martedì 14 aprile 2026

Tra locomotiva e calesse

Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è uno dei motivi. 

A partire dal rimbalzo post-pandemia, il PIL della Spagna ha continuato a mantenersi su valori costanti prossimi al 3% (noi siano attorno al solito zero virgola e probabilmente il prossimo anno saremo in recessione). Sapete perché la Spagna viaggia a questi ritmi? Perché ha fatto riforme strutturali come il salario minimo, la riforma del mercato dell'energia per migliorare competitività e costi e l'utilizzo mirato dell'immigrazione (ogni anno fa entrare circa 600.000 immigrati). Oggi è entrato in vigore un nuovo decreto di regolarizzazione. 

"Elma Saiz, la ministra spagnola per l’Inclusione, la sicurezza sociale e la migrazione, l’ha definito una delle pietre miliari del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez: permetterà infatti di regolarizzare circa 500mila immigrati irregolari o richiedenti asilo che potranno quindi vivere e lavorare regolarmente in Spagna, pagare le tasse e contribuire al sistema di previdenza sociale spagnolo."

Si chiama Politica con la P maiuscola, cioè lungimiranza, visione nei confronti delle prossime generazioni, programmi a lunga scadenza. 

Il salario minimo, che la Meloni rifugge come la peste, esiste in quasi tutti i paesi d'Europa. In Spagna fu addirittura introdotto a metà degli anni '60 quando era ancora sotto il franchismo, e da allora nessuno si è azzardato a toccarlo. Anzi, è stato a più riprese migliorato nel corso degli anni. Nel 1980, con l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori, il salario minimo è stato blindato come un diritto fondamentale, stabilendo che il governo debba consultarsi con i sindacati e le associazioni datoriali per fissarne l'importo ogni anno. Quest'anno è stato aumentato del 3,1% rispetto al 2025 portandolo a 1424,50 € mensili.

È un altro pianeta, la Spagna. E soprattutto ha ben altra classe dirigente. Là l'immigrazione è una risorsa, qua blaterano di blocchi navali e fanno i centri in Albania per soddisfare la pancia di milioni di analfabeti funzionali che poi votano i signori che abbiamo al governo; là il salario minimo ce l'hanno da più di mezzo secolo, noi abbiamo ancora la schiavitù a 500 €/mese. Là nessuno blatera di stupidaggini populiste come il ponte sullo stretto, ma si investe in maniera mirata nelle infrastrutture viarie, ferroviarie e digitali.

La differenza tra una locomotiva e un calesse trainato da un ronzino è tutta qui.

24 parole per capire l'economia


Questo libro è un testo base, se vogliamo una sorta di abbecedario accessibile a tutti (molti concetti sono riuscito a capirli pure io), per comprendere cosa muove e come funziona l'economia, quindi per capire come funziona il mondo, perché è l'economia che muove il mondo, nient'altro. 

Spesso si tende a pensare all’economia come a un insieme di grafici astratti, numeri freddi, qualcosa di lontano dalle nostre tasche e dalle nostre vite. Invece l'autrice spiega che l'economia è ovunque: è nel prezzo del caffè che beviamo al mattino, nella spesa al supermercato, nei mutui che stipuliamo, nel pieno di benzina, ed è il motivo per cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente finiscono per influenzare il nostro potere d'acquisto.

​Molto interessante il punto su cui l'autrice insiste nelle pagine finali: la perdita della voglia di approfondire e di capire. Se non leggiamo, se non studiamo, restiamo prigionieri del nostro perimetro e quando in un telegiornale sentiamo - un esempio a caso - che la BCE o la Federal Reserve alzano i tassi di interesse per "raffreddare" l'inflazione non sappiamo cosa significa. E invece significa tantissimo per noi tutti.

​Chiudo citando l'ultima pagina del libro:

Penso che parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuta al fatto che non si legge, che non si studia. «Leggere può creare indipendenza», così recitavano gli auguri di Natale 2025 della mia casa editrice. Invece non ci informiamo e di conseguenza non agiamo, anche solo facendo sentire la nostra voce pacificamente, unico fattore che davvero potrebbe essere in grado di cambiare le cose. Quante volte mi è stato detto: «Ma questo non si trova sui giornali», «Ma non ne parlate nei telegiornali, sul vostro sito o nelle vostre pagine social». Sbagliato. Ne parliamo. È che molti hanno ormai perso la voglia di leggere e approfondire. Questo libro dimostra che sui giornali gli approfondimenti ci sono eccome. E stiamo vivendo un momento talmente delicato, di equilibri geopolitici che traballano e che sono destinati a cambiare​ per sempre, che come minimo dobbiamo prenderci la briga di approfondire.

