Questo romanzo di Rosa Matteucci non è un libro su Lourdes, ma è la storia di un pellegrinaggio a Lourdes. A compierlo è la giovane Maria Angulema, con lo scopo di rendere al mittente il pesante fardello di dolore che si porta dietro da quando suo padre è morto in un incidente automobilistico e "chiedere formale spiegazione e magari soddisfazione di tanta sofferenza al Padreterno".
È raccontato con un linguaggio al tempo stesso feroce, esilarante e disperato. L'autrice trasforma la fede, il corpo e la famiglia in una specie di teatro grottesco dove si ride per non piangere. Il finale, assolutamente inaspettato e sorprendente, chiude il cerchio con la stessa onestà brutale di tutto il libro. Forse non è per tutti, ma chi ama la scrittura che graffia probabilmente lo apprezzerà.
È interessante notare che la vicenda raccontata nel romanzo, il pellegrinaggio a Lourdes della protagonista, è inventata, ma nella realtà l'autrice ha veramente perso il padre in un incidente. Simbolicamente, quindi, ha utilizzato la vicenda raccontata come espediente retorico per dare forma a quel dolore.
Facendo zapping sullo splendido canale di divulgazione Lucy mi sono imbattuto in questa lezione di Davide Crepaldi, il quale spiega cosa succede, dal punto di vista neurobiologico, quando leggiamo. Come i miei 32 lettori immagineranno, si tratta di un argomento che non poteva non interessarmi.
Cose sorprendenti che non sapevo: il nostro cervello processa i segni grafici di un testo scritto ad una velocità pazzesca, riuscendo a decifrare dalle 250 alle 300 parole al minuto. Altra cosa sorprendente: non c'è differenza tra chi legge 200 libri all'anno e chi non legge mai, entrambi i soggetti sono ugualmente bravi a leggere e la differenza è praticamente trascurabile.
Se avete mezzoretta e se questi argomenti vi interessano, dateci un'occhiata. Io l'ho trovata interessantissima, e credo che da adesso in poi leggerò con una consapevolezza diversa.
Un anno fa - ne scrissi su queste pagine - fui costretto a pagare di tasca mia diverse migliaia di euro, presso una struttura privata, per un intervento chirurgico che col SSN richiedeva tempi inumani. E non sono stato il solo, dal momento che i report dell'ISTAT dicono che diversi milioni di persone rinunciano ormai a curarsi a causa di costi, liste di attesa ecc. Quindi, se la signora Meloni vuole scandalizzarsi, può benissimo restare in Italia.
Mentre leggevo questa autobiografia di Angela Merkel, pubblicata alla fine del 2024, non potevo non pensare alla differenza abissale tra i vari modi in cui si può fare e intendere la politica. La cancelliera federale che ha guidato la Germania ininterrottamente per sedici anni, dal 2005 al 2021, ha sempre basato la sua azione partendo da un unico, fondamentale, principio: evitare di promettere cose che non fosse sicura di poter mantenere. Ed è rimasta rigorosamente fedele a questo principio sia durante gli anni di cancellierato, sia durante gli anni precedenti come ministra. Fa sorridere - o almeno a me veniva da sorridere - pensando a casa nostra, dove politicanti di infima levatura cambiano idea ogni due ore e promettono a spron battuto tutto e il contrario di tutto senza alcun ritegno e senza vergogna, con in testa solo il mantenimento del consenso.
"Mutti", il soprannome affettuoso e un po' ironico allo stesso tempo, con cui è stata chiamata per anni, ha sempre fatto politica e preso le decisioni nell'interesse esclusivo della Gemania e dell'Europa, mai per tornaconto politico suo o della CDU, il partito di cui è stata per lunghi anni segretaria. Alla fine di ogni mandato si è sempre presentata agli elettori elencando le cose fatte e chiedendo di essere giudicata esclusivamente in base al suo operato.
Il libro si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima Angela Merkel racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR, in piena guerra fredda. Lei nacque ad Amburgo, nella Germania ovest, poi nel 1954 la sua famiglia si trasferì a Templin, nella Germania est, perché il padre, pastore luterano, fu inviato a guidare la chiesa di Quitzow, nel Brandeburgo. Angela Merkel si laureò in chimica fisica all'università di Lipsia e, prima di dedicarsi alla politica, ottenne vari riconoscimenti in ambito scientifico. Ma ciò che più la segnò fu l'aver vissuto per tanti anni sotto una dittatura. Ci sono pagine e pagine dense di descrizioni riguardo a come era la vita sotto il regime oppressivo sovietico nella Germania est.
