Sto leggendo Libertà, la poderosa (oltre 650 pagine) autobiografia di Angela Merkel uscita un annetto e mezzo fa. Nelle prime cento pagine l'ex cancelliera della Germania racconta i suoi primi 35 anni di vita nella DDR. Lei nacque ad Amburgo, nell'allora Germania ovest, ma quasi subito si trasferì con la famiglia perché suo padre, Horst Kasner, un pastore luterano, ricevette l'incarico di guidare una parrocchia a Quitzow, nel Brandeburgo (Germania est), circa 80 km a nord di Berlino.
Ci tornerò sopra quando l'avrò finito, ma il libro sarebbe da leggere anche solo per capire cosa significava durante la guerra fredda vivere nella DDR. E più in generale, cosa significa vivere sotto una dittatura.
Visto che il mondo, là fuori, fa abbastanza schifo, direi di abbandonarlo momentaneamente e di buttarsi su qualcos'altro. Ad esempio la musica. A volte ci penso: se abbandonassi politica e attualità e scrivessi solo di libri e musica? No, vabbe', mi interessa anche l'attualità, quindi continuerò a scriverne. Nel frattempo, questa è Hey You, inserita nel doppio album The Wall, uscito nel '79. Quando da ragazzino lo ascoltavo nella mia camera, con l'impianto stereo a un certo volume, ogni tanto veniva oltre dalla cucina mia mamma, allarmata, chiedendo: "Ma cos'è che ascolti?" Io le spiegavo con pazienza che si trattava di un album dei Pink Floyd e lei, all'apparenza, si tranquillizzava.
In effetti, l'ascolto dell'intera opera può creare a chi si trovi in un'altra stanza qualche inquietudine. Un po' per la musica, che spesso è inquietante di suo, un po' per gli effetti sonori inseriti qua e là tra le tracce: porte che cigolano, aerei in picchiata, elicotteri, speaker radiofonici, dialoghi, risate più o meno sinistre. Qualche curiosità su questo bellissimo pezzo.
È uno dei più intensi e conosciuti dell'album e, aspetto quasi paradossale, è stato anche l'unico brano escluso dall'omonimo film diretto da Alan Parker. Furono girate delle scene (una sequenza in bianco e nero con Pink che cerca di scalare il muro), ma alla fine il regista e Roger Waters decisero di tagliarla perché ritenevano che il brano rendesse la narrazione troppo statica in quel punto della pellicola.
Dal punto di vista musicale è geniale già dall'incipit, dove si sente un arpeggio di chitarra acustica in cui si susseguono due accordi minori alternati e distanziati di un tono: rispettivamente Mi minore e Re minore. Una sequenza di due accordi minori si trova molto raramente nella musica perché non sono armonici tra loro e, accostati, creano un effetto straniante, quasi depressivo.
Notevolissima, poi, la linea di basso fretless, cioè senza tasti, incisa sull'arpeggio di chitarra iniziale. Altra curiosità: in questa canzone il basso è suonato da David Gilmour, il chitarrista, non da Roger Waters, il bassista. Gilmour ha spesso raccontato che Waters, pur essendo l'autore del testo e della musica, riconosceva i propri limiti tecnici su passaggi così complessi e lasciava che fosse David a registrare le parti di basso più impegnative.
Roger Waters
David Gilmour
Nella parte centrale del brano si sente un suono ripetitivo e inquietante. Sono i cosiddetti "worms" (i vermi), che in tutto l'album rappresentano il decadimento mentale del protagonista, Pink. Quel suono fu ottenuto utilizzando ovviamente un sintetizzatore e sottolinea il momento in cui Pink, nel film intepretato da Bob Geldof, realizza di essere rimasto intrappolato dietro il muro che lui stesso ha costruito. La canzone si chiude con la celebre frase: "Together we stand, divided we fall" (Uniti resistiamo, divisi cadiamo).
Roger Waters ha spiegato che, a quel punto della storia, Pink è ormai isolato, ma si rende conto che la sua condizione è quella di molti altri. È una sorta di tardivo "manifesto sociale": quando costruiamo un muro attorno a noi, quel muro non ci protegge, uccide la connessione con le altre persone. Waters ha dichiarato di aver scritto questo pezzo pensando anche al suo senso di alienazione dai fan durante i mega-concerti negli stadi durante il tour mondiale seguito alla pubblicazione dell'album.
Una trentina di anni fa, quando diventai papà per la prima volta, ricordo che circolava una quantità enorme di miti e leggende sulla gravidanza. Per il 99,9% si trattava ovviamente di bufale travestite da "saggezza popolare". Trent'anni dopo - oggi -, che sono in corsa per diventare nonno, mi pare che siano addirittura di più.
Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è uno dei motivi.