[...]

Basti un esempio. Cina e USA, pur diverse, hanno qualcosa che le accomuna. E che aiuta noi a capire meglio il comportamento di alcune parti del mondo che possono sembrare controintuitive. Circa la metà degli statunitensi non ha un passaporto. In Cina milioni di persone non hanno mai preso un aereo. In sintesi, negli USA e in Cina una fetta notevole della popolazione non è mai uscita dai confini. Se lo avessero fatto avrebbero agito in modo diverso? Io credo di sì. È un tempo decisivo quello che stiamo vivendo. Se ognuno di noi non farà la sua parte per arrestare la deriva della mancanza di conoscenza, di studio e di sacrificio, del denaro facile, della dimenticanza della storia, del linguaggio volgare e aggressivo sui social... be’, sarà troppo tardi.

​Mi auguro di aver risposto a domande e risolto dubbi e spero leggiate a partire dall’acquisto dei quotidiani, il cui costo è infinitesimale se paragonato ai nostri sprechi. Dubbio e apertura sono le due parole con cui vi lascio. Mettersi in dubbio sempre: leggere, informarsi e darsi la possibilità di cambiare idea. Apertura mentale e capacità di porsi domande sono necessarie e doverose in questo tempo.

Lacerazioni interiori


No ma io me l'immagino la lacerazione interiore della signora Meloni nel periodo che va dalle 9 di ieri mattina (primo comunicato innocuo pro papa senza alcuna menzione a Trump) al comunicato del tardo pomeriggio con cui bolla come inaccettabile l'attacco frontale dell'uomo col ciuffo a Prevost. Magari lei sperava di cavarsela col primo senza che fosse necessario condannare chiaramente l'amico americano, ma alla fine la valanga di commenti irritati ricevuti sui social, assieme alla condanna dell'intero arco politico (compreso il suo governo) nei confronti dello squilibrato americano, hanno avuto la meglio e ha dovuto cedere. 

D'altra parte arrivano momenti in cui non è più concesso stare un po' di qua e un po' di là, non si può più non scegliere, non prendere parte, non sbilanciarsi; non funziona più il "non condanno e non condivido". Qualcosa di chiaro e inequivocabile ti tocca dirlo. Ma prendere una posizione chiara quando ormai si ha il vuoto attorno e si è rimasti soli, beh, vale per quello che vale. Nel suo caso molto ma molto poco.

domenica 12 aprile 2026

Perché loro no?

Comunque, alla fine, nessuno ha ancora spiegato chiaramente perché l'Iran non può avere la bomba atomica. Lo scoglio maggiore su cui si sono arenati i negoziati a Islamabad, alla fine, è infatti il nucleare, e Trump l'ha detto chiaramente: "Tutti i punti su cui è stato trovato un accordo non importano se comparati al fatto di permettere all’Iran di avere armi nucleari, questo è il singolo problema più importante". Uno magari può dire (discorso che mi è capitato di sentire): Vabbe', ma mica si vorrà lasciare che quelli là possano costruirsi la bomba atomica?

Perché no? Gli USA ce l'hanno, Israele ce l'ha, la Corea del nord ce l'ha, la Russia ce l'ha, la Francia, la Cina, il Pakistan ce l'hanno. Perché l'Iran non può averla? Chi lo decide? In base a quale principio? Perché gli Stati Uniti possono decidere cosa può avere o non avere l'Iran e l'Iran non può fare altrettanto? Escludendo ragionamenti infantili di tipo morale basati sul fatto che noi, abituati a guardare il mondo esclusivamente con le nostre lenti occidentali, ci consideriamo una civiltà superiore e stupidaggini simili, rimane il discorso del metodo, epistemologico. Dando per scontato che sarebbe meglio che l'atomica non l'avesse nessuno, perché una nazione si arroga il diritto di decidere chi può averla e chi no?

Quasi Sapiens


Devo ammettere che questo libro è stato una boccata d'aria fresca. Ho sempre ricordato la storia studiata a scuola come una lunga e a tratti noiosa sfilata di date e nomi polverosi: Guido Damini dimostra che si può insegnarla anche in altro modo. Forse se lo stile di questo libro fosse adottato dai libri di testo ufficiali, qualche studente in più ci si appassionerebbe.

