venerdì 13 marzo 2026

Fire and rain

"Just yesterday morning, they let me know you were gone / Suzanne, the plans they made put an end to you."

Se si esce un attimo dall'idea che a Sanremo ci sia musica e si prova a guardare fuori, si scopre che là fuori c'è un universo che merita di essere scoperto. Questa canzone si chiama Fire and rain ed è stata scritta dall'immenso James Taylor. Fu inserita nell'album Sweet Baby James, pubblicato nel 1970. La Suzanne citata nel brano è Suzanne Schnerr, un'amica stretta del cantautore dai tempi in cui vivevano insieme a New York. Lei si tolse la vita mentre James si trovava a Londra per registrare il suo primo album. I suoi amici gli tennero nascosta la notizia per mesi per non compromettere il suo lavoro e lui scrisse questa canzone per elaborare il dolore quando finalmente lo venne a sapere.

È una delle ballate più intense e struggenti del grande cantautore americano.


giovedì 12 marzo 2026

Perché dimentichiamo


Il concetto di bias cognitivi ha preso forma grazie agli studi degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Quest’ultimo ha ricevuto, nel 2002, il premio Nobel per l’economia proprio per aver applicato il concetto di bias all’analisi delle decisioni in ambito finanziario. Oggi tutti parlano di bias cognitivi. Il termine è onnipresente: ricorre nei festival della scienza, nelle conversazioni semi-specialistiche, nel linguaggio comune. Ma il suo significato si è progressivamente allargato, fino a diventare un’etichetta generica, spesso usata per spiegare qualsiasi comportamento umano apparentemente illogico, errato o deviante. In realtà, i bias cognitivi fanno parte del normale funzionamento della mente. Sono schemi di comportamento e di ragionamento sistematici, diffusi e ricorrenti, che si attivano in risposta a certi stimoli o contesti. Indicano scelte individuali o collettive che seguono andamenti prevedibili. Ci aiutano a interpretare il mondo, a costruire un senso, a definire chi siamo. Allo stesso tempo, ci espongono a errori di giudizio, talvolta rilevanti. Un esempio classico è l’enigma del chirurgo: un bambino resta coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il padre. Portato d’urgenza in ospedale, il chirurgo si rifiuta di operarlo, dicendo: “È mio figlio”. La spiegazione – che il chirurgo sia la madre – sfugge a molte persone, che ipotizzano invece una famiglia monoparentale, un secondo genitore adottivo o altre soluzioni originali. Questo accade perché la rappresentazione mentale del chirurgo come un uomo, influenzata dalla prevalenza maschile nella professione e dal genere grammaticale, tende a escludere implicitamente la figura femminile, rendendo difficoltosa la comprensione immediata del caso. Essere consapevoli dei bias cognitivi è utile per riconoscere i limiti del nostro modo di pensare. Sapere che ciò che percepiamo, ricordiamo o sentiamo non è necessariamente oggettivo può ridurre la nostra eccessiva sicurezza, favorendo un atteggiamento più aperto, meno arrogante, più disposto all’ascolto. In altre parole, la consapevolezza dei bias favorisce l’arte del dubbio, ci aiuta a riconoscere la parzialità del nostro punto di vista e a confrontarci con quello degli altri. Questa consapevolezza, sul piano individuale e collettivo, può promuovere decisioni più giuste ed eque, contribuendo al rafforzamento dei valori democratici basati sull’ascolto, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Va però sottolineato che i bias cognitivi non sono di per sé negativi. Al contrario, svolgono un ruolo cruciale: ci permettono di agire rapidamente quando la velocità è più importante dell’esattezza dell’analisi. Se sentiamo un rumore improvviso e potenzialmente minaccioso, reagiamo istintivamente, senza perder tempo a studiare ogni possibilità. Il cervello non è un calcolatore: prende decisioni che possono apparire irrazionali, ma che sono spesso funzionali. Questi processi ci permettono di agire con prontezza, efficienza e un impiego minimo di risorse cognitive – il più delle volte senza che ce ne rendiamo conto. Il cervello umano e la mente, che ne è il prodotto, si sono evoluti per essere strumenti estremamente efficienti e flessibili, a scapito dell’affidabilità. Siamo soggetti a false percezioni, falsi ricordi, interpretazioni errate; e siamo cattivi analisti delle probabilità. Il cervello si è sviluppato per rispondere all’esigenza primaria della sopravvivenza in un ambiente ostile. Nonostante la sua complessità, è programmato per reagire a quattro necessità fondamentali, secondo la “regola delle 4S”: salvarsi, saziarsi, scappare e… riprodursi. Nelle savane o nelle foreste tropicali, quando i nostri antenati vedevano l’erba muoversi, scappavano, temendo un predatore nascosto tra i cespugli. La maggior parte delle volte si trattava solo del vento che agitava le fronde, ma il cervello non metteva in conto questa ipotesi: era più sensibile alla possibilità remota, ma pericolosa, che ci fosse un leone o una tigre in agguato. Quel rischio, per quanto improbabile, avrebbe potuto essere fatale. Anche se, su 1000 casi, 999 volte il movimento era dovuto al vento, i nostri antenati fuggivano sempre. Sbagliavano la maggior parte delle volte, ma di certo scampavano il pericolo. La mente umana si è evoluta attraverso errori funzionali alla sopravvivenza, utili per fronteggiare le insidie dell’ambiente. Un computer, molto più efficiente nel calcolo delle probabilità, non commetterebbe quegli errori. Riterrebbe, a rigor di logica, che quasi sempre è il vento a muovere l’erba, e dunque non reagirebbe. Ma quell’unica volta in cui dietro l’erba ci fosse davvero un predatore, il computer verrebbe sbranato. Meglio sbagliare per eccesso di prudenza che soccombere per una valutazione tendenzialmente corretta ma fatale in un unico caso.

