sabato 28 marzo 2026

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, permettendo che venisse ucciso per dare pace e salvezza a tutte le persone della Terra. Dopo la sua morte brutale, il figlio è magicamente asceso al cielo dove oggi vive con suo padre. Potremo andare tutti in paradiso e stare con lui dopo la nostra morte, ma soltanto se crediamo in lui e ci pentiamo dei nostri peccati. Naturalmente, questa è la dottrina centrale del cristianesimo. Dev’essere proprio una bella storia, perché il cristianesimo è attualmente la religione più popolare del pianeta, con più di due miliardi di seguaci. Nonostante quattro miliardi di persone ancora non credano in questa storia, è pur sempre la religione numericamente di maggior successo di tutti i tempi. Come tale, ho pensato meritasse un commento, anche se questa motivazione per credere è specifica di una religione particolare. 

La storia di Gesù affascina molte persone che trovano in essa il più perfetto esempio di amore, sacrificio e della sovrabbondante misericordia di Dio. Molti credenti mi hanno detto di sentirsi profondamente toccati e ispirati da essa. Si comprende la sua particolare forza, se si considera l’amore che tipicamente un padre prova per il figlio. Dio deve amarmi davvero, dicono alcuni cristiani, se è disposto a lasciar soffrire e morire il suo unico figlio per me. Tuttavia, se si riflette in modo un po’ più approfondito su questa storia, emerge qualche problema. 

Innanzitutto, in cosa consiste esattamente il grande sacrificio fatto da Dio? È stato davvero un sacrificio, nel modo in cui lo sarebbe per un padre umano che abbandona il figlio? Io ho un figlio piccolo e non riesco a immaginare il dolore che proverei se, per qualche straordinario motivo, dovessi lasciarlo soffrire e morire. È più di quanto potrei sopportare. Ma Dio non ha perso suo figlio; almeno non nel modo in cui io o qualsiasi altro essere umano potrebbe perdere un figlio. Dio non ha fatto un sacrificio. Dio non ha perso nulla. Secondo il dogma cristiano della Santa Trinità, Dio esiste in tre forme: il Padre (il Dio di Abramo), il Figlio (Gesù), e lo Spirito Santo. Nonostante molti cristiani ne parlino e li adorino come se fossero tre dei separati, il cristianesimo si considera una religione monoteista, il che significa che ha un solo dio. Quindi se uno accetta la dottrina della Trinità, deve ammettere che Dio (il padre) non ha davvero sacrificato suo figlio (Gesù). Al limite, ha sacrificato se stesso o una parte di sé – ma non proprio. Anche se in qualche modo fosse morto un figlio distinto e separato, non avrebbe molto senso come sacrificio, perché Dio Padre conosce il futuro. E allora come si può sostenere che abbia “donato a noi il suo unico figlio”, quando sapeva che Gesù sarebbe risorto e si sarebbe unito a lui in paradiso poco dopo? Dove sta il sacrificio? 

Io amo mio figlio tanto quanto qualsiasi altro padre, o anche un po’ di più. Non c’è nulla di sovrumano o di soprannaturale in me, ma io credo che farei esattamente ciò che molti credenti dicono che Dio Padre abbia fatto duemila anni fa. Accetterei di sacrificare mio figlio se mi trovassi nella bizzarra situazione di doverlo lasciar morire per salvare miliardi di esseri umani di oggi e di tutte le generazioni successive dal tormento eterno dell’inferno. In qualità di Dio, avrei saputo che mio figlio si sarebbe comunque salvato e sarebbe tornato da me qualche giorno dopo. Quindi la giusta decisione da prendere è ovvia. Mi turberebbe profondamente farlo soffrire, ma dovrei comunque accettare la proposta. Mettendo le cose in prospettiva – miliardi di vite salvate, inclusa quella di mio figlio, che ritorna felice e in salute da me – non c’è il minimo dubbio su quale sia la cosa migliore da fare. E certamente non penserei di meritare l’epiteto di eroe o di divinità per aver preso quella decisione. Molti cristiani pongono l’accento sulle sofferenze patite da Gesù prima della morte. Secondo la storia, Gesù fu torturato dalle guardie romane e poi inchiodato alla croce. Una giornataccia, decisamente. Il dolore e il terrore che ha provato dev’essere stato inimmaginabile. Chiunque abbia visto il film morbosamente cruento di Mel Gibson, La Passione di Cristo , non può prendere alla leggera la crocifissione. La coraggiosa accettazione della sofferenza da parte di Gesù contribuisce fortemente all’appeal di questa vicenda. 

