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martedì 17 febbraio 2026

Riflessioni sul dolore


Questo di Eco non è un libro in senso stretto, è la trascrizione in una quarantina di pagine di una sua vecchia conferenza su questo tema, un testo che esamina i molteplici modi in cui il dolore è stato pensato e raccontato nei secoli.

Eco parte da una esperienza concreta personale e poi allarga il campo a riferimenti culturali, storici e filosofici, infine torna a una riflessione più generale, evidenziando le differenze tra dolore fisico e dolore morale per poi arrivare alla svolta portata dal cristianesimo.

Col cristianesimo il dolore smette di essere una delle tante cose che fanno parte della vita, e che si cerca in tutti i modi di lenire, e assume una dimensione salvifica. Il problema, perciò, non è più cercare di liberarsi da esso ma accettarlo (addirittura cercarlo) e farlo fruttare come strumento di redenzione.

Interessante questo riferimento a Agostino d'Ippona: "Nei Sermones, Agostino paragona l’insieme degli eventi dolorosi e delle passioni distruttive che possono visitare un uomo (“fame, guerra, carestia, morte, rapina e cupidigia”) alla macina che stritola le olive: “chi sopporterà con rassegnazione e persino con gioia il volere di Dio sortirà da questa terribile spremitura simile a olio lucente, mentre chi si ribellerà non sarà che nera morchia.”

Dubito che un tale insegnamento sia compreso e accettato da molti dei cristiani di oggi, la maggioranza dei quali non ha probabilmente mai letto né Eco né Agostino, ma questo è. O dovrebbe essere.

sabato 14 febbraio 2026

Tra Bibbia, Omero e Dylan Dog

Stamattina La Stampa pubblica, in omaggio ai 10 anni dalla scomparsa di Umberto Eco, una interessante mappa cronologica della sua vita. In questa mappa compaiono alcuni suoi dati biografici, i libri che ha scritto, i temi delle sue conferenze, le vicende storiche e sociali di cui si è interessato, in generale il suo immenso contributo alla cultura italiana e non solo. Ovviamente sono menzionati anche alcuni dei suoi celebri aforismi e frasi, tra cui: "Potrei leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e non mi stancherei".

Questa sua frase mi ha molto rincuorato. Non ho mai letto la Bibbia integralmente (ho letto libri sulla Bibbia) e neppure Omero. Ho invece letto tanto Dylan Dog, da ragazzo. Ma mi ha rincuorato perché capita abbastanza spesso che venga ripreso da moglie e figlie perché leggo troppo. Cose tipo: "Basta leggere, non ti stanchi mai? Esci di casa e vai a incontrare un po' di gente!" 

In realtà esco tutti i giorni per andare a lavorare, e visto che non lavoro in una palafitta mi tocca vedere i colleghi. Esco anche per le mie camminate in campagna, quindi non è che io stia solo in casa a leggere. Certo, quando sono in casa principalmente leggo, e probabilmente il fatto che faccia quasi solo quello crea la falsa percezione che nella vita non faccia altro. Percezione appunto, non realtà.

A volte mi chiedo se anche Eco, in vita, fosse sottoposto alle stesse "pressioni" a fare qualcos'altro da parte di sua moglie e dei suoi figli :-)

lunedì 16 gennaio 2023

Dante è stato il fondatore del pensiero di destra in Italia? (O forse non è questo il problema?)

Non conosco a sufficienza Dante per dire se sia stato o no il fondatore del pensiero di destra in Italia, come afferma il ministro Sangiuliano. Mi limito solo a segnalare che personalità di spicco della cultura come Massimo Cacciari e Luciano Canfora hanno parecchio da ridire in merito. Di mio mi limito banalmente a osservare che destra e sinistra sono categorie ottocentesche che nel Trecento neppure esistevano, e forse già solo questo è sufficiente a definire l'uscita del loquace ministro.

Per il resto, a me sembra che un'uscita di questo genere sia da parte di Sangiuliano sintomo di una errata interpretazione della carica che ricopre. Un ministro dovrebbe esercitare la sua funzione con spirito ecumenico, se così si può dire, non farsi patrocinatore di una cultura di destra tirando capziosamente per la giacchetta questo o quel personaggio storico a fini propagandistici. Mi spiace che non ci sia più Umberto Eco, mi sarebbe piaciuto leggere un suo commento. Ma probabilmente avrebbe lasciato perdere.

venerdì 8 aprile 2022

Fare ciao ciao con la manina

Mentre sto facendo esperienza, e trovando conferma in vari interventi autorevoli, del riscaldamento del pianeta e della scomparsa delle mezze stagioni, mi chiedo che reazioni avrà un giorno il mio nipotino, che non ha ancora due anni e mezzo, quando sentirà pronunciare la parola "primavera" o leggerà a scuola poesie che parlano dei primi languori autunnali. E da grande come reagirà ascoltando le Stagioni di Vivaldi? Forse lui vivrà in un altro mondo a cui sarà perfettamente abituato e non soffrirà della mancanza della primavera, vedendo le bacche sbocciare per sbaglio in inverni caldissimi. In fondo anch'io da piccolo non avevo esperienza dei dinosauri eppure sono riuscito a immaginarmeli. Forse la primavera è una nostalgia da persona attempata, come le notti passate nei rifugi antiaereo a giocare a nascondino. 

