martedì 10 marzo 2026

Sì, perché?

 


I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si vedono elencati, su due colonne, i paesi in cui è in vigore la separazione delle carriere tra i magistrati e quelli in cui le carriere sono invece unificate. I primi sono indicati in azzurro, i secondi in rosso. Non è una distinzione casuale, naturalmente, e serve a dare l'idea che la separazione sia prerogativa dei paesi più civili e democratici mentre gli altri, quelli con le carriere unite, sono brutti, sporchi e cattivi. L'Italia, avendo le carriere unite (solo formalmente, in realtà sono separate già da molto tempo), è ovviamente inserita nel gruppo dei brutti, sporchi e cattivi. 

Il problema è che la semplificazione evidenziata dalla vignetta è parecchio fuorviante. Ovviamente qua nessuno è malizioso, quindi nessuno pensa che dietro questa rappresentazione semplificata ci sia da parte dei proponenti la volontà di ingannare chi legge (come no?).

La vignetta è fuorviante per il semplice fatto che in Europa i sistemi giudiziari sono diversissimi tra loro, quindi uno schema di questo tipo non ha alcun senso. È vero che in molti paesi europei e occidentali le carriere sono separate, ma il modo in cui funzionano i pubblici ministeri è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, i procuratori sono nominati dal potere politico; significa che là i procuratori distrettuali vengono eletti dopo regolari elezioni. In Germania i pubblici ministeri dipendono direttamente dal ministro della giustizia; nel Regno Unito l’accusa è un servizio pubblico separato ma non fa parte della magistratura come in Italia. E si potrebbe continuare. Quindi sì, le carriere sono formalmente ovunque separate, ma spesso l'accusa è più vicina al potere esecutivo. Sono scenari a sé stanti e completamente diversi dal nostro, ecco perché equipararli semplicisticamente in uno schema non ha alcun senso.

Personalmente non ho niente contro chi voterà Sì al referendum. Dirò di più: alcuni giuristi favorevoli al Sì adducono argomentazioni anche abbastanza convincenti. Ma se non ho niente contro chi voterà Sì, ce l'ho invece molto con chi tenta di convincere il prossimo con l'inganno. Tabella a parte, mi riferisco all'asfissiante campagna mediatica di vari personaggi di questo governo che utilizzano strumentalmente ogni fatto di cronaca per perorare la causa del Sì. Si leggono e si sentono cose assurde, tipo che se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente piu casi come quello della famiglia del bosco, niente più magistrati che assolvono Carola Rackete o che ordinano la scarcerazione di qualche migrante da quella costosissima barzelletta che sono i centri di detenzione in Albania. E via di seguito.

Do una notizia a quelli che hanno intenzione di votare Sì convinti che tutto ciò sia vero: vi stanno prendendo in giro. Semplicemente e pacificamente. Il problema è che non ve ne accorgete, e i politici che fanno girare quelle vignette lo sanno e se ne approfittano. Cioè, per capirci: voi apprezzate quei personaggi perché sono della vostra parte politica, e loro vi ricambiano prendendovi per il naso. Come dicevo, non ho niente contro chi vota Sì, ma documentatevi, informatevi, approfondite un po'. E se dopo esservi documentati siete ancora convinti di votare Sì, va benissimo. Ma non votate Sì perché qualcuno vi racconta che con la vittoria del Sì i giudici non potranno più liberare un migrante da un CPR. L'eventuale vittoria del Sì non cambierà niente di tutto ciò e i magistrati continueranno come prima a emettere le loro sentenze, gradite o sgradite che siano al governo di turno. Diffidate di chi vi racconta il contrario.

90 gradi

Alla risposta (da incorniciare) data da Milena Gabanelli a Enrico Mentana: "Certo che dobbiamo ringraziare gli americani per averci liberato 80 anni fa dal nazifascismo, ma Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi!", ci sono da aggiungere un paio di cose.

