni, anche le più strampalate, sottendono sempre un pensiero. In sostanza, il sindaco deplora la mancanza di figli per motivi meramente utilitaristico/economici.

Niente di nuovo, intendiamoci. La valenza utilitaristica della genitorialità è storicamente sempre esistita a ogni latitudine. I nostri nonni e bisnonni non facevano 9-10 figli per soddisfare insopprimibili afflati di amore genitoriale, ma perché i figli servivano per lavorare e per garantire assistenza a padri e madri nella loro vecchiaia: niente di più, niente di meno. E anche oggi, il ritornello preferito di chi denuncia il drammatico livello di denatalità che affligge il nostro Paese (e in generale il mondo occidentale) richiama sempre motivazioni di sostenibilità del sistema previdenziale. Che è, di nuovo, materialismo allo stato più puro. Tra l'altro sorprende che a fare questi ragionamenti siano spesso esponenti politici cattolici, gli stessi che poi blaterano sempre di spirito e spiritualità.

Per quanto riguarda l'equazione no figli = sì animali, io ci andrei cauto. È vero che tante coppie non hanno figli ma hanno uno o più animali domestici, ma siamo sicuri che queste situazioni siano generate da automatismi "o questo, o quello"? È vero che la singola esperienza non è mai un campione rappresentativo né fa statistica, ma io conosco coppie con figli senza animali, coppie senza figli con animali, coppie senza animali e senza figli, coppie con animali e con figli. Mi viene da pensare che per molte coppie senza figli gli animali non siano sempre e solo un ripiego ma una scelta indipendente dalla presenza o meno di prole. Poi magari non è così, ma la mia sensazione è questa.

E comunque, in linea generale, se si vogliono trovare motivazioni che spieghino il drammatico declino della denatalità, lo si faccia seriamente, non dando la colpa agli animali.

sabato 6 giugno 2026

I segreti di Stephen King


Caroline Bicks è una studiosa di Shakespeare e docente universitaria che dal 2017 occupa la cattedra di letteratura intitolata a Stephen E. King nell'università del Maine. Da sempre appassionata di King, è la prima studiosa a cui il grande scrittore ha concesso l'accesso ai suoi archivi privati, composti di appunti, manoscritti e materiale vario mai analizzato da nessuno né pubblicato prima.

L'autrice si è presa un anno sabbatico dalla docenza universitaria e l'ha trascorso analizzando parte di questa mole di scritti. Ne è nato questo splendido saggio, in cui la studiosa ha analizzato le varie stesure, i rimaneggiamenti, le correzioni, le revisioni e i processi creativi di cinque tra i più noti capolavori di King: Shining, Carrie, Le notti di Salem, Pet Sematary, A volte ritornano. È un libro che consiglio caldamente non solo agli appassionati di Stephen King, ma a chiunque sia interessato a capire come nasce uno scrittore. 

Non è un libro celebrativo, è il racconto di un percorso umano e professionale fatto di ostinazione, insicurezze, rifiuti editoriali e difficoltà economiche. Tra gli episodi più significativi c'è quello, ormai entrato nella leggenda, delle prime pagine di Carrie gettate nel cestino e recuperate dalla moglie Tabitha, che intuì il potenziale della storia e spinse il marito a continuare. La storia ha poi dato ragione all'intuizione della moglie, visto che Carrie, il suo primo romanzo, vendette solo negli USA 15 milioni di copie. King ha scritto per molti anni in condizioni precarie, accumulando lettere di rifiuto ma continuando a credere nella scrittura. È una storia, la sua, non solo di letteratura ma anche di perseveranza.

venerdì 5 giugno 2026

L'impronta di questo governo

Tra ieri e oggi questo governo ha fatto due cose:

1) una nuova legge sull'educazione sessuale nelle scuole

2) cancellazione dell'ultimo tentativo di approvare una legge sul fine vita

Per quanto riguarda il punto 1 (dettagli qui), tra le varie cose si prevede che l'educazione sessuo-affettiva sarà consentita solo a partire dalla prima media previa consenso informato dei genitori. Consenso informato. Pensate bene a questa dicitura. È normale usare queste parole? Il consenso informato viene sottoscritto da un paziente prima di un intervento chirurgico ed è un documento che serve a metterlo al corrente dei rischi che comporta l'intervento stesso. Cioè viene utilizzato per indicare una situazione di potenziale pericolo. Se ne deduce che per Valditara l'educazione sessuale nelle scuole viene considerata potenzialmente pericolosa. Ma fosse solo questo. 



Qui sopra potete vedere l'immagine che il "ministro" sta facendo girare sui social per festeggiare l'approvazione di questo obbrobrio giuridico. Qualcuno spieghi a questo "ministro" che la propaganda gender esiste sono nella sua testa e che, semmai, esistono gli studi di genere (gender studies), un campo accademico nato tra gli anni '60 e '80 che analizza come società e culture costruiscono e interpretano i ruoli associati al sesso e al genere.

Per quanto riguarda il punto 2 (dettagli qui) non c'è granché da dire. Questo governo, come del resto i precedenti, ha affossato intenzionalmente, con una infinita melina di passaggi parlamentari, l'ennesimo disegno di legge per regolare il fine vita. E non c'è da stupirsi, visto la "matrice" ideologica che lo regge. Anzi, c'è semmai da stupirsi che qualcuno potesse credere che avrebbe potuto fare una legge del genere.