A partire dal rimbalzo post-pandemia, il PIL della Spagna ha continuato a mantenersi su valori costanti prossimi al 3% (noi siano attorno al solito zero virgola e probabilmente il prossimo anno saremo in recessione). Sapete perché la Spagna viaggia a questi ritmi? Perché ha fatto riforme strutturali come il salario minimo, la riforma del mercato dell'energia per migliorare competitività e costi e l'utilizzo mirato dell'immigrazione (ogni anno fa entrare circa 600.000 immigrati). Oggi è entrato in vigore un nuovo decreto di regolarizzazione.
"Elma Saiz, la ministra spagnola per l’Inclusione, la sicurezza sociale e la migrazione, l’ha definito una delle pietre miliari del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez: permetterà infatti di regolarizzare circa 500mila immigrati irregolari o richiedenti asilo che potranno quindi vivere e lavorare regolarmente in Spagna, pagare le tasse e contribuire al sistema di previdenza sociale spagnolo."
Si chiama Politica con la P maiuscola, cioè lungimiranza, visione nei confronti delle prossime generazioni, programmi a lunga scadenza.
Il salario minimo, che la Meloni rifugge come la peste, esiste in quasi tutti i paesi d'Europa. In Spagna fu addirittura introdotto a metà degli anni '60 quando era ancora sotto il franchismo, e da allora nessuno si è azzardato a toccarlo. Anzi, è stato a più riprese migliorato nel corso degli anni. Nel 1980, con l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori, il salario minimo è stato blindato come un diritto fondamentale, stabilendo che il governo debba consultarsi con i sindacati e le associazioni datoriali per fissarne l'importo ogni anno. Quest'anno è stato aumentato del 3,1% rispetto al 2025 portandolo a 1424,50 € mensili.
È un altro pianeta, la Spagna. E soprattutto ha ben altra classe dirigente. Là l'immigrazione è una risorsa, qua blaterano di blocchi navali e fanno i centri in Albania per soddisfare la pancia di milioni di analfabeti funzionali che poi votano i signori che abbiamo al governo; là il salario minimo ce l'hanno da più di mezzo secolo, noi abbiamo ancora la schiavitù a 500 €/mese. Là nessuno blatera di stupidaggini populiste come il ponte sullo stretto, ma si investe in maniera mirata nelle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali.
La differenza tra una locomotiva e un calesse trainato da un ronzino è tutta qui.
Questo libro è un testo base, se vogliamo una sorta di abbecedario accessibile a tutti (molti concetti sono riuscito a capirli pure io), per comprendere cosa muove e come funziona l'economia, quindi per capire come funziona il mondo, perché è l'economia che muove il mondo, nient'altro.
Spesso si tende a pensare all’economia come a un insieme di grafici astratti, numeri freddi, qualcosa di lontano dalle nostre tasche e dalle nostre vite. Invece l'autrice spiega che l'economia è ovunque: è nel prezzo del caffè che beviamo al mattino, nella spesa al supermercato, nei mutui che stipuliamo, nel pieno di benzina, ed è il motivo per cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente finiscono per influenzare il nostro potere d'acquisto.
Molto interessante il punto su cui l'autrice insiste nelle pagine finali: la perdita della voglia di approfondire e di capire. Se non leggiamo, se non studiamo, restiamo prigionieri del nostro perimetro e quando in un telegiornale sentiamo - un esempio a caso - che la BCE o la Federal Reserve alzano i tassi di interesse per "raffreddare" l'inflazione non sappiamo cosa significa. E invece significa tantissimo per noi tutti.
Chiudo citando l'ultima pagina del libro:
Penso che parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuta al fatto che non si legge, che non si studia. «Leggere può creare indipendenza», così recitavano gli auguri di Natale 2025 della mia casa editrice. Invece non ci informiamo e di conseguenza non agiamo, anche solo facendo sentire la nostra voce pacificamente, unico fattore che davvero potrebbe essere in grado di cambiare le cose. Quante volte mi è stato detto: «Ma questo non si trova sui giornali», «Ma non ne parlate nei telegiornali, sul vostro sito o nelle vostre pagine social». Sbagliato. Ne parliamo. È che molti hanno ormai perso la voglia di leggere e approfondire. Questo libro dimostra che sui giornali gli approfondimenti ci sono eccome. E stiamo vivendo un momento talmente delicato, di equilibri geopolitici che traballano e che sono destinati a cambiare per sempre, che come minimo dobbiamo prenderci la briga di approfondire.
[...]
Basti un esempio. Cina e USA, pur diverse, hanno qualcosa che le accomuna. E che aiuta noi a capire meglio il comportamento di alcune parti del mondo che possono sembrare controintuitive. Circa la metà degli statunitensi non ha un passaporto. In Cina milioni di persone non hanno mai preso un aereo. In sintesi, negli USA e in Cina una fetta notevole della popolazione non è mai uscita dai confini. Se lo avessero fatto avrebbero agito in modo diverso? Io credo di sì. È un tempo decisivo quello che stiamo vivendo. Se ognuno di noi non farà la sua parte per arrestare la deriva della mancanza di conoscenza, di studio e di sacrificio, del denaro facile, della dimenticanza della storia, del linguaggio volgare e aggressivo sui social... be’, sarà troppo tardi.
