venerdì 20 marzo 2026

Bossi

La morte appiana tutte le asperità, è noto. Succede da sempre e non ci sono eccezioni. Finché una persona è in vita è lecito criticarla aspramente, arrivando talvolta (sbagliando) al dileggio e all'insulto; poi subentra quella "pietas" che ammorbidisce tutto e fa passare in cavalleria anche i suoi tratti più indecenti. Vale anche per Bossi, ovviamente.

​Oggi è tutto un florilegio di commenti all’insegna del "però era fondamentalmente una brava persona", ignorando che, invece, è stato un leader razzista, rozzo, incolto e dai toni sguaiati e opportunisti. Funziona così, è la norma. Tra i tanti, colpisce il commento di Mattarella, che lo ha definito "un sincero democratico", omettendo che nei suoi momenti migliori invitava a gettare il tricolore nel water.

​Il potere edulcorante della morte.

giovedì 19 marzo 2026

Festa del papà


Questo libro l'avevo iniziato qualche giorno fa senza assolutamente pensare alla festa di oggi, della quale oltretutto mi ero pure dimenticato. 

Dopo le prime 100 pagine mi rendo conto che non poteva esserci lettura migliore. Sarah Blaffer Hrdy, l'autrice, è una figura estremamente autorevole e originale nel panorama scientifico mondiale. È un'antropologa e primatologa americana, professoressa emerita all'Università della California (Davis), e i suoi studi hanno letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo all'evoluzione umana. Soprattutto è nota per aver sfidato i pregiudizi maschilisti dell'antropologia classica.

In questo splendido saggio spiega come il cervello di un padre non sia statico, ma capace di trasformarsi biologicamente attraverso l'accudimento, attivando aree emotive profonde esattamente come accade nelle madri. Una delle tesi del libro è che la paternità non è solo un ruolo sociale, ma un'evoluzione continua sia del cuore che della mente. Quindi, buona festa a tutti i papà che hanno voglia di mettersi in gioco. E io ne conosco uno che tra un po' dovrà mettersi in gioco eccome, vero Andrea Raschi? 

(Mentre a me toccherà mettermi in gioco come nonno.) 😅

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

lunedì 16 marzo 2026

Differenze


La Russia "invade" l'Ucraina, oppure "aggredisce" l'Ucraina. Israele "entra" in Libano, un verbo che evoca l'immagine di chi bussa a una porta e viene fatto accomodare. Poi poco importa che l'IDF, "entrando" in Libano, dal 2 marzo a oggi, 16 marzo, abbia fatto 880 morti di cui almeno 110 bambini e circa 67 donne. Poco importa che siano stati uccisi finora 38 tra medici, paramedici e infermieri e che i feriti siano oltre 2.100. Poco importa che la situazione umanitaria sia critica, con circa 1 milione di persone (quasi il 20% della popolazione libanese) costrette ad abbandonare le proprie case, in particolare nel sud del Paese e nei sobborghi meridionali di Beirut.

Poco importa. Ciò che importa è che Israele "entra" (hanno usato questo verbo anche il Corriere e altri), la Russia invade/aggredisce. Quando il doppio standard si nasconde anche nella sintassi.

domenica 15 marzo 2026

Bombe

È giusto sbattersi per il referendum e altre importanti questioni sociali e politiche, sia nazionali che internazionali, ma non ci sono solo le bombe (reali) che vediamo nei telegiornali. Ci sono anche altri tipi di bombe. Su una di queste, una bomba bella grossa di cui pochi sembrano interessarsi, siamo seduti noi: il nostro sistema pensionistico. 

I ragazzi di Nova Lectio, uno dei canali di divulgazione più interessanti in circolazione, hanno fatto il punto della situazione attuale, assieme a una rassegna dei motivi storici, politici e sociali che dal dopoguerra a oggi hanno prodotto il tracollo a cui ci stiamo avvicinando.

Spoiler: se volete chiudere la domenica senza pensieri, magari passate oltre.

sabato 14 marzo 2026

Possibile?

Il guaio di Trump (che è anche guaio nostro) non è tanto il suo essere sguaiato, ma è la sua incompetenza, il suo non sapere niente e non avere la più pallida idea di come sia il mondo fuori degli USA. Scatenare una guerra come questa senza avere un piano b; senza avere la più pallida idea di come andare avanti, rischiando di restare impantanato come già è successo agli USA molte volte in precedenza, dà perfettamente l'idea della pericolosità di quest'uomo.