Sono stanco, amareggiato e sfiduciato. Vorrei vivere in un Paese civile, moderno, emancipato, dove la cultura viene prima dell'ignoranza e del pregiudizio, e l'interesse delle persone prima della ricerca del consenso. Non è questo.

giovedì 4 giugno 2026

La storia del corpo umano


Nel 2012 una "scimmia misteriosa" girovagò in lungo e in largo per le strade di Tampa, in Florida, finché dopo tre anni di tentativi fu alla fine catturata. Si trattava di un esemplare di Macaco Reso, originario dell'Asia meridionale, che sopravvisse rovistando tra i rifiuti, scansando le automobili e dando parecchio filo da torcere ai guardaparco che gli davano la caccia. La storia fece molto scalpore non solo perché per tre anni la furba scimmia riuscì a non farsi catturare, ma per le domande che molti si posero, la principale delle quali fu: come ha fatto una scimmia a sopravvivere per tre anni in un contesto fortemente urbanizzato che ovviamente non è il suo ambiente?

L'autore di questo splendido saggio, Daniel E. Lieberman, paleoantropologo e professore di scienze biologiche all'università di Harvard, usa la storia del macaco di Tampa come aggancio per spiegare un paradosso: è vero che la "scimmia misteriosa" non era nel suo ambiente naturale, ma neppure quelli che si ponevano quel tipo di domanda lo erano. Dal punto di vista evolutivo, infatti, neppure gli esseri umani possono considerare le città il loro ambiente naturale. Scrive l'autore:

 

La convinzione generale che un macaco in libertà non sia al proprio posto in una città della Florida, tuttavia, rivela quanto poco siamo bravi ad applicare a noi stessi il medesimo ragionamento. Vista da una prospettiva evoluzionistica, la presenza a Tampa della scimmia non era meno incongrua della presenza della stragrande maggioranza degli uomini che vivono nelle città, nei sobborghi e negli altri ambienti moderni. Voi e io viviamo lontani dal nostro ambiente naturale tanto quanto la scimmia misteriosa. Più di seicento generazioni fa, ogni individuo, ovunque, era un cacciatore-raccoglitore. Fino a tempi relativamente recenti – un battito di ciglia per l'evoluzione – i nostri antenati vivevano in piccoli gruppi di meno di cinquanta persone; si spostavano regolarmente da un accampamento al successivo e sopravvivevano raccogliendo il cibo dalle piante, cacciando e pescando. Anche dopo l'invenzione dell'agricoltura, circa 10.000 anni fa, la maggior parte degli agricoltori viveva ancora in piccoli villaggi, lavorava ogni giorno per produrre il proprio cibo e non avrebbe mai immaginato uno stile di vita oggi comune in luoghi come Tampa, in Florida, dove le persone danno per scontati i telefoni cellulari, le automobili, i gabinetti, l'aria condizionata e tutta una serie di cibi preparati industrialmente e ricchi di calorie.


Da questa premessa, se vogliamo un po' provocatoria, Lieberman sviluppa quello che è il nucleo del libro: il concetto di disallineamento evolutivo ("mismatch"). Il nostro corpo, plasmato da milioni di anni di evoluzione per correre nelle savane, accumulare grasso per i tempi di carestia e muoversi costantemente, si ritrova improvvisamente catapultato in un mondo iper-tecnologico, sedentario e dall'abbondanza alimentare tossica.

​Questo libro è un lungo e affascinante viaggio che spiega come le grandi transizioni storiche (in primis bipedismo, avvento dell'agricoltura, rivoluzione industriale) abbiano trasformato la nostra specie, il nostro corpo. Il paradosso moderno è che le stesse innovazioni che hanno reso la nostra vita più comoda e sicura sono anche la causa delle cosiddette "malattie del progresso": diabete di tipo 2, obesità, problemi cardiovascolari, osteoporosi, ma anche mal di schiena, piedi piatti e miopia (presente!). Ma non perché siamo "progettati" male; siamo solo animali dei tempi della pietra che vivono nell'era dello smartphone. L'epidemia di obesità che in alcuni paesi come gli USA è oggi una vera piaga sociale nasce quindi dal fatto che i nostri antenati per procurarsi il poco cibo disponibile dovevano mediamente percorrere a piedi anche 20 chilometri al giorno; la loro vita era una continua corsa e non esistevano automobili, ascensori, scale mobili e quant'altro, esistevano solo le gambe. Oggi abbiamo i frigoriferi pieni, trascorriamo otto ore seduti in un ufficio e le serate in poltrona a guardare le serie tv, ma il nostro DNA ragiona ancora come i nostri arcaici antenati cacciatori-raccoglitori, i quali avevano come unico scopo procacciare la maggiore quantità di cibo possibile per sopravvivere. Il sovrappeso, il diabete tipo 2 e tutta la lunga serie di malattie metaboliche che oggi ci affliggono (e che ci uccidono) i nostri antenati non le conoscevano. Questo succede appunto perché per il 99% della nostra storia evolutiva siamo vissuti in un ambiente diversissimo rispetto a quello attuale, e i cambiamenti evolutivi sono molto lenti rispetto ai cambiamenti culturali e sociali avvenuti dal Neolitico (invenzione dell'agricoltura) in qua.

