martedì 19 ottobre 2021

A proposito di Guccini

Francesco Guccini non ha mai dato il permesso di utilizzare per qualsiasi motivo i versi delle sue canzoni. Ha fatto una bella eccezione qualche giorno fa, quando ha donato quattro tra le sue canzoni più famose al carcere circondariale di Bologna. Alcuni versi presi da Don Chisciotte, La locomotiva, Canzone di notte n. 2 e Il vecchio e il bambino saranno stampati dalla sartoria "Gomito a gomito" di Bologna su magliette e zaini, che saranno poi messi in vendita e il ricavato andrà all'associazione Siamo qua, che da oltre un decennio si occupa della formazione e dell'inserimento al lavoro dei detenuti. 

Sempre a proposito di Guccini, ieri sera tardi, quando sono tornato a casa dal lavoro, ho trovato sulla tavola della cucina questo:


È l'ultimo libro di Guccini, una raccolta di racconti uscita proprio in questi giorni. Ieri pomeriggio mia moglie era in giro per commissioni, l'ha visto nella vetrina di una libreria e me l'ha comprato. Un bel regalo fuori programma.

Le quattro canzoni donate da Guccini alla casa circondariale di Bologna sono tutti capolavori, ma forse il più capolavoro di tutti è Don Chisciotte, un dialogo costruito su una musica dalle tinte epiche e cavalleresche tra l'eroe di Cervantes e il codardo e pavido, ma fedelissimo, Sancho Panza. Sì, è un capolavoro.

Librerie che chiudono

Dopo appena due anni di attività, la libreria Mondadori situata all'interno della stazione di Rimini ha chiuso i battenti. Mi dispiace. Non so se fosse realmente un "baluardo anti-degrado" - spesso si ha la tendenza ad ammantare di romantiche velleità eroiche cose che non lo sono. Era semplicemente una libreria che ha chiuso i battenti come capita ogni giorno a tantissime librerie sparse per lo stivale, chiusure che sono lo specchio del baratro culturale in cui da svariati lustri è precipitato il nostro paese.

Feltri e la psicoapatia

Penso che il tweet di Feltri che ieri ha fatto tanto discutere si possa inserire in ciò che Galimberti nei suoi libri chiama psicoapatia, ossia incapacità della psiche di provare risonanza emotiva rispetto agli eventi che accadono. Se infatti di fronte a uno stupro, una delle esperienze più devastanti che una donna possa subire, le reazioni sono il sarcasmo e le battute di spirito invece del dolore, del dispiacere e della solidarietà, o al limite di un dignitoso e sacrosanto silenzio, significa appunto che l'apparato emotivo dell'autore del dileggio è morto. 

Poi, certo, in tutto ciò non ha meno responsabilità il contesto culturale e sociale in cui gli psicoapatici come Feltri nascono e vivono, quel contesto culturale prevalentemente maschilista che vede la donna come "proprietà", in cui le molestie sessuali vengono considerate normalità e la ribellione delle vittime incomprensibile. La reazione di Feltri all'ondata di proteste che ha accompagnato la sua uscita, e cioè il dolersi del fatto che il senso dell'umorismo non esista più, non è che una ulteriore certificazione di questa psicoapatia, del quale purtroppo non soffre solo Feltri. 

lunedì 18 ottobre 2021

Michela e Battiato

Mia figlia maggiore, 25 anni, gira per casa ascoltando sul cellulare E ti vengo a cercare, L'era del cinghiale bianco, No time no space, I treni di Tozeur, La cura e altre. Poi fa: "Ma che belle canzoni ha scritto, Battiato? Peccato che se ne sia andato, vero?" "Sì, è proprio un peccato".


