Devo dire che per Giorgio Vallortigara nutro da sempre una specie di venerazione. È uno dei più noti e autorevoli neuroscienziati italiani e la sua fama non è certo limitata all'Italia. Se provate a cercare qualche sua lezione su youtube, rimarrete colpiti dal suo modo pacato e garbato di spiegare, e apprezzerete la sua capacità di rendere accessibili concetti molto difficili anche a chi, come me, è a digiuno delle materie di cui si occupa.
In questo suo interessantissimo saggio smonta due luoghi comuni molto diffusi. Il primo è che la coscienza sia un'esclusiva degli esseri umani o, al massimo, dei mammiferi superiori. Il secondo è che le forme basilari dell'attività cognitiva hanno bisogno di grandi cervelli.
Generalmente siamo portati a pensare che l'intelligenza e le capacità cognitive degli animali siano direttamente proporzionali al volume della loro massa cerebrale. L'autore, avvalendosi del risultato di lunghi studi ed esperimenti, ribalta completamente questa prospettiva. Secondo Vallortigara, quel "surplus" neurologico che osserviamo in alcuni animali, compresi noi esseri umani, non serve a far funzionare il pensiero, la coscienza e, in generale, le nostre funzioni cognitive ma è semplicemente al servizio dei nostri enormi magazzini di memoria. In pratica, un maggiore numero di neuroni non significa un maggior grado di intelligenza ma solo una migliore memoria e una migliore capacità di utilizzarla.
Si pone a questo punto il problema della coscienza: se l'enorme mole di cellule neuronali di cui noi (e altri mammiferi) disponiamo non è in relazione con la coscienza, dove e come nasce quest'ultima? La tesi dell'autore è che la nascita della coscienza vada ricercata in una caratteristica essenziale delle cellule: la capacità di "sentire". Questa abilità si sarebbe manifestata per la prima volta quando, con l'acquisizione del movimento volontario, gli organismi elementari hanno avvertito la necessità vitale di distinguere tra gli stimoli prodotti dalla propria attività e quella procurata dal mondo esterno, l'altro da sé, tesi supportata da una robusta mole di esperimenti condotti in questo senso, che vanno dalla dimostrazione che i moscerini hanno una memoria visiva alla percezione dello spazio nelle api. Da questi esperimenti in laboratorio l'autore dimostra ad esempio come anche una mosca sia capace di mappare l'ambiente e prendere decisioni complesse sulla base di questa esperienza soggettiva.
Diciamo che è una lettura che mette fortemente in discussione l'idea, che più o meno tutti abbiamo, sul nostro posto nel mondo. Consigliatissimo a tutti quelli che sono ancora rimasti all'idea biblica dell'uomo al vertice del creato, anche se ormai l'insussistenza di questa idea dovrebbe essere assodata da quasi un paio di secoli.




