domenica 5 aprile 2026

Se questo è un presidente


Quando ho letto la notizia ho pensato a una esagerazione, o magari a una fake news. Mi sono quindi turato il naso e ho fatto un giro sul suo social: Truth. L'ha scritto davvero: 


"Martedì sarà il giorno delle Centrali Elettriche e il Giorno dei Ponti, tutto in uno, in Iran. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il fottuto stretto, brutti bastardi pazzi, oppure vivrete all’inferno – STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah. Presidente DONALD J. TRUMP"


Questo è il presidente dell'America, colui che in virtù del ruolo che ricopre dovrebbe avere una postura istituzionale e un contegno mediatico conseguenti, mentre invece usa lo stesso linguaggio e lo stesso tono di un ubriaco al bar (linguaggio scurrile e uso massiccio di punti esclamativi sono i tratti tipici di persone con livelli culturali molto scarsi). Lo stesso signore che si vantava di aver chiuso otto guerre (quali?) e pretendeva quindi il Nobel per la pace.

Lo stesso signore che, assieme al suo degno compare Netanyahu, è responsabile del casino globale in cui siamo precipitati, casino che nel prossimo futuro pagheremo a prezzi elevatissimi. La miseria morale di questo individuo è imbarazzante. Sarebbe interessante che i tanti simpatizzanti trumpiani, che abbondano un po' dappertutto e che in occasione della sua elezione giubilavano festanti, dicessero qualcosa.

L'uomo che guardava passare i treni


Credo che questo di Simenon si possa definire un romanzo sul risveglio (non dal sonno), il risveglio brutale di un uomo "perbene". Kees Popinga, il protagonista, decide di fuggire, non solo dalla polizia; scappa da decenni di mediocrità piccolo-borghese, da una vita fatta di orari svizzeri, doveri familiari e poltrone comode.

A un certo punto capisce che quella che chiamava "normalità" era solo una gabbia strettissima. E allora decide di evadere, puntando dritto verso Parigi, per essere finalmente l'unico autore del proprio destino, anche a costo di distruggersi.

​È un noir psicologico e spietato sulla scoperta che la libertà, quella vera, non ha nulla a che fare con la sicurezza. ​Mi sento di sconsigliarlo a chi si sente troppo al sicuro nel proprio salotto.

sabato 4 aprile 2026

Il mondo su misura


Raramente ho trovato un saggio che analizzi con questa lucidità le radici del negazionismo scientifico. ​In sostanza l'autore spiega che il negazionismo non è (solo) un problema di ignoranza o di mancanza di informazioni, è piuttosto un meccanismo psicologico e sociale. Chi nega certe evidenze lo fa perché si costruisce un "mondo su misura" dove i fatti devono piegarsi alle sue convinzioni, alla sua identità di gruppo o ai suoi timori, e non viceversa. Un meccanismo, tra l'altro, che ha precise ragioni evolutive.

Il libro analizza concetti affascinanti come la "mentalità complottista" e la "fabbricazione del dubbio", mostrando come spesso dietro il rifiuto di una verità scientifica (clima, vaccini ecc.) ci sia il bisogno di proteggere il proprio ego o il proprio stile di vita. È anche una buona guida per capire come mai, in un'epoca di informazioni illimitate, è così difficile mettersi d'accordo sulla realtà dei fatti. ​Consigliatissimo per chi ama la psicologia e vuole un po' raccapezzarsi nel caos della post-verità.

venerdì 3 aprile 2026

Proroghe

La proroga del taglio delle accise fino al primo maggio costerà alle casse dello Stato circa mezzo miliardo di euro. Come verranno reperiti questi soldi? Giorgetti ha detto che 200 milioni arriveranno dall'aumento dell'IVA, 300 milioni dai fondi ETS (sono proventi delle quote sulle emissioni di CO₂). Il meccanismo relativo all'IVA sui carburanti è abbastanza paradossale. Quando il prezzo alla pompa sale aumenta anche il gettito IVA, che è proporzionale al prezzo, quindi lo Stato incassa di più. Col decreto sulle accise lo Stato usa quindi una parte di questo extra gettito per finanziare il taglio delle accise. Qual è il paradosso? 

In Italia il prezzo della benzina è composto dal prezzo industriale più le accise. Sulla somma di questi due valori si applica l'IVA (22%), che in sostanza è una tassa sulla tassa perché viene calcolata anche sulla accise, che di fatto sono già tasse. Lo Stato, quindi, fino al primo maggio non farà altro che rinunciare all'extra gettito generato dagli aumenti per tagliare le accise: fondamentalmente si tratta di una partita di giro. Ma la domanda è un'altra. 

Quando la signora che oggi è a capo del governo era all'opposizione e faceva campagna elettorale, si divertiva a confezionare video (sono ancora reperibili su youtube) in cui lei si recava al distributore, tirava fuori 50 euro dal portafoglio e si lamentava con furore, a favore di videocamera, che solo metà di quei 50 euro andavano nel serbatoio, l'altro metà erano tasse e si trattava di un abominio. "Le accise vanno abolite!" strillava.

Domanda: se per diminuire (non tagliare: diminuire!) le accise per due mesi il governo ha dovuto trovare un miliardo di euro raschiando i fondi di tutti i barili che è riuscito a trovare, la signora indignata che andava al distributore come pensava di abrogarle una volta che fosse andata al governo? Non sapeva che nessuno, oggi, può azzardarsi a toglierle perché crollerebbe lo Stato? 

