Tramite il sempre attento Mantellini scopro che il reintegro dei medici no vax, di cui si parla tanto in questi giorni - ne ha parlato anche un incavolato Mattarella -, in realtà non esiste. O meglio, è previsto, ma previa superamento di ostacoli molto elevati; non esiste alcun automatismo. In pratica, il governo ha messo in campo una grande operazione mediatica per lisciare ancora una volta il pelo al folto elettorato no vax, che così viene raggirato due volte: la prima facendogli credere che verranno reintegrati, la seconda non reintengrandoli.
Il blog di Andrea
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
venerdì 30 ottobre 2026
mercoledì 28 ottobre 2026
Scarcerazioni e tempistica
Notavo che tra il primo lancio dell'Ansa (14:24) in cui si dava notizia della scarcerazione di Yussef e l'immancabile post indignato della presidente del consiglio è passata circa mezz'ora. Una solerzia notevole e una altrettanto notevole velocità di lettura, dal momento che l'ordinanza della giudice consta di 37 pagine. In queste 37 pagine, che la presdelcons ha sicuramente letto, la Gip spiega con dovizia di particolari le motivazioni dell'inesistenza di ogni presupposto per tenere quella persona in carcere.
Purtroppo per la signora presidente del consiglio - in campagna elettorale vita natural durante - viviamo ancora in un Paese dove vige lo Stato di diritto e dove le sentenze le emettono i tribunali, non i giornali e nemmeno il governo (almeno per ora). Faccio anche notare (forse a molti sfugge) che nel caso Yussef il Gip ha espresso parere contrario a PM e Procura. No, lo dico perché una delle bufale più asfissianti della destra durante la campagna referendaria sulla giustizia era che i Gip si conformano sempre alle posizioni dei PM e che serviva il Sì al referendum per evitarlo.
Ci sarebbe anche da fare notare come non esiste in nessun Paese civile e democratico che un primo ministro attacchi un giudice perché emette una sentenza non gradita. Ma è uno dei tanti frutti avvelenati del berlusconismo.
martedì 27 ottobre 2026
Due donne che stimo molto
lunedì 26 ottobre 2026
Serbia e Brasile
Non so se si possa chiamare vento di cambiamento, ma ciò che è successo questo fine settimane in Serbia e Brasile sembra qualcosa che gli assomiglia parecchio. In Serbia un travolgente movimento di protesta guidato dagli studenti ha compiuto una svolta epocale ponendo fine al lungo dominio di Aleksandar Vučić; in Brasile il testa a testa presidenziale si è concluso con la riconferma di Luiz Inácio Lula da Silva. Tra l'altro il successo di Lula è storico perché è la prima volta dal ritorno nella storia democratica del Brasile che uno che arriva secondo al primo turno (Lula aveva 45,16% contro 47,03% di Bolsonaro il 4 ottobre) ribalta tutto al ballottaggio e prende un quarto mandato non consecutivo.
In Serbia la sorpresa è stata ancora maggiore, dato che Student List, nata dalle proteste studentesche anti-corruzione dopo il crollo della pensilina a Novi Sad nel 2024 (16 morti), ha vinto con il 52,7% contro il 39,2% della coalizione guidata dal tiranno di destra Aleksandar Vučić. In pratica, in Brasile il "corollario Donroe" (versione trumpiana della famosa Dottrina Monroe) non ha funzionato e in Serbia è caduto un altro leader vicino a Orbán/Putin. Due battute d'arresto per la destra sovranista nello stesso giorno: difficile non essere contenti.
Il prossimo anno si voterà qui da noi. Chissà...
sabato 24 ottobre 2026
Teppisti inconsapevoli
Quelli del Post hanno parlato con diversi avvocati che difendono i ragazzini fermati dalla polizia per le devastazioni e i saccheggi dello scorso weekend. Quasi tutti questi avvocati concordano sul fatto che nessuno dei giovani finiti in questura era consapevole delle conseguenze di ciò che stavano facendo. Al punto che molti di essi hanno scoperto che i reati che avevano commesso erano punibili con pene fino a 15 anni solo in fase di interrogatorio. Leggo nell'articolo:
Il Post ha sentito diversi avvocati dei ragazzi accusati dei disordini: tutti dicono che l’inconsapevolezza delle conseguenze è una delle caratteristiche più comuni tra gli arrestati. Alcuni si sono resi conto di rischiare condanne pesanti soltanto durante l’interrogatorio. Molti hanno detto ai giudici di essere convinti che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi entrava a prendere scarpe e borse. Le accuse sono gravi: il reato di devastazione e saccheggio al giorno d’oggi è molto raro in indagini e processi, ma prevede pene da 8 a 15 anni di carcere, con la pena ridotta fino a un terzo per i minorenni. Al reato di resistenza a pubblico ufficiale, contestato quasi a tutti, sono state aggiunte molte aggravanti come l’aver agito in gruppo e usando armi come pietre e bastoni, con pene che possono arrivare a 15 anni di carcere. Nessuno ha dato una motivazione politica al saccheggio. I ragazzi non risultano legati a gruppi o partiti, e alla domanda su cosa volessero ottenere hanno risposto in modo generico: la maggior parte non ha risposto, uno ha detto di protestare perché il padre aveva perso il lavoro, altri hanno detto per i prezzi alti.