​Ovviamente Lieberman non dice di tornare a vivere nelle caverne. Diciamo che offre invece una chiave di lettura per capire come siamo fatti e magari fare scelte più consapevoli per la nostra salute. Io l'ho trovato illuminante. Da adesso in poi non guarderò più il mio (leggero) sovrappeso e la mia miopia come li guardavo prima.

Di cosa bisognerebbe parlare

Da mesi i climatologi avvertono che i mesi che abbiamo davanti saranno probabilmente i più caldi mai registrati. È molto probabile che le temperature supereranno quelle del 2024, secondo Copernicus l'estate con le temperature più alte mai registrate. Uno studio pubblicato da Nature ha mostrato che l'ondata di caldo di quell'estate provocò in Europa circa 62.800 morti. Si tratta di decessi attribuibili al calore, cioè morti che non si sarebbero verificate senza quelle temperature elevate.

L'estate che sta per iniziare è fortemente probabile che sarà ancora più calda a causa dell'effetto di El Niño, che quest'anno, secondo i modelli matematici, potrebbe prolungarsi fino a novembre. Un allarme sugli effetti di El Niño combinato col riscaldamento climatico è stato lanciato anche dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale, mentre qui c'è un articolo di SkyTg24 su questo tema fatto molto bene.

Ecco, sarebbe utile, ogni tanto, trovare notizie come questa su qualche prima pagina o su qualche telegiornale, invece di vederle relegate (quando appaiono) in trafilettini a pagina 24. Purtroppo è noto che, in generale, la climatologia non riscuote molto successo tra le italiche genti, le quali al massimo consultano l'app meteo sullo smartphone per vedere se pioverà. Quando invece si entra nello spinoso campo del cambiamento climatico l'obiezione principale dei negazionisti è che "in estate ha sempre fatto caldo". Notevole, no?  Sarebbe come dire che "le persone sono sempre morte" se improvvisamente l'aspettativa di vita di una popolazione diminuisse di dieci anni.

mercoledì 3 giugno 2026

Minetti story

Sì, lo so, sia il nostro Paese che il mondo sono alle prese con questioni molto più gravi dell'affaire Minetti, ma visto che la vicenda della grazia ha tirato in ballo sia i vertici della magistratura che delle nostre istituzioni, forse qualcosa si può dire. Che poi non è che ci sia granché da dire, se non segnalare il fatto che, dagli ultimi sviluppi, sembra che alla fine la famosa grazia le spettasse. Almeno per il momento.

Comunque, indipendentemente dalle formalità giuridiche, vale la pena rimarcare che se anche la grazia le sarà confermata, le nostre carceri sono piene di situazioni disperate che a mio parere avrebbero di gran lunga avuto la precedenza su quella della signora Minetti.

martedì 2 giugno 2026

Perché proprio lì?


Stamattina, mentre camminavo, ho notato questo papavero e mi sono chiesto: perché è nato lì, in quella fessura nel catrame dove (apparentemente) non c'entra niente? Quale motivo ha avuto per nascere in quel punto preciso? In fondo non ci sono altri papaveri come lui, attorno; non c'è erba o altra vegetazione. E quindi? Poi mi sono ricordato di aver letto in un libro (anzi, in vari libri) che la vita non ha scopi, siamo noi ad avere la fissazione che debba averne uno e che sia figlia di un disegno. Molto più semplicemente, invece, quando ci sono le condizioni la vita nasce e basta. Nel caso del papavero, probabilmente un seme è arrivato lì portato dal vento e in quella piccola fessura nel catrame ha trovato i giusti "ingredienti": un po' di terriccio, abbastanza umidità, luce solare quanto basta ed è nato. Tutto qui. 

So benissimo che scienza e biologia godono generalmente di poco "feeling" e che a utilizzarle per spiegare la vita si viene considerati "freddi" o cinici, ma questo è. Quel papavero non è nato lì perché voleva nascere lì o per uno scopo. È nato lì in ossequio all'imperativo darwiniano della diffusione dei propri geni. Non aveva un progetto esistenziale, aveva un patrimonio genetico che nel corso di milioni di anni è stato selezionato perché producesse piante capaci di germogliare, crescere, fiorire, produrre altri semi. Se una fessura nel catrame permette di fare queste cose, allora la pianta la sfrutta. D'altra parte, in biologia il concetto di vita è semplice: consumare energia per riprodursi. Stop. E questo lo fa ogni essere vivente, dai batteri agli alberi ai gatti agli esseri umani, senza eccezioni.

Capisco che per chi nella vita degli esseri viventi ci vede un "disegno" o uno "scopo" è difficile da accettare, ma questo è. Ciò non significa, naturalmente, che la mancanza di scopo o di senso impedisca di dargliene. Il senso alla vita glielo diamo con quello che facciamo, coi nostri progetti, i nostri sogni, ciò che riusciamo a realizzare. In sostanza, la vita non cerca un significato, cerca condizioni favorevoli. Difficile da capire, con la nostra forma mentis, ma questo è.

lunedì 1 giugno 2026

Botti e stupidità

Quand'ero ragazzetto anche io ogni tanto sparavo petardi. Per la verità non erano petardi veri e propri (se i miei mi avessero scoperto a trafficare con quelli, avrei passato un brutto quarto d'ora). Noi li chiamavamo "bombette" e avevano l'aspetto di candelotti di dinamite in miniatura con una piccola miccia per farli esplodere. Facevano un po' di rumore ma erano totalmente innocui. Poi sono cresciuto, ho capito quanto è stupida questa usanza e non ne ho più toccato uno.