La prima è che la liberazione dal nazifascismo non è stata opera solo degli americani, ma anche dei partigiani e della Resistenza. Poi, ovvio, gli americani ci avrebbero liberato comunque, questo è pacifico, ma ciò non significa che non sia stata importante. Lo è stata innanzitutto per motivi morali, di orgoglio, di prestigio sullo scenario internazionale, perché ha dato l'immagine di un Paese che comunque è stato capace di organizzarsi e ribellarsi contro un invasore. E non è vero, come dicono tanti, che il contributo della Resistenza sia stato irrilevante. È stato molto importante - esiste una vasta letteratura storica che certifica i grattacapi e i problemi che la Resistenza ha creato ai tedeschi e ai fascisti nella penisola - e per dimensioni ed efficacia si può paragonare ad esempio a quella francese.

La seconda cosa è che gli americani non ci hanno liberato per motivi sentimentali o perché stavamo loro simpatici. Ci hanno liberati per precisi motivi strategici (eravamo militarmente utili). Terminata la guerra, è vero che gli Stati Uniti aiutarono molto l’Italia con il Piano Marshall, ma anche questo aveva un obiettivo preciso che aveva ben poco di sentimentale: stabilizzare l’Europa occidentale e impedire l’espansione sovietica durante la Guerra fredda.

Detto questo, dobbiamo quindi ringraziare gli americani? Certo. E mi pare che in questi 80 anni i ringraziamenti siano stati ottimi e abbondanti sotto tutti i punti di vista, fino quasi a farci perdere di vista quella linea abbastanza sottile che passa tra il doveroso ringraziamento e il mettersi a 90 gradi. Brava Milena Gabanelli.

lunedì 9 marzo 2026

Il patto del re


Raramente mi è capitato di leggere un romanzo così vasto, inquietante e moralmente disturbante. È un libro monumentale, oltre novecento pagine (e qui verrebbe da dire: tale padre - Stephen King - tale figlio), che mescola horror gotico, fantasy oscuro e romanzo di formazione, ma soprattutto è una lunga riflessione su una domanda che permea tutto il romanzo: si può combattere il male usando un male ancora più grande?

La storia comincia nel 1988 al Rackham College, nel Maine. Il protagonista, Arthur Oakes, è uno studente brillante che lavora nella biblioteca universitaria. La sua vita precipita quando una spacciatrice locale lo ricatta: se non ruberà per lei alcuni libri rari della collezione speciale, farà del male a sua madre. Disperato, Arthur si confida con i suoi amici più stretti: Colin Wren, ricco e carismatico; Gwen Underfoot, di cui è segretamente innamorato; Allison Shiner; e i gemelli Donna e Donovan McBride. È Colin a proporre una soluzione folle: utilizzare un antico volume rilegato in pelle umana, il misterioso Diario di Crane, per evocare una creatura leggendaria che possa proteggerli. Il rituale funziona, e qui inizia l’incubo.

I ragazzi evocano King Sorrow (Re Dolore), un gigantesco drago dorato, una creatura millenaria legata alla sofferenza umana e capace di sfruttare in modo spietato il potere delle parole e dei patti. Il drago elimina il problema immediato che minaccia Arthur, ma il prezzo da pagare non è piccolo: per mantenere la protezione della creatura e non essere divorati loro stessi, il gruppo dovrà offrirle un sacrificio umano ogni anno.

Da questo momento il romanzo segue i protagonisti per oltre trent’anni, mostrando come quel patto iniziale condizioni e trasformi le loro vite. Colin diventa un magnate della tecnologia e un uomo di enorme potere, arrivando a giustificare l’uso del drago come uno strumento per eliminare avversari e minacce che considera pericolose. La sua logica è quella del "bene superiore". Gwen, invece, è divorata dal senso di colpa e cerca per tutta la vita di compensare ciò che è accaduto, dedicandosi a salvare vite come infermiera e paramedico. Arthur prende la strada opposta: si allontana, si rifugia negli studi accademici e passa anni a studiare miti e leggende nel tentativo di capire la vera natura della creatura con cui hanno stretto il patto.