Draghi

Non so dire se il governo Draghi, in generale, sia un buon governo oppure no. Come si fa a valutare la bontà o meno dei governi quando le legislature non durano ormai che pochi mesi? Per valutare con un minimo di cognizione di causa un governo occorrono periodi di tempo più lunghi, almeno qualche anno. Durante il ventennio berlusconiano, quando c'era l'alternanza tra i governi del cavaliere e i vari governi targati centrosinistra (almeno formalmente), una qualche valutazione si poteva fare; le legislature bene o male qualche anno duravano e una valutazione attendibile del loro operato era possibile. C'era poi il fattore ideologico a corroborare il tutto. I governi del cavaliere rappresentavano un elettorato che politicamente e tradizionalmente si riconosceva nella destra, gli altri rappresentavano un elettorato che politicamente e tradizionalmente si riconosceva nella sinistra. Naturalmente questi parametri di valutazione erano molto poco attendibili dal punto di vista empirico, ma erano comunque da mettere sul piatto della bilancia. Oggi neppure questi esistono più, dal momento che nel governo Draghi governano insieme sia la Lega che il PD, cioè il centrodestra e il centrosinistra, ammesso e non concesso che quest'ultimo si possa considerare, specie a partire da Renzi in qua, un qualcosa che c'entra con la sinistra. Ma queste sono speculazioni da politologi.

Torniamo a Draghi. È un buon governo, il suo, o un cattivo governo? Dato che, in virtù di quanto sopra, una valutazione oggettiva e realistica è impossibile farla, se non per sommi capi, facciamola allora per sommi capi. Draghi è stato messo lì dov'è da Mattarella principalmente con due scopi: risolvere il problema della pandemia e gestire in maniera ottimale i miliardi europei del recovery fund. Riguardo a questo, per ora siamo alle dichiarazioni d'intenti. Una cospicua parte dei fondi è arrivata e Draghi ha già presentato un piano dettagliato riguardo a come verranno spesi. L'impressione, però, è che il piano di utilizzo presentato da Draghi richieda, per essere portato a compimento, un lasso di tempo che mal si concilia con la durata media delle legislature di questi ultimi anni, e il rischio che gran parte di questo progetto rimanga incompiuto è abbondantemente da mettere in conto.

Dove invece Draghi sta svolgendo in modo soddisfacente, almeno per ora, il compito affidatogli da Mattarella è nella lotta alla pandemia. Qui, e questo gli va riconosciuto al di là del fatto che la cosa piaccia o no, è andato avanti come un rullo compressore, senza cedere di un millimetro alle tante tirate di giacca con cui da più parti gli è stato reiteratamente chiesto di cedere qualcosa relativamente alle draconiane misure adottate per combattere l'epidemia. Il pensiero va naturalmente subito a Salvini, che rappresenta ciò che si potrebbe definire un'opposizione interna al governo. Giorgia Meloni è realmente all'opposizione; Salvini, come è sua natura da sempre, da una parte deve necessariamente essere in linea col governo di cui fa parte, dall'altra deve però strizzare l'occhio all'ala tutt'altro che irrilevante del suo elettorato che vede in Draghi l'incarnazione del male. Non è cosa facile tenere i piedi in due staffe, sono due staffe impegnative, ma ha dalla sua anni e anni di esperienza in questo senso, anche se questo imponente bagaglio di esperienza non sembra esimerlo dal provare un certo disagio.

Questo è il motivo per cui pubblicamente esibisce atteggiamenti critici, al limite dell'ostilità, verso molti dei provvedimenti adottati dal governo in tema di gestione della pandemia e riforme in programma, mentre invece privatamente, nelle stanze dei palazzi governativi, li avalla. Il caso emblematico è quello del decreto riguardante l'obbligatorietà del green pass, con Salvini che nei comizi e nella sue dichiarazioni ne stigmatizzava l'imposizione mentre al Senato i suoi votavano a favore dell'obbligatorietà. È un'anima in pena, poveretto, è palese che in questo governo allargato lui ci sta stretto, che soffre di questa situazione. Come potrebbe essere diversamente? E quindi va avanti con questa sorta di farsa politico/umana alla dottor Jeckyll e mister Hyde, con mister Hyde che è dentro al governo e il dottor Jeckyll che ogni tanto va da Draghi, per uno dei loro incontri psicanalitici, a presentargli richieste impossibili che sa già in partenza che il capo del governo non prenderà mai in considerazione. D'altra parte, deve comunque mostrare a quelli che ancora ci credono che qualcosa della vecchia lega di lotta e di governo è rimasto, no?