Mi è venuto in mente, mentre leggevo l'articolo, ciò che racconta spesso Umberto Galimberti nelle sue conferenze. Nel corso degli anni, nelle sue vesti di psicoterapeuta, è stato infatti più volte consulente in processi che si sono occupati di famosi casi di cronaca del passato, come ad esempio i lanci dei sassi dai cavalcavia che, nella zona di Tortona, portarono negli anni '90 all'omicidio di Maria Letizia Berdini. Ciò che maggiormente impressionava e sorprendeva Galimberti non era tanto il reato in sé, quanto il fatto che nessuno dei ragazzi coinvolti mostrasse cognizione della gravità dei loro gesti, al punto che, durante le udienze, alzavano le spalle quando si faceva loro notare che sotto i cavalcavia passavano le macchine e nelle macchine c'erano delle persone.
Boh, non so, è come se avessimo costruito una società dell'indifferenza, della psico-apatia e del vuoto educativo.
giovedì 22 ottobre 2026
Perché l'Occidente odia la Russia
Il livello del dibattito pubblico sull'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, dopo quasi cinque anni di guerra è generalmente ancora fermo ad aggressore e aggredito e ad accuse di filo-putinismo rovesciate addosso a chiunque si azzardi ad approfondire un po', andando oltre i puerili argomenti da bambini di terza elementare. Siccome la storia dei rapporti tra Occidente e Russia è interessantissima ed estremamente più complessa di come la raccontano Carlo Calenda o il Corriere della Sera, le uniche maniere per approfondire in maniera seria sono i libri. Questo, del filosofo tedesco ed esperto di relazioni tra Europa, Stati Uniti e Russia Hauke Ritz, mette in discussione il modo in cui quella storia ci viene continuamente raccontata.
Il titolo è ovviamente provocatorio e l'Occidente non è considerato dall'autore come l'insieme dei paesi occidentali ma come un sistema politico, militare e culturale guidato dagli Stati Uniti. Ritz cerca di spiegare perché la Russia sia stata progressivamente trattata come un avversario strategico, quasi un nemico irriducibile e nel libro invita a guardare i rapporti tra Occidente e Russia al di là delle spiegazioni contenute in un tweet, cercando le radici storiche, politiche e culturali di un conflitto che affonda le sue radici nei secoli.
La tesi di fondo dell'autore è che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, avrebbero avuto l’opportunità di costruire un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione, ma avrebbero preferito consolidare la propria egemonia. In questo quadro, una Russia autonoma, dotata di enormi risorse e ambizioni geopolitiche, sarebbe diventata un ostacolo da contenere piuttosto che un interlocutore con cui costruire un equilibrio condiviso. L'autore, quindi, non si limita a chiedersi perché la Russia abbia invaso l'Ucraina (c'è già Calenda che ce lo spiega ogni santo giorno), ma si interroga anche sulle responsabilità occidentali - un esercizio che pochi fanno -, sulle scelte di Washington e sul ruolo che l’Europa ha accettato di assumere dopo la fine della Guerra fredda.