Ripensavo a questo particolare della mia infanzia leggendo la notizia dei cavalli della parata del 2 giugno scappati a Roma. L'aspetto paradossale della vicenda è che a lanciare i petardi che hanno fatto imbizzarrire i cavalli non sono stati dei ragazzetti in vena di scherzi, sono stati dei vigili urbani, cioè coloro che vengono chiamati in caso di schiamazzi e disagi provocati dagli stessi petardi. I quattro ragazzetti mai cresciuti, che volevano divertirsi con la pratica più stupida e pericolosa che ci sia, si sono poi scusati dicendo che lo si fa per "tradizione". Come se fosse un'attenuante.

Preoccuparsi per ebola?

Il sospetto caso di ebola segnalato a Cagliari sta già generando titoloni molto vistosi. Forse fin troppo. Del resto, il meccanismo di sfruttare le paure in chiave acchiappaclic è ormai rodato e noto, specie quando si tratta di malattie potenzialmente in grado di evolvere in epidemie (il ricordo del Sars-CoV-2 è ancora parecchio vivo). In realtà, quanto c'è da preoccuparsi per ebola? Poco o niente (al momento). Lo spiega il mitico Giacomo Moro Mauretto, biologo evoluzionista e titolare del bellissimo canale di divulgazione Entropy for life.

In generale, la portata di potenziali tragedie sanitarie è inversamente proporzionale alla vistosità dei titoli dei giornali.


domenica 31 maggio 2026

Perché?

Di fronte a crimini orribili come l'omicidio della piccola Beatrice a Bordighera, la domanda che sicuramente molti si pongono è perché accadono queste cose. Sto leggendo in questi giorni un saggio scientifico che tratta (anche) di evoluzione. Ne ho letti molti, nel corso del tempo, di libri del genere perché considero da sempre l'evoluzione un argomento molto interessante, e ovviamente mi sono chiesto se gli infanticidi nella nostra specie possono avere qualche spiegazione da questo punto di vista.

Mi pare di no. Gli esseri umani sono una specie che sopravvive grazie alla cooperazione e alla protezione dei più vulnerabili, come ha scritto anche Yual Noah Harari nel bellissimo Sapiens, da animali a dèi. Quando un bambino viene maltrattato si attivano in noi emozioni molto forti perché percepiamo la violazione di qualcosa che consideriamo fondamentale. È una delle ragioni per cui notizie come questa in genere tendono a turbare più di molte altre tragedie che coinvolgono adulti. Un bambino piccolo incarna del resto, quasi universalmente, l'idea di innocenza e di dipendenza dagli altri. È un po' la stessa reazione che proviamo quando assistiamo a maltrattamenti o sevizie verso gli animali.

La parte difficile, e forse dolorosa, è accettare che la stessa specie - quella a cui apparteniamo: Homo Sapiens - capace di scrivere libri, dipingere capolavori universali, costruire ospedali e prendersi cura dei propri figli sia anche capace, in alcuni individui e in certe circostanze, di atti di estrema crudeltà.

sabato 30 maggio 2026

Psicologia dell'ossessione per Sinner

Vado un po' controcorrente rispetto al resto del Paese: sono sostanzialmente indifferente all'epopea di Sinner. Non per snobismo o disfattismo. Non saprei dire il motivo, ma ho sempre avuto il medesimo atteggiamento verso altri campioni sportivi (penso ad esempio a Schumacher) che in tempi passati hanno monopolizzato le cronache. Unica eccezione: Alberto Tomba. Forse perché è della mia terra e quindi magari c'entra un po' il campanilismo; o forse perché all'epoca ero molto giovane; boh, vai a capire.

In virtù di quanto sopra, mi sono dilettato a chiedere all'IA una spiegazione sul bisogno ossessivo che abbiamo di miti simbolici o identitari. Ecco cosa mi ha risposto:


Sì, si può spiegare anche psicologicamente — ma più che “ossessione” in senso clinico, parlerei di investimento simbolico collettivo. E non riguarda solo l’Italia: succede spesso quando emerge una figura sportiva percepita come eccezionale, disciplinata e “rappresentativa” di qualcosa che un paese desidera vedere in sé stesso.

Nel caso di Jannik Sinner, ci sono diversi fattori che si sommano.

1. Il bisogno di identificazione collettiva

Le persone tendono a identificarsi con figure che incarnano qualità desiderabili:

controllo emotivo,

successo meritocratico,

disciplina,

sobrietà,

affidabilità.

Sinner viene percepito come l’opposto di molti stereotipi italiani tradizionali: non teatrale, non “furbo”, non mondano. Per alcuni rappresenta una versione più moderna, efficiente e internazionale dell’italiano di successo. Questo crea una forte proiezione collettiva.

2. I miti servono davvero a riempire vuoti

In parte sì. Le società hanno sempre costruito miti civili o sportivi per compensare:

senso di frammentazione,

sfiducia nelle istituzioni,

mancanza di coesione,

frustrazioni economiche o culturali.

