Credo che il primo insegnamento di questo poderoso romanzo sia la differenza tra fare turismo e viaggiare. Fare turismo significa andare in vacanza per una o due settimane da qualche parte, vedere monumenti, imparare qualcosa della storia e delle consuetudini locali per poi tornare a casa e riprendere la vita di sempre. Viaggiare significa partire senza sapere quando si tornerà, a volte senza tornare più. Significa immergersi nella cultura di un luogo, viverla, farla propria, diventarne parte. È ciò che fa Gregory David Roberts, autore di questo splendido romanzo autobiografico, quando evade da un carcere di massima sicurezza in Australia e vola a Bombay.
È un romanzo lunghissimo - oltre 1200 pagine nella versione cartacea - complesso e stratificato, in cui dalla storia principale del protagonista si dipanano una miriade di altre storie. A tratti l'ho trovato prolisso, ridondante, e ammetto di aver fatto fatica ad andare avanti in alcuni punti. Ma queste poche difficoltà sono state ampiamente ripagate da descrizioni interessantissime della società indiana, così complessa, stridente e contraddittoria, e da innumerevoli speculazioni filosofiche sulla vita, sul dolore, su Dio.
Tutto ruota attorno alla vicenda e alle molte vicissitudini di Roberts, soprannominato Shantaram - in lingua marathi "uomo di pace", o "uomo a cui Dio ha dato la pace". Nel romanzo è la madre del suo migliore amico indiano a dargli questo nome, perché lo vede tormentato e gli augura di ritrovare la pace.
È un romanzo che lascia le stesse sensazioni con cui si torna da un viaggio lungo: stanchezza, un po' di pesantezza, unite però alla consapevolezza di essere cambiati. Non è un libro che consiglierei a chi cerca una lettura leggera per le vacanze. È un libro che consiglierei a chi ha voglia di partire senza biglietto di ritorno.