I credenti dicono che avrebbe potuto scegliere di non farlo. Avrebbe potuto essere egoista, lasciar perdere questa storia del salvare le anime e sottrarsi alla crocifissione, ma non lo ha fatto. Invece si è fatto carico di tutto quel dolore per noi, sostengono i credenti. È legittimo però far notare che molte altre persone hanno sopportato un destino altrettanto orribile, o anche peggiore, di quello attribuito a Gesù. E la loro sofferenza non è neppure servita a salvare miliardi di persone per tutte le generazioni successive. In media, più di cento vigili del fuoco perdono la vita sul lavoro ogni anno negli Stati Uniti, secondo la Fire Administration. Muoiono cercando di salvare le vite e le proprietà di estranei. I vigili del fuoco non intervengono solo in casi di enormi disastri come gli attacchi al World Trade Center, o drammatiche esplosioni di impianti chimici. Più spesso si lanciano all’interno di piccole abitazioni invase dal fumo, nella speranza di estrarre uno o due occupanti che hanno perso conoscenza. A volte i vigili del fuoco muoiono. Lo fanno senza poteri divini e senza conoscere il futuro. Sono persone molto meno potenti degli dei, eppure trovano il coraggio e la compassione necessari per rischiare tutto per persone che nemmeno conoscono. Nel corso della storia sono esistiti guerrieri disposti a sacrificare la vita per i propri compagni. Naturalmente, i soldati non sono diversi dalle altre persone: come tutti, desiderano vivere. Preferirebbero essere eroi sopravvissuti che eroi morti. Si aspettano o si augurano che le loro gesta eroiche a favore di qualcun altro non li portino alla morte. Ci sono comunque stati molti casi negli ultimi secoli in cui i soldati si sono trovati in situazioni in cui sapevano che sarebbero morti, ma hanno lo stesso agito con lealtà nei confronti di un amico o della società. Queste persone reggono il confronto con Gesù? Non hanno dato la vita per miliardi di persone e di certo non avevano la garanzia assoluta che poi sarebbero risuscitati. Hanno sofferto e sono morti per un pugno di vite, o magari per una sola. Molti di loro avranno creduto di andare in paradiso per questo, ma non potevano saperlo con la certezza di un dio. Quindi, come possiamo descrivere questi coraggiosi mortali che si sono sacrificati? In confronto a Gesù, hanno donato così tanto per così poco. Non dobbiamo ammettere che il loro sacrificio è di gran lunga superiore a quello di un dio? 

C’è un aspetto ancora più problematico in questa drammatica storia di amore, morte e risurrezione. Se davvero è successo, perché doveva accadere in quel modo? Ho posto per la prima volta questa domanda quando ero bambino, molti anni fa, e ancora non ho sentito una risposta accettabile. Perché mai qualcuno, chiunque, deve essere inchiodato a una croce perché io possa andare in paradiso? Davvero è la soluzione migliore che Dio è riuscito ad escogitare? Non ha senso, perché è lui stesso a scrivere le regole. Non sapeva come sarebbe venuta la sua stessa creazione? E allora, perché rendere questa faccenda della redenzione così barbara e crudele? Perché mai un Dio dovrebbe mettere in piedi un sistema che richiede che qualcuno sia torturato e ucciso? Io certamente non vorrei che nessuno soffrisse e morisse per me. È strano che oggi molti cristiani, se non tutti, considerino i sacrifici di animali un rituale ripugnante con cui nessuno dovrebbe avere a che fare. Ma quando la storia del sacrificio umano di Gesù viene presentata come prova della grandezza morale di Dio, due miliardi e mezzo di persone la applaudono. E poi com’è possibile che tu e io siamo nati già peccatori? I cristiani mi ripetono fino alla nausea che ero già peccatore alla nascita. Non importa quanto mi sforzi di essere buono, sono cattivo, mi dicono. È ingiusto che il solo fatto di nascere implichi immediatamente di dover essere salvato. Cosa c’entriamo noi con i crimini di Adamo ed Eva? Io non ho mai mangiato alcuna mela nel Giardino dell’Eden, e allora perché ce l’ho sulla mia fedina penale? I cristiani si chiedono mai se il loro dio non avrebbe potuto trovare un altro modo per regalarci un biglietto per il paradiso, che non fosse un sacrificio umano? Perché non possiamo semplicemente dire tutti in coro che ci dispiace, o pagare una multa, o lavorare ai servizi sociali? Perché Dio non può semplicemente perdonarci e chiudere così la faccenda? 