A questo bambino che cresce parrà allora naturale vivere in un mondo dove il bene primario (ormai più importante del sesso e del danaro) sarà la visibilità. Dove per essere riconosciuti dagli altri e non vegetare in uno spaventoso e insopportabile anonimato si farà di tutto per apparire, in televisione o in quei canali che a quell'epoca avranno sostituito la televisione. Dove sempre più madri integerrime saranno pronte a raccontare i più sordidi affari di famiglia a una trasmissione strappalacrime pur di essere riconosciute il giorno dopo al supermercato e rilasciare autografi, e le ragazzine (come già accade oggi) diranno che vogliono fare l'attrice, non per recitare Shakespeare o almeno cantare come Joséphine Baker vestita di sole banane sul palcoscenico delle Folies Bergère, e nemmeno per sgambettare con grazia come le veline di un tempo andato, bensì per essere promosse vallette di telequiz, pura apparenza senz'arte alcuna di sostegno.

Qualcuno spiegherà allora a questo bambino (forse a scuola, insieme ai re di Roma e alla caduta di Berlusconi, o in film storici intitolati C'era una volta la Fiat che i Cahiers du cinéma chiameranno "prolet", sul modello del "peplos") che sin dall'antichità gli esseri umani hanno desiderato essere riconosciuti da coloro che li attorniavano. E alcuni si ingegnavano di essere amabili compagnoni le sere all'osteria, altri di eccellere nel calcio o nel tiro a segno alle feste patronali, o di raccontare di aver preso all'amo un pesce lungo così. E le ragazze volevano essere note per il cappellino civettuolo che portavano la domenica andando alla messa, e le nonne per essere la migliore cuoca o sarta del villaggio. E guai se non fosse stato così, perché l'essere umano, per sapere chi è, ha bisogno dello sguardo dell'Altro, e tanto meglio si riconosce (o crede di riconoscersi) quanto più l'Altro l'ama e l'ammira - e se invece di un solo Altro che ne sono cento o mille, o diecimila, tanto meglio, e ci si sente completamente realizzati.

E quindi in un'epoca di grandi e continui spostamenti, dove a ciascuno viene a mancare il villaggio nativo e il senso delle radici, e l'Altro è qualcuno con cui comunichi a distanza via Internet, parrà naturale che gli esseri umani cerchino il riconoscimento per altre vie, e alla piazza del villaggio si sostituisca la platea quasi planetaria della trasmissione tv o ciò che l'avrà sostituita. 

Quello che però, forse, neppure i maestri di scuola o chi per loro riusciranno a ricordare, sarà che in quel tempo antico vigeva una distinzione molto rigida tra essere famosi e essere chiacchierati. Tutti volevano diventare famosi come il miglior arciere o la più brava ballerina, ma nessuno voleva essere chiacchierato come il più cornificato del paese, l'impotente acclarato, la puttana irrispettosa. Caso mai la puttana cercava di fare credere di essere ballerina e l'impotente raccontava mentendo di avventure sessuali pantagrueliche. Nel mondo del futuro (se assomiglierà a quello che già oggi si configura) questa distinzione sarà scomparsa: pur di essere "visti" e "parlati" si sarà pronti a fare di tutto. Non ci sarà differenza tra la fama del grande immunologo e quella del giovanotto che è riuscito ad ammazzare la mamma a colpi di scure, tra il grande amante e chi avrà vinto la gara per il membro virile più corto, tra chi avrà fondato un lebbrosario nell'Africa centrale e chi sarà riuscito a meglio frodare il fisco. Tutto farà brodo, pur di apparire ed essere riconosciuti il giorno dopo dal droghiere (o dal banchiere).

Se a qualcuno posso parere apocalittico, chiedo che cosa vuol dire già sin d'ora (anzi da decenni) mettersi dietro al tizio col microfono per essere visti e fare ciao ciao con la manina, o andare dalla Zingara sicuri di non sapere neppure che una rondine non fa primavera. Che importa, saranno famosi. Ma non sono apocalittico. Forse il bambino di cui parlo sarà adepto di qualche nuova setta il cui fine sia il nascondimento dal mondo, l'esilio nel deserto, il seppellimento nel chiostro, l'orgoglio del silenzio. In fondo è già accaduto, al tramonto di un'epoca in cui gli imperatori avevano iniziato a fare senatore il proprio cavallo.

