Il livello del dibattito pubblico sull'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, dopo quasi cinque anni di guerra è generalmente ancora fermo ad aggressore e aggredito e ad accuse di filo-putinismo rovesciate addosso a chiunque si azzardi ad approfondire un po', andando oltre i puerili argomenti da bambini di terza elementare. Siccome la storia dei rapporti tra Occidente e Russia è interessantissima ed estremamente più complessa di come la raccontano Carlo Calenda o il Corriere della Sera, le uniche maniere per approfondire in maniera seria sono i libri. Questo, del filosofo tedesco ed esperto di relazioni tra Europa, Stati Uniti e Russia Hauke Ritz, mette in discussione il modo in cui quella storia ci viene continuamente raccontata.
Il titolo è ovviamente provocatorio e l'Occidente non è considerato dall'autore come l'insieme dei paesi occidentali ma come un sistema politico, militare e culturale guidato dagli Stati Uniti. Ritz cerca di spiegare perché la Russia sia stata progressivamente trattata come un avversario strategico, quasi un nemico irriducibile e nel libro invita a guardare i rapporti tra Occidente e Russia al di là delle spiegazioni contenute in un tweet, cercando le radici storiche, politiche e culturali di un conflitto che affonda le sue radici nei secoli.
La tesi di fondo dell'autore è che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, avrebbero avuto l’opportunità di costruire un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione, ma avrebbero preferito consolidare la propria egemonia. In questo quadro, una Russia autonoma, dotata di enormi risorse e ambizioni geopolitiche, sarebbe diventata un ostacolo da contenere piuttosto che un interlocutore con cui costruire un equilibrio condiviso. L'autore, quindi, non si limita a chiedersi perché la Russia abbia invaso l'Ucraina (c'è già Calenda che ce lo spiega ogni santo giorno), ma si interroga anche sulle responsabilità occidentali - un esercizio che pochi fanno -, sulle scelte di Washington e sul ruolo che l’Europa ha accettato di assumere dopo la fine della Guerra fredda.
Una delle parti più belle del libro, che fa partire la sua analisi storica dalla caduta dell'impero zarista con la Rivoluzione d'ottobre, riguarda il periodo successivo al 1989. Secondo l'autore, il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS avrebbero potuto aprire una fase nuova, nella quale superare definitivamente la contrapposizione tra i due blocchi. Ma la fine della Guerra fredda è stata interpretata soprattutto come una vittoria dell'Occidente, anziché come l'occasione per costruire un sistema di sicurezza europeo nel quale anche la Russia potesse sentirsi parte di un progetto comune. Altro tema estremamente interessante è la posizione degli Stati Uniti nel mondo successivo al 1991. Con la caduta dell'Unione Sovietica l'America è rimasta l’unica superpotenza e Washington avrebbe cercato di approfittarne tentando di preservare un ordine internazionale nel quale il proprio primato militare, politico ed economico non fosse messo in discussione, mentre la Russia rappresentava uno dei possibili poli alternativi a questo sistema. Da qui la difficoltà americana ad accettare una Mosca capace di perseguire una politica estera autonoma e di costruire relazioni indipendenti dall’Occidente.
Una notevole stoccata Ritz la riserva anche all'Europa, la quale, pur avendo una lunga storia, una propria cultura e interessi economici che non coincidono necessariamente con quelli americani, avrebbe progressivamente rinunciato a una politica estera autonoma, finendo per identificare la propria sicurezza con le scelte strategiche di Washington. È un libro che spiega tante cose e costringe a prendere in considerazione altre prospettive, andando oltre alla semplice dicotomia buoni Vs cattivi.