Tutti noi sapremmo certamente immaginare modi diversi per salvare l’umanità, senza ricorrere alla tortura e alla crocifissione. Come reagirebbero i cristiani se una storia simile si ripetesse oggi? Immaginate se il re di un piccolo Paese annunciasse di voler far picchiare, frustare, inchiodare a un albero il proprio figlio, e infine perforarlo con una lancia. In una intervista alla CNN, il re ammette di rammaricarsi tantissimo che suo figlio debba soffrire e morire, ma è indispensabile perché è l’unico modo che ha per perdonare i cittadini del suo Paese per i loro sgarri morali e garantire loro accesso al servizio sanitario e al welfare l’anno successivo. Il re ama il suo popolo e vuole che questi crimini siano perdonati. Per questo motivo, suo figlio deve morire. Che cosa pensereste di questo re? Che è strano? Crudele? Cattivo? Pazzo? Perché allora aspettarsi uno standard morale più alto da parte del re umano di un piccolo Paese di quello che ci si aspetta dal dio dell’universo? 

Un’altra obiezione alla storia di Gesù è che potrebbe non essere così unica come pensano i credenti. Gli studiosi conoscono molte antiche narrazioni che suonano straordinariamente simili. Randel Helms, autore di Fiction Gospels , ne presenta una: Nel primo secolo dell’Era Comune, apparve nel Mediterraneo orientale un grande leader religioso che predicava un dio unico e affermava che la religione non aveva bisogno di sacrifici animali, ma della carità e della pietà, per allontanare l’odio e l’inimicizia. Si narra che facesse miracoli, esorcizzando i demoni, guarendo i malati, risuscitando i morti. La sua vita esemplare portò alcuni suoi seguaci a sostenere che fosse il figlio di Dio, anche se lui si definiva figlio dell’uomo. Accusato di sedizione nei confronti dell’impero romano, fu arrestato. Dopo la sua morte, i suoi discepoli affermarono che era risuscitato dai morti, che era apparso vivo al loro cospetto e poi era asceso al cielo. Chi era questo insegnante e operatore di miracoli? Si chiamava Apollonio di Tiana; morì intorno al 98 d.C. e la sua storia si può leggere nella Vita di Apollonio di Tiana di Flavio Filostrato. (Helms 1988, 9) 

Il difetto forse maggiore della storia di Gesù è che il piano non ha funzionato molto bene. I cristiani dicono che Gesù è morto per i nostri peccati, perché tutti possiamo essere salvati. Il problema è che oggi, duemila anni dopo, la maggior parte delle persone, di ogni generazione, non vengono affatto salvate e i cristiani sono ancora una minoranza, nel mondo. La maggior parte delle persone semplicemente non crede che la storia di Gesù sia vera. Oggi ci sono 2,2 miliardi di cristiani e 4,5 miliardi di non cristiani. Un numero straordinario di anime perdute ad ogni generazione. Se davvero tutto ciò è successo, non solo il sacrificio di Gesù è strano e raccapricciante, ma è stato per lo più un inutile spreco, dal momento che non è riuscito a salvare la maggior parte delle persone."


50 ragioni per cui si crede in Dio, 50 motivi per dubitarne

Guy P. Harrison

giovedì 26 marzo 2026

Tolleranza zero?

L'episodio di violenza nella scuola a Trescore Balneario (il bambino 13enne che ha accoltellato l'insegnante) ha riacceso il solito coro politico: inasprimento delle pene (Valditara), tolleranza zero (Salvini). Se i due ministri avessero letto anche solo un bignamino di sociologia ​saprebbero che inasprire pene e sanzioni non serve a niente. Mai. A meno che non si vogliano fare slogan elettorali. Il concetto base è che la pena non è un deterrente per chi non ha nulla da perdere. ​Chi pensa che un tredicenne, nel momento in cui pianifica un gesto folle e lo filma, si fermi a riflettere sul codice penale, vive fuori dalla realtà. La criminalità giovanile spesso nasce da un vuoto emotivo, da un disagio psichico o da un isolamento sociale che nessuna "pena esemplare" può colmare. Inasprire le leggi serve a placare l'opinione pubblica dopo la tragedia, ma si tratta di una finta risposta che non impedisce che accadrà di nuovo.