Umberto Eco, Fare ciao ciao con la manina, 2002.

martedì 5 aprile 2022

Fenomenologia di Mike Bongiorno

Chi ha grosso modo la mia età è probabile che abbia conosciuto Mike Bongiorno, il cosiddetto re dei telequiz che ha imperversato tra Rai e Mediaset per oltre quarant'anni, tanto da diventare fenomeno di costume. Umberto Eco, tra le infinite cose di cui ha scritto, si è occupato anche di comunicazione e di mass media, e quindi anche di lui, pubblicando nel lontano 1961 un articolo intitolato appunto Fenomenologia di Mike Bongiorno. Qui Eco traccia un profilo del presentatore ma anche della società a lui contemporanea, perché Mike Bongiorno, in fondo, non è stato che lo specchio di quella società, con i suoi difetti e i suoi pregi. 

Mi sono imbattuto in questo articolo mentre leggevo una raccolta di scritti di Eco intitolata Costumi di casa. Lo ripubblico qui di seguito perché credo meriti sicuramente una lettura. 

Mentre lo leggevo mi chiedevo, sorridendo, se Mike Bongiorno l'abbia mai letto. Chissà... :-)


* * *


L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poichè uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a fare sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale di consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppure pensare di possederlo un giorno.

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la televisione è questa: la tv non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman, ma l'everyman. La tv presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Gréco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda un culto; Joséphine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In tv appare a più riprese il volto magico di Juliette Gréco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e più famosa sarà proprio quella che meglio rappresenta i caratteri medi: bellezza modesta, sex appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.

Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota buotade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno, per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibro nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e avere una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.

Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio a cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a un'analisi dei suoi comportamenti, a una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore isterico tributatogli dalle teenager va attribuito in parte al complesso paterno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non sente il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. 

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e trattenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. 

Mike Bongiorno professa una fiducia e una stima illimitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnare denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di fare studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, già centomila lire: è una bella sommetta!"). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto così tanti soldi tra le mani?"

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "Signor spazzino, signor contadino." Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione della sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuni sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, potrebbe essere più facondo di lui. Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica. 

Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione. 

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa... "Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione, non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?" 

Porta i cliché alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalla suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così perbene, desidererebbe diventare come l'altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffe non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Buongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Buongiorno eccelle, a detta di critici e pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita. Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi d'inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

sabato 19 febbraio 2022

Non abbiamo più spalle di giganti su cui salire

Ieri nasceva Fabrizio De André, oggi moriva Umberto Eco. Quasi ogni giorno è nato o è morto qualcuno che è stato importante per qualche motivo. Parlo per me, ovviamente, ma credo che ognuno possa fare lo stesso discorso a livello personale. Io mi ritengo abbastanza fortunato, perché per qualche misterioso motivo sono sempre stato appassionato di cose ritenute futili o noiose dalla stragrande maggioranza delle persone, comprese quelle che mi ruotano attorno, ma che su di me hanno sempre esercitato una attrazione fortissima. Come i libri, ad esempio. Sono nato curioso e credo che morirò curioso. Mi ha sempre appassionato il cercare di sapere e di capire e ho sempre provato una smisurata stima nei confronti di chi poteva soddisfare in ogni modo questa mia curiosità.

A loro modo, e ognuno nel proprio ambito, sia De André che Eco, insieme a tantissimi altri, hanno fatto questo e continuano a farlo tuttora. A proposito di Eco, mi dispiace tanto che se ne sia andato presto, troppo presto. Mi sarebbe piaciuto leggere i suoi commenti sugli accadimenti di questi ultimi anni. Eco ha sempre avuto la capacità offrire analisi originali di tutto ciò che accadeva, ha sempre fornito spunti e visto le cose da angolazioni diverse rispetto a quelle della massa, e cerco di immaginare i suoi commenti su questi due anni di pandemia, sulla crisi russo-ucraina, sul vuoto di pensiero dilagante e il baratro culturale in cui è precipitata la nostra società (anche se su questo aveva già ampiamente scritto).

Ciò che dispiace è che, guardando attorno, non si vedono più giganti sulle cui spalle poter salire. Sia in campo artistico che culturale non si scorge più nessuno che si elevi dal magma amorfo in cui c'è tutto e niente. Certo, ci sono ottimi divulgatori e filosofi contemporanei, ma non credo che resteranno. Fra duecento anni si canterà ancora La donna cannone di De Gregori e si leggerà ancora Il nome della rosa di Eco, ma per il resto...

giovedì 27 gennaio 2022

Sui complotti

Sulla sindrome dei complotti Umberto Eco ha scritto pagine a tutt'oggi ancora ineguagliate (a parte Popper, forse). E le sue acute osservazioni valgono anche per i complottardi del covid (ne conosco personalmente almeno un paio).