Una delle parti più belle del libro, che fa partire la sua analisi storica dalla caduta dell'impero zarista con la Rivoluzione d'ottobre, riguarda il periodo successivo al 1989. Secondo l'autore, il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS avrebbero potuto aprire una fase nuova, nella quale superare definitivamente la contrapposizione tra i due blocchi. Ma la fine della Guerra fredda è stata interpretata soprattutto come una vittoria dell'Occidente, anziché come l'occasione per costruire un sistema di sicurezza europeo nel quale anche la Russia potesse sentirsi parte di un progetto comune. Altro tema estremamente interessante è la posizione degli Stati Uniti nel mondo successivo al 1991. Con la caduta dell'Unione Sovietica l'America è rimasta l’unica superpotenza e Washington avrebbe cercato di approfittarne tentando di preservare un ordine internazionale nel quale il proprio primato militare, politico ed economico non fosse messo in discussione, mentre la Russia rappresentava uno dei possibili poli alternativi a questo sistema. Da qui la difficoltà americana ad accettare una Mosca capace di perseguire una politica estera autonoma e di costruire relazioni indipendenti dall’Occidente.
Una notevole stoccata Ritz la riserva anche all'Europa, la quale, pur avendo una lunga storia, una propria cultura e interessi economici che non coincidono necessariamente con quelli americani, avrebbe progressivamente rinunciato a una politica estera autonoma, finendo per identificare la propria sicurezza con le scelte strategiche di Washington. È un libro che spiega tante cose e costringe a prendere in considerazione altre prospettive, andando oltre alla semplice dicotomia buoni Vs cattivi.
mercoledì 21 ottobre 2026
Cronache dal mondo dei nonni
Oggi la Emma mi si è addormentata in braccio. All'improvviso, mentre le stavo dando il biberon, ha chiuso gli occhietti e puf, si è autocatapultata nel mondo dei sogni lasciandomi così, come un patacca, col biberon in mano. In quasi quattro mesi di onorato servizio come nonno è la prima volta che succede :-)
domenica 18 ottobre 2026
Dissociazioni?
Ma tu ti sei dissociato? Tu hai preso le distanze? E se non l'hai fatto, perché non l'hai fatto? Come mai il tale politico non l'ha fatto? Ah, se non l'ha fatto significa che sotto sotto è complice e condivide le violenze!
No, ma io me li immagino i "cacciatori di dissociati" tutti lì, curvi suoi propri smartphone, a interpellare urgentemente ChatGPT chiedendo l'elenco di chi si è dissociato dalle violenze e chi no. E questa cosa, francamente, avrebbe anche un po' rotto le appendici pendule maschili. Perché non ha senso.
Quando qualche anno fa una banda di neofascisti aveva devastato e incendiato la sede della Cgil a Roma io non avevo cominciato a passare in rassegna i profili dei politici di destra per fare l'elenco di chi si era dissociato e chi no. Magari qualcuno l'aveva fatto e qualcun altro no. Ma chi se ne frega. Vogliamo applicare la legge del silenzio/assenso anche a chi non si dissocia a caratteri cubitali dalle violenze e dai crimini che commettono i delinquenti che non c'entrano niente con le manifestazioni e vi si infiltrano rovinandole? Oppure siamo tutti abbastanza maturi da capire che non serve ogni volta dissociarsi perché è OVVIO che, per principio, si è tutti, indipendentemente dalle idee politiche, contro la violenza?
La richiesta di Meloni di dissociarsi senza ambiguità dalle violenze e di lavorare tutti per prevenirle è ridicolo e ingannevole, perché ha lo scopo di eludere e distogliere l'attenzione dalla domanda che tutti dovrebbero farsi: chi è competente a prevenire e contenere qualunque violenza, affinché ogni manifestazione si svolga pacificamente? Beh, do una notizia alla capa del governo più longevo della storia repubblicana: competente è il governo. Il quale governo, invece di dare la colpa alle opposizioni, sarebbe cosa buona che cominciasse ad assumersi le proprie responsabilità. Ma, si sa - lo scriveva già Umberto Eco: Bisogna sempre trovare un nemico per liberarsi del peso di guardare dentro se stessi e affrontare i propri fallimenti.
Tipo un'assemblea condominiale
Siamo seduti in poltrona e la tentazione di andare nella credenza per arraffare i biscotti è fortissima. Però siamo combattuti, perché se da un lato il richiamo della gratificazione legata al cibo è fortissimo, dall'altro sappiamo che non è salutare e che ingerire biscotti stando sul divano potrebbe compromettere gli esiti del prossimo appuntamento con la bilancia. Comincia quindi una affollata e rissosa assemblea di condominio in cui i condòmini non se le mandano a dire e se ne dicono di tutti i colori.