​La tolleranza zero, un ritornello vuoto e stupido che Salvini ci propina da vent'anni, agisce sull'effetto, non sulla causa. Se un ragazzino arriva a scuola con un coltello e del materiale esplosivo a casa, il fallimento è avvenuto mesi, se non anni prima. È fallita la famiglia, è fallita la capacità della scuola di intercettare il disagio, è fallita la comunità. Abbiamo fallito tutti. Punire duramente dopo significa ammettere che non siamo stati in grado di educare prima.

​Sull'educazione a monte ​Umberto Galimberti e altri si sgolano da decenni. ​Serve educazione all'emotività, serve insegnare ai ragazzi a gestire la rabbia, la frustrazione e l'uso dei social media, visto che il filmare l'attacco è un segno di distorsione profonda della realtà. ​Servono supporti alle famiglie. ​Invece di invocare il carcere per dei bambini (perché un 13enne è un bambino), dovremmo invocare più risorse per la scuola intesa come centro educativo e non come tribunale. La sicurezza vera non si costruisce con le sbarre, ma con i libri, l'ascolto e la presenza costante dello Stato nei luoghi dove i ragazzi crescono. Servono classi di 12-13 alunni in modo da poterli seguire anche emotivamente e sentimentalmente, non classi-pollaio di 30-32 studenti. ​Finché la politica risponderà alla violenza solo con altra violenza istituzionale, continueremo a rincorrere le tragedie invece di evitarle.

mercoledì 25 marzo 2026

La camera azzurra


Ho appena chiuso l’ultima pagina di questo libro - finora non avevo ancora letto niente di Simenon - e devo ammettere di averlo trovato discretamente inquietante. Simenon non scrive romanzi, fa delle autopsie all'anima umana.

​Tutto ruota attorno a due amanti, Tony e Andrée, che si incontrano clandestinamente in una camera d'albergo azzurra. Sembra una storia di passione come tante, ma a un certo punto Andrée fa una domanda di troppo a cui segue una promessa che si trasforma in una trappola mortale. La narrazione si muove tra il passato della passione e il presente dei verbali di polizia e dei tribunali. ​Simenon riesce a fare sentire a chi legge il caldo soffocante dell'estate e il freddo gelido dell'aula di un tribunale.

​È un romanzo che racconta magistralmente il dramma dell'incomprensione e di come due persone possano vivere la stessa storia in modi completamente diversi: diversivo per l'uno, progetto di vita per l'altro. Non ci sono eroi né persone buone o cattive, solo persone fragili in balìa dei propri istinti e pulsioni. Bellissimo.

Scenette imbarazzanti

Non so cosa abbia detto La Russa ai genitori di quei disgraziati bambini. Forse, se avesse potuto, avrebbe detto loro: "Guardate, abbiamo strumentalizzato tantissimi casi di cronaca per tirare acqua al mulino del Sì, ma il vostro ci è sembrato il migliore fin da subito, quindi ci siamo buttati a pesce. D'altra parte, quale migliore occasione di un giudice che allontana i figli dai genitori poteva capitarci per delegittimare tutta la magistratura e fare credere che i giudici siano dei mostri? Abbiamo fatto meglio che abbiamo potuto e scatenato tutta la nostra potenza di fuoco: giornali, TV, social. Purtroppo non è servito, gli italiani (almeno la maggior parte) non hanno abboccato e siamo stati sepolti sotto 15 milioni di No. Grazie lo stesso."