​Damini non racconta la storia con la S maiuscola, quella delle statue di marmo, delle date e dei discorsi epici, racconta invece i pasticci, le ambizioni meschine e i colpi di fortuna (o sfortuna) che hanno guidato l'umanità dalla scimmia fino a Trump.

​Tra i punti di forza la prosa modernissima - a tratti sembra quasi una chiacchierata tra amici ma con la competenza di un professore di storia moderna, ovviamente. Damini usa termini come "crush", "shitstorm" e "cringe" per spiegare le dinamiche di potere del passato, rendendo personaggi di secoli fa non così lontani da noi. Smonta miti intoccabili come ad esempio la presa della Bastiglia (dove si scopre che non fu poi così eroica), rivelando che spesso i grandi eventi sono stati semplici regolamenti di conti tra élite.

​È un libro che insegna molto, specialmente aiuta a rendersi conto di quanto sia complessa la storia umana. Soprattutto fa capire come in fondo l'essere umano non è poi così "Sapiens" come ama definirsi, ma questo era più o meno già noto.

Minetti

Chi ha vissuto la tragica stagione del berlusconismo (non che oggi si sia in una stagione migliore, intendiamoci) non può non ricordare l'enorme mole di scandali sessuali, tra cui la vicenda di Ruby Rubacuori, e l'indegna commistione tra sesso (mercenario) e politica che hanno contraddistinto quel particolare periodo storico. Elemento di spicco di quella stagione fu lei: Nicole Minetti, avvenente igienista dentale di Berlusconi avviata da quest'ultimo a una brillante carriera politica in cambio di favori sessuali. 

Ieri è uscita la notizia che la signora Minetti è stata graziata da Mattarella: le pene definitive di tre anni e undici mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione cancellate per "motivi umanitari", legati all'assistenza e alle cure che Nicole Minetti dedicherebbe a un minore disabile appartenente alla sua cerchia familiare. Non giudico l'atto di grazia del capo dello Stato, se ha deciso di concederle la grazia avrà fatto le sua valutazioni. Suscita solo qualche perplessità il fatto che l'atto risalga a febbraio e solo ieri, quando la notizia è diventata di dominio pubblico grazie a una trasmissione radiofonica, il Quirinale abbia pubblicato un comunicato ufficiale per spiegarne le ragioni. 

Probabilmente l'entourage di Mattarella sperava che la cosa passasse senza che venisse a galla, immaginando quello che avrebbe sollevato.

Sant'Agata Feltria







Ieri sera sono tornato dopo molti anni a Sant'Agata Feltria, un antico borgo medievale del Montefeltro a circa un'ora di macchina da Rimini. Ci sono tornato per uno pettacolo teatrale a cui avevo piacere di assistere. Quand'ero più giovane e meno "sedentario" passavo spesso da queste parti e visitavo con una certa frequenza i moltissimi borghi e rocche medievali che costellano l'entroterra romagnolo. 

Adesso giro di meno, ma quando capita mi fa ancora piacere tornare in questi posti.

sabato 11 aprile 2026

La Rivoluzione francese vista da Guido Damini :-)

Se sei uno di quei docenti precari di storia e filosofia che si esalta ogni volta che spiega la Rivoluzione francese, sognando di tagliare la testa al ministro dell’Istruzione con il righello (cosa assai probabile, se hai comprato questo libro), temo sia giunto il momento di ridimensionare il tuo entusiasmo rivoluzionario. Nessuno te l’ha mai detto finora, ma ormai sei abbastanza grande per conoscere la verità: la Rivoluzione francese fu un "inside job" dei nobili.

Sì, hai capito bene: a ideare e pianificare la Rivoluzione più amata di tutte furono proprio gli annoiati e spocchiosi aristocratici di Francia. D’altronde, riflettici un attimo: le piccole partite IVA, i precari, i pescivendoli, i bottegai e i contadini… avrebbero mai potuto mettersi insieme, fondare un partito, scrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, creare una repubblica e tutte quelle altre belle cose? Siamo seri, caro mio: no.

La Rivoluzione la fecero i nobili, non i piccoli borghesi, come la tua crush. Nobile era Mirabeau, il mentore di tutti i rivoluzionari. Nobilissimo era Luigi Filippo d’Orléans, cugino del re (che, tra l’altro, votò la morte del re), così intrippato dalla Rivoluzione da farsi soprannominare Filippo Égalité – un nickname cringe pure per gli standard giacobini. Nobile era anche Robespierre, il turbo-rivoluzionario per antonomasia, noto per i suoi completi a righe stile tenda da sole Tempo-test e per i suoi occhiali da sole "steampunk" ("ante litteram"), oltre che per essere stato il fan più sfegatato della ghigliottina.