Lo sport offre una narrativa semplice:

“Uno di noi ce l’ha fatta.”

E questa narrativa dà sollievo psicologico perché trasforma ansie diffuse in orgoglio condiviso.

In periodi percepiti come incerti o stagnanti, figure come Sinner diventano contenitori simbolici:

speranza,

riscatto,

prestigio internazionale,

idea di eccellenza.

3. In Italia il fenomeno è amplificato

L’Italia ha alcune caratteristiche culturali che intensificano questo meccanismo:

forte cultura del personaggio,

centralità emotiva dei media,

tendenza alla polarizzazione (“genio” o “fallimento”),

bisogno di appartenenza identitaria.

Inoltre l’Italia, rispetto ad altri paesi europei, spesso fatica a costruire fiducia attraverso istituzioni stabili o progetti collettivi di lungo periodo. Quindi il capitale simbolico si concentra molto sulle persone:

campioni,

imprenditori,

artisti,

allenatori,

leader carismatici.

È più facile investire emotivamente in un volto che in un sistema.

4. Sinner funziona perché è “vuoto” nel senso mediatico

Paradossalmente, il suo stile molto controllato permette a tanti di proiettare su di lui ciò che vogliono:

umiltà,

freddezza nordica,

purezza,

professionalità,

rivincita del talento silenzioso.

Non essendo divisivo o iper-esposto, diventa quasi uno “schermo psicologico” collettivo.

5. C’è anche una dinamica contemporanea di fame di eccellenza

Molte persone percepiscono la vita quotidiana come:

caotica,

mediocre,

precaria,

rumorosa.

Vedere qualcuno che appare impeccabile, metodico e vincente produce una forma di compensazione emotiva. Non è solo tifo: è desiderio di ordine, controllo e possibilità.

Quindi sì: il fenomeno può essere letto anche come bisogno di miti che colmino vuoti simbolici o identitari. Però non necessariamente in modo patologico. I miti collettivi sono una funzione normale delle società umane. Cambiano solo gli oggetti: ieri eroi politici o religiosi, oggi spesso celebrità sportive.

Espiazione


È il primo romanzo di McEwan che leggo e mi è piaciuto tantissimo. Interessante la storia raccontata e affascinante il suo modo di scrivere. Sostanzialmente è un romanzo sull'errore. In questo caso non l'errore tragico dei classici, ma quello piccolo, umano, di una ragazzina di tredici anni che crede di aver capito il mondo e invece lo devasta con un'accusa.

Il romanzo è costruito in tre tempi: l'estate del 1935 nel Surrey inglese, all'interno della grande tenuta in stile georgiano della famiglia Tallis; il fango di Dunkerque nella seconda guerra mondiale; il tempo lungo dell'espiazione, la parte più "densa" del romanzo dove Briony, la protagonista, trascorre il resto della vita a cercare di rimediare a ciò che non si può rimediare.

Credo sia anche un romanzo sulla valenza della letteratura e sul significato dell'arte di scrivere, anche quando si cerca di farlo per dare forma a un dolore che non ha redenzione.

venerdì 29 maggio 2026

Senza fare rumore

Di solito seguo con una certa attenzione la politica (ognuno ha le proprie perversioni), ma l'obbligo di accoppiamento tra pos e registratori di cassa, entrato in vigore il primo gennaio e di cui si parla molto in queste ore, mi coglie abbastanza di sorpresa. Non sapevo niente di questa novità. Poi, pensandoci, ho capito che è normale che non ne sapessi niente, dal momento che il governo ha fatto passare il tutto sotto silenzio. Il motivo va ricercato nel fatto che, notoriamente, buona parte della base elettorale che lo sostiene e lo vota è composta da refrattari alle tasse e questo non è certamente un provvedimento che incontrerebbe il loro favore.

Perché la notizia sta facendo rumore? Perché, stando ai dati pubblicati oggi dall'Agenzia delle Entrate, nei pochi mesi dalla sua entrata in vigore sono emersi circa cinque miliardi di euro di transazioni che altrimenti sarebbero rimasti nascosti al fisco. Cosa dimostra tutto ciò? Che combattere l'evasione fiscale, forse il problema più grande e più incancrenito che da sempre affligge il nostro Paese, si può senza grossi sforzi. Basta volerlo.

giovedì 28 maggio 2026

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca, De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi se ne frega?, con De Gregori la faccenda cambia. Eh sì, perché De Gregori appartiene a quel gruppo di cantautori che per me, fin da ragazzino, sono stati delle colonne portanti, quindi penso capiate bene la difficoltà che ho a muovergli una critica. Eppure mi tocca muovergliela, perché a differenza sua io penso che sia più che giusto che un artista faccia politica con la sua arte. Poi, per carità, ci sono artisti che non scelgono, non prendono parte, non si sbilanciano, non si pronunciano, e va bene, è legittimo. Ma è altrettanto legittimo che tanti lo facciano. Anzi, è auspicabile.

Tra l'altro, credo non abbia nessun senso domandarsi che titolo abbia Bruce Springsteen per schierarsi contro l'amministrazione Trump. Ci vuole un titolo per parlare di politica? E quale sarebbe questo titolo, di grazia? Dobbiamo essere tutti dei Giovanni Sartori per parlare di politica? Io credo di no. Un artista è giusto che si esponga, che dica la sua, che scriva anche canzoni politiche, se sente che è giusto farlo. De Gregori, oltretutto, dimentica che il concetto che un cantautore deve pensare solo a cantare è uno dei ritornelli più gettonati da vari esponenti di questo governo osceno che abbiano oggi in Italia.