E mentre la seconda carica dello Stato dà vita a una delle scenette più tristi, penose e imbarazzanti di tutta la storia repubblicana, dal 10 marzo la giudice che ha disposto la sospensione della responsabilità genitoriale ai due coniugi vive sotto scorta armata a causa degli attacchi e delle minacce di morte ricevute sui social. Attacchi e minacce dovuti alla asfissiante campagna di delegittimazione portata avanti da questa destra oscena.

martedì 24 marzo 2026

Due cose

Due cose ritengo importante sottolineare riguardo a ciò che è successo ieri. La prima è la maggior affluenza al referendum di domenica e lunedi scorsi rispetto alle ultime elezioni politiche e alle politiche in generale. Alle politiche del 2022, quelle dove ha preso il potere questa sciagurata maggioranza, l'affluenza non è arrivata al 59 per cento degli aventi diritto; per il referendum è arrivata quasi al 64. I referendum, almeno negli ultimi due decenni, hanno sempre attirato meno elettori delle già quasi deserte elezioni politiche. Questo significa che quando occorre mobilitarsi per qualcosa che si ritiene importante ci si alza dalla poltrona e si va al seggio, e la poca affezione per il voto a un partito politico si trasforma in slancio motivato quando si capisce il valore di ciò che è in gioco. Significa che la Costituzione è fortunatamente ancora percepita come qualcosa di importante che vale la pena difendere dagli sfregi e dalle manomissioni che certi squallidi e incarogniti personaggi vorrebbero infliggerle.

Ciò non significa che la Costituizione è intoccabile. Si può modificare, l'hanno previsto i padri costituenti, e da quando è entrata in vigore, 80 anni fa, è stata modificata più volte. Ma non così, con l'arroganza, le forzature, l'incompetenza e la protervia che contraddistinguono questi personaggi, senza arte né parte, che ci hanno di nuovo provato dopo i fallimentari precedenti di Renzi nel 2016 e Berlusconi nel 2006. Viene quasi da pensare che in fondo gli italiani alla nostra carta fondamentale vogliano bene, che ci tengano, e quando ritengono che sia in pericolo si alzino per difenderla.

Una percentuale molto alta di chi ha votato No, attorno al 60-70 per cento, è formata da giovani tra 18 e 34 anni, molti di essi hanno votato per la prima volta. Quindi si può dire che sono stati loro a salvarla, e questo è un bellissimo segnale sotto molti punti di vista. Sono anche loro ad avere vinto, assieme a tutti quelli che hanno votato No perché hanno capito il pericolo che si nascondeva in una eventuale vittoria del Sì.

Chi ha perso? Ha perso questo governo di scappati di casa. Ha perso chi ha prodotto una campagna referendaria falsa, bugiarda, basata sugli inganni, le mistificazioni, la malafede - chi bazzica un po' sui social sa a cosa mi riferisco. E comunque dispiace constatare che, nonostante la vittoria del No, milioni e milioni di persone ci sono comunque cascate, si sono fatte ingannare da tale mole di mistificazioni e inganni. Anche questo è un aspetto che dà molto da pensare. 

Ultima cosa. Alle politiche del 2022 questa maggioranza è andata al governo prendendo circa 12 milioni di voti. Ieri i No sono stati circa 15 milioni. C'è una mole impressionante di persone, là fuori, che forse vorrebbe qualcosa di più da questa opposizione lacerata e autoreferenziale che ha permesso a questa banda di incompetenti di prendere il potere quattro anni fa. Questo referendum insegna che è ora di mettere da parte gli stupidi personalismi, i particolarismi ottusi, i giochetti di basso cabotaggio per garantirsi un piccolo posto al sole e di sacrificare qualcosa del proprio ego in nome di un bene superiore: evitare che l'Italia diventi l'Ungheria di Orbàn. Fra poco più di un anno si voterà e un anno è un periodo di tempo più che sufficiente per mettere insieme un'opposizione degna di questo nome con una sua credibilità. Restiamo in attesa che succeda.

lunedì 23 marzo 2026

Poi


Poi ci sarà il tempo per riflessioni più approfondite e più "elevate". Nel frattempo, la faccia di Sallusti di fianco a quei quasi 10 punti di scarto è lo spettacolo più bello di cui possiamo godere oggi.

Ha vinto il NO!

domenica 22 marzo 2026

Piccoli orticelli mentali


In occasione della festa del papà, la ministra Eugenia Roccella ha detto, tentando di giustificare il respingimento del governo della proposta di legge delle opposizioni per equiparare i congedi parentali tra madri e padri: "Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga. Le donne hanno la gravidanza, il parto e l’allattamento. Mirare a una condivisione paritaria del lavoro di cura va benissimo, ma non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa."

