Ieri sera sono andato al teatro Astra di Misano Adriatico ad ascoltare Massimo Cacciari, il quale ha presentato il suo ultimo saggio uscito in questi giorni: L'insostenibile. Van Gogh e il destino dell'Occidente. In tutta sincerità non mi interessava particolarmente l'argomento in sé, ossia le riflessioni filosofiche dell'autore sull'arte del grande pittore olandese, ma mi interessava semplicemente ascoltare Cacciari - probabilmente ci sarei andato anche se avesse tenuto una lectio magistralis sul rapporto che lega zio Paperone alla sua Numero 1.
Provo da sempre genuine ammirazione e stima per il "ruvido" filosofo veneziano e per la sua grande cultura. In passato ho provato a leggere un paio di saggi suoi ma uno dei due l'ho abbandonato a metà perché troppo difficile per me. Devo dire che c'è una differenza enorme tra il Cacciari conferenziere e il Cacciari opinionista televisivo. Il primo è pacato, riflessivo, tranquillo; il secondo è scontroso, irriverente, impaziente, poco incline alla diplomazia, ruvido. A tratti quasi maleducato, capace di regalarci memorabili e divertentissime scene come questa, in cui manda a fare in culo il povero Bocchino (un vaffanculo che ci sta tutto, sia chiaro).
Ecco, a me interessava lui. Rimango sempre affascinato quando personaggi come Cacciari "vedono" in certe opere d'arte cose che io non riesco a vedere. Penso ad esempio al celeberrimo Un paio di scarpe (1886).
Io ci vedo un paio di scarpe vecchie, strausate, slabbrate, rotte, da cui posso immaginare che rappresentino la fatica del cammino, quindi, simbolicamente, la fatica del vivere. Cacciari va oltre e vede in quelle scarpe slabbrate il destino dell'uomo moderno: un pellegrino che continua a camminare anche quando gli strumenti del suo viaggio sono ormai logori. È un esercizio di costruzione intellettuale. Persone come Cacciari, e in generale i critici d'arte, non guardano il quadro nel vuoto ma lo guardano avendo in testa migliaia di pagine di filosofia, storia e letteratura. Con quel tipo di "lenti", le opere d'arte assumono una profondità che a noi comuni mortali è probabilmente preclusa, perché quella "lente" proietta sul quadro tutto ciò che quelle persone hanno studiato.
In fin dei conti, però, si tratta di una lettura particolare e personale di Cacciari (o dei critici d'arte), ma credo sia difficile sapere cosa passasse per la testa del pittore quando l'ha creata. È cioè impossibile sapere se abbia voluto ritrarre quel paio di scarpe per rappresentare la fatica umana di un pellegrino in cammino nel mondo o se le abbia ritratte senza particolari motivi, magari solo perché se le è trovate davanti. In fin dei conti il fascino dell'arte è che nasce sempre dalla follia di un autore (dalla razionalità non può nascere nessuna opera d'arte, ama ripetere Umberto Galimberti), quindi ognuno è perfettamente legittimato a vederci quello che vuole.








