mercoledì 1 aprile 2026

Priorità

Ho richiesto una visita dermatologica in una struttura pubblica. Primo posto disponibile: 12 agosto 2027 all'ospedale di Rimini. Ticket da pagare: 25,40 euro. Non ho sbagliato a scrivere (magari qualcuno pensa che volessi scrivere 12 agosto 2026): il primo posto disponibile è tra un anno e mezzo. Naturalmente, in una struttura privata, pagando 5 volte tanto avrei trovato posto dopo Pasqua. 

Si capisce, no, l'importanza per il Paese Italia della separazione delle carriere?

martedì 31 marzo 2026

Viaggio in Italia


Quella descritto da Carofiglio in questo libro non è la tipica rassegna turistica di alcune delle maggiori città italiane. È il racconto di un viaggio, e c'è enorme differenza tra i concetti di viaggio e turismo, nonostante noi spesso tendiamo ad associarli. 

Palermo, Bari, Napoli, Cagliari, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova. Carofiglio racconta queste città partendo in qualche modo dai loro angoli più nascosti, sconosciuti, magari considerati poco importanti, e riporta aneddoti, storie, miti, leggende, situazioni, personaggi noti o sconosciuti legati a queste città. È una sorta di viaggio compiuto senza fretta, senza ansia di dover visitare tutto di corsa senza poi aver capito niente di ciò che si è visto, come in genere siamo abituati a fare. È un viaggio lento e riflessivo, fatto di incontri e conversazioni con bottegai, librai, persone comuni radicate saldamente nelle vie e negli angoli di queste grandi città.

Un modo sicuramente diverso, e molto più profondo, di conoscere i posti più belli (a volte anche i più disperati) del nostro Paese.

lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Cosa c'è sotto


Un aspetto della vicenda che pochi hanno preso in considerazione mi pare sia quello socio-antropologico. Si trova scritto in diecimila libri: le religioni sono da sempre uno dei massimi fattori di divisione degli esseri umani e rappresentano la strada più semplice e veloce per arrivare alla violenza, perché non servono neanche motivazioni reali quando c’è di mezzo la fede negli dei. Chi pensa che la fede unisca più di quanto divida deve solo studiare la storia e fare un po' di conti, troverà tutto ampiamente documentato. 

Molti tentano di giustificare questi episodi asserendo che sono dovuti alla nostra natura ribelle, un inevitabile sottoprodotto del libero arbitrio, mentre è molto più probabile che tante discussioni e lotte tra le religioni siano causate dalla mancanza assoluta di prove per le loro dottrine fondamentali. In assenza di prove credibili, nessuno può vincere o perdere un argomento. Le divergenze sono molto più difficili da risolvere quando nessuna delle parti ha una stampella logica a cui appoggiarsi. Per esempio, chi può decidere oggettivamente che un luterano ha più ragione di un rastafariano sulle questioni di fede? Chi preferisce Allah? I sunniti o gli sciiti? Chi ha ragione nella secolare disputa tra cattolici e protestanti o tra cristiani ortodossi e cattolici? Chi lo sa? Non ci può essere risposta a tale domanda sulla base della ragione e dell’evidenza, perché l’esistenza stessa di Allah o di Javeh o di Dio non è mai stata stabilita sulla base della ragione e dell’evidenza. Le monumentali dispute teologiche che hanno ucciso nei secoli tante persone hanno luogo soltanto nelle menti dei credenti, per cui ogni risoluzione razionale, soddisfacente e logica diventa praticamente impossibile.

La religione può unire alcune persone, ma a un prezzo tragicamente elevato. Ogni religione si crea una base di fedeli sottraendo persone dal resto del consorzio umano. Impegnarsi a creare sottoinsiemi ermeticamente sigillati all’interno della nostra specie non è produttivo e nel lungo termine ci espone a vari pericoli. Dovrebbe essere ormai assodato ed evidente. Non lo è e probabilmente non lo sarà mai.

sabato 28 marzo 2026

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, permettendo che venisse ucciso per dare pace e salvezza a tutte le persone della Terra. Dopo la sua morte brutale, il figlio è magicamente asceso al cielo dove oggi vive con suo padre. Potremo andare tutti in paradiso e stare con lui dopo la nostra morte, ma soltanto se crediamo in lui e ci pentiamo dei nostri peccati. Naturalmente, questa è la dottrina centrale del cristianesimo. Dev’essere proprio una bella storia, perché il cristianesimo è attualmente la religione più popolare del pianeta, con più di due miliardi di seguaci. Nonostante quattro miliardi di persone ancora non credano in questa storia, è pur sempre la religione numericamente di maggior successo di tutti i tempi. Come tale, ho pensato meritasse un commento, anche se questa motivazione per credere è specifica di una religione particolare. 