La signora Roccella, che non si capisce, col background ideologico che si ritrova, cosa ci faccia a capo di un ministero che si chiama delle pari opportunità, è l'esempio perfetto di come l'ideologia si scontri con la realtà e di quanti danni possa fare questo approccio esclusivamente ideologico alle dinamiche umane. L'ultracattolica ministra, dicendo che la parità di cura della prole "non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa", compie un'operazione di mistificazione confondendo due piani distinti: la biologia e la cultura.

Casualmente, sto leggendo in questi giorni Il tempo dei padri, un saggio antropologico sulla storia delle cure parentali nell'evoluzione umana. Quando la signora Roccella dice che tra madre e padre "non c'è parità che tenga" perché la madre partorisce, allatta ecc, sta facendo un'affermazione difficilmente contestabile. Ma monca. È vero, infatti, che la biologia, almeno all'inizio, segna una differenza reale, ma il libro che sto leggendo (lo dovrebbe leggere anche la ministra) suggerisce una prospettiva più ampia. Nella storia evolutiva umana, crescere un figlio non è mai stato un compito della sola madre. Padri, parenti e comunità hanno sempre avuto un ruolo fondamentale. Noi esseri umani siamo, per usare un’espressione dell'antropologia, una specie che alleva i figli "insieme". Quindi la questione non è stabilire se madri e padri siano la stessa cosa - è ovvio che biologicamente non lo sono - ma capire quanto quella differenza biologica debba pesare nel tempo.

La natura crea una differenza all’inizio, poi le società e le culture decidono cosa fare di quella differenza. Nel corso dell'evoluzione umana abbiamo avuto tutte le combinazioni possibili di cure della prole. Giustificare oggi il respingimento di equiparazione tra i congedi parentali di padre e madre su presupposti esclusivamente biologici, significa approcciarsi alle dinamiche umane con le sole lenti dell'ideologia, lenti che non permettono di vedere oltre il proprio orticello mentale; e mentre là fuori le società cambiano, si modificano, evolvono, Eugenia Roccella rimane prigioniera della sua, purtroppo limitatissima, visione del mondo.

sabato 21 marzo 2026

Perché No

È quasi finita, domani e lunedì si voterà per questo benedetto referendum sulla separazione delle carriere (anche se non è un referendum sulla separazione delle carriere). Come ho già scritto in precedenza, voterò convintamente No per alcuni motivi. Questi.

È surreale che la politica abbia imposto ai cittadini di esprimersi su un tema così complesso e tecnico, ed è quindi naturale che la consultazione fin da subito abbia assunto un carattere politico. Pochissimi dei milioni di cittadini italiani che si recheranno alle urne conoscono e capiscono i dettagli tecnici di questa riforma, ed è naturale che sia così, perché appunto si tratta di tecnicismi giuridici appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Nessuno di noi è obbligato a conoscerli. Quindi si tratterà giocoforza di una consultazione le cui sorti non saranno determinate da una sua conoscenza nel merito, ma dalla simpatia o antipatia politica verso i proponenti. E una importante modifica della Costituzione (questa riforma ne modificherà ben 7 articoli) non si fa su presupposti di simpatia. Non esiste e non si può accettare. Mai.