Draghi, a differenza di Conte, ha dalla sua il fatto che se anche Salvini decidesse di prodursi in una nuova perfomance in stile Papeete, il governo i numeri per andare avanti li avrebbe lo stesso, per cui finge di dargli credito, di concedergli qualcosa, ma poi tira dritto fregandosene bellamente di Salvini e facendo come gli pare. Perché Draghi è ostinato, non lo schiodi dai suoi propositi, il timone in mano ce l'ha lui, e sotto tale luce questa ostinazione potrebbe anche essere cosa buona. Tutto questo, naturalmente, non è sufficiente per rispondere alla domanda iniziale, e cioè se quello di Draghi sia o no un buon governo. 

Per quel che mi riguarda, il modo ferro in cui sta gestendo l'evoluzione della pandemia mi pare buono, e credo sia incontestabile che i risultati, almeno per ora, si vedono. Io avrei addirittura preferito che fosse introdotto fin da subito l'obbligo vaccinale, invece dell'imposizione surrettizia creata dal green pass, ma ormai è andata così e amen. Per il resto bisognerà attendere.

domenica 17 ottobre 2021

Eppure può capitare

Ogni tanto accadono cose ancora capaci di stupirmi. Non sono molte ma a volte succede. Mai, ad esempio, avrei immaginato che sarebbe arrivato un giorno in cui sarei stato d'accordo con una cosa detta da questo signore. Eppure è successo. Questo, naturalmente, lo dico a scanso di equivoci, non cancella il pregresso né l'opinione che ho su di lui, opinione che non cambia di un millimetro e che ho espresso negli anni, su queste pagine, in numerosissimi post. Semplicemente, mi trovo d'accordo con una sua singola dichiarazione. Fine.

Caporetto

Poteva finire diversamente la disfatta di Caporetto? E come? E perché è finita così? Di chi sono le colpe, dei reparti al fronte che accusavano i vertici del Regio esercito italiano? Dei vertici dell'esercito che accusavano le truppe nelle trincee di lassismo e ignavia? O forse la colpa sta semplicemente nella sottovalutazione, tipicamente italiana, del pericolo che si annidava nell'alleanza tra ciò che restava del malandato esercito austriaco e alcuni reparti di quello che all'epoca era l'esercito più potente del mondo: l'esercito tedesco? Una delle più belle lezioni di storia di Alessandro Barbero.

[...]


Resoconti dal bar

Non c'è luogo più adatto di un bar per ascoltare dal vivo, cioè dalla viva voce dei protagonisti, i deliri che di solito si leggono sui social e che, spesso, vengono poi ripresi da stampa e TV. Non ce l'ho coi bar, intendiamoci, dato che a causa della mia leggendaria pigrizia li frequento regolarmente per fare colazione prima di recarmi al lavoro. Ci sono giorni, poi, come ad esempio il sabato o la domenica mattina, in cui cappuccino e brioche costituiscono un piccolo dettaglio all'interno del rito piacevole di mettersi seduti al tavolo e immergersi nella lettura dei giornali. Ed è appunto durante questi momenti che succede di ascoltare i suddetti deliri. Tipo ieri mattina, ad esempio. Ecco la scena.

Io me ne sto seduto al tavolino per i fatti miei, intento a leggere sull'inserto Tuttolibri de La Stampa un interessantissimo articolo su Cesare Pavese, il quale aveva fin da ragazzo un grande sogno: essere un poeta. Alcune poesie le scriverà e pubblicherà, ma diventerà famoso come romanziere, più che come poeta, e nell'articolo de La Stampa si dice che tra pochi giorni uscirà un volume con le tante poesie inedite scritte durante la giovinezza.

Mentre leggo l'articolo in questione entrano tre tipi nel bar, tutti rigorosamente senza mascherina. Alla barista della cosa non può naturalmente fregare di meno, dal momento che neppure lei la indossa e, oltrettutto, fuma beatamente la sua sigaretta dietro il bancone mentre farcisce alcuni tramezzini. Dettagli. I tre si avvicinano al bancone lamentandosi ad alta voce del governo e della polizia, come il tipo alla stazione di quella vecchia canzone di Baglioni di cui non ricordo il nome. E qui, mentre leggo di Pavese, posso ascoltare l'intero coacervo di deliri dei tre, ai quali, naturalmente, si aggiungono quelli della barista, perfettamente in sintonia col terzetto. Si va dalla immancabile dittatura sanitaria ai vaccini che non funzionano; da Bill Gates (sempre presente nel repertorio del perfetto complottista) al complotto ordito dallo Stato per mandare in rovina e far fallire il paese. Ora, dove stia la logica nell'ipotizzare che uno Stato si adoperi per fare fallire sé stesso mi sfugge, ma io vado avanti col mio Pavese facendo finta di niente.