Voglio sperare che sia solo una dimenticanza.

mercoledì 27 maggio 2026

Denominazione di origine inventata


Credo che questo libro si possa considerare un "attentato" ai miti incrollabili della nostra tradizione gastronomica. L'acronimo gioca chiaramente sul famosissimo marchio DOP, ma ribalta la prospettiva: l'autore, che è un professore di storia dell'alimentazione, smonta l'idea che i nostri piatti tipici esistano da secoli immutati, dimostrando che molte "tradizioni" sono in realtà invenzioni recenti, nate dal marketing o da necessità storiche del secondo Dopoguerra. Il suo obiettivo non è naturalmente quello di denigrare la qualità del cibo italiano (che anzi difende), ma criticare il marketing aggressivo e la "nostalgia artificiale".

​In sintesi, l'autore critica l'idea che per valorizzare un prodotto si debba per forza inventargli una storia millenaria o un'origine legata magari agli antichi Romani. È un libro che molti potrebbero definire eretico, perché se c'è una cosa su cui noi italiani non accettiamo compromessi è il cibo. Siamo convinti che la nostra tradizione gastronomica affondi le radici nel Rinascimento, che ogni nonna tramandi formule immutabili da secoli e che i marchi DOP o IGP siano scrigni di pura storia. Tutte balle. La cucina italiana, per come la conosciamo oggi, ha quarant’anni scarsi di vita ed è nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Prima c'era una realtà completamente diversa fatta di fame, povertà e piatti che non assomigliavano per niente a quelli attuali.

Alcuni dei miti smontati da Alberto Grandi:

1. Il mito delle radici antiche. 

Siamo convinti che i nostri piatti moderni derivino dalla cucina medievale o rinascimentale. Falso. L'autore spiega chiaramente che la cosiddetta cucina italiana attuale non ha alcun rapporto con le tradizioni antiche. La narrazione della cucina come elemento identitario forte (sì, Lollobrigida, sto pensando a te) è in realtà un’invenzione recente, un'operazione di marketing culturale nata per dare un'identità ai territori attraverso i marchi DOC, DOP, IGP ecc., usati come bandiere dietro a cui non c'è sostanzialmente niente.

​2. Pasta e Pizza erano "curiosità esotiche". 

Oggi pensiamo a pasta e pizza come simboli nazionali per antonomasia, mentre invece nel Settecento e nell'Ottocento erano cibi di strada consumati quasi esclusivamente in alcune città del Mezzogiorno. Nel Centro-Nord la pasta era considerata una curiosità quasi esotica, da mangiare rigorosamente in brodo e una volta ogni tanto. Per non parlare della pizza. Il concetto di un disco di pane condito per renderlo più ricco non è un'esclusiva italiana o napoletana ma è una pietanza diffusa da sempre in tutta l'area mediterranea.

​3. Dobbiamo tutto agli emigrati in Nord America. 

Buona parte della cucina italiana è stata di fatto inventata, preservata e protetta oltreoceano, nelle comunità dei nostri emigrati in Nord America. È lì che gli italiani emigrati (15 milioni tra la fine dell'Ottocento e la prima guerra mondiale), avendo accesso a materie prime che in patria si sognavano (come la carne o l'abbondanza di farina), hanno creato i piatti simbolo, che solo in un secondo momento sono stati "riportati" in Italia e spacciati per tradizioni locali.

​4. La Carbonara? Una colazione americana con la pasta. 

Spero che nessuno se ne abbia a male, ma la storia è spietata (e comunque, probabilmente, sono cose che molti sanno già): la carbonara è nata subito dopo la seconda guerra mondiale dall'incontro tra i cuochi italiani e le truppe di occupazione americane. Gli ingredienti base venivano dalle razioni militari: uova in polvere e bacon. In sintesi, la carbonara altro non è che una tipica colazione americana con in più la pasta. Una "mutazione genetica" nata dal boom economico e dal mito dell'America.

​5. Il paradosso di Pellegrino Artusi: un successo dilettantesco nato "contro" i francesi.

Se la faccenda della carbonara può avere urtato qualche romano, il modo in cui l'autore smonta nel libro Pellegrino Artusi ha sorpreso molto me. Generalmente lo si considera (lo consideravo anch'io) il padre indiscusso della gastronomia nazionale, ma i retroscena sul suo celebre libro La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene sono a dir poco ironici. Artusi non era infatti né un cuoco né uno storico e i professionisti dell'epoca stroncarono il suo manuale definendolo "l'umoristico capolavoro dell'incompetenza culinaria". Scrive infatti l'autore che l'opera di Artusi nacque in modo totalmente dilettantesco, senza un progetto sistematico o un vero legame con la storia precedente. Fu sostanzialmente un immenso "work in progress" in cui i lettori stessi proponevano e correggevano le ricette inviando lettere ad Artusi. Lui si limitava a selezionare quelle più semplici e "realizzabili da una massaia non professionista". Diciamo che più che un intento nazionalistico o una reale passione per le cucine locali, Artusi propose una cucina sobria e frugale per contrapporla all'opulenza e all'elaborazione tecnica dei francesi, all'epoca dominatori della gastronomia mondiale. Niente di più, niente di meno.