Un altro motivo per cui voterò No è la quantità industriale di bugie e falsità che sono state messe in campo dai sostenitori del Sì. Per onestà va detto che anche dalle parti del No in alcuni casi si è esagerato, ma la sproporzione è palese e non paragonabile. Abbiamo sentito di tutto: se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente più assoluzioni di Carola Rackete, niente più giudici che liberano migranti, i magistrati non intralceranno più il lavoro del governo e finalmente pagheranno per le loro "malefatte", la fuga dei cervelli si interromperà e i giovani torneranno in Italia: una disonestà intellettuale fuori da ogni decenza. Mentre se vincerà il No stupratori e pedofili in libertà, tana libera tutti per delinquenti di ogni risma e assurdità anche maggiori. Ora, è giusto che si faccia propaganda per la propria causa, ma questa propaganda non deve passare attraverso la mistificazione della realtà e la presa in giro di chi andrà a votare. Perché se si fa propaganda con la mistificazione significa che gli argomenti reali che dovrebbero supportare una posizione non hanno sostanza. In una sola cosa i sostenitori del Sì sono stati (involontariamente) sinceri: quando hanno ammesso che la vittoria del Sì toglierà di mezzo la magistratura (parole testuali della capa di gabinetto di Nordio), il sotteso del quale è che con la vittoria del Sì i controlli di legalità della magistratura nei confronti di reati e illeciti commessi in particolar modo dai "colletti bianchi" saranno fortemente limitati. C'è bisogno di aggiungere altro o è sufficientemente chiaro quali sono i reali scopi della riforma? L'hanno ammesso loro stessi. E comunque, al di là di altri tipi di motivazioni, votare No è una questione di principio, e il principio è che dare fiducia a chi ti estorce quella fiducia ingannandoti non è accettabile. Se anche io fossi in buona fede convinto di votare Sì, rinuncerei a farlo perché non voglio che quel Sì sia basato su falsità. In altre parole: non voglio essere preso in giro. E siccome ritengo di avere ancora sufficiente lucidità per capire quando mi si vuole prendere in giro, il mio voto non ve lo darò.

L'ultimo motivo per cui voterò No è che - e questo fatto se si è intellettualmente onesti non è contestabile -, con la vittoria del Sì, sulla bilancia dei pesi e contrappesi previsti dai padri costituenti il potere della politica aumenterà e quello della magistratura si abbasserà. Il nocciolo della questione e il fulcro di tutta la riforma è questo, non la separazione delle carriere, che sostanzialmente sono già separate da anni. Questo è quello a cui la politica vuole arrivare, e non da oggi. È un progetto che era già previsto dalla P2 di Licio Gelli e che negli anni Novanta Berlusconi provò (fortunatamente senza riuscirci) a realizzare. Nel cosiddetto Piano di rinascita democratica elaborato da Licio Gelli, era infatti prevista una riorganizzazione dello Stato che, tra le varie cose, avrebbe comportato anche un ridimensionamento del ruolo della magistratura a favore di un maggiore controllo politico. Da martedì, questo vecchio sogno di Licio Gelli e Berlusconi potrebbe diventare realtà. Sta a noi fare in modo di impedirlo.

venerdì 20 marzo 2026

Bossi

La morte appiana tutte le asperità, è noto. Succede da sempre e non ci sono eccezioni. Finché una persona è in vita è lecito criticarla aspramente, arrivando talvolta (sbagliando) al dileggio e all'insulto; poi subentra quella "pietas" che ammorbidisce tutto e fa passare in cavalleria anche i suoi tratti più indecenti. Vale anche per Bossi, ovviamente.

​Oggi è tutto un florilegio di commenti all’insegna del "però era fondamentalmente una brava persona", ignorando che, invece, è stato un leader razzista, rozzo, incolto e dai toni sguaiati e opportunisti. Funziona così, è la norma. Tra i tanti, colpisce il commento di Mattarella, che lo ha definito "un sincero democratico", omettendo che nei suoi momenti migliori invitava a gettare il tricolore nel water.

​Il potere edulcorante della morte.

giovedì 19 marzo 2026

Festa del papà


Questo libro l'avevo iniziato qualche giorno fa senza assolutamente pensare alla festa di oggi, della quale oltretutto mi ero pure dimenticato. 

Dopo le prime 100 pagine mi rendo conto che non poteva esserci lettura migliore. Sarah Blaffer Hrdy, l'autrice, è una figura estremamente autorevole e originale nel panorama scientifico mondiale. È un'antropologa e primatologa americana, professoressa emerita all'Università della California (Davis), e i suoi studi hanno letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo all'evoluzione umana. Soprattutto è nota per aver sfidato i pregiudizi maschilisti dell'antropologia classica.

In questo splendido saggio spiega come il cervello di un padre non sia statico, ma capace di trasformarsi biologicamente attraverso l'accudimento, attivando aree emotive profonde esattamente come accade nelle madri. Una delle tesi del libro è che la paternità non è solo un ruolo sociale, ma un'evoluzione continua sia del cuore che della mente. Quindi, buona festa a tutti i papà che hanno voglia di mettersi in gioco. E io ne conosco uno che tra un po' dovrà mettersi in gioco eccome, vero Andrea Raschi? 

(Mentre a me toccherà mettermi in gioco come nonno.) 😅

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, perm...