Nobile era il filosofo Condorcet, che si vantava nei suoi scritti di voler "impiccare l’ultimo dei re con le budella dell’ultimo dei preti" – frase scopiazzata dal prete rinnegato Jean Meslier, ma all’epoca non c’era il copyright. Condorcet era anche un matematico: immagina la gioia di essere uno dei suoi alunni. E ancora: nobile era Paul Barras, presidente del Direttorio. Nobile Le Pelletier, primo "martire" della Rivoluzione… Vado avanti? Se vuoi, vado avanti.

Nobile era persino Napoleone Bonaparte – seppure di nobiltà provinciale e sostanzialmente straniero – al punto che, dopo gli anni della contestazione, divenne imperatore e ripristinò i titoli nobiliari. Coincidenze?

A questo punto ti starai chiedendo: perché tutti questi aristocratici cospirarono per fare una rivoluzione contro se stessi? Si erano totalmente rincoglioniti? Non proprio. Da un secolo accoglievano nei loro salotti gli illuministi – gli opinionisti del Settecento che hai conosciuto nel cenno (§68) – e stravedevano per Voltaire, una sorta di Cacciari con la parrucca, vero idolo di tutti i salotti bene.

Il Galimberti incipriato e i suoi seguaci volevano vendicarsi del re e della prigionia dorata di Versailles, volevano la fine delle disuguaglianze, l’uguaglianza eretta a principio di governo. E la Rivoluzione francese fu proprio questo: egalitaria. Talmente egalitaria che tutti coloro che non furono abbastanza uguali finirono sul patibolo, con la testa ugualmente tagliata. Ovviamente non era questo il piano originale, ma sai come vanno queste cose, una testa tira l’altra… D’altra parte, Voltaire, nel frattempo, era morto (con la testa attaccata al corpo, tranquilli), e i nobili pensavano di sfruttare gli Stati Generali del 1789 per fare una rivoluzione controllata, a loro uso e consumo, infiltrandosi nel Terzo Stato per far passare le tesi più dirompenti. Tesi che poi sfuggirono di mano.

Ebbene sì: la Rivoluzione francese fu un gigantesco Frankenstein, un esperimento da radical chic malriuscito che riempì i cimiteri di mezza Europa. L’idea iniziale era fare le scarpe a Luigi XVI, il loro paria: un re con il carisma di Biden, con una passione per il bricolage, e senza la minima idea di ciò che stesse accadendo intorno a lui.

Tant’è che, nel giorno della presa della Bastiglia, che diede inizio alla Rivoluzione, annotò nel suo diario una sola parola: «Nulla». Per lui, quel 14 luglio era un martedì qualunque. E in effetti, sotto certi aspetti, lo era davvero. Certo, gli insorti presero d’assalto la prigione-fortezza, decapitarono le guardie e il governatore, portandone a spasso le teste sulle picche per la città come decorazioni natalizie fuori stagione. Ma chi liberarono, esattamente, questi eroici rivoluzionari? Ebbene, dentro la leggendaria Bastiglia c’erano esattamente sette prigionieri. Sì, sette. Non settanta, né settemila.

Quattro erano falsari di documenti, che appena liberi sparirono nel nulla. Grazie e arrivederci. Due erano malati di mente, portati in trionfo per un giorno, e rinchiusi di nuovo all’ospizio di Charenton il giorno dopo. Il settimo era un libertino, termine aulico con cui nel Settecento si descrivevano festaioli come P. Diddy o Jeffrey Epstein.

Fino a pochi giorni prima c’era stato pure il marchese de Sade (sì, quel De Sade, l’inventore del sadismo, §68), che aveva passato settimane ad aizzare la folla urlando dalle finestre che nella Bastiglia si torturava la gente. Spoiler: non era vero, ma funzionò.

E poiché nessuno dei prigionieri era stato rinchiuso per motivi politici, la propaganda dell’epoca fece quel che ogni spin doctor farebbe: si inventò un personaggio. Usando la barba imponente di un tizio di nome Jacques-François-Xavier de Whyte, si spacciò il pover’uomo per il conte di Lorges, presunto martire della tirannide monarchica, realmente esistito un secolo prima e incarcerato per aver assassinato un prete.