La storia di Gesù affascina molte persone che trovano in essa il più perfetto esempio di amore, sacrificio e della sovrabbondante misericordia di Dio. Molti credenti mi hanno detto di sentirsi profondamente toccati e ispirati da essa. Si comprende la sua particolare forza, se si considera l’amore che tipicamente un padre prova per il figlio. Dio deve amarmi davvero, dicono alcuni cristiani, se è disposto a lasciar soffrire e morire il suo unico figlio per me. Tuttavia, se si riflette in modo un po’ più approfondito su questa storia, emerge qualche problema. 

Innanzitutto, in cosa consiste esattamente il grande sacrificio fatto da Dio? È stato davvero un sacrificio, nel modo in cui lo sarebbe per un padre umano che abbandona il figlio? Io ho un figlio piccolo e non riesco a immaginare il dolore che proverei se, per qualche straordinario motivo, dovessi lasciarlo soffrire e morire. È più di quanto potrei sopportare. Ma Dio non ha perso suo figlio; almeno non nel modo in cui io o qualsiasi altro essere umano potrebbe perdere un figlio. Dio non ha fatto un sacrificio. Dio non ha perso nulla. Secondo il dogma cristiano della Santa Trinità, Dio esiste in tre forme: il Padre (il Dio di Abramo), il Figlio (Gesù), e lo Spirito Santo. Nonostante molti cristiani ne parlino e li adorino come se fossero tre dei separati, il cristianesimo si considera una religione monoteista, il che significa che ha un solo dio. Quindi se uno accetta la dottrina della Trinità, deve ammettere che Dio (il padre) non ha davvero sacrificato suo figlio (Gesù). Al limite, ha sacrificato se stesso o una parte di sé – ma non proprio. Anche se in qualche modo fosse morto un figlio distinto e separato, non avrebbe molto senso come sacrificio, perché Dio Padre conosce il futuro. E allora come si può sostenere che abbia “donato a noi il suo unico figlio”, quando sapeva che Gesù sarebbe risorto e si sarebbe unito a lui in paradiso poco dopo? Dove sta il sacrificio? 

Io amo mio figlio tanto quanto qualsiasi altro padre, o anche un po’ di più. Non c’è nulla di sovrumano o di soprannaturale in me, ma io credo che farei esattamente ciò che molti credenti dicono che Dio Padre abbia fatto duemila anni fa. Accetterei di sacrificare mio figlio se mi trovassi nella bizzarra situazione di doverlo lasciar morire per salvare miliardi di esseri umani di oggi e di tutte le generazioni successive dal tormento eterno dell’inferno. In qualità di Dio, avrei saputo che mio figlio si sarebbe comunque salvato e sarebbe tornato da me qualche giorno dopo. Quindi la giusta decisione da prendere è ovvia. Mi turberebbe profondamente farlo soffrire, ma dovrei comunque accettare la proposta. Mettendo le cose in prospettiva – miliardi di vite salvate, inclusa quella di mio figlio, che ritorna felice e in salute da me – non c’è il minimo dubbio su quale sia la cosa migliore da fare. E certamente non penserei di meritare l’epiteto di eroe o di divinità per aver preso quella decisione. Molti cristiani pongono l’accento sulle sofferenze patite da Gesù prima della morte. Secondo la storia, Gesù fu torturato dalle guardie romane e poi inchiodato alla croce. Una giornataccia, decisamente. Il dolore e il terrore che ha provato dev’essere stato inimmaginabile. Chiunque abbia visto il film morbosamente cruento di Mel Gibson, La Passione di Cristo , non può prendere alla leggera la crocifissione. La coraggiosa accettazione della sofferenza da parte di Gesù contribuisce fortemente all’appeal di questa vicenda. 