La sceneggiata-comizio prosegue, sempre permeata da una certa animosità, col più incattivito dei tre che si mette a girovagare nervosamente per il bar, tipo orso in gabbia allo zoo, lanciando anatemi contro il governo ladro, un sempreverde delle invettive anti-governative, che con le tasse si porterebbe via l'80% del suo già magro fatturato (qui l'esagitato potrebbe avere qualche ragione, se non fosse per quell'eccessivo 80%), per poi passare ai lavori usuranti e alla profonda ingiustizia insita nella metodologia con cui alcuni mestieri sono stati classificati in questo modo e altri no (il suo mestiere immagino non sia stato riconosciuto come tale) e chiudere il cerchio tornando al famigerato green pass e relativa dittatura sanitaria.

Nel frattempo la barista si avvicina al mio tavolo e porta via la tazza vuota del mio cappuccino e il piattino in cui c'era la brioche. Poi mi porta via pure Il resto del Carlino, che avevo intenzione di leggere dopo La Stampa e che si trovava sotto quest'ultimo. Le faccio presente che devo ancora leggerlo e lei replica che lo leggerò dopo, quando avrò terminato La Stampa. Non vuole vedere disordine sui tavoli e aggiunge (testuale): "Non va bene che i giornali stiano a contatto, il virus potrebbe essere sulla superficie di uno e attaccarsi a quell'altro, e quindi attaccarsi alle mani di chi lo leggerà dopo". Questa meticolosa attenzione al passaggio del virus tra quotidiani, in un posto frequentato da no vax, dove nessuno indossa la mascherina, dove non esiste un dispenser per igienizzarsi le mani e dove chi osa entrare indossandola correttamente viene pure fatto oggetto di dileggio, rappresenta forse una delle vette apicali di ridicolo in cui mi sia capitato di imbattermi da un anno e mezzo in qua.

Lascio quindi perdere Il resto del Carlino, pago quanto dovuto, inforco la mia bicicletta e me ne torno a casa, pensando a Cesare Pavese, ma anche a Bukowski, il quale diceva che l'umanità è il più divertente spettacolo del mondo e per assistere non si paga neppure il biglietto.

sabato 16 ottobre 2021

Tutto quasi normale

Leggo che le tanto annunciate proteste contro il green pass, che a detta dei soliti titoloni avrebbero dovuto ieri mettere in ginocchio lo stivale, si sono alla fine risolte con qualche disagio qua e là ma niente di più. Anche nella mia azienda, ieri, c'è stato il controllo del documento, effettuato dal titolare che girava per i magazzini con l'apposito apparecchio di verifica. Quelli del mio turno ce l'avevano tutti. Nel complesso, soltanto tre dipendenti non hanno voluto fare il vaccino. Uno ha già cominciato a stare a casa e ci starà fino alla fine dell'anno, mentre gli altri due andranno avanti a tamponi. Insomma, più o meno tutto normale.

L'unico inconveniente si è presentato al momento della verifica del mio documento. Non ho ancora stampato la versione cartacea e lo conservo in formato .jpg nella galleria immagini del mio cellulare. Finora non mi ha mai dato alcun problema e nei pochi posti in cui l'ho dovuto esibire (qualche pizzeria e la biblioteca) è sempre stato scansionato senza intoppi. Ieri, invece, non c'è stato verso: l'apparecchio di controllo non riusciva a leggerlo e a portare a termine la verifica. Dopo un po' di tentativi andati a vuoto, ho aperto l'app IO e ne ho scaricata lì per lì una nuova copia, che è poi stata scansionata correttamente. 

E adesso, finalmente, weekend!

A proposito di Guccini

Francesco Guccini non ha mai dato il permesso di utilizzare per qualsiasi motivo i versi delle sue canzoni. Ha fatto una bella eccezione qua...