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Ho riportato questo lungo estratto del libro di Sergio Della Sala perché, oltre a essere interessantissimo, riabilita un po' i tanto vituperati bias cognitivi, analizzandoli alla luce dell'evoluzione. Per il resto direi che si tratta, almeno per me, che tendo a dimenticare tantissime cose, di un libro molto rincuorante perché mette in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sul funzionamento della mente umana: l’idea che dimenticare sia un difetto della memoria.

Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare la memoria come una specie di archivio del passato. Quando dimentichiamo qualcosa, il nome di una persona, un appuntamento, un dettaglio della nostra infanzia, tendiamo a pensare che la memoria abbia "fallito". In realtà le cose stanno diversamente. Dimenticare è un fenomeno naturale e capita a tutti continuamente. A volte ce ne lamentiamo, a volte ce ne vergogniamo, ma molto più spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure proprio questo processo di oblio è una componente fondamentale del funzionamento della mente. La memoria, infatti, scrive l'autore, non si è evoluta per conservare il passato in modo perfetto, come se fosse una registrazione. Il suo compito principale è un altro: aiutare a orientarsi nel futuro. Ricordiamo non per riprodurre fedelmente ciò che è stato, ma per interpretare il mondo, anticipare i rischi, trasformare le esperienze in conoscenza utile. Non serve a ricordare il nome della maestra delle elementari, ma a prevedere ciò che potrebbe accadere domani. Non a caso Della Sala cita una frase famosa di Lewis Carroll: "È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro".

In questa prospettiva anche la perdita di accessibilità dei ricordi assume un significato nuovo. Se alcune informazioni diventano difficili da recuperare perché non le utilizziamo più, non significa che la memoria stia funzionando male. Al contrario: è il segno che il sistema cognitivo sta facendo il suo lavoro di selezione. Dimenticare permette di filtrare le informazioni, aggiornare il sapere, alleggerire il carico mentale. È una sorta di manutenzione cognitiva. Senza questo processo saremmo sommersi da un’enorme quantità di dettagli irrilevanti che renderebbero molto più difficile pensare e prendere decisioni (ricordo una conferenza di Umberto Eco in cui diceva che se ricordassimo tutto saremmo come Funes il memorioso: degli imbecilli).

La memoria, inoltre, non è un archivio statico ma un processo ricostruttivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in parte lo ricreiamo. Per questo il normale dimenticare non è il lato oscuro della memoria, ma una condizione che rende possibile ricordare, ragionare e scegliere. In fondo il messaggio del libro è semplice e liberatorio: dimenticare non è un malfunzionamento della mente, ma una sua strategia di efficienza. È il modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo mantiene l’equilibrio, seleziona ciò che conta e lascia andare il superfluo. Paradossalmente, proprio perché dimentichiamo possiamo continuare a imparare. Soprattutto, possiamo continuare a pensare.