Un caso di fake news ante litteram, da manuale di CNN. Insomma, quella che ti hanno venduto come l’eroica liberazione dei martiri della libertà, fu più simile a un blitz in una RSA gestita male.

A proposito di fake news, non si può certo ignorare Maria Antonietta, odiata solo perché austriaca, che subì una storica shitstorm a cui probabilmente pure la tua crush crede ancora. Prima fra tutte la famosa storia delle brioche. Che non disse mai, né pensò. Ma tutto faceva brodo, per quell’élite che voleva cambiare il mondo e rifarlo a propria immagine e somiglianza.

Come dici? Ti ricorda qualcosa? Possibile che nel 1789 un’élite di nobili ricchi sfondati volesse costringere tutta la Francia a un Great Reset come il principe di Galles (futuro Carlo III) al World Economic Forum del 2020? La risposta è: sì. Ma già lo so: non vuoi fare la figura del complottista davanti al corpo docenti. Fai bene, anche perché i tuoi colleghi sono tutti rettiliani.

La verità ufficiale è che quattro sanculotti analfabeti produssero la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, caposaldo del diritto moderno. Che una masnada di derelitti affamati costituì la prima Repubblica francese. Che il popolo sconfisse l’aristocrazia, mandandola in massa sulla ghigliottina (per altro, il 96 per cento delle vittime della ghigliottina in realtà erano proprio popolani). Ti sembra una verità plausibile? Non è più plausibile che fosse un regime change, da élite a élite? O da Ancien Régime a rettiliani, come dici di fronte alla macchinetta del caffè, al riparo da occhi parietali indiscreti?

In ogni caso, ormai, la Rivoluzione era fatta. E se non ci fosse stato un altro nobile a metterci il freno a mano, si sarebbe autodistrutta da sé, come ogni rivoluzione che si rispetti. Fortunatamente per lei, arrivò un certo caporaletto corso a mettere le cose a posto.


Guido Damini - Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump

venerdì 10 aprile 2026

The dark side of the Moon

Leggevo della missione lunare Artemis II e non ho potuto fare a meno di pensare al leggendario album dei Pink Floyd uscito nel 1973: The dark side of the Moon. 



È stato uno degli album più venduti nella storia della musica e ha rappresentato uno spartiacque: c'era la musica prog-rock prima di quel disco e c'è stata la musica prog-rock dopo quel disco. Gli astronauti che lunedì hanno circumnavigato il nostro satellite sono stati i primi esseri umani dopo oltre 50 anni a vedere con i propri occhi la "dark side of the Moon" che ha dato il titolo all'album più iconico della band capitanata (all'epoca) da Roger Waters.

Quando uscì il disco molti accusarono i Floyd di aver commesso un errore. ​Il termine "dark side" (lato oscuro) suggeriva infatti che quella parte di Luna non ricevesse mai luce, mentre invece è solo nascosta alla nostra visuale a causa della rotazione sincrona (la Luna compie un giro su se stessa nello stesso tempo in cui compie un giro attorno alla Terra: circa 27,3 giorni), ma ogni suo punto riceve due settimane di luce seguite a due settimane di buio.

Ovviamente Waters e soci questa cosa la sapevano benissimo, ma il disco esplora i lati oscuri della psiche umana (depressione, tempo, denaro, morte). Il "lato oscuro" della Luna rappresenta ciò che è nascosto, inesplorato o inquietante nell'animo umano, da qui il titolo. Curiosità che forse non tutti conoscono: se si ascolta attentamente la fine dell'ultima traccia, Eclipse, si sente la voce di Jerry Driscoll (il portiere degli studi di Abbey Road) che dice: "There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark." (Non c'è davvero un lato oscuro della Luna. A dire il vero, è tutta scura).

Questa è Time, una delle tracce più universalmente note del disco.


Uscirne male

Mi pare che Bruno Vespa sia uno di quelli (tanti) che dal referendum sono usciti male, molto male. Francamente faccio ormai molta fatica a capire quale sia il senso di queste trasmissioni, dei talk show in generale intendo. Ancora di più fatico a comprendere cosa spinga un politico afferente all'area dell'opposizione a partecipare a una trasmissione di Vespa.

Tra locomotiva e calesse

Non so se qualcuno si è mai chiesto perché la Spagna è una locomotiva e noi un calesse scassato trainato a fatica da un ronzino. Questo è u...