Mettiamola così: se vi piace tutta la narrazione che noi italiani ci siamo costruiti negli ultimi decenni attorno alla nostra cucina, non leggete questo libro. Se invece vi piacciono i libri che smantellano luoghi comuni e narrazioni, accomodatevi pure.

martedì 26 maggio 2026

Erri De Luca

Ho ormai imparato da tempo che anche le persone che stimo possono sorprendermi e deludermi e l'elenco che potrei fare sarebbe piuttosto lungo. Una volta l'atteggiamento che assumevo nei loro confronti era di rottura, nel senso che se si trattava di uno scrittore non leggevo più i suoi libri, se era un cantautore smettevo di ascoltarlo e così via. Poi, col tempo, ho imparato a prendere di ogni persona il buono e a lasciare andare ciò che non mi piace. All'elenco di cui sopra si è aggiunto oggi Erri De Luca, il quale ha dichiarato di essere fieramente sionista e che a Gaza non c'è alcun genocidio. 

Ora, intendiamoci, il sionismo in sé non è necessariamente negativo, è la sua degenerazione, semmai, a esserlo, e Israele questa degenerazione se non l'ha portata al parossismo poco ci manca. Per quanto riguarda il genocidio, credo sia inutile stare a cavillare sui lemmi. Vogliamo usare un altro termine (massacro, pulizia etnica, sterminio ecc.)? Va bene, usiamo un altro termine in attesa che un organo ufficiale si pronunci sul termine esatto. Ma la sostanza non cambia, mentre invece De Luca, rifiutandosi di etichettare come genocidio ciò che e in corso a Gaza, sembra quasi volerne sminuire la gravità.

Quindi, anche se lo scrittore in questione mi è caduto abbastanza sotto i piedi, non credo che andrò nella mia libreria a prendere gli unici suoi due libri che ho letto per buttarli al macero. Libri che - va detto - non mi hanno neppure cambiato più di tanto la vita.

lunedì 25 maggio 2026

Il buio oltre la siepe


Ho colmato un'altra delle mie tante lacune sui classici, ammesso che Il buio oltre la siepe, scritto più di sessant'anni fa, si possa considerare già un classico. Devo ammettere che la prima metà del romanzo, dove la Lee racconta la vita quotidiana di Maycomb, i giochi dei bambini, i piccoli episodi di paese, le figure eccentriche della comunità, l'ho trovata a tratti piuttosto noiosa. Tutto cambia invece nella seconda parte, quando inizia il processo a Tom Robinson.

Qui la tensione cresce e il romanzo diventa politico, morale, sociale. Pur nella sua apparente semplicità il libro tratta temi enormi come l’ingiustizia, la difficoltà di diventare adulti senza perdere del tutto l’innocenza, l'avversione e la paura del diverso, il pregiudizio. Atticus Finch, con la sua dignità in un contesto sociale che ne è totalmente privo, è il personaggio del romanzo che maggiormente mi è rimasto impresso.

È il classico libro che mi sentirei di consigliare a Salvini o a qualcuno di quei miseri figuri. Ma figurarsi.

sabato 23 maggio 2026

Il senso delle parole


Per lavoro vivo tra i giornali. Ieri mi è caduto l'occhio su questa rivista, una delle più diffuse sul tema della caccia, e ho notato una cosa. Guardate cosa si legge sotto il titolo: "Arte venatoria, cinofilia e ambiente", che sono ovviamente gli argomenti di cui si occupa.

Mi chiedevo: in base a quale principio la caccia si può considerare "arte"? Arte è un pittore che dipinge un quadro, un disegnatore che crea una illustrazione, un poeta che scrive una poesia, un musicista che compone musica, uno scrittore che scrive un libro. Questi sono esempi di arte. Un tizio in mimetica e stivali che se ne va in giro armato per campi e boschi sparando a qualsiasi cosa si muova (compresi altri tizi in stivali e mimetica), quale valenza artistica può avere? Cosa crea? Qual è la sua "arte"? Mi sfugge.

(Anche su cinofilia e ambiente ci sarebbe parecchio da dire, ma mi fermo qui.)

venerdì 22 maggio 2026

Considera gli animali


Riassumendo e semplificando un po’, ogni volta che ci troviamo di fronte alla possibilità di compiere una certa azione, abbiamo almeno due strade: compierla o non compierla. Pensiamo a quando scegliamo cosa preparare per cena. Vogliamo preparare un pasto con un buon apporto proteico e possiamo farlo in due modi: cucinando un piatto che contenga proteine di origine animale o un altro piatto che contiene proteine di origine vegetale. Nel primo caso la nostra azione contribuisce al malessere dell’animale che finirà nel nostro piatto, per esempio, sotto forma di hamburger. Nel secondo caso no. Ovviamente dobbiamo tenere in considerazione anche i nostri interessi per valutare la situazione. Se siamo in Italia e abbiamo un normale accesso al cibo, la nostra sopravvivenza non dipende dal consumo di animali. Per un nativo dell’Artico che non può andare al supermercato, ma deve cacciare una foca per sopravvivere, le cose sono diverse. Ma se escludiamo l’interesse fondamentale a sopravvivere, che cosa rimane? Rimane il nostro interesse a gustare un piatto che forse ci piace molto e magari quello di non perdere troppo tempo per trovare un’alternativa vegetale a un piatto di carne più facile da cucinare. Il piacere di gustare un hamburger e il tempo che risparmiamo sono sufficienti a bilanciare la sofferenza imposta all’animale da cui quella carne è derivata?