(da Cospirazioni e trame, 2007)

martedì 11 gennaio 2022

Sull'informazione

"Non molto tempo fa, se volevate impadronirvi del potere politico in un paese, era sufficiente controllare l'esercito e la polizia. Oggi è solo nei paesi sottosviluppati che i generali fascisti, per fare un colpo di stato, usano ancora i carri armati. Basta che un paese abbia raggiunto un alto livello di industrializzazione perché il panorama cambi completamente: il giorno dopo la caduta di Chruščëv i direttori della Pravda, della Izvestija e delle catene radiotelevisive sono stati sostituiti; nessun movimento nell'esercito. Oggi un paese appartiene a chi controlla le comunicazioni.
Se la lezione della storia non sembra convincente, possiamo ricorrere all'aiuto della finzione, che - come insegnava Aristotele - è assai più verosimile della realtà. Si vedano tre film americani apparsi negli anni scorsi: Seven Days in May, Dr. Strangelove e Fail Safe. Tutti e tre concernevano la possibilità di un colpo di mano militare contro il governo degli Stati Uniti. In tutti e tre i film i militari non cercavano di controllare il paese attraverso la violenza armata, ma attraverso il controllo di telegrafo, telefono, radio e televisione. 
Non sto dicendo cose nuove: ormai non solo gli studiosi della comunicazione, ma anche il grande pubblico sta avvertendo di vivere nell'Era della Comunicazione. Come ha suggerito il professor McLuhan la informazione non è più uno strumento per produrre beni economici, ma è diventato esso stesso il principale dei beni. La comunicazione si è trasformata in industria pesante. Quando il potere economico passa da chi ha in mano i mezzi di produzione a chi ha in mano i mezzi di informazione che possono determinare il controllo dei mezzi di produzione, anche il problema dell'alienazione cambia significato. Di fronte all'ombra di una rete comunicativa che si stende ad abbracciare l'universo, ogni cittadino del mondo diventa membro di un nuovo proletariato. Ma a questo proletariato nessun manifesto rivoluzionario potrebbe lanciare l'appello 'Proletari di tutto i mondo unitevi!' Perché, anche quando i mezzi di comunicazione, in quanto mezzi di produzione, cambiassero padrone, la situazione di soggezione non muterebbe. Al limite è lecito sospettare che i mezzi di comunicazione sarebbero mezzi alienanti anche se appartenessero alla comunità.
Ciò che rende temibile il giornale non è (almeno: non è soltanto) la forza economica e politica che lo dirige. Il giornale come mezzo di condizionamento dell'opinione è già definito quando nascono le prime gazzette. Quando qualcuno deve scrivere ogni giorno tante notizie quante ne permette lo spazio a disposizione, in modo che siano leggibili da una udienza di gusti, classe sociale, istruzione diversi, su tutto il territorio nazionale, la libertà di chi scrive è già finita: i contenuti del messaggio dipenderanno non dall'autore ma dalle determinazioni tecniche e sociologiche del medium.
Di tutto questo si erano accorti da gran tempo i critici più severi della cultura di massa, che avevano affermato: 'I mezzi di massa non trasportano ideologie: sono essi stessi una ideologia'. Questa posizione, che in un mio libro ho definito 'apocalittica', sottintende questo altro argomento: non importa cosa direte attraverso i canali di comunicazione di massa; nel momento in cui il ricettore è attorniato da una serie di comunicazioni che gli arrivano da vari canali, contemporaneamente, in una data forma, la natura di queste informazioni ha pochissimo rilievo. Ciò che conta è il bombardamento graduale e uniforme dell'informazione, dove i contenuti diversi si livellano e perdono le loro differenze." [...]

Umberto Eco - L'era della Comunicazione - 1967

sabato 4 dicembre 2021

La società irrazionale

Il rapporto annuale del Censis fotografa quella che viene definita "La società irrazionale". Il 5,9% degli italiani interpellati, circa 3 milioni di persone, è convinto ad esempio che il covid non esista. Non è che lo sottovaluta, lo minimizza, pensa che sia niente di più di una influenza o simili: no, non esiste proprio, è una invenzione. Il 10,9% pensa che il vaccino sia inutile, il 31,4% pensa che sia sperimentale e noi cavie su cui testarlo. Poi, dopo il covid, c'è tutto il repertorio fantastico già tristemente noto di cui ogni tanto parlano le cronache: il 5,8% degli italiani che pensa che la Terra sia piatta, il 10% convinto che sulla Luna non ci siamo mai andati; il 20%, un italiano su dieci, che pensa che la tecnologia 5G sia un sofisticato strumento per il controllo delle persone. C'è poi un sorprendente 40% di italiani che crede al Great Reset, un complotto europeo, scientemente studiato a tavolino, che ha come obiettivo la sostituzione etnica degli italiani e degli europei autoctoni con lo strumento dell'immigrazione.

