Il blog di Andrea
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
domenica 11 ottobre 2026
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sabato 10 ottobre 2026
Pensieri lenti e veloci
Ogni volta che finisco un saggio che ha come argomento il funzionamento del nostro cervello mi riprometto sempre che non ne leggerò altri. Poi, inevitabilmente, ci ricasco e scopro che ne vale sempre la pena. Questo libro, scritto dal premio Nobel Daniel Kahneman (è stato uno psicologo ma il Nobel l'ha vinto per l'economia), non fa eccezione.
Il fulcro del libro è la descrizione del rapporto, spesso conflittuale, tra due personaggi fittizi che l'autore chiama sistema 1 e sistema 2. Cosa sono? Sono le due modalità con cui il nostro cervello ci mette in relazione col mondo. Nella prima pagina del saggio, per illustrare questo dualismo l'autore mostra la fotografia in bianco e nero del volto di una donna arrabbiata, immagine poi seguita da un'operazione matematica: 17 x 24. L'immagine della donna arrabbiata è espressione del sistema 1, l'operazione matematica del sistema 2.
Nel primo caso, per interpretare la fotografia del viso di donna arrabbiata il cervello non deve fare alcuna fatica: vede l'espressione del viso e capisce immediatamente il suo stato d'animo. Tutt'al più può fare qualche ipotesi sui motivi dell'arrabbiatura, ma niente di complesso. Questo è il sistema 1: veloce, intuitivo, automatico, emozionale, spesso inconscio. L'operazione matematica, invece, è tutta un'altra storia. Chi intende risolverla deve richiamare alla mente ciò che ricorda dai tempi di scuola riguardo alla risoluzione delle moltiplicazioni. Se non riesce a risolverla a mente deve prendere carta e penna, fare vari passaggi, per poi arrivare alla soluzione. Per il cervello è un lavoro complesso che richiede uno sforzo che non è solo mentale ma che ha anche implicazioni fisiche: i muscoli si tendono, la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca aumentano e le pupille tendono a dilatarsi, fino al ritorno alla normalità una volta risolta la moltiplicazione. Questo è il sistema 2: lento, faticoso, pigro, conscio, logico/matematico.
Il nostro cervello, progettato per risparmiare energia e fare meno fatica possibile, preferisce sempre approcciarsi alle cose del mondo col sistema 1 (anche per ragioni evolutive) perché è efficiente, indispensabile e spesso sorprendentemente preciso. Ma ha un limite fondamentale: preferisce una risposta rapida a una risposta verificata. Si affida alle impressioni, alle esperienze passate e alle scorciatoie mentali. Quando le informazioni sono incomplete tende a colmare i vuoti, quando una conclusione appare convincente può scambiarla per vera. Non ama l'incertezza e non si ferma spontaneamente a chiedersi se il suo giudizio sia fondato. E questo, purtroppo, è il sistema con cui principalmente interagiamo col mondo, con le persone, nella valutazione di fatti complessi, sui social ecc.
Il sistema 2, come detto, è il suo opposto: lento, riflessivo, analitico. Non si accontenta della prima impressione ma può fermarsi, esaminare i fatti, confrontare alternative e mettere in discussione ciò che sembra ovvio. Richiede concentrazione, disciplina, fatica ed è quello che entra in gioco quando dobbiamo risolvere un problema complesso, valutare una scelta importante o riconoscere un errore nel nostro ragionamento. Il problema è che il sistema 2 è pigro perché consumare energia mentale costa, e spesso preferisce accettare la risposta già confezionata dal sistema 1 e chi s'è visto s'è visto. Questo è il motivo che ci porta, quasi sempre inconsciamente, a scambiare una convinzione per una prova, la sicurezza per la competenza, una prima impressione per una conoscenza autentica, sempre con la convinzione di avere ragionato in maniera impeccabile.
Tutta la seconda parte del libro è dedicata dall'autore a spiegare i fallimenti del sistema 1 e la fallacia dei vari tipi di euristiche, sistemi che impattano negativamente sulla qualità delle decisioni che prendiamo, da quelle più banali (scrivere un post su un social) a quelle più importanti (contrattare un mutuo, cambiare lavoro, impegnarsi in una relazione ecc.).
È un libro che insegna a mettere sulla graticola le certezze e i pregiudizi; non per cercare di rivederli o correggerli (pare lo dicesse già Einstein: È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio), ma per rendersi conto di averli.
venerdì 9 ottobre 2026
Le lettere strappate
A Kiel, quest'estate, un diciottenne apre la cassetta della posta. C'è una busta della Bundeswehr con all'interno la convocazione per la visita medica. Sul questionario che gli avevano mandato a gennaio aveva scritto 0 su 10, zero interesse, ma la lettera è arrivata lo stesso. Dal 1 gennaio 2026 la Germania ha reintrodotto la registrazione obbligatoria. Tutti i ragazzi del 2008 ricevono il Fragebogen e rispondere è obbligatorio, pena una multa. Sulla carta il servizio militare è volontario, ma il Ministero della Difesa ha confermato il 18 settembre che le visite di idoneità sono già partite, con un anno di anticipo rispetto a quanto annunciato. Il governo ne ha inviate 451.400. 231.700 ai ragazzi, 219.700 alle ragazze. Il 96% dei maschi ha risposto. Due terzi hanno detto: non ci interessa. Risultato finale? Su 300.000 contatti iniziali, solo 530 firme per il servizio volontario.
