Credo che questo libro si possa considerare un "attentato" ai miti incrollabili della nostra tradizione gastronomica. L'acronimo gioca chiaramente sul famosissimo marchio DOP, ma ribalta la prospettiva: l'autore, che è un professore di storia dell'alimentazione, smonta l'idea che i nostri piatti tipici esistano da secoli immutati, dimostrando che molte "tradizioni" sono in realtà invenzioni recenti, nate dal marketing o da necessità storiche del secondo Dopoguerra. Il suo obiettivo non è naturalmente quello di denigrare la qualità del cibo italiano (che anzi difende), ma criticare il marketing aggressivo e la "nostalgia artificiale".
In sintesi, l'autore critica l'idea che per valorizzare un prodotto si debba per forza inventargli una storia millenaria o un'origine legata magari agli antichi Romani. È un libro che molti potrebbero definire eretico, perché se c'è una cosa su cui noi italiani non accettiamo compromessi è il cibo. Siamo convinti che la nostra tradizione gastronomica affondi le radici nel Rinascimento, che ogni nonna tramandi formule immutabili da secoli e che i marchi DOP o IGP siano scrigni di pura storia. Tutte balle. La cucina italiana, per come la conosciamo oggi, ha quarant’anni scarsi di vita ed è nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Prima c'era una realtà completamente diversa fatta di fame, povertà e piatti che non assomigliavano per niente a quelli attuali.
Alcuni dei miti smontati da Alberto Grandi:
1. Il mito delle radici antiche.
Siamo convinti che i nostri piatti moderni derivino dalla cucina medievale o rinascimentale. Falso. L'autore spiega chiaramente che la cosiddetta cucina italiana attuale non ha alcun rapporto con le tradizioni antiche. La narrazione della cucina come elemento identitario forte (sì, Lollobrigida, sto pensando a te) è in realtà un’invenzione recente, un'operazione di marketing culturale nata per dare un'identità ai territori attraverso i marchi DOC, DOP, IGP ecc., usati come bandiere dietro a cui non c'è sostanzialmente niente.
2. Pasta e Pizza erano "curiosità esotiche".
Oggi pensiamo a pasta e pizza come simboli nazionali per antonomasia, mentre invece nel Settecento e nell'Ottocento erano cibi di strada consumati quasi esclusivamente in alcune città del Mezzogiorno. Nel Centro-Nord la pasta era considerata una curiosità quasi esotica, da mangiare rigorosamente in brodo e una volta ogni tanto. Per non parlare della pizza. Il concetto di un disco di pane condito per renderlo più ricco non è un'esclusiva italiana o napoletana ma è una pietanza diffusa da sempre in tutta l'area mediterranea.
3. Dobbiamo tutto agli emigrati in Nord America.
Buona parte della cucina italiana è stata di fatto inventata, preservata e protetta oltreoceano, nelle comunità dei nostri emigrati in Nord America. È lì che gli italiani emigrati (15 milioni tra la fine dell'Ottocento e la prima guerra mondiale), avendo accesso a materie prime che in patria si sognavano (come la carne o l'abbondanza di farina), hanno creato i piatti simbolo, che solo in un secondo momento sono stati "riportati" in Italia e spacciati per tradizioni locali.
4. La Carbonara? Una colazione americana con la pasta.
Spero che nessuno se ne abbia a male, ma la storia è spietata (e comunque, probabilmente, sono cose che molti sanno già): la carbonara è nata subito dopo la seconda guerra mondiale dall'incontro tra i cuochi italiani e le truppe di occupazione americane. Gli ingredienti base venivano dalle razioni militari: uova in polvere e bacon. In sintesi, la carbonara altro non è che una tipica colazione americana con in più la pasta. Una "mutazione genetica" nata dal boom economico e dal mito dell'America.
5. Il paradosso di Pellegrino Artusi: un successo dilettantesco nato "contro" i francesi.
Se la faccenda della carbonara può avere urtato qualche romano, il modo in cui l'autore smonta nel libro Pellegrino Artusi ha sorpreso molto me. Generalmente lo si considera (lo consideravo anch'io) il padre indiscusso della gastronomia nazionale, ma i retroscena sul suo celebre libro La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene sono a dir poco ironici. Artusi non era infatti né un cuoco né uno storico e i professionisti dell'epoca stroncarono il suo manuale definendolo "l'umoristico capolavoro dell'incompetenza culinaria". Scrive infatti l'autore che l'opera di Artusi nacque in modo totalmente dilettantesco, senza un progetto sistematico o un vero legame con la storia precedente. Fu sostanzialmente un immenso "work in progress" in cui i lettori stessi proponevano e correggevano le ricette inviando lettere ad Artusi. Lui si limitava a selezionare quelle più semplici e "realizzabili da una massaia non professionista". Diciamo che più che un intento nazionalistico o una reale passione per le cucine locali, Artusi propose una cucina sobria e frugale per contrapporla all'opulenza e all'elaborazione tecnica dei francesi, all'epoca dominatori della gastronomia mondiale. Niente di più, niente di meno.
Mettiamola così: se vi piace tutta la narrazione che noi italiani ci siamo costruiti negli ultimi decenni attorno alla nostra cucina, non leggete questo libro. Se invece vi piacciono i libri che smantellano luoghi comuni e narrazioni, accomodatevi pure.