I credenti dicono che avrebbe potuto scegliere di non farlo. Avrebbe potuto essere egoista, lasciar perdere questa storia del salvare le anime e sottrarsi alla crocifissione, ma non lo ha fatto. Invece si è fatto carico di tutto quel dolore per noi, sostengono i credenti. È legittimo però far notare che molte altre persone hanno sopportato un destino altrettanto orribile, o anche peggiore, di quello attribuito a Gesù. E la loro sofferenza non è neppure servita a salvare miliardi di persone per tutte le generazioni successive. In media, più di cento vigili del fuoco perdono la vita sul lavoro ogni anno negli Stati Uniti, secondo la Fire Administration. Muoiono cercando di salvare le vite e le proprietà di estranei. I vigili del fuoco non intervengono solo in casi di enormi disastri come gli attacchi al World Trade Center, o drammatiche esplosioni di impianti chimici. Più spesso si lanciano all’interno di piccole abitazioni invase dal fumo, nella speranza di estrarre uno o due occupanti che hanno perso conoscenza. A volte i vigili del fuoco muoiono. Lo fanno senza poteri divini e senza conoscere il futuro. Sono persone molto meno potenti degli dei, eppure trovano il coraggio e la compassione necessari per rischiare tutto per persone che nemmeno conoscono. Nel corso della storia sono esistiti guerrieri disposti a sacrificare la vita per i propri compagni. Naturalmente, i soldati non sono diversi dalle altre persone: come tutti, desiderano vivere. Preferirebbero essere eroi sopravvissuti che eroi morti. Si aspettano o si augurano che le loro gesta eroiche a favore di qualcun altro non li portino alla morte. Ci sono comunque stati molti casi negli ultimi secoli in cui i soldati si sono trovati in situazioni in cui sapevano che sarebbero morti, ma hanno lo stesso agito con lealtà nei confronti di un amico o della società. Queste persone reggono il confronto con Gesù? Non hanno dato la vita per miliardi di persone e di certo non avevano la garanzia assoluta che poi sarebbero risuscitati. Hanno sofferto e sono morti per un pugno di vite, o magari per una sola. Molti di loro avranno creduto di andare in paradiso per questo, ma non potevano saperlo con la certezza di un dio. Quindi, come possiamo descrivere questi coraggiosi mortali che si sono sacrificati? In confronto a Gesù, hanno donato così tanto per così poco. Non dobbiamo ammettere che il loro sacrificio è di gran lunga superiore a quello di un dio? 

C’è un aspetto ancora più problematico in questa drammatica storia di amore, morte e risurrezione. Se davvero è successo, perché doveva accadere in quel modo? Ho posto per la prima volta questa domanda quando ero bambino, molti anni fa, e ancora non ho sentito una risposta accettabile. Perché mai qualcuno, chiunque, deve essere inchiodato a una croce perché io possa andare in paradiso? Davvero è la soluzione migliore che Dio è riuscito ad escogitare? Non ha senso, perché è lui stesso a scrivere le regole. Non sapeva come sarebbe venuta la sua stessa creazione? E allora, perché rendere questa faccenda della redenzione così barbara e crudele? Perché mai un Dio dovrebbe mettere in piedi un sistema che richiede che qualcuno sia torturato e ucciso? Io certamente non vorrei che nessuno soffrisse e morisse per me. È strano che oggi molti cristiani, se non tutti, considerino i sacrifici di animali un rituale ripugnante con cui nessuno dovrebbe avere a che fare. Ma quando la storia del sacrificio umano di Gesù viene presentata come prova della grandezza morale di Dio, due miliardi e mezzo di persone la applaudono. E poi com’è possibile che tu e io siamo nati già peccatori? I cristiani mi ripetono fino alla nausea che ero già peccatore alla nascita. Non importa quanto mi sforzi di essere buono, sono cattivo, mi dicono. È ingiusto che il solo fatto di nascere implichi immediatamente di dover essere salvato. Cosa c’entriamo noi con i crimini di Adamo ed Eva? Io non ho mai mangiato alcuna mela nel Giardino dell’Eden, e allora perché ce l’ho sulla mia fedina penale? I cristiani si chiedono mai se il loro dio non avrebbe potuto trovare un altro modo per regalarci un biglietto per il paradiso, che non fosse un sacrificio umano? Perché non possiamo semplicemente dire tutti in coro che ci dispiace, o pagare una multa, o lavorare ai servizi sociali? Perché Dio non può semplicemente perdonarci e chiudere così la faccenda? 