Chiusure

Mi dispiace leggere della chiusura della casa editrice Hoepli a Milano. Ma è solo l'ultima arrivata. Da anni assistiamo a una lenta e silenziosa scomparsa: chiudono librerie, chiudono edicole, spariscono riviste storiche e anche i negozi di dischi, che erano piccoli templi della musica, stanno diventando sempre più rari (qua a Rimini è ancora aperta la ferita della chiusura della storica Dimar).

Non è solo un cambiamento del mercato. È come se si stesse spegnendo poco alla volta un certo modo di vivere la cultura: sfogliare una rivista in edicola, entrare in libreria senza sapere cosa cercare, scoprire un disco parlando con il negoziante.

Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo, ma quando questi luoghi spariscono perdiamo qualcosa di più di un negozio: perdiamo spazi di incontro, di scoperta, di pensiero. E una società che perde i suoi luoghi di cultura diventa più povera. In ogni senso.

mercoledì 11 marzo 2026

Antonio Nicita


Ho cercato qualche informazione su Antonio Nicita.

Laurea in Discipline Economiche e Sociali (DES) all'Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Dottorato in economia politica a Siena, visiting scholar presso Università di Cambridge (Uk), Università di Yale (Usa), University of Arizona (Usa) e all'European University Institute.

Nicita è un economista, professore Ordinario di Politica Economica presso l'Università LUMSA e in precedenza all'Università di Siena e presso la Sapienza di Roma. In passato è stato Commissario dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) dal 2014 al 2020. Ha fatto parte del Regulatory Scrutiny Board della Commissione Europea fino al 2022. Le sue ricerche si concentrano su economia industriale, law and economics, regolamentazione dei mercati, concorrenza e piattaforme digitali. Ha collaborato con organizzazioni internazionali come l'OECD ed è autore di numerose pubblicazioni accademiche su governance economica e regolazione delle tecnologie emergenti.

Nicita è inoltre considerato uno dei massimi esperti italiani di disinformazione e democrazia. Ha scritto diversi libri, come "Il mercato delle verità", su come le fake news e i social media influenzano la politica. Ha approfondite conoscenze ed esperienze nel campo della regolamentazione digitale e si occupa di come gestire i giganti del tech (Antitrust e Big Data).

Antonio Nicita è il senatore del Partito Democratico che oggi, in Senato, si è beccato del "coglione" da Ignazio La Russa. Perché per La Russa, il cui curriculum si risolve in un paio di righe e il cui senso delle istituzioni è pari a quello di un bradipo in letargo, la differenza tra il Senato e il bar all'interno di una bocciofila di paese è praticamente inesistente.

martedì 10 marzo 2026

Sì, perché?

 


I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si vedono elencati, su due colonne, i paesi in cui è in vigore la separazione delle carriere tra i magistrati e quelli in cui le carriere sono invece unificate. I primi sono indicati in azzurro, i secondi in rosso. Non è una distinzione casuale, naturalmente, e serve a dare l'idea che la separazione sia prerogativa dei paesi più civili e democratici mentre gli altri, quelli con le carriere unite, sono brutti, sporchi e cattivi. L'Italia, avendo le carriere unite (solo formalmente, in realtà sono separate già da molto tempo), è ovviamente inserita nel gruppo dei brutti, sporchi e cattivi. 

Il problema è che la semplificazione evidenziata dalla vignetta è parecchio fuorviante. Ovviamente qua nessuno è malizioso, quindi nessuno pensa che dietro questa rappresentazione semplificata ci sia da parte dei proponenti la volontà di ingannare chi legge (come no?).

La vignetta è fuorviante per il semplice fatto che in Europa i sistemi giudiziari sono diversissimi tra loro, quindi uno schema di questo tipo non ha alcun senso. È vero che in molti paesi europei e occidentali le carriere sono separate, ma il modo in cui funzionano i pubblici ministeri è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, i procuratori sono nominati dal potere politico; significa che là i procuratori distrettuali vengono eletti dopo regolari elezioni. In Germania i pubblici ministeri dipendono direttamente dal ministro della giustizia; nel Regno Unito l’accusa è un servizio pubblico separato ma non fa parte della magistratura come in Italia. E si potrebbe continuare. Quindi sì, le carriere sono formalmente ovunque separate, ma spesso l'accusa è più vicina al potere esecutivo. Sono scenari a sé stanti e completamente diversi dal nostro, ecco perché equipararli semplicisticamente in uno schema non ha alcun senso.