In termini assoluti, chi crede a questi complotti rappresenta una percentuale tutto sommato minoritaria rispetto a una ben più cospicua maggioranza che pensa razionalmente e che è in grado di "vedere" la realtà così com'è. In realtà il pensiero magico, il pensiero religioso, il complottismo, la capacità di immaginare cose che non esistono e tutta la serie di comportamenti collegabili alla sfera dell'irrazionalità sono perfettamente umani, sono caratteristiche peculiari della nostra specie e, evolutivamente parlando, sono quelle cose che hanno contribuito a fare sì che noi Sapiens diventassimo i signori assoluti del pianeta (che poi questo sia stato un bene o un male, è un'altra faccenda).

Sulle cause di questa dilagante irrazionalità non c'è naturalmente convergenza di punti di vista. Molti ricercatori, scienziati, psicologi ritengono che il ricorso al pensiero magico sia causato da problemi contingenti come la crescente insicurezza, riscontrabile ad esempio nel fatto che oggi un titolo di studio non è più sufficiente a garantire un lavoro stabile e ben retribuito; c'è poi l'incertezza nel futuro, gli stipendi sempre più bassi, la povertà dilagante, tutti fattori che hanno concorso a produrre la società irrazionale di cui parla il Censis e a cercare rifugio nel pensiero magico.

In realtà questa impostazione non è nuova. Già Marx, ad esempio, a metà del 1800, faceva questo discorso relativamente alla religione, forse la massima espressione dell'irrazionalità, con la famosa frase in cui la definiva "oppio dei popoli". Con questa espressione Marx non intendeva dire che la religione fosse una droga, come molti comunemente credono, ma intendeva assegnare ad essa una valenza consolatoria. Siccome era convinto che la società capitalista era marcata da una profonda ingiustizia (una "valle di lacrime"), quanti la abitavano avevano bisogno di conforto e consolazione, e lo trovavano nella religione. Se ci si pensa, qualsiasi ricorso all'irrazionalità ha forti motivazioni di questo genere. Perché le bufale, i complotti, il pensiero magico, il pensiero religioso sono così diffusi e allettanti? Perché sono rassicuranti, offrono consolazione, consentono di poter trovare (e potersi creare) punti di riferimento e appigli a cui aggrapparsi nell'incertezza generale dilagante. 

Sulla sindrome dei complotti Umberto Eco ha scritto pagine bellissime e forse ancora ineguagliate. In alcune di queste, ad esempio, spiegava che i complotti non sono per definizione immaginari. La storia è piena di complotti reali, a partire da quello per uccidere Giulio Cesare in qua. Ma come si distingue un complotto reale da uno immaginario? Quello reale viene smascherato subito, quello immaginario è destinato a perpetuarsi negli anni e a volte nei secoli. Il fatto ad esempio che a distanza di vent'anni si parli ancora del complotto undicisettembrino secondo il quale gli americani si sarebbero buttati giù da soli le torri gemelle per avere il pretesto per invadere l'Afghanistan; il fatto che dopo più di cinquant'anni si parli ancora del complotto che vuole che sulla Luna non ci siamo mai andati; il fatto che a distanza di quasi un secolo dai quei terribili fatti ci siano ancora i negazionisti dell'Olocausto, e altri, sono la migliore dimostrazione che non si trattava di complotti (purtroppo, nel caso dell'Olocausto).

Con la faccenda di oggi del covid, i negazionisti e i complottari avranno conferma o smentita dei loro deliri utilizzando lo stesso parametro indicato da Eco: il tempo. Se fra dieci o venti o cento anni si parlerà ancora della pandemia come di un gigantesco complotto, sarà la prova provata che non si trattava di un complotto. Sempre ammesso che, nel frattempo, i suddetti complottari non siano già stati fatti fuori dal tempo o da quello che pensavano fosse un complotto.