Quello che Joe Hill racconta, pagina dopo pagina, non è soltanto una storia di mostri e magia. Questa è la "sovrastruttura", diciamo così, sotto la quale si cela il racconto di una lenta erosione morale. Il romanzo mette continuamente i personaggi davanti a domande difficili: chi decide chi merita di morire? È possibile usare il male per produrre qualcosa di buono? E quanto a lungo si può convivere con una scelta terribile prima che essa finisca per trasformarti? È un romanzo che non si limita a raccontare: interpella il lettore riguardo a dubbi etici e dilemmi morali a cui non è sempre facile dare una risposta. Il drago è una presenza inquietante e potente, ma la vera forza del libro sta proprio nel modo in cui Hill complica continuamente le questioni etiche. Il male non appare mai semplice o univoco: è pieno di sfumature, di giustificazioni, di autoinganni.

Il patto del re è quindi molto più di un romanzo horror. È una grande storia sull’amicizia (chi ha letto It, di Stephen King, non potrà non notare analogie in questo senso), sul potere e sulla responsabilità morale. Un libro che usa il fantastico per parlare di qualcosa di profondamente umano: la tentazione di scendere a patti con ciò che sappiamo essere sbagliato, purché ci sembri utile o necessario. Ed è proprio questa ambiguità morale a rendere il romanzo così affascinante e inquietante allo stesso tempo. 

Quando l'ho iniziato - sono sincero - non nutrivo grosse aspettative verso questo libro e mi ci sono approcciato più che altro spinto da una curiosità: il rampollo di uno dei maggiori scrittori viventi, scrive come il padre? Direi di no. È indubbiamente un ottimo romanzo e Joe Hill sa scrivere, ma il padre credo resterà sempre inarrivabile.

sabato 7 marzo 2026

Dimenticarsi i limiti


"I figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti."

Questa è la chiusa del post indignato con cui la presidente del consiglio, evidentemente a corto di cose più urgenti di cui occuparsi, se la prende con la magistratura (tutta) perché una giudice di un tribunale ha deciso l'allontanamento della madre dai figli all'interno dell'ormai tristemente famoso caso della famiglia nel bosco.

Al di là della evidente strumentalizzazione politica della vicenda, che solo chi ha il prosciutto sugli occhi non vede, l'assurdità giuridica di ciò che ha scritto è palese. Se infatti è ovvio che i figli sono dei genitori (qui, ovviamente, l'espressione è da intendersi non nel senso di possesso ma di responsabilità e cura: sempre meglio precisare), quando i genitori per qualsiasi motivo non sono in grado di prendersi cura dei figli è previsto dalla legge che sia qualcun altro a farlo al posto loro, che di volta in volta può essere una comunità protetta, altri parenti, un'altra famiglia, un istituto di accoglienza. L'affidamento di minori a una di queste strutture alternative alla famiglia di origine non viene disposto da un tribunale perché la magistratura "ha dimenticato i suoi limiti", una stupidaggine da qualsiasi parte la si guardi, ma perché in quella data circostanza è interesse preminente del minore venire affidato a una struttura alternativa.

Tutti quelli (tanti) che hanno sciacallato mediaticamente e politicamente su questa tragica vicenda, dimenticano di dire che ciò che è successo a questa famiglia non è un caso eccezionale e isolato. Secondo i dati più recenti dei servizi sociali e dell’Istituto degli Innocenti, attualmente in Italia circa 33.000 minori vivono fuori dalla famiglia di origine (in affido familiare o in comunità). Considerando anche i minori stranieri non accompagnati si arriva a 42.000, che equivale a un tasso di affidamenti di circa 3,4 minori ogni 1.000 residenti: tra i più bassi in Europa. Alla faccia della magistratura che dimentica i suoi limiti.