Personalmente non ho niente contro chi voterà Sì al referendum. Dirò di più: alcuni giuristi favorevoli al Sì adducono argomentazioni anche abbastanza convincenti. Ma se non ho niente contro chi voterà Sì, ce l'ho invece molto con chi tenta di convincere il prossimo con l'inganno. Tabella a parte, mi riferisco all'asfissiante campagna mediatica di vari personaggi di questo governo che utilizzano strumentalmente ogni fatto di cronaca per perorare la causa del Sì. Si leggono e si sentono cose assurde, tipo che se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente piu casi come quello della famiglia del bosco, niente più magistrati che assolvono Carola Rackete o che ordinano la scarcerazione di qualche migrante da quella costosissima barzelletta che sono i centri di detenzione in Albania. E via di seguito.

Do una notizia a quelli che hanno intenzione di votare Sì convinti che tutto ciò sia vero: vi stanno prendendo in giro. Semplicemente e pacificamente. Il problema è che non ve ne accorgete, e i politici che fanno girare quelle vignette lo sanno e se ne approfittano. Cioè, per capirci: voi apprezzate quei personaggi perché sono della vostra parte politica, e loro vi ricambiano prendendovi per il naso. Come dicevo, non ho niente contro chi vota Sì, ma documentatevi, informatevi, approfondite un po'. E se dopo esservi documentati siete ancora convinti di votare Sì, va benissimo. Ma non votate Sì perché qualcuno vi racconta che con la vittoria del Sì i giudici non potranno più liberare un migrante da un CPR. L'eventuale vittoria del Sì non cambierà niente di tutto ciò e i magistrati continueranno come prima a emettere le loro sentenze, gradite o sgradite che siano al governo di turno. Diffidate di chi vi racconta il contrario.

90 gradi

Alla risposta (da incorniciare) data da Milena Gabanelli a Enrico Mentana: "Certo che dobbiamo ringraziare gli americani per averci liberato 80 anni fa dal nazifascismo, ma Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi!", ci sono da aggiungere un paio di cose.

La prima è che la liberazione dal nazifascismo non è stata opera solo degli americani, ma anche dei partigiani e della Resistenza. Poi, ovvio, gli americani ci avrebbero liberato comunque, questo è pacifico, ma ciò non significa che non sia stata importante. Lo è stata innanzitutto per motivi morali, di orgoglio, di prestigio sullo scenario internazionale, perché ha dato l'immagine di un Paese che comunque è stato capace di organizzarsi e ribellarsi contro un invasore. E non è vero, come dicono tanti, che il contributo della Resistenza sia stato irrilevante. È stato molto importante - esiste una vasta letteratura storica che certifica i grattacapi e i problemi che la Resistenza ha creato ai tedeschi e ai fascisti nella penisola - e per dimensioni ed efficacia si può paragonare ad esempio a quella francese.

La seconda cosa è che gli americani non ci hanno liberato per motivi sentimentali o perché stavamo loro simpatici. Ci hanno liberati per precisi motivi strategici (eravamo militarmente utili). Terminata la guerra, è vero che gli Stati Uniti aiutarono molto l’Italia con il Piano Marshall, ma anche questo aveva un obiettivo preciso che aveva ben poco di sentimentale: stabilizzare l’Europa occidentale e impedire l’espansione sovietica durante la Guerra fredda.

Detto questo, dobbiamo quindi ringraziare gli americani? Certo. E mi pare che in questi 80 anni i ringraziamenti siano stati ottimi e abbondanti sotto tutti i punti di vista, fino quasi a farci perdere di vista quella linea abbastanza sottile che passa tra il doveroso ringraziamento e il mettersi a 90 gradi. Brava Milena Gabanelli.

lunedì 9 marzo 2026

Il patto del re


Raramente mi è capitato di leggere un romanzo così vasto, inquietante e moralmente disturbante. È un libro monumentale, oltre novecento pagine (e qui verrebbe da dire: tale padre - Stephen King - tale figlio), che mescola horror gotico, fantasy oscuro e romanzo di formazione, ma soprattutto è una lunga riflessione su una domanda che permea tutto il romanzo: si può combattere il male usando un male ancora più grande?