martedì 3 agosto 2021

Complotti

L'uomo, o gran parte degli uomini, per sua natura ha la tendenza a cadere in quella che si chiama sindrome del complotto. Certo, i complotti reali esistono, sono sempre esistiti (da quello per uccidere Giulio Cesare a quelli attuali per tentare le scalate a qualche istituzione finanziaria: la storia ne è piena), ma sono infinitamente di più quelli immaginari, e qui si apre un mondo: dal complotto ordito dai Templari che avrebbe dato inizio alla Rivoluzione francese all'affondamento del Titanic ad opera dei Gesuiti; dalla cospirazione ordita dalla Cia per uccidere Kennedy a quello delle scie chimiche; dal falso allunaggio degli americani alle Torri gemelle, che sarebbero state buttate giù da Bush, e non da Bin Laden, per avere il pretesto per invadere l'Iraq e via dicendo. Per restare allo stretto presente, si può citare la teoria del complotto relativo alla pandemia in corso nel mondo, teoria che vuole che il covid 19 sia stato artatamente messo in circolazione non si sa bene da chi per permettere a BigPharma di guadagnare coi vaccini e chi più ne ha, più ne metta.

Come si distingue un complotto reale da uno immaginario? Semplice: il complotto reale, sia che abbia successo o che fallisca, viene scoperto subito, mentre i complotti immaginari attraversano i secoli. Sulla sindrome del complotto esiste una letteratura sterminata. Umberto Eco, nella sua bellissima lectio magistralis di qualche anno fa, intitolata Conclusioni sul complotto. Da Popper a Dan Brown, che ripubblico qui sotto, prende in esame la sindrome del complotto elencando e descrivendo, in una esaustiva rassegna, alcuni di quelli storicamente più noti. Eco si sofferma anche sull'aspetto psicologico della sindrome del complotto. Perché le bufale che stanno dietro alla stragrande maggioranza delle false cospirazioni hanno tanto successo? In primo luogo perché il complotto promette un sapere che è negato agli altri, cosa questa che contribuisce all'aumento della misura del proprio io, in più fa leva sull'aspetto paranoico più o meno latente nel carattere di ognuno. Diciamo che paranoia e sindrome del complotto sono intimamente legati tra loro, e più si è paranoici, più si è indotti a vedere cospirazioni e complotti in ogni dove. Molto interessante, restando alla psicologia, la distinzione tra il paranoico psichiatrico, che sostanzialmente è colui che crede che il mondo intero complotti contro di lui, e il paranoico sociale, il quale invece crede che la persecuzione da parte di particolari poteri occulti sia rivolta al proprio gruppo, alla propria nazione, alla propria religione ecc. 

I complotti piacciono, affascinano, la gente tende istintivamente a dare ad essi credito. Questa cosa l'aveva capita benissimo Silvio Berlusconi (cito lui perché è stato forse il politico che più ossessivamente e con maggiore profitto ha utilizzato questo strumento per il suo tornaconto politico). Pensate ai milioni di suoi seguaci che hanno creduto, e probabilmente credono tuttora, all'inesistente complotto dei magistrati comunisti che per anni avrebbero cospirato contro di lui per eliminarlo dalla vita politica (mi risulta che attualmente sia ancora in politica e per di più a piede libero, quindi o i magistrati cospiratori erano degli incapaci o forse non c'era alcun complotto). Oppure, per tornare a tempi più recenti, pensate al complotto della sostituzione etnica, il famoso Piano Kalergi, a cui naturalmente ha dato ampiamente credito anche Salvini e molto caro all'estrema destra, secondo cui dietro il fenomeno dell'immigrazione ci sarebbe un complotto delle élite europee per sostituire la popolazione autoctona con quella africana. Tra l'altro, questi poveretti non si rendono conto che la mutazione di cui parlano sta avvenendo già da qualche lustro sotto i loro occhi, senza bisogno di alcun complotto ma come conseguenza di un ineluttabile processo storico, ma loro come pretendete che lo capiscano?


sabato 20 febbraio 2021

Vecchi e libri

Nel saggio Perché i libri allungano la vita, una raccolta di scritti di Umberto Eco su arte e letteratura, il filosofo-narratore tira a un certo punto un parallelo tra gli anziani e i libri. Scrive Eco: 

"Sin dai tempi in cui la specie cominciava a emettere i suoi primi suoni sinificativi, le famiglie e le tribù hanno avuto bisogno dei vecchi. Forse prima non servivano e venivano buttati quando non erano più buoni per la caccia. Ma con il linguaggio i vecchi sono diventati la memoria della specie: si sedevano nella caverna, attorno al fuoco, e raccontavano quello che era accaduto prima che i giovani fossero nati. Prima che si iniziasse a coltivare questa memoria sociale, l'uomo nasceva senza esperienza, non faceva in tempo a farsela, e moriva. Dopo, un giovane di vent'anni era come se ne avesse vissuti cinquemila. I fatti accaduti prima di lui, e quello che avevano imparato gli anziani, entravano a far parte della sua memoria. Oggi i libri sono i nostri vecchi. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all'analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissute moltissime. Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d'infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Piramo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant'Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade. A qualcuno tutto questo dà l'impressione che, appena nati, noi siamo già insopportabilmente anziani. Ma è più decrepito l'analfabeta (di origine o di ritorno), che patisce di arteriosclerosi sin da bambino, e non ricorda (perché non sa) che cosa sia accaduto alle Idi di Marzo. Non conoscendo i torti degli altri, l'analfabeta non conosce neppure i propri diritti. Il libro è un'assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All'indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto."