Mi auguro di aver risposto a domande e risolto dubbi e spero leggiate a partire dall’acquisto dei quotidiani, il cui costo è infinitesimale se paragonato ai nostri sprechi. Dubbio e apertura sono le due parole con cui vi lascio. Mettersi in dubbio sempre: leggere, informarsi e darsi la possibilità di cambiare idea. Apertura mentale e capacità di porsi domande sono necessarie e doverose in questo tempo.
No ma io me l'immagino la lacerazione interiore della signora Meloni nel periodo che va dalle 9 di ieri mattina (primo comunicato innocuo pro papa senza alcuna menzione a Trump) al comunicato del tardo pomeriggio con cui bolla come inaccettabile l'attacco frontale dell'uomo col ciuffo a Prevost. Magari lei sperava di cavarsela col primo senza che fosse necessario condannare chiaramente l'amico americano, ma alla fine la valanga di commenti irritati ricevuti sui social, assieme alla condanna dell'intero arco politico (compreso il suo governo) nei confronti dello squilibrato americano, hanno avuto la meglio e ha dovuto cedere.
D'altra parte arrivano momenti in cui non è più concesso stare un po' di qua e un po' di là, non si può più non scegliere, non prendere parte, non sbilanciarsi; non funziona più il "non condanno e non condivido". Qualcosa di chiaro e inequivocabile ti tocca dirlo. Ma prendere una posizione chiara quando ormai si ha il vuoto attorno e si è rimasti soli, beh, vale per quello che vale. Nel suo caso molto ma molto poco.
Comunque, alla fine, nessuno ha ancora spiegato chiaramente perché l'Iran non può avere la bomba atomica. Lo scoglio maggiore su cui si sono arenati i negoziati a Islamabad, alla fine, è infatti il nucleare, e Trump l'ha detto chiaramente: "Tutti i punti su cui è stato trovato un accordo non importano se comparati al fatto di permettere all’Iran di avere armi nucleari, questo è il singolo problema più importante". Uno magari può dire (discorso che mi è capitato di sentire): Vabbe', ma mica si vorrà lasciare che quelli là possano costruirsi la bomba atomica?
Perché no? Gli USA ce l'hanno, Israele ce l'ha, la Corea del nord ce l'ha, la Russia ce l'ha, la Francia, la Cina, il Pakistan ce l'hanno. Perché l'Iran non può averla? Chi lo decide? In base a quale principio? Perché gli Stati Uniti possono decidere cosa può avere o non avere l'Iran e l'Iran non può fare altrettanto? Escludendo ragionamenti infantili di tipo morale basati sul fatto che noi, abituati a guardare il mondo esclusivamente con le nostre lenti occidentali, ci consideriamo una civiltà superiore e stupidaggini simili, rimane il discorso del metodo, epistemologico. Dando per scontato che sarebbe meglio che l'atomica non l'avesse nessuno, perché una nazione si arroga il diritto di decidere chi può averla e chi no?
Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.
Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.
Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.
È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.
Chi ha vissuto la tragica stagione del berlusconismo (non che oggi si sia in una stagione migliore, intendiamoci) non può non ricordare l'enorme mole di scandali sessuali, tra cui la vicenda di Ruby Rubacuori, e l'indegna commistione tra sesso (mercenario) e politica che hanno contraddistinto quel particolare periodo storico. Elemento di spicco di quella stagione fu lei: Nicole Minetti, avvenente igienista dentale di Berlusconi avviata da quest'ultimo a una brillante carriera politica in cambio di favori sessuali.
Ieri è uscita la notizia che la signora Minetti è stata graziata da Mattarella: le pene definitive di tre anni e undici mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione cancellate per "motivi umanitari", legati all'assistenza e alle cure che Nicole Minetti dedicherebbe a un minore disabile appartenente alla sua cerchia familiare. Non giudico l'atto di grazia del capo dello Stato, se ha deciso di concederle la grazia avrà fatto le sua valutazioni. Suscita solo qualche perplessità il fatto che l'atto risalga a febbraio e solo ieri, quando la notizia è diventata di dominio pubblico grazie a una trasmissione radiofonica, il Quirinale abbia pubblicato un comunicato ufficiale per spiegarne le ragioni.
Probabilmente l'entourage di Mattarella sperava che la cosa passasse senza che venisse a galla, immaginando quello che avrebbe sollevato.
Ieri sera sono tornato dopo molti anni a Sant'Agata Feltria, un antico borgo medievale del Montefeltro a circa un'ora di macchina da Rimini. Ci sono tornato per uno pettacolo teatrale a cui avevo piacere di assistere. Quand'ero più giovane e meno "sedentario" passavo spesso da queste parti e visitavo con una certa frequenza i moltissimi borghi e rocche medievali che costellano l'entroterra romagnolo.
Adesso giro di meno, ma quando capita mi fa ancora piacere tornare in questi posti.