Nella seconda parte del libro, invece, Angela Merkel racconta il suo ingresso in politica e la sua vita come ministra, prima, e come cancelliera federale, poi. Non è solo un’autobiografia, questo libro è un affresco della storia della Germania e dell’Europa degli ultimi decenni. Attraverso il racconto dei suoi incontri con i leader mondiali e delle lunghe notti trascorse a negoziare a Bruxelles si capisce chiaramente come la cancelliera sia stata una protagonista assoluta, capace di incidere profondamente su ogni grande avvenimento: dalla crisi finanziaria del primo decennio degli anni duemila alla gestione dei flussi migratori, dalla questione russa (la signora Merkel è stata una dei pochissimi leader europei ad aver mantenuto ottimi rapporti con Putin e, allo stesso tempo, è sempre stata convinta che con la Russia bisognasse parlare) alla pandemia.
Le pagine finali sono una lezione preziosa sulla libertà - mai scontata per chi è cresciuto oltre il Muro - e sulla dignità del servizio pubblico. Personalmente, sento di consigliare questo libro non solo a chi ama la storia, ma a chiunque cerchi ancora un briciolo di serietà in un mondo di slogan urlati.
Ho letto frettolosamente qualcosa sulla manifestazione sovranista di ieri a Milano, dove sembra ci fossero più organizzatori che manifestanti, e ho avuto l'impressione che fosse composta principalmente da persone senza bussola, più che da persone "senza paura" (uno degli slogan principali). Probabilmente la maggior parte dei quattro gatti che partecipavano manco sapeva perché si trovasse lì. Magari qualcuno gli ha detto che era una manifestazione contro i migranti e allora ci è andato; oppure qualcun altro gli ha detto che era una manifestazione contro l'Europa e allora ci è andato.
Tutta gente senza arte né parte, totalmente incapace di elaborare una analisi concreta della situazione in cui ci troviamo, gente scollegata dalla realtà che ripeteva a pappagallo ritornelli lanciati dal palco da un politico fallito (ormai la lega è stata superata anche da AVS) che da almeno vent'anni ha creato al nostro Paese più problemi di quanti ne abbia risolti.
Consola solo parzialmente il fatto che fossero pochi e che la maggior parte delle persone che passava di lì continuasse a fare la sua passeggiata senza degnarli della minima attenzione. Erano comunque sempre troppi.
Ieri sera sono andato al teatro Astra di Misano Adriatico ad ascoltare Massimo Cacciari, il quale ha presentato il suo ultimo saggio uscito in questi giorni: L'insostenibile. Van Gogh e il destino dell'Occidente. In tutta sincerità non mi interessava particolarmente l'argomento in sé, ossia le riflessioni filosofiche dell'autore sull'arte del grande pittore olandese, ma mi interessava semplicemente ascoltare Cacciari - probabilmente ci sarei andato anche se avesse tenuto una lectio magistralis sul rapporto che lega zio Paperone alla sua Numero 1.
Provo da sempre genuine ammirazione e stima per il "ruvido" filosofo veneziano e per la sua grande cultura. In passato ho provato a leggere un paio di saggi suoi ma uno dei due l'ho abbandonato a metà perché troppo difficile per me. Devo dire che c'è una differenza enorme tra il Cacciari conferenziere e il Cacciari opinionista televisivo. Il primo è pacato, riflessivo, tranquillo; il secondo è scontroso, irriverente, impaziente, poco incline alla diplomazia, ruvido. A tratti quasi maleducato, capace di regalarci memorabili e divertentissime scene come questa, in cui manda a fare in culo il povero Bocchino (un vaffanculo che ci sta tutto, sia chiaro).
Ecco, a me interessava lui. Rimango sempre affascinato quando personaggi come Cacciari "vedono" in certe opere d'arte cose che io non riesco a vedere. Penso ad esempio al celeberrimo Un paio di scarpe (1886).
Io ci vedo un paio di scarpe vecchie, strausate, slabbrate, rotte, da cui posso immaginare che rappresentino la fatica del cammino, quindi, simbolicamente, la fatica del vivere. Cacciari va oltre e vede in quelle scarpe slabbrate il destino dell'uomo moderno: un pellegrino che continua a camminare anche quando gli strumenti del suo viaggio sono ormai logori. È un esercizio di costruzione intellettuale. Persone come Cacciari, e in generale i critici d'arte, non guardano il quadro nel vuoto ma lo guardano avendo in testa migliaia di pagine di filosofia, storia e letteratura. Con quel tipo di "lenti", le opere d'arte assumono una profondità che a noi comuni mortali è probabilmente preclusa, perché quella "lente" proietta sul quadro tutto ciò che quelle persone hanno studiato.