Possibile che tra i suoi consiglieri nessuno sia stato in grado di dirgli che l'Iran non è il Venezuela? Il Venezuela ha 20 milioni di abitanti, l'Iran 92 milioni ed è quasi sei volte l'Italia. È una civiltà complessa e sofisticata, erede dell'antico impero persiano, e sta al mondo da 27 secoli. Altroché il Venezuela. Gli iraniani sono orgogliosi, hanno una visione storica di se stessi e si considerano un impero, difficile che si pieghino facilmente. Possibile che Trump (o chi per lui) sia stato così sprovveduto da non capire che se nessuna amministrazione americana ha mai osato attaccare l'Iran (USA e Iran sono nemici di lunga data) una ragione c'è?

Possibile che i destini del mondo siano in mano a un personaggio simile?

venerdì 13 marzo 2026

Il diavolo in tasca


Confesso che ci sono stati momenti, durante la lettura, in cui mi è venuta voglia di prendere lo smartphone e buttarlo dalla finestra. Poi ovviamente non l'ho fatto (ci sto scrivendo questo post). È un libro tutto sommato breve ma molto denso, che affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto sempre più invasivo con lo smartphone.

L'autore parte da un’osservazione semplice: il telefono non è più soltanto uno strumento, ma è diventato una presenza costante nelle nostre vite e forse siamo arrivati al punto di essere noi strumenti nelle sue mani. Sta nelle nostre tasche, sui tavoli, nei letti, nelle mani dei genitori e in quelle dei figli. È sempre lì, a portata di mano, addosso, pronto a catturare attenzione, tempo, pensieri.

Molto interessante, in particolare, l'analisi del rapporto tra genitori e figli, dove si mostra come la rivoluzione dello smartphone abbia cambiato profondamente le dinamiche familiari e la crescita degli adolescenti. Non si tratta solo della paura, spesso semplificata, che i ragazzi diventino dipendenti dallo schermo (lo sono già ormai da molti anni). Verdelli suggerisce qualcosa di più inquietante: anche gli adulti sono immersi nello stesso meccanismo, e spesso fanno fatica a offrire ai figli un modello diverso. In pratica i genitori, che dovrebbero monitorare e limitare l'uso del cellulare nei figli, sono i primi a esserne "schiavi".

L'autore riporta esempi, storie di cronaca e riflessioni personali, costruendo un racconto che oscilla tra analisi sociale e denuncia civile. Il tono è diretto, a tratti polemico, ma sempre animato dalla preoccupazione di capire che cosa sta succedendo alle nostre relazioni quando gran parte della nostra vita passa attraverso uno schermo. Impressionanti sono i numeri di questa "epidemia": i telefoni mobili in circolazione sarebbero 7,4 miliardi, a pochi passi da uno per ogni essere umano (sul pianeta siamo oggi 8 miliardi e rotti). Si sta in pratica avverando la previsione che nel 2016 fece Tim Cook, amministratore delegato di Apple, quando al Washington Post disse: "Con il tempo sono convinto che ogni persona nel mondo avrà uno smartphone." Ci siamo quasi arrivati, anche se la quasi raggiunta equiparazione tra numero di smartphone e numero di esseri umani non significa che ognuno ne abbia uno.

Il diavolo in tasca non è comunque un libro contro la tecnologia, ma è semmai un invito a recuperare consapevolezza: ricordarci che gli strumenti digitali dovrebbero servire a migliorare la nostra vita, non a sostituirla o, peggio, schiavizzarla. Ovviamente si tratta di un invito, ormai è assodato, da tempo ampiamente caduto nel vuoto.

Fire and rain

"Just yesterday morning, they let me know you were gone / Suzanne, the plans they made put an end to you."

Se si esce un attimo dall'idea che a Sanremo ci sia musica e si prova a guardare fuori, si scopre che là fuori c'è un universo che merita di essere scoperto. Questa canzone si chiama Fire and rain ed è stata scritta dall'immenso James Taylor. Fu inserita nell'album Sweet Baby James, pubblicato nel 1970. La Suzanne citata nel brano è Suzanne Schnerr, un'amica stretta del cantautore dai tempi in cui vivevano insieme a New York. Lei si tolse la vita mentre James si trovava a Londra per registrare il suo primo album. I suoi amici gli tennero nascosta la notizia per mesi per non compromettere il suo lavoro e lui scrisse questa canzone per elaborare il dolore quando finalmente lo venne a sapere.