Un rapporto sulla giustizia minorile (dati 2022-2024) indica che i tribunali per i minorenni hanno emesso nel periodo preso in esame 4.608 limitazioni della responsabilità genitoriale, 7.307 decadenze della responsabilità genitoriale (cioè perdita della potestà), 4.082 affidamenti in comunità, alcune centinaia di allontanamenti urgenti previsti dal codice civile. In Italia l’allontanamento di un minore dalla famiglia non può essere deciso liberamente dai servizi sociali: la decisione spetta sempre a un giudice, il quale basa le sue ordinanze in ossequio al principio cardine del diritto italiano secondo cui il bambino deve restare nella propria famiglia quando possibile. Quando questo non è possibile - e lo stabilisce un tribunale, non la Meloni o Salvini - il minore viene affidato ad altri, sempre nel suo maggiore interesse possibile.

Alla luce di tutto questo, chi "ha dimenticato i suoi limiti" non è la magistratura, che cerca di adempiere come meglio può ai suoi spesso delicatissimi compiti, ma sono certi politici imbarazzanti, che invece di cercare miseramente di raccattare briciole di consenso sciacallando su tragedie come questa, di cui tutti sparlano senza sapere niente, sarebbe meglio si occupassero di cose più urgenti. E ce ne sono tante di cose piu urgenti di cui occuparsi. Tantissime.

Ancora la famiglia nel bosco

La presidente del consiglio che mentre il mondo crolla non trova di meglio da fare che vergare post indignati sulla famiglia nel bosco non deve né stupire né irritare. Chi si stupisce o si irrita non ha ancora capito niente di lei e del suo modo di intendere la politica e la comunicazione politica. Lo scopo del suo agire da quando, ormai quasi quattro anni fa, è andata al governo di questo disgraziato Paese è solo uno: il consenso. Nient'altro. E per inseguirlo e cercare di mantenerlo ogni mezzo è lecito, compreso quello, ormai abusato, di cercare di raccattarne qualche briciola sull'onda emotiva generata da questa o quella vicenda balzata alle cronache.

Ma questa non è la normalità in un Paese che aspiri a definirsi democratico e civile. L'attacco sistematico di un governo nei confronti di un altro ordine dello Stato, o di singoli esponenti di questo ordine, specie in presenza di sentenze non gradite, è un'anomalia. Gigantesca. Un'anomalia che purtroppo non siamo più in grado di vedere e riconoscere come tale perché ormai sdoganata e resa normale a partire dai tempi tragici del berlusconismo. È un corto circuito che molti non sono più in grado di riconoscere come tale.

Chi è a capo di un governo non attacca chicchessia strumentalmente, aggrappandosi a singole sentenze per screditare un'altra istituzione e perorare la propria causa. Chi è a capo di un esecutivo parla dell'attualità, di cosa succede nel mondo, di cosa ha intenzione di fare e come muoversi il governo di cui è a capo rispetto a tutto ciò che si muove intorno. Dopo quasi quattro anni di governo, un presidente del consiglio che sia tale prova magari a tracciare un bilancio di quanto fatto finora rispetto a ciò che aveva promesso in campagna elettorale: pressione fiscale, sbarchi, accise sui carburanti, lavoro, sanità, progresso (inteso in senso pasoliniano: stare meglio di una popolazione). Ma forse è questo il motivo per cui è meglio deviare sulla famiglia nel bosco.

venerdì 6 marzo 2026

Cesare


Pensavo a Cesare, il micio tigrato che per anni è stato la "mascotte" della stazione di Colleferro. Chiunque passasse di lì, specialmente gli operai pendolari, lo vedeva e spesso si fermava per una carezza e magari per lasciargli un avanzo di cibo.

Finché Cesare è morto dopo una decina di giorni di agonia: è stato preso a calci da un bastardo che passava di lì. Uno dei tanti bastardi di cui è piena la specie umana.