La storia comincia nel 1988 al Rackham College, nel Maine. Il protagonista, Arthur Oakes, è uno studente brillante che lavora nella biblioteca universitaria. La sua vita precipita quando una spacciatrice locale lo ricatta: se non ruberà per lei alcuni libri rari della collezione speciale, farà del male a sua madre. Disperato, Arthur si confida con i suoi amici più stretti: Colin Wren, ricco e carismatico; Gwen Underfoot, di cui è segretamente innamorato; Allison Shiner; e i gemelli Donna e Donovan McBride. È Colin a proporre una soluzione folle: utilizzare un antico volume rilegato in pelle umana, il misterioso Diario di Crane, per evocare una creatura leggendaria che possa proteggerli. Il rituale funziona, e qui inizia l’incubo.

I ragazzi evocano King Sorrow (Re Dolore), un gigantesco drago dorato, una creatura millenaria legata alla sofferenza umana e capace di sfruttare in modo spietato il potere delle parole e dei patti. Il drago elimina il problema immediato che minaccia Arthur, ma il prezzo da pagare non è piccolo: per mantenere la protezione della creatura e non essere divorati loro stessi, il gruppo dovrà offrirle un sacrificio umano ogni anno.

Da questo momento il romanzo segue i protagonisti per oltre trent’anni, mostrando come quel patto iniziale condizioni e trasformi le loro vite. Colin diventa un magnate della tecnologia e un uomo di enorme potere, arrivando a giustificare l’uso del drago come uno strumento per eliminare avversari e minacce che considera pericolose. La sua logica è quella del "bene superiore". Gwen, invece, è divorata dal senso di colpa e cerca per tutta la vita di compensare ciò che è accaduto, dedicandosi a salvare vite come infermiera e paramedico. Arthur prende la strada opposta: si allontana, si rifugia negli studi accademici e passa anni a studiare miti e leggende nel tentativo di capire la vera natura della creatura con cui hanno stretto il patto.

Quello che Joe Hill racconta, pagina dopo pagina, non è soltanto una storia di mostri e magia. Questa è la "sovrastruttura", diciamo così, sotto la quale si cela il racconto di una lenta erosione morale. Il romanzo mette continuamente i personaggi davanti a domande difficili: chi decide chi merita di morire? È possibile usare il male per produrre qualcosa di buono? E quanto a lungo si può convivere con una scelta terribile prima che essa finisca per trasformarti? È un romanzo che non si limita a raccontare: interpella il lettore riguardo a dubbi etici e dilemmi morali a cui non è sempre facile dare una risposta. Il drago è una presenza inquietante e potente, ma la vera forza del libro sta proprio nel modo in cui Hill complica continuamente le questioni etiche. Il male non appare mai semplice o univoco: è pieno di sfumature, di giustificazioni, di autoinganni.

Il patto del re è quindi molto più di un romanzo horror. È una grande storia sull’amicizia (chi ha letto It, di Stephen King, non potrà non notare analogie in questo senso), sul potere e sulla responsabilità morale. Un libro che usa il fantastico per parlare di qualcosa di profondamente umano: la tentazione di scendere a patti con ciò che sappiamo essere sbagliato, purché ci sembri utile o necessario. Ed è proprio questa ambiguità morale a rendere il romanzo così affascinante e inquietante allo stesso tempo. 

Quando l'ho iniziato - sono sincero - non nutrivo grosse aspettative verso questo libro e mi ci sono approcciato più che altro spinto da una curiosità: il rampollo di uno dei maggiori scrittori viventi, scrive come il padre? Direi di no. È indubbiamente un ottimo romanzo e Joe Hill sa scrivere, ma il padre credo resterà sempre inarrivabile.

sabato 7 marzo 2026

Dimenticarsi i limiti


"I figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti."

Questa è la chiusa del post indignato con cui la presidente del consiglio, evidentemente a corto di cose più urgenti di cui occuparsi, se la prende con la magistratura (tutta) perché una giudice di un tribunale ha deciso l'allontanamento della madre dai figli all'interno dell'ormai tristemente famoso caso della famiglia nel bosco.

Al di là della evidente strumentalizzazione politica della vicenda, che solo chi ha il prosciutto sugli occhi non vede, l'assurdità giuridica di ciò che ha scritto è palese. Se infatti è ovvio che i figli sono dei genitori (qui, ovviamente, l'espressione è da intendersi non nel senso di possesso ma di responsabilità e cura: sempre meglio precisare), quando i genitori per qualsiasi motivo non sono in grado di prendersi cura dei figli è previsto dalla legge che sia qualcun altro a farlo al posto loro, che di volta in volta può essere una comunità protetta, altri parenti, un'altra famiglia, un istituto di accoglienza. L'affidamento di minori a una di queste strutture alternative alla famiglia di origine non viene disposto da un tribunale perché la magistratura "ha dimenticato i suoi limiti", una stupidaggine da qualsiasi parte la si guardi, ma perché in quella data circostanza è interesse preminente del minore venire affidato a una struttura alternativa.