Tutti noi sapremmo certamente immaginare modi diversi per salvare l’umanità, senza ricorrere alla tortura e alla crocifissione. Come reagirebbero i cristiani se una storia simile si ripetesse oggi? Immaginate se il re di un piccolo Paese annunciasse di voler far picchiare, frustare, inchiodare a un albero il proprio figlio, e infine perforarlo con una lancia. In una intervista alla CNN, il re ammette di rammaricarsi tantissimo che suo figlio debba soffrire e morire, ma è indispensabile perché è l’unico modo che ha per perdonare i cittadini del suo Paese per i loro sgarri morali e garantire loro accesso al servizio sanitario e al welfare l’anno successivo. Il re ama il suo popolo e vuole che questi crimini siano perdonati. Per questo motivo, suo figlio deve morire. Che cosa pensereste di questo re? Che è strano? Crudele? Cattivo? Pazzo? Perché allora aspettarsi uno standard morale più alto da parte del re umano di un piccolo Paese di quello che ci si aspetta dal dio dell’universo? 

Un’altra obiezione alla storia di Gesù è che potrebbe non essere così unica come pensano i credenti. Gli studiosi conoscono molte antiche narrazioni che suonano straordinariamente simili. Randel Helms, autore di Fiction Gospels , ne presenta una: Nel primo secolo dell’Era Comune, apparve nel Mediterraneo orientale un grande leader religioso che predicava un dio unico e affermava che la religione non aveva bisogno di sacrifici animali, ma della carità e della pietà, per allontanare l’odio e l’inimicizia. Si narra che facesse miracoli, esorcizzando i demoni, guarendo i malati, risuscitando i morti. La sua vita esemplare portò alcuni suoi seguaci a sostenere che fosse il figlio di Dio, anche se lui si definiva figlio dell’uomo. Accusato di sedizione nei confronti dell’impero romano, fu arrestato. Dopo la sua morte, i suoi discepoli affermarono che era risuscitato dai morti, che era apparso vivo al loro cospetto e poi era asceso al cielo. Chi era questo insegnante e operatore di miracoli? Si chiamava Apollonio di Tiana; morì intorno al 98 d.C. e la sua storia si può leggere nella Vita di Apollonio di Tiana di Flavio Filostrato. (Helms 1988, 9) 

Il difetto forse maggiore della storia di Gesù è che il piano non ha funzionato molto bene. I cristiani dicono che Gesù è morto per i nostri peccati, perché tutti possiamo essere salvati. Il problema è che oggi, duemila anni dopo, la maggior parte delle persone, di ogni generazione, non vengono affatto salvate e i cristiani sono ancora una minoranza, nel mondo. La maggior parte delle persone semplicemente non crede che la storia di Gesù sia vera. Oggi ci sono 2,2 miliardi di cristiani e 4,5 miliardi di non cristiani. Un numero straordinario di anime perdute ad ogni generazione. Se davvero tutto ciò è successo, non solo il sacrificio di Gesù è strano e raccapricciante, ma è stato per lo più un inutile spreco, dal momento che non è riuscito a salvare la maggior parte delle persone."


50 ragioni per cui si crede in Dio, 50 motivi per dubitarne

Guy P. Harrison

giovedì 26 marzo 2026

Tolleranza zero?

L'episodio di violenza nella scuola a Trescore Balneario (il bambino 13enne che ha accoltellato l'insegnante) ha riacceso il solito coro politico: inasprimento delle pene (Valditara), tolleranza zero (Salvini). Se i due ministri avessero letto anche solo un bignamino di sociologia ​saprebbero che inasprire pene e sanzioni non serve a niente. Mai. A meno che non si vogliano fare slogan elettorali. Il concetto base è che la pena non è un deterrente per chi non ha nulla da perdere. ​Chi pensa che un tredicenne, nel momento in cui pianifica un gesto folle e lo filma, si fermi a riflettere sul codice penale, vive fuori dalla realtà. La criminalità giovanile spesso nasce da un vuoto emotivo, da un disagio psichico o da un isolamento sociale che nessuna "pena esemplare" può colmare. Inasprire le leggi serve a placare l'opinione pubblica dopo la tragedia, ma si tratta di una finta risposta che non impedisce che accadrà di nuovo.