Maltrattare e uccidere gli animali non è solo un gesto stupido e crudele che si esaurisce in se stesso. Diversi studi in ambito psicologico e criminologico hanno evidenziato che la crudeltà verso gli animali può essere un segnale di rischio per comportamenti violenti anche verso le persone. La bassa empatia (la difficoltà a percepire la sofferenza degli altri) è spesso unita a una tendenza alla dominazione e al controllo, e a un'aggressività difficile da contenere.

Gli stessi studi hanno osservato che diversi criminali violenti, da giovani avevano maltrattato animali. Questo ovviamente non significa che chi lo fa diventerà per forza un assassino, ma è comunque considerato un serio segnale di allarme.

Io, da sempre, diffido e tengo le distanze da chi disprezza gli animali: è il primo e più forte indizio della possibile presenza di uno dei tanti bastardi appartenenti alla nostra specie.

Ciao, Cesare 💔

Il No spiegato bene

Leonardo è uno di quei pochi blogger che riesce a perorare le sue istanze come pochi altri sanno fare.

mercoledì 4 marzo 2026

Guadagni


Pensavo a Pedro Sánchez, il quale ha fatto imbestialire oltre misura Trump vietando agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari congiunte sul territorio spagnolo per operazioni contro l'Iran. Divieto che significa niente decolli, in quanto Madrid ha negato l'autorizzazione al decollo di aerei americani dalle basi di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia); ma significa anche ritiro dei mezzi USA. A seguito di questo rifiuto il Pentagono è stato costretto a ritirare una decina di aerei cisterna KC-135, fondamentali per il rifornimento in volo dei caccia, spostandoli fuori dalla Spagna. ​Sánchez ha spiegato che l'operazione militare congiunta USA-Israele non rientra nei trattati bilaterali e non ha un mandato dell'ONU, rendendo l'uso delle basi illegittimo secondo la legge spagnola.

Sánchez ha chiarito ulteriormente la posizione della Spagna utilizzando quattro semplici parole: "No a la guerra", e ha poi evocato la storia, ricordando le conseguenze disastrose dell'invasione dell'Iraq del 2003 e avvertendo che un attacco all'Iran rischia di alimentare il terrorismo e provocare un disastro globale. Cosa distingue un uomo di Stato da un politicante qualunque? La giustificazione delle sue scelte alla luce della storia; impensabile, alle nostre latitudini.

Non è da meno il distinguo morale del ministro degli Esteri Albares, il quale ha chiarito che si può essere fermamente contro il regime degli Ayatollah senza per questo sostenere un intervento militare ingiustificato. Un concetto semplice, lineare, disarmante nella sua logicità e chiarezza. Talmente chiaro e logico che nessuno di quella congrega di scappati di casa che sta al governo qui da noi è stato capace di pronunciare. Cosa ha ottenuto Sánchez? Niente: gli strali e le minacce di Trump, gli attacchi di Israele e l'isolamento politico rispetto al resto dell'Europa. Apparentemente ha avuto tutto da perdere. In realtà ha guadagnato tutto quello che c'era da guadagnare in dignità e coerenza.

Letture di febbraio

C'è da segnalare, tra le mie letture di febbraio, L'uomo della terza fase, un romanzo di fantascienza. Sono sempre stato abbastanza lontano dalla fantascienza, non è mai stato il mio genere prediletto, anche se nella mia lunga carriera di lettore qualche titolo appartenente a questo filone l'ho affrontato. Devo comunque ammettere che l'ho apprezzato molto e potrebbe essere un buon incentivo per leggere, finalmente, qualcosa del grande Isaac Asimov. Asimov è da sempre un autore che per vari motivi mi incute un certo... "timore reverenziale", ma quest'anno ho intenzione di rompere questo tabù.












Sì, perché?

  I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si v...