Le ipotesi sono due. La prima: non lo sapeva. Se fosse vero, la cosa sarebbe abbastanza grave ma non stupirebbe (stiamo sempre parlando di una con la maturità alberghiera). La seconda: lo sapeva ma contava sul fatto che la stragrande maggioranza di chi la segue sa poco o niente e abbocca a quasi tutto. Diciamo che la seconda ipotesi mi sembra la più realistica. Detto in altre parole: se nel 2022 avete votato la Meloni perché avete creduto alle palle sull'abolizione delle accise, beh, un po' ve la siete cercata.

giovedì 2 aprile 2026

Esempi pratici di suicidio

L'età della pietra

Se non fossimo all'interno di una cornice tragica, certe uscite di Trump, per non dire tutte, potrebbero essere etichettate come esilaranti. Tipo questa, ad esempio: "Colpiremo l'Iran in modo estremamente duro nelle prossime due, tre settimane. Li riporteremo all'età della pietra a cui appartengono."

Frase indubbiamente ad effetto. Peccato che gli iraniani con l'età della pietra non c'entrino niente. Per convenzione, infatti, gli storici e gli archeologi indicano "età della pietra" il periodo compreso tra 2,5 milioni di anni fa e il 3000 a.C. Gli iraniani attuali sono i discendenti dell'antico impero persiano che, nella sua forma più strutturata e organizzata, nasce grosso modo attorno al V secolo avanti Cristo con l'impero Achemenide di Ciro il grande.
 
Quindi, tra la fine dell'età della pietra e l'arrivo degli antichi predecessori degli attuali iraniani c'è uno scarto di circa due millenni e mezzo. Che è sempre meno dello scarto che c'è tra Trump e qualsiasi barlume di conoscenza della storia.

Un amore


Leggere Buzzati equivale a fare un viaggio nel tempo, un viaggio a ritroso tramite il quale è facile comprendere come la lingua non sia qualcosa di statico, di granitico, ma qualcosa in continua evoluzione. Lo si capisce da parole come "valige", "ciliege", da espressioni come "andare in letto" invece di "andare a letto", o da periodi che oggi considereremmo permeati da una consecutio temporum traballante. Tutti approcci alla lingua che, nel 2026, metterebbero in allarme e farebbero storcere il naso a molti insegnanti di italiano.

Questo romanzo è stato pubblicato la prima volta nel 1963 ed è abbastanza fuori dagli schemi della produzione del grande scrittore bellunese. Narra le vicende di un affermato architetto milanese di mezza età che si invaghisce perdutamente di una giovanissima prostituta conosciuta in una casa di appuntamenti. Ma la ragazza non manifesterà mai alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, preferendo mantenere il rapporto su un piano esclusivamente sessuale. L'ossessione dell'affermato architetto per la giovanissima ragazza lo porterà sull'orlo dell'autodistruzione. 

È un romanzo sui conflitti, quello tra l'uomo più che maturo attratto dalla giovinezza e quello sociale che contrappone la borghesia benestante al proletariato. Entrambi questi conflitti vengono messi in scena da Buzzati nel contesto di una Milano fredda, veloce, presa dalle sue urgenze economiche, la Milano del boom che mostra già i prodromi della "Milano da bere" che arriverà una ventina di anni dopo. La metropoli milanese è una presenza costante nel romanzo, sembra quasi un personaggio della narrazione, presenza che lo scrittore richiama spesso con vivide descrizioni di angoli, strade, case, palazzi, atmosfere. 

Ho letto pochi libri di Buzzati, ma ogni volta è una piacevolissima sorpresa.

mercoledì 1 aprile 2026

Priorità

Ho richiesto una visita dermatologica in una struttura pubblica. Primo posto disponibile: 12 agosto 2027 all'ospedale di Rimini. Ticket da pagare: 25,40 euro. Non ho sbagliato a scrivere (magari qualcuno pensa che volessi scrivere 12 agosto 2026): il primo posto disponibile è tra un anno e mezzo. Naturalmente, in una struttura privata, pagando 5 volte tanto avrei trovato posto dopo Pasqua. 

Si capisce, no, l'importanza per il Paese Italia della separazione delle carriere?

martedì 31 marzo 2026

Viaggio in Italia


Quella descritto da Carofiglio in questo libro non è la tipica rassegna turistica di alcune delle maggiori città italiane. È il racconto di un viaggio, e c'è enorme differenza tra i concetti di viaggio e turismo, nonostante noi spesso tendiamo ad associarli. 

Palermo, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova. Carofiglio racconta queste città partendo in qualche modo dai loro angoli più nascosti, sconosciuti, magari considerati poco importanti, e riporta aneddoti, storie, miti, leggende, situazioni, personaggi noti o sconosciuti legati a queste città. È una sorta di viaggio compiuto senza fretta, senza ansia di dover visitare tutto di corsa senza poi aver capito niente di ciò che si è visto, come in genere siamo abituati a fare. È un viaggio lento e riflessivo, fatto di incontri e conversazioni con bottegai, librai, persone comuni radicate saldamente nelle vie e negli angoli di queste grandi città.

Un modo sicuramente diverso, e molto più profondo, di conoscere i posti più belli (a volte anche i più disperati) del nostro Paese.

lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Se questo è un presidente

Quando ho letto la notizia ho pensato a una esagerazione, o magari a una fake news. Mi sono quindi turato il naso e ho fatto un giro sul suo...