Tutti quelli (tanti) che hanno sciacallato mediaticamente e politicamente su questa tragica vicenda, dimenticano di dire che ciò che è successo a questa famiglia non è un caso eccezionale e isolato. Secondo i dati più recenti dei servizi sociali e dell’Istituto degli Innocenti, attualmente in Italia circa 33.000 minori vivono fuori dalla famiglia di origine (in affido familiare o in comunità). Considerando anche i minori stranieri non accompagnati si arriva a 42.000, che equivale a un tasso di affidamenti di circa 3,4 minori ogni 1.000 residenti: tra i più bassi in Europa. Alla faccia della magistratura che dimentica i suoi limiti.

Un rapporto sulla giustizia minorile (dati 2022-2024) indica che i tribunali per i minorenni hanno emesso nel periodo preso in esame 4.608 limitazioni della responsabilità genitoriale, 7.307 decadenze della responsabilità genitoriale (cioè perdita della potestà), 4.082 affidamenti in comunità, alcune centinaia di allontanamenti urgenti previsti dal codice civile. In Italia l’allontanamento di un minore dalla famiglia non può essere deciso liberamente dai servizi sociali: la decisione spetta sempre a un giudice, il quale basa le sue ordinanze in ossequio al principio cardine del diritto italiano secondo cui il bambino deve restare nella propria famiglia quando possibile. Quando questo non è possibile - e lo stabilisce un tribunale, non la Meloni o Salvini - il minore viene affidato ad altri, sempre nel suo maggiore interesse possibile.

Alla luce di tutto questo, chi "ha dimenticato i suoi limiti" non è la magistratura, che cerca di adempiere come meglio può ai suoi spesso delicatissimi compiti, ma sono certi politici imbarazzanti, che invece di cercare miseramente di raccattare briciole di consenso sciacallando su tragedie come questa, di cui tutti sparlano senza sapere niente, sarebbe meglio si occupassero di cose più urgenti. E ce ne sono tante di cose piu urgenti di cui occuparsi. Tantissime.

Ancora la famiglia nel bosco

La presidente del consiglio che mentre il mondo crolla non trova di meglio da fare che vergare post indignati sulla famiglia nel bosco non deve né stupire né irritare. Chi si stupisce o si irrita non ha ancora capito niente di lei e del suo modo di intendere la politica e la comunicazione politica. Lo scopo del suo agire da quando, ormai quasi quattro anni fa, è andata al governo di questo disgraziato Paese è solo uno: il consenso. Nient'altro. E per inseguirlo e cercare di mantenerlo ogni mezzo è lecito, compreso quello, ormai abusato, di cercare di raccattarne qualche briciola sull'onda emotiva generata da questa o quella vicenda balzata alle cronache.

Ma questa non è la normalità in un Paese che aspiri a definirsi democratico e civile. L'attacco sistematico di un governo nei confronti di un altro ordine dello Stato, o di singoli esponenti di questo ordine, specie in presenza di sentenze non gradite, è un'anomalia. Gigantesca. Un'anomalia che purtroppo non siamo più in grado di vedere e riconoscere come tale perché ormai sdoganata e resa normale a partire dai tempi tragici del berlusconismo. È un corto circuito che molti non sono più in grado di riconoscere come tale.

Chi è a capo di un governo non attacca chicchessia strumentalmente, aggrappandosi a singole sentenze per screditare un'altra istituzione e perorare la propria causa. Chi è a capo di un esecutivo parla dell'attualità, di cosa succede nel mondo, di cosa ha intenzione di fare e come muoversi il governo di cui è a capo rispetto a tutto ciò che si muove intorno. Dopo quasi quattro anni di governo, un presidente del consiglio che sia tale prova magari a tracciare un bilancio di quanto fatto finora rispetto a ciò che aveva promesso in campagna elettorale: pressione fiscale, sbarchi, accise sui carburanti, lavoro, sanità, progresso (inteso in senso pasoliniano: stare meglio di una popolazione). Ma forse è questo il motivo per cui è meglio deviare sulla famiglia nel bosco.

Fire and rain

"Just yesterday morning, they let me know you were gone / Suzanne, the plans they made put an end to you." Se si esce un attimo da...