Il 25 settembre scorso, in 100 città tedesche questi ragazzi sono scesi in piazza e 45.000 studenti hanno manifestato a Berlino, Monaco, Francoforte, Stoccarda. Il nome del movimento è "Schulstreik gegen Wehrpflicht", sciopero scolastico contro la leva. Il governo Merz giustifica queste convocazioni dicendo che servono per la NATO, la quale si è posta l'obiettivo di arrivare a 260.000 soldati attivi più 200.000 riservisti entro il 2035. Ciò che ha fatto scendere in piazza i giovani è il fatto che, come ormai è chiaro a tutti, se le convocazioni su base volontarie non basteranno - a questo punto è chiaro che non basteranno - la chiamata diventerà obbligatoria. Ma i giovani hanno, giustamente, altri piani per le loro vite.
Nuova legge elettorale
Il commento migliore che ho letto in giro sull'approvazione della nuova legge elettorale è quello di Marie Gouze. La quale, come suo solito, non ha peli sulla lingua.
mercoledì 7 ottobre 2026
Genitori o nonni?
In un ospedale di Salerno è nata una bimba, Francesca Pia. La mamma ha 59 anni e il papà 70. Non è chiaro se la fecondazione sia stata naturale o se la coppia abbia fatto ricorso a forme di fecondazione assistita e il ginecologo che ha seguito la coppia ha parlato di un grande evento.
Io sono sempre stato favorevole sia alle varie forme di fecondazione assistita che alle adozioni, anche da parte di coppie dello stesso sesso, purché i genitori siano nell'età che consente loro di adempiere alla loro missione di genitori. Sono invece contrario alle gravidanze in tarda età. Queste sì che le ritengo una forma di egoismo, non le adozioni o la fecondazione assistita. In primo luogo perché è molto improbabile che genitori così anziani abbiano le energie e la forza per allevare come si deve una figlia; in secondo luogo perché questa povera figlia dovrà passare la sua giovinezza ad accudire i genitori nella loro vecchiaia (sempre che non se ne vadano prima). Non è egoismo, questo?
A 59 e a 70 anni si dovrebbe diventare nonni (io lo sono diventato a 56), non genitori.
Risvegli
Christa Pike, la donna sopravvissuta a due iniezioni letali in un carcere del Tennessee e trasferita poi urgentemente in ospedale, è tornata cosciente ed è in grado di parlare. Si ipotizza che i funzionari del carcere incaricati di somministrarle le iniezioni letali - per quanto mi riguarda, assassini essi stessi - non siano stati in grado di iniettarle correttamente il farmaco letale in vena. Chissà, magari una volta che la donna si sarà rimessa, al terzo tentativo avranno più fortuna.
martedì 6 ottobre 2026
Fallacie
La frase "In un mondo di Francesca Albanese io sarò sempre fiero di essere dalla parte di Liliana Segre", pronunciata da Renzi alla chiusura della Leopolda, mi pare presenti alcune criticità. La prima è che assomiglia al tenore di certi post di Salvini, livello quarta elementare o giù di lì. In aggiunta, contiene almeno un paio di fallacie.
La prima è quella del Falso dilemma. La frase presenta le due figure come alternative esclusive, costringendo chi ascolta a una scelta binaria (o stai con l'una, o stai con l'altra). Dal punto di vista logico, sostenere le posizioni dell'una non implica automaticamente rifiutare l'altra poiché operano su piani, contesti e ruoli differenti.
La seconda fallacia è quella della Falsa contrapposizione, dove si mette a confronto la figura di Liliana Segre (testimone della Shoah e senatrice a vita) con quella di Francesca Albanese (relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati). Così facendo, si crea l'illusione che le due posizioni siano intrinsecamente incompatibili o antagoniste su scala morale o politica. L'effetto retorico di questa struttura è quello di far passare il proprio posizionamento politico come una scelta di principio (stare con la memoria della Shoah), dipingendo implicitamente l'altra parte come un'alternativa morale negativa.
Diciamo che, in un mondo di Renzi, io starei con chiunque altro.
domenica 4 ottobre 2026
Non disturbiamo i padri
Per la ministra Roccella, le cui visioni della donna e della maternità non si discostano granché da quelle di Vannacci - con l'aggravante che lei è una donna - ha dichiarato ieri che il "problema" dei figli e del periodo della maternità non deve riguardare i padri ma è una faccenda da donne. Non importa che i figli si facciano in due: i padri è meglio non disturbarli. La frase esatta, estrapolata da una intervista alla Stampa, è questa: "Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni: il congedo paritario è un obbligo innanzitutto per le persone. Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica."