Nella metafora, ovviamente, il condominio è il nostro cervello e i condòmini sono le varie parti che lo compongono (amigdala, corteccia pre-frontale, area di Broca ecc.) e i neurotrasmettitori (dopamina, cortisolo, serotonina, ossitocina ecc.) che vi lavorano. È una delle metafore più belle contenute nel libro. Ovviamente queste vivaci sedute condominiali si ripropongono ogni volta che nell'arco della giornata dobbiamo prendere una decisione, da quelle più leggere (i biscotti) a quelle più serie e importanti.
Uno dei punti centrali del libro è che il nostro cervello non è un blocco monolitico e perfettamente razionale, ma è appunto una sorta di affollatissima assemblea di inquilini in perenne disaccordo, in cui fanno capolino istinti ancestrali, paure ataviche e automatismi che spesso finiscono per prendere il sopravvento. È un viaggio, ironico e istruttivo, alla scoperta dei meccanismi neuroscientifici e linguistici che governano le nostre scelte, le nostre reazioni emotive e i nostri condizionamenti quotidiani. Un manuale molto utile anche per capire perché reagiamo in un certo modo allo stress, alle notifiche, alle parole degli altri o alle piccole frustrazioni di tutti i giorni.
Uno dei saggi più istruttivi e ironici che mi sia capitato di leggere nell'ultimo periodo.
sabato 17 ottobre 2026
Canzone delle domande consuete
Quando si pensa a canzoni d'amore, in genere vengono sempre in mente quelle scritte da Cocciante, Baglioni, Tozzi. Oppure Enrico Ruggeri e altri: quelle che mediaticamente hanno avuto maggiore risconto e visibilità nel corso degli anni. Eppure io sono convinto che la canzone d'amore più bella mai scritta in Italia sia Canzone delle domande consuete, di Guccini, pubblicata nel 1990 all'interno dell'album Quello che non...
Perché secondo me è la più bella canzone d'amore che sia mai stata scritta? Perché non è inutilmente melensa, non è banale e non è immediatamente facile a un primo ascolto. È uno dei brani più intensi, maturi e profondi di Francesco Guccini e parla di tematiche che a lui sono sempre state molto care, come lo scorrere del tempo e il modo in cui questo scorrere incide sulla interiorità di ognuno, sul mondo, sulla vita di coppia, sulle relazioni.
Qui Guccini sembra voler dire che, spesso, non soffriamo soltanto perché rischiamo di perdere qualcuno, ma perché non sappiamo più chi siamo diventati insieme a quella persona, quindi ci facciamo domande che spesso sono contraddittorie e ripercorriamo il passato, cerchiamo spiegazioni, ci aggrappiamo ai ricordi. Vorremmo una risposta capace di rimettere ordine in tutto senza riuscire a trovarla. È una canzone profondamente gucciniana perché parla del dubbio senza mai arrivare a una conclusione rassicurante.
Tra le immagini più belle c'è quella del prato ricoperto di bitume, una splendida metafora che può essere letta come l'immagine di ciò che il tempo, le abitudini e le delusioni fanno alle nostre possibilità. Non necessariamente le distruggono, ma le ricoprono, rendendole difficili da raggiungere.
Ecco perché, secondo me, Canzone delle domande consuete rimane la canzone d'amore più bella mai scritta.
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
Come se il tempo per noi non costasse l'uguale
Come se il tempo passato ed il tempo presente
Non avessero la stessa amarezza di sale
Tu non sai le domande, ma non risponderei
Per non strascinare parole in linguaggio d'azzardo
Eri bella, lo so, e che bella che sei
Dicon tanto un silenzio e uno sguardo
Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
Quel che sono o sarei, quel che sarò domani
Non parlare non dire più niente, se puoi
Lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di te
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse
Trascinate dai giorni come piena di fiume
Tante cose sembrate e credute diverse
Come un prato coperto a bitume
Rimanere così, annaspare nel niente
Custodire i ricordi, carezzare le età
È uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
Del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai, siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te
Aver tutto, ma non il domani
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di te
Non andare, vai
Non restare, stai
Non parlare, parlami di noi
Reintegro dei medici no vax?
Tramite il sempre attento Mantellini scopro che il reintegro dei medici no vax, di cui si parla tanto in questi giorni - ne ha parlato anch...
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La professoressa accoltellata da uno studente italiano e salvata da un altro studente originario del Congo, professoressa a cui va tutta la ...
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Ma tu ti sei dissociato? Tu hai preso le distanze? E se non l'hai fatto, perché non l'hai fatto? Come mai il tale politico non l...
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Nell'arena della campagna referendaria sulla riforma della giustizia è sceso in campo Alessandro Barbero, il quale ha pubblicato questo ...