domenica 14 febbraio 2021

Su morte e immortalità

Il settimanale letterario Robinson, uscito ieri mattina assieme a Repubblica, pubblica vari scritti di Umberto Eco tra cui una sua breve autobiografia inedita. Qui Eco riversa pensieri, riflessioni, racconti della sua infanzia, della sua vita. Scrisse questi pensieri nel 2015, un anno prima della sua prematura morte, e la chiude con alcune bellissime riflessioni su colei che san Francesco definì sorella. Le lascio qui di seguito, in caso a qualcuno interessino. Si tratta di semplici catture fotografiche fatte con lo smartphone (cliccandoci sopra si ingrandiscono un po'), spero siano leggibili.

sabato 12 dicembre 2020

Perché i classici

A circa tre quarti di lettura del monumentale Anna Karenina di Tolstoj, mi sono accorto di una cosa. Una cosa banale, in verità, che racconto partendo da una breve descrizione di un paio di episodi. Il fratello di uno dei protagonisti del romanzo è costretto a letto gravemente malato; i migliori medici del tempo (il romanzo è ambientato nella Russia della seconda metà del 1800) si prodigano al capezzale del malato ma ogni loro sforzo non sembra dare alcun risultato. Entra in scena la moglie del fratello del moribondo, la quale, accorgendosi delle condizioni esterne in cui giace (la camera è sudicia, maleodorante, la biancheria del letto è sporca ecc.) comincia a lavorare nel senso di migliorare questa situazione: pulisce la camera a fondo, la profuma, cambia la biancheria sporca con biancheria lavata e pulita, lava il malato e cura le piaghe da decubito che sono sorte a causa della mancanza di igiene. In pratica non cura farmacologicamente il malato ma cura la persona e il suo ambiente, al punto che col passare dei giorni questa cura della persona porta giovamento al malato e dei miglioramenti di salute che i medici non erano riusciti a ottenere.

Altro episodio. In una chiacchierata post-prandiale tra alcuni personaggi del romanzo (i protagonisti sono tutti appartenenti alla nobiltà e aristocrazia russa dell'epoca) si parla di controversie sociali, e alcuni di questi si interrogano ad esempio sulla giustezza del fatto che loro passino le loro giornate tra i divertimenti (battute di caccia, corse di cavalli, serate a teatro ecc.) mentre altre persone siano costrette a trascorrere l'intera giornata lavorando nei campi per pochi spiccioli, oppure se sia giusto che alcuni mestieri siano remunerati pochissimo mentre altri moltissimo (che nobili e aristocratici si pongano simili domande è senz'altro meritorio, tra l'altro).

Questi due episodi, in apparenza banali, focalizzano l'attenzione su due questioni che in questi tempi sono di estrema attualità. Una riguarda la spersonalizzazione dell'attività medica, che oggi, nell'epoca dell'efficienza e della produttività, considera il malato un numero, niente più che una sommatoria di organi - concetto già elaborato da Cartesio più di duecento anni fa - invece di considerarlo una persona e curarlo non solo agendo farmacologicamente sul singolo organo malato ma facendo ricorso a quella "umanità" ormai definitivamente perduta. L'altra questione riguarda il gigantesco problema delle diseguaglianze sociali, oggi talmente impellente che molti autorevoli economisti e sociologi lo considerano la causa primaria che porterà l'Occidente a quel collasso sulla strada del quale si è da tempo avviato. (Piccola nota a margine: per capire la gravità di questo problema, consiglio la lettura del saggio La grande frattura, del premio Nobel Joseph Stiglitz, è illuminante.)

Ecco, mentre leggevo il romanzo mi ha colpito il fatto che questi problemi, che a torto si potrebbero inquadrare come contemporanei, fossero già conosciuti più di 150 anni fa. Da qui si capisce l'utilità di leggere i classici e, più in generale, di conoscere la storia. Perché se leggendo Tolstoj ti rendi conto che alcuni dei più gravi problemi del presente erano già noti 150 anni fa e in questo lungo lasso di tempo non solo non sono stati risolti ma si sono pure incancreniti e aggravati, qualche domanda su come è organizzata la società in cui vivi te la poni. In generale, e questa è una nota banalità, conoscendo ciò che è successo in passato si riesce meglio a comprendere ciò che accade oggi. Ecco l'utilità, oltre naturalmente al piacere, della lettura dei tanto vituperati classici: la comprensione del presente. Perché, per quanto siano storie romanzate, sono comunque inserite nel contesto sociale dell'epoca in cui vengono scritte, e la descrizione di questi contesti viene generalmente inserita nell'economia del racconto.