È una delle ballate più intense e struggenti del grande cantautore americano.


giovedì 12 marzo 2026

Perché dimentichiamo


Il concetto di bias cognitivi ha preso forma grazie agli studi degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Quest’ultimo ha ricevuto, nel 2002, il premio Nobel per l’economia proprio per aver applicato il concetto di bias all’analisi delle decisioni in ambito finanziario. Oggi tutti parlano di bias cognitivi. Il termine è onnipresente: ricorre nei festival della scienza, nelle conversazioni semi-specialistiche, nel linguaggio comune. Ma il suo significato si è progressivamente allargato, fino a diventare un’etichetta generica, spesso usata per spiegare qualsiasi comportamento umano apparentemente illogico, errato o deviante. In realtà, i bias cognitivi fanno parte del normale funzionamento della mente. Sono schemi di comportamento e di ragionamento sistematici, diffusi e ricorrenti, che si attivano in risposta a certi stimoli o contesti. Indicano scelte individuali o collettive che seguono andamenti prevedibili. Ci aiutano a interpretare il mondo, a costruire un senso, a definire chi siamo. Allo stesso tempo, ci espongono a errori di giudizio, talvolta rilevanti. Un esempio classico è l’enigma del chirurgo: un bambino resta coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il padre. Portato d’urgenza in ospedale, il chirurgo si rifiuta di operarlo, dicendo: “È mio figlio”. La spiegazione – che il chirurgo sia la madre – sfugge a molte persone, che ipotizzano invece una famiglia monoparentale, un secondo genitore adottivo o altre soluzioni originali. Questo accade perché la rappresentazione mentale del chirurgo come un uomo, influenzata dalla prevalenza maschile nella professione e dal genere grammaticale, tende a escludere implicitamente la figura femminile, rendendo difficoltosa la comprensione immediata del caso. Essere consapevoli dei bias cognitivi è utile per riconoscere i limiti del nostro modo di pensare. Sapere che ciò che percepiamo, ricordiamo o sentiamo non è necessariamente oggettivo può ridurre la nostra eccessiva sicurezza, favorendo un atteggiamento più aperto, meno arrogante, più disposto all’ascolto. In altre parole, la consapevolezza dei bias favorisce l’arte del dubbio, ci aiuta a riconoscere la parzialità del nostro punto di vista e a confrontarci con quello degli altri. Questa consapevolezza, sul piano individuale e collettivo, può promuovere decisioni più giuste ed eque, contribuendo al rafforzamento dei valori democratici basati sull’ascolto, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Va però sottolineato che i bias cognitivi non sono di per sé negativi. Al contrario, svolgono un ruolo cruciale: ci permettono di agire rapidamente quando la velocità è più importante dell’esattezza dell’analisi. Se sentiamo un rumore improvviso e potenzialmente minaccioso, reagiamo istintivamente, senza perder tempo a studiare ogni possibilità. Il cervello non è un calcolatore: prende decisioni che possono apparire irrazionali, ma che sono spesso funzionali. Questi processi ci permettono di agire con prontezza, efficienza e un impiego minimo di risorse cognitive – il più delle volte senza che ce ne rendiamo conto. Il cervello umano e la mente, che ne è il prodotto, si sono evoluti per essere strumenti estremamente efficienti e flessibili, a scapito dell’affidabilità. Siamo soggetti a false percezioni, falsi ricordi, interpretazioni errate; e siamo cattivi analisti delle probabilità. Il cervello si è sviluppato per rispondere all’esigenza primaria della sopravvivenza in un ambiente ostile. Nonostante la sua complessità, è programmato per reagire a quattro necessità fondamentali, secondo la “regola delle 4S”: salvarsi, saziarsi, scappare e… riprodursi. Nelle savane o nelle foreste tropicali, quando i nostri antenati vedevano l’erba muoversi, scappavano, temendo un predatore nascosto tra i cespugli. La maggior parte delle volte si trattava solo del vento che agitava le fronde, ma il cervello non metteva in conto questa ipotesi: era più sensibile alla possibilità remota, ma pericolosa, che ci fosse un leone o una tigre in agguato. Quel rischio, per quanto improbabile, avrebbe potuto essere fatale. Anche se, su 1000 casi, 999 volte il movimento era dovuto al vento, i nostri antenati fuggivano sempre. Sbagliavano la maggior parte delle volte, ma di certo scampavano il pericolo. La mente umana si è evoluta attraverso errori funzionali alla sopravvivenza, utili per fronteggiare le insidie dell’ambiente. Un computer, molto più efficiente nel calcolo delle probabilità, non commetterebbe quegli errori. Riterrebbe, a rigor di logica, che quasi sempre è il vento a muovere l’erba, e dunque non reagirebbe. Ma quell’unica volta in cui dietro l’erba ci fosse davvero un predatore, il computer verrebbe sbranato. Meglio sbagliare per eccesso di prudenza che soccombere per una valutazione tendenzialmente corretta ma fatale in un unico caso.