Quello citato qui sopra è uno dei passaggi più "problematici" del libro, e uno dei molti dilemmi etici, morali e filosofici in esso contenuti. Quanti di noi, pur riconoscendo la validità logica del ragionamento, continuano a scegliere l'hamburger di carne? Simone Pollo, professore di filosofia morale alla Sapienza di Roma, si infila proprio in questa fessura: la distanza tra ciò che la nostra razionalità riconosce come "giusto" e ciò che le nostre abitudini culturali e sociali ci spingono a fare.

Considera gli animali è un libro che "disturba" perché toglie gli alibi. Smonta l'idea che gli animali siano "oggetti" a nostra disposizione e pone domande sul peso che diamo alla sofferenza. Leggendo questo saggio si capisce chiaramente che la questione animale non è una moda passeggera né un tema "snob" ed elitario. I temi affrontati nel saggio sono molti e tutti interessanti (ovviamente per chi è interessato a questi argomenti), a partire dai capitoli iniziali in cui si parla degli animali da compagnia che tutti amiamo (cani, gatti ecc.) e della storia evolutiva che li ha portati a stare in mezzo a noi. 

Altri argomenti trattati sono, inevitabilmente, gli impatti ambientali ed ecologici degli allevamenti intensivi, l'enorme consumo di acqua, suolo e risorse causati da queste pratiche. Uno dei dati sorprendenti, tra i tanti, è che attualmente la maggior parte (circa il 70 per cento) delle superfici coltivabili del pianeta è destinata alla produzione di cibo per gli animali negli allevamenti, non all'alimentazione umana. È paradossale questo dato, se ci si pensa. La maggior parte delle terre coltivate sono destinate ad alimentare animali le cui carni sono poi consumate da una piccola minoranza degli esseri umani a causa dei suoi costi. Senza contare le elevatissime ricadute sul cambiamento climatico, a causa dell'effetto serra, generate dal consumo di carne e derivati animali (gli allevamenti intensivi sono ai primi posti nella produzione di gas serra).

Ma il punto centrale del saggio sta, appunto, nei dilemmi etici e morali che solleva, e sono veramente tanti. È interessante anche perché non ha un tono moralistico o colpevolizzante nei confronti di chi ama cibarsi di animali. Si limita a esporre dati, numeri, evidenze e a sollevare interrogativi, che ognuno può interpretare come crede.

Io, robot


Era da tanto tempo che volevo leggere qualcosa di Asimov, ma avevo sempre rimandato. Non so di preciso perché. In parte questa mia reticenza credo fosse dovuta al fatto che la fantascienza non è mai stata il mio genere preferito, anche se nella mia lunga carriera di lettore onnivoro romanzi di questo genere non sono mancati (ne ho letti un paio anche recentemente). Avendo visto che in edicola hanno cominciato a uscire a cadenza settimanale i libri di Asimov mi sono deciso a buttarmi, cominciando proprio dal lavoro piu celebre del grande scrittore russo-americano. 

Pubblicato nel 1950, Io, robot è una raccolta di racconti scritti negli anni '40 del secolo scorso, racconti collegati tra loro e pubblicati precedentemente nel corso del tempo su riviste di fantascienza. In questi racconti Isaac Asimov formula le famose Tre leggi della Robotica, concetto che influenzerà poi tutto il genere letterario ispirato alla fantascienza. In particolar modo, Asimov ha cambiato radicalmente il modo di rappresentare i robot nella letteratura. Prima erano generalmente dipinti come mostri, macchine ribelli, minacce all’umanità; Asimov li ha immaginati come esseri regolati logicamente e integrati nella società.

Mentre leggevo, notavo come già negli anni '40 del secolo scorso il grande scrittore avesse immaginato l'intelligenza artificiale. Nel racconto Liar! (Bugiardo!), ad esempioil robot RB-34 apprende informazioni assimilando enormi quantità di materiale scientifico, in particolare libri di matematica e fisica, e usa quelle conoscenze per ragionare, risolvere problemi e interagire con gli esseri umani, un po' come fanno gli LLM di oggi su cui si basa l'intelligenza artificiale. 

In realtà, a volere essere pignoli, Asimov non fu il primo a immaginare una embrionale intelligenza artificiale. Nel 1936, infatti, Alan Turing pubblicò un articolo chiamato Computing Machinery and Intelligence, quello del famoso Test di Turing in cui si poneva la domanda: "Le macchine possono pensare?" Quindi, cronologicamente, Turing si può dire che sia arrivato prima, ma tra i due grandi "profeti" del secolo scorso correva una differenza sostanziale: Turing ha fondato l’IA come problema matematico e computazionale, Asimov ha immaginato l’IA come fenomeno umano e sociale (e soprattutto narrativo).

Pensieri della mosca con la testa storta

Devo dire che per Giorgio Vallortigara nutro da sempre una specie di venerazione. È uno dei più noti e autorevoli neuroscienziati italiani ...