In fin dei conti, però, si tratta di una lettura particolare e personale di Cacciari (o dei critici d'arte), ma credo sia difficile sapere cosa passasse per la testa del pittore quando l'ha creata. È cioè impossibile sapere se abbia voluto ritrarre quel paio di scarpe per rappresentare la fatica umana di un pellegrino in cammino nel mondo o se le abbia ritratte senza particolari motivi, magari solo perché se le è trovate davanti. In fin dei conti il fascino dell'arte è che nasce sempre dalla follia di un autore (dalla razionalità non può nascere nessuna opera d'arte, ama ripetere Umberto Galimberti), quindi ognuno è perfettamente legittimato a vederci quello che vuole.
Sto leggendo Libertà, la poderosa (oltre 650 pagine) autobiografia di Angela Merkel uscita un annetto e mezzo fa. Nelle prime cento pagine l'ex cancelliera della Germania racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR. Lei nacque ad Amburgo, nell'allora Germania ovest, ma quasi subito si trasferì con la famiglia perché suo padre, Horst Kasner, un pastore luterano, ricevette l'incarico di guidare una parrocchia a Quitzow, nel Brandeburgo (Germania est), circa 80 km a nord di Berlino.
Ci tornerò sopra quando l'avrò finito, ma il libro sarebbe da leggere anche solo per capire cosa significava durante la guerra fredda vivere nella DDR. E più in generale, cosa significa vivere sotto una dittatura.
Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.
In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.
È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola.
Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo.
Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.
Roger Waters
David Gilmour
Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).
Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.
Una trentina di anni fa, quando diventai papà per la prima volta, ricordo che circolava una quantità enorme di miti e leggende sulla gravidanza. Per il 99,9% si trattava ovviamente di bufale travestite da "saggezza popolare". Trent'anni dopo - oggi -, che sono in corsa per diventare nonno, mi pare che siano addirittura di più.
Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è uno dei motivi.
A partire dal rimbalzo post-pandemia, il PIL della Spagna ha continuato a mantenersi su valori costanti prossimi al 3% (noi siano attorno al solito zero virgola e probabilmente il prossimo anno saremo in recessione). Sapete perché la Spagna viaggia a questi ritmi? Perché ha fatto riforme strutturali come il salario minimo, la riforma del mercato dell'energia per migliorare competitività e costi e l'utilizzo mirato dell'immigrazione (ogni anno fa entrare circa 600.000 immigrati). Oggi è entrato in vigore un nuovo decreto di regolarizzazione.
"Elma Saiz, la ministra spagnola per l’Inclusione, la sicurezza sociale e la migrazione, l’ha definito una delle pietre miliari del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez: permetterà infatti di regolarizzare circa 500mila immigrati irregolari o richiedenti asilo che potranno quindi vivere e lavorare regolarmente in Spagna, pagare le tasse e contribuire al sistema di previdenza sociale spagnolo."
Si chiama Politica con la P maiuscola, cioè lungimiranza, visione nei confronti delle prossime generazioni, programmi a lunga scadenza.
Il salario minimo, che la Meloni rifugge come la peste, esiste in quasi tutti i paesi d'Europa. In Spagna fu addirittura introdotto a metà degli anni '60 quando era ancora sotto il franchismo, e da allora nessuno si è azzardato a toccarlo. Anzi, è stato a più riprese migliorato nel corso degli anni. Nel 1980, con l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori, il salario minimo è stato blindato come un diritto fondamentale, stabilendo che il governo debba consultarsi con i sindacati e le associazioni datoriali per fissarne l'importo ogni anno. Quest'anno è stato aumentato del 3,1% rispetto al 2025 portandolo a 1424,50 € mensili.
È un altro pianeta, la Spagna. E soprattutto ha ben altra classe dirigente. Là l'immigrazione è una risorsa, qua blaterano di blocchi navali e fanno i centri in Albania per soddisfare la pancia di milioni di analfabeti funzionali che poi votano i signori che abbiamo al governo; là il salario minimo ce l'hanno da più di mezzo secolo, noi abbiamo ancora la schiavitù a 500 €/mese. Là nessuno blatera di stupidaggini populiste come il ponte sullo stretto, ma si investe in maniera mirata nelle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali.
La differenza tra una locomotiva e un calesse trainato da un ronzino è tutta qui.