. . .

Ho riportato questo lungo estratto del libro di Sergio Della Sala perché, oltre a essere interessantissimo, riabilita un po' i tanto vituperati bias cognitivi, analizzandoli alla luce dell'evoluzione. Per il resto direi che si tratta, almeno per me, che tendo a dimenticare tantissime cose, di un libro molto rincuorante perché mette in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sul funzionamento della mente umana: l’idea che dimenticare sia un difetto della memoria.

Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare la memoria come una specie di archivio del passato. Quando dimentichiamo qualcosa, il nome di una persona, un appuntamento, un dettaglio della nostra infanzia, tendiamo a pensare che la memoria abbia "fallito". In realtà le cose stanno diversamente. Dimenticare è un fenomeno naturale e capita a tutti continuamente. A volte ce ne lamentiamo, a volte ce ne vergogniamo, ma molto più spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure proprio questo processo di oblio è una componente fondamentale del funzionamento della mente. La memoria, infatti, scrive l'autore, non si è evoluta per conservare il passato in modo perfetto, come se fosse una registrazione. Il suo compito principale è un altro: aiutare a orientarsi nel futuro. Ricordiamo non per riprodurre fedelmente ciò che è stato, ma per interpretare il mondo, anticipare i rischi, trasformare le esperienze in conoscenza utile. Non serve a ricordare il nome della maestra delle elementari, ma a prevedere ciò che potrebbe accadere domani. Non a caso Della Sala cita una frase famosa di Lewis Carroll: "È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro".

In questa prospettiva anche la perdita di accessibilità dei ricordi assume un significato nuovo. Se alcune informazioni diventano difficili da recuperare perché non le utilizziamo più, non significa che la memoria stia funzionando male. Al contrario: è il segno che il sistema cognitivo sta facendo il suo lavoro di selezione. Dimenticare permette di filtrare le informazioni, aggiornare il sapere, alleggerire il carico mentale. È una sorta di manutenzione cognitiva. Senza questo processo saremmo sommersi da un’enorme quantità di dettagli irrilevanti che renderebbero molto più difficile pensare e prendere decisioni (ricordo una conferenza di Umberto Eco in cui diceva che se ricordassimo tutto saremmo come Funes il memorioso: degli imbecilli).

La memoria, inoltre, non è un archivio statico ma un processo ricostruttivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in parte lo ricreiamo. Per questo il normale dimenticare non è il lato oscuro della memoria, ma una condizione che rende possibile ricordare, ragionare e scegliere. In fondo il messaggio del libro è semplice e liberatorio: dimenticare non è un malfunzionamento della mente, ma una sua strategia di efficienza. È il modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo mantiene l’equilibrio, seleziona ciò che conta e lascia andare il superfluo. Paradossalmente, proprio perché dimentichiamo possiamo continuare a imparare. Soprattutto, possiamo continuare a pensare.

Chiusure

Mi dispiace leggere della chiusura della casa editrice Hoepli a Milano. Ma è solo l'ultima arrivata. Da anni assistiamo a una lenta e silenziosa scomparsa: chiudono librerie, chiudono edicole, spariscono riviste storiche e anche i negozi di dischi, che erano piccoli templi della musica, stanno diventando sempre più rari (qua a Rimini è ancora aperta la ferita della chiusura della storica Dimar).

Non è solo un cambiamento del mercato. È come se si stesse spegnendo poco alla volta un certo modo di vivere la cultura: sfogliare una rivista in edicola, entrare in libreria senza sapere cosa cercare, scoprire un disco parlando con il negoziante.

Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo, ma quando questi luoghi spariscono perdiamo qualcosa di più di un negozio: perdiamo spazi di incontro, di scoperta, di pensiero. E una società che perde i suoi luoghi di cultura diventa più povera. In ogni senso.

Bossi

La morte appiana tutte le asperità, è noto. Succede da sempre e non ci sono eccezioni. Finché una persona è in vita è lecito criticarla aspr...