​La tolleranza zero, un ritornello vuoto e stupido che Salvini ci propina da vent'anni, agisce sull'effetto, non sulla causa. Se un ragazzino arriva a scuola con un coltello e del materiale esplosivo a casa, il fallimento è avvenuto mesi, se non anni prima. È fallita la famiglia, è fallita la capacità della scuola di intercettare il disagio, è fallita la comunità. Abbiamo fallito tutti. Punire duramente dopo significa ammettere che non siamo stati in grado di educare prima.

​Sull'educazione a monte ​Umberto Galimberti e altri si sgolano da decenni. ​Serve educazione all'emotività, serve insegnare ai ragazzi a gestire la rabbia, la frustrazione e l'uso dei social media, visto che il filmare l'attacco è un segno di distorsione profonda della realtà. ​Servono supporti alle famiglie. ​Invece di invocare il carcere per dei bambini (perché un 13enne è un bambino), dovremmo invocare più risorse per la scuola intesa come centro educativo e non come tribunale. La sicurezza vera non si costruisce con le sbarre, ma con i libri, l'ascolto e la presenza costante dello Stato nei luoghi dove i ragazzi crescono. Servono classi di 12-13 alunni in modo da poterli seguire anche emotivamente e sentimentalmente, non classi-pollaio di 30-32 studenti. ​Finché la politica risponderà alla violenza solo con altra violenza istituzionale, continueremo a rincorrere le tragedie invece di evitarle.

mercoledì 25 marzo 2026

La camera azzurra


Ho appena chiuso l’ultima pagina di questo libro - finora non avevo ancora letto niente di Simenon - e devo ammettere di averlo trovato discretamente inquietante. Simenon non scrive romanzi, fa delle autopsie all'anima umana.

​Tutto ruota attorno a due amanti, Tony e Andrée, che si incontrano clandestinamente in una camera d'albergo azzurra. Sembra una storia di passione come tante, ma a un certo punto Andrée fa una domanda di troppo a cui segue una promessa che si trasforma in una trappola mortale. La narrazione si muove tra il passato della passione e il presente dei verbali di polizia e dei tribunali. ​Simenon riesce a fare sentire a chi legge il caldo soffocante dell'estate e il freddo gelido dell'aula di un tribunale.

​È un romanzo che racconta magistralmente il dramma dell'incomprensione e di come due persone possano vivere la stessa storia in modi completamente diversi: diversivo per l'uno, progetto di vita per l'altro. Non ci sono eroi né persone buone o cattive, solo persone fragili in balìa dei propri istinti e pulsioni. Bellissimo.

Scenette imbarazzanti

Non so cosa abbia detto La Russa ai genitori di quei disgraziati bambini. Forse, se avesse potuto, avrebbe detto loro: "Guardate, abbiamo strumentalizzato tantissimi casi di cronaca per tirare acqua al mulino del Sì, ma il vostro ci è sembrato il migliore fin da subito, quindi ci siamo buttati a pesce. D'altra parte, quale migliore occasione di un giudice che allontana i figli dai genitori poteva capitarci per delegittimare tutta la magistratura e fare credere che i giudici siano dei mostri? Abbiamo fatto meglio che abbiamo potuto e scatenato tutta la nostra potenza di fuoco: giornali, TV, social. Purtroppo non è servito, gli italiani (almeno la maggior parte) non hanno abboccato e siamo stati sepolti sotto 15 milioni di No. Grazie lo stesso."

