Quando si pensa a canzoni d'amore, in genere vengono sempre in mente quelle scritte da Cocciante, Baglioni, Tozzi. Oppure Enrico Ruggeri e altri: quelle che mediaticamente hanno avuto maggiore risconto e visibilità nel corso degli anni. Eppure io sono convinto che la canzone d'amore più bella mai scritta in Italia sia Canzone delle domande consuete, di Guccini, pubblicata nel 1990 all'interno dell'album Quello che non...
Perché secondo me è la più bella canzone d'amore che sia mai stata scritta? Perché non è inutilmente melensa, non è banale e non è immediatamente facile a un primo ascolto. È uno dei brani più intensi, maturi e profondi di Francesco Guccini e parla di tematiche che a lui sono sempre state molto care, come lo scorrere del tempo e il modo in cui questo scorrere incide sulla interiorità di ognuno, sul mondo, sulla vita di coppia, sulle relazioni.
Qui Guccini sembra voler dire che, spesso, non soffriamo soltanto perché rischiamo di perdere qualcuno, ma perché non sappiamo più chi siamo diventati insieme a quella persona, quindi ci facciamo domande che spesso sono contraddittorie e ripercorriamo il passato, cerchiamo spiegazioni, ci aggrappiamo ai ricordi. Vorremmo una risposta capace di rimettere ordine in tutto senza riuscire a trovarla. È una canzone profondamente gucciniana perché parla del dubbio senza mai arrivare a una conclusione rassicurante.
Tra le immagini più belle c'è quella del prato ricoperto di bitume, una splendida metafora che può essere letta come l'immagine di ciò che il tempo, le abitudini e le delusioni fanno alle nostre possibilità. Non necessariamente le distruggono, ma le ricoprono, rendendole difficili da raggiungere.
Ecco perché, secondo me, Canzone delle domande consuete rimane la canzone d'amore più bella mai scritta.
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
Come se il tempo per noi non costasse l'uguale
Come se il tempo passato ed il tempo presente
Non avessero la stessa amarezza di sale
Tu non sai le domande, ma non risponderei
Per non strascinare parole in linguaggio d'azzardo
Eri bella, lo so, e che bella che sei
Dicon tanto un silenzio e uno sguardo
Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
Quel che sono o sarei, quel che sarò domani
Non parlare non dire più niente, se puoi
Lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di te
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse
Trascinate dai giorni come piena di fiume
Tante cose sembrate e credute diverse
Come un prato coperto a bitume
Rimanere così, annaspare nel niente
Custodire i ricordi, carezzare le età
È uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
Del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai, siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te
Aver tutto, ma non il domani
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di te
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di noi