Per la ministra, quindi, evidentemente impegnata a dare manforte a Meloni nella rincorsa a Vannacci, il congedo di paternità obbligatorio può tranquillamente continuare a essere limitato, come oggi, a soli 10 giorni per i padri a fronte dei 5 mesi per le madri, anche se il costo sociale e professionale del fare figli continuerà in questo modo a ricadere quasi interamente sulle donne (una donna su cinque in Italia è costretta ad abbandonare il lavoro dopo il parto), mantenendo e cristallizzando sine die il cosiddetto gender pay gap. D'altra parte perché concedere ai padri un diritto che consentirebbe loro di vivere appieno la paternità e di assumersi la giusta quota di lavoro di cura fin dai primi mesi di vita del bambino, come avviene in tutti i Paesi d'Europa? Qui siamo nella avanzata Italia, mica nella retrograda Europa!
Continueranno quindi a esistere inique differenze salariali tra uomini e donne e il lavoro di cura sarà ancora quasi totalmente appannaggio delle donne, bloccando la loro crescita professionale e l'occupazione, perché le neo-mamme continueranno a essere costrette a scegliere tra maternità e lavoro. Il tutto per volere di una signora che, ironicamente, è a capo di un ministero che si chiama delle Pari Opportunità.
L'intruso
Stamattina, camminando per Santarcangelo, mi sono accorto che sulla strada ero un intralcio. Per chi? Per le macchine. Nelle città e nei paesi i pedoni sono diventati un intralcio al traffico veicolare dominante. Mentre realizzavo questa cosa, che in realtà ho sempre avuto distrattamente sotto agli occhi, mi è venuta in mente una lezione di Stefano Mancuso in cui il noto scienziato e divulgatore spiegava che non è sempre stato cosi. Anzi, non è mai stato così.
Nella storia urbana, dalle città romane ai borghi medievali ai paesi più grandi, la strada non era una pura corsia di scorrimento, non è nata e non è mai stata concepita per questa funzione, ma era l'estensione della casa e della piazza. Era il luogo in cui si svolgevano i mercati e le attività commerciali, si passeggiava, si sostava e si interagiva socialmente. La strada era il luogo in cui i bambini giocavano liberamente, poiché i ritmi del movimento erano dettati dai passi umani o, al massimo, da carrozze e animali che procedevano a velocità ridotta.
La strada apparteneva a chi la viveva a piedi. Il concetto stesso di "marciapiede" come striscia delimitata per proteggere il pedone dal traffico è un'invenzione relativamente recente, diventata norma solo con l'aumento dei veicoli a motore. La rivoluzione (in questo caso nella sua accezione più negativa) si ebbe tra gli anni '20 e '50 del Novecento (negli Stati Uniti prima, in Europa subito dopo la Seconda Guerra Mondiale) con l'arrivo di massa dell'automobile che ha ribaltato questo modello.
Negli USA degli anni '20 la lobby dell'automobile promosse campagne di comunicazione e leggi per colpevolizzare i pedoni che camminavano in mezzo alla strada, trasformando chi occupava lo spazio pubblico a piedi da "legittimo utilizzatore" a "ostacolo al traffico" (qui nasce il cosiddetto "jaywalking"). A partire da lì le città sono state gradualmente riprogettate, nel corso degli anni, attorno al concetto di fluidità del traffico veicolare. Lo spazio pubblico è stato diviso in modo asimmetrico: oltre il 70-80% della superficie stradale nelle città moderne di oggi è infatti riservato alla carreggiata per i veicoli e al parcheggio, lasciando ai pedoni solo sottili margini ai lati. Un completo cambio di paradigma: i pedoni, che nella storia sono sempre stati i legittimi "proprietari" delle strade, sono diventati intrusi.
Tutto questo, ovviamente, è andato a detrimento della funzione aggregativa delle strade, che storicamente è stata per il 99 per cento della storia la loro funzione principale. Da alcuni anni si cerca di invertire questa tendenza imponendo severi limiti di velocità per restituire la strada alla condivisione tra pedoni, biciclette e auto. Si aumentano le zone pedonali chiuse al traffico veicolare, si ridisegnano i quartieri in modo che i servizi di prossimità tornino al centro della vita quotidiana. Si cerca insomma di restituire alle strade parte di quella funzione che ha avuto per secoli e secoli: fare incontrare le persone.
La falsa Bustina
Confesso: ci ero cascato anche io. A riprova del fatto che anche chi pensa di essere immune alle bufale (e io ho sempre avuto questa presunzione) può cascarci. Devo comunque riconoscere all'autore della bustina-fake di Eco, che circola da un paio di giorni sui social, di aver fatto un ottimo lavoro. Non credo siano stati in molti ad accorgersi di quella parola deformata sotto la M del primo capoverso (che solo una IA può avere generato) e della data sbagliata della bustina, che corrisponde a una domenica mentre l'Espresso esce il venerdì da sempre.
Chapeau all'autore di questo falso molto ben fatto, e un in bocca al lupo a noi, sempre più immersi in un tipo di società dove distinguere ciò che è vero da ciò che è falso è sempre più difficile.
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