E mentre la seconda carica dello Stato dà vita a una delle scenette più tristi, penose e imbarazzanti di tutta la storia repubblicana, dal 10 marzo la giudice che ha disposto la sospensione della responsabilità genitoriale ai due coniugi vive sotto scorta armata a causa degli attacchi e delle minacce di morte ricevute sui social. Attacchi e minacce dovuti alla asfissiante campagna di delegittimazione portata avanti da questa destra oscena.

martedì 24 marzo 2026

Due cose

Due cose ritengo importante sottolineare riguardo a ciò che è successo ieri. La prima è la maggior affluenza al referendum di domenica e lunedi scorsi rispetto alle ultime elezioni politiche e alle politiche in generale. Alle politiche del 2022, quelle dove ha preso il potere questa sciagurata maggioranza, l'affluenza non è arrivata al 59 per cento degli aventi diritto; per il referendum è arrivata quasi al 64. I referendum, almeno negli ultimi due decenni, hanno sempre attirato meno elettori delle già quasi deserte elezioni politiche. Questo significa che quando occorre mobilitarsi per qualcosa che si ritiene importante ci si alza dalla poltrona e si va al seggio, e la poca affezione per il voto a un partito politico si trasforma in slancio motivato quando si capisce il valore di ciò che è in gioco. Significa che la Costituzione è fortunatamente ancora percepita come qualcosa di importante che vale la pena difendere dagli sfregi e dalle manomissioni che certi squallidi e incarogniti personaggi vorrebbero infliggerle.

Ciò non significa che la Costituizione è intoccabile. Si può modificare, l'hanno previsto i padri costituenti, e da quando è entrata in vigore, 80 anni fa, è stata modificata più volte. Ma non così, con l'arroganza, le forzature, l'incompetenza e la protervia che contraddistinguono questi personaggi, senza arte né parte, che ci hanno di nuovo provato dopo i fallimentari precedenti di Renzi nel 2016 e Berlusconi nel 2006. Viene quasi da pensare che in fondo gli italiani alla nostra carta fondamentale vogliano bene, che ci tengano, e quando ritengono che sia in pericolo si alzino per difenderla.

Una percentuale molto alta di chi ha votato No, attorno al 60-70 per cento, è formata da giovani tra 18 e 34 anni, molti di essi hanno votato per la prima volta. Quindi si può dire che sono stati loro a salvarla, e questo è un bellissimo segnale sotto molti punti di vista. Sono anche loro ad avere vinto, assieme a tutti quelli che hanno votato No perché hanno capito il pericolo che si nascondeva in una eventuale vittoria del Sì.

Chi ha perso? Ha perso questo governo di scappati di casa. Ha perso chi ha prodotto una campagna referendaria falsa, bugiarda, basata sugli inganni, le mistificazioni, la malafede - chi bazzica un po' sui social sa a cosa mi riferisco. E comunque dispiace constatare che, nonostante la vittoria del No, milioni e milioni di persone ci sono comunque cascate, si sono fatte ingannare da tale mole di mistificazioni e inganni. Anche questo è un aspetto che dà molto da pensare. 

Ultima cosa. Alle politiche del 2022 questa maggioranza è andata al governo prendendo circa 12 milioni di voti. Ieri i No sono stati circa 15 milioni. C'è una mole impressionante di persone, là fuori, che forse vorrebbe qualcosa di più da questa opposizione lacerata e autoreferenziale che ha permesso a questa banda di incompetenti di prendere il potere quattro anni fa. Questo referendum insegna che è ora di mettere da parte gli stupidi personalismi, i particolarismi ottusi, i giochetti di basso cabotaggio per garantirsi un piccolo posto al sole e di sacrificare qualcosa del proprio ego in nome di un bene superiore: evitare che l'Italia diventi l'Ungheria di Orbàn. Fra poco più di un anno si voterà e un anno è un periodo di tempo più che sufficiente per mettere insieme un'opposizione degna di questo nome con una sua credibilità. Restiamo in attesa che succeda.

lunedì 23 marzo 2026

Poi


Poi ci sarà il tempo per riflessioni più approfondite e più "elevate". Nel frattempo, la faccia di Sallusti di fianco a quei quasi 10 punti di scarto è lo spettacolo più bello di cui possiamo godere oggi.

Ha vinto il NO!

Priorità

Ho richiesto una visita dermatologica in una struttura pubblica. Primo posto disponibile: 12 agosto 2027 all'ospedale di Rimini. Ticket ...