Poi, certo, se si vuole una spiegazione sull'utilità della lettura dei classici fatta come si deve, c'è sempre il grande Umberto Eco, che con le sue leggendarie sagacia, intelligenza, ironia e cultura, lo spiega senz'altro meglio di me.

sabato 12 settembre 2020

Eco in edicola


Di solito non uso queste pagine per fare pubblicità. Faccio eccezione quando vengono promosse iniziative come quella partita da Repubblica, che il 15 e 16 settembre allegherà al quotidiano due saggi di quel genio in terra che rispondeva al nome di Umberto Eco (dettagli qui): Il fascismo eterno e Migrazioni e intolleranza.

Per tutta una serie di motivi che non sto qui a spiegare, Umberto Eco è stato uno di quegli uomini che mi hanno cambiato la vita. Oddio, forse ho esagerato, ma comunque dopo averlo conosciuto, e soprattutto aver conosciuto i suoi libri (alcuni, tutti è impossibile), ho cambiato molti parametri con cui vedevo il mondo.

La parola "saggio" non deve trarre in inganno o intimorire, si tratta infatti di letture agili, snelle e non eccessivamente impegnative. Anche un po' obsolete, se vogliamo (sono state scritte ormai vent'anni fa), ma un genio in terra si riconosce anche dal fatto che l'attualità dei suoi scritti rimane sostanzialmente inalterata rispetto allo scorrere del tempo.

lunedì 8 giugno 2020

L'odiato/amato I promessi sposi


Sto leggendo I promessi sposi, nell'edizione integrale uscita qualche giorno fa col Corriere della Sera. Perché lo leggo? In primo luogo perché integralmente non l'ho mai letto, in secondo luogo perché I promessi sposi è il classico romanzo che alle superiori ci è stato fatto odiare dai professori, cosa che è successa a me come immagino a molti altri. Ho ricordi terribili di quegli anni in cui ero costretto ad analizzare, sintetizzare (il cielo benedica il Bignami) ed esporre parti del romanzo nelle interrogazioni.

L'arco di tempo che va dai diciott'anni di allora ai cinquanta di oggi è però stato sufficientemente ampio da trasformare quell'odio primevo, quasi ancestrale, in curiosità, e infatti è già da qualche anno che mi riprometto di colmare quella lacuna e di leggermi integralmente il capolavoro di Manzoni, magari tra un libro di King e uno di Sepùlveda. Ora quel momento è arrivato e devo ammettere che i primi otto capitoli li ho divorati, oltretutto divertendomi. Tutto ciò che all'epoca della scuola era sfilacciato, incoerente, brani presi qua, brani presi là, acquista finalmente un filo logico e coerente che sono ora in grado di apprezzare e godere.

A qualcuno è andata meglio. Umberto Eco, ad esempio, racconta che suo padre glielo regalò sei mesi prima che un professore glielo facesse studiare a scuola; lo lesse quindi per libera scelta e gli piacque tantissimo. Molti, me compreso, non sono stati altrettanto fortunati.

mercoledì 8 aprile 2020

[...]

"La retorica è l'arte del dire bene quel che non è sicuro che sia vero" [...]

(Dal dialogo tra Ottone e Baudolino nell'omonimo romanzo di Umberto Eco, che sto leggendo in questi giorni.)

martedì 7 gennaio 2020

Tra classici e best sellers

Umberto Eco, più o meno a partire dal minuto 2:00 di questo suo intervento, osserva una cosa molto interessante. Noi, oggi, in letteratura tendiamo a distinguere tra i cosiddetti classici e i best sellers, ascrivendo i primi a tutta quella serie di libri, generalmente appartenenti a un passato più o meno remoto, che possono essere inseriti in un canone e che sono considerati seri e fondamentali per la nostra cultura; i secondi a quel genere letterario contemporaneo prevalentemente composto da libri più "leggeri" che in genere si leggono per diletto.

Qual è l'osservazione di Eco? Che anche quelli che oggi consideriamo classici in passato sono stati best sellers. Lo era la Bibbia, lo erano I promessi sposi, e lo erano anche molti testi che poi, per qualche motivo, non sono sopravvissuti. Della poetica di Aristotele, ad esempio, ci sono arrivate alcune tragedie di Sofocle mentre altre sono andate perdute; nel 1700 a Dante non lo poteva vedere più nessuno, tanto che ci è mancato poco che cadesse per sempre nel dimenticatoio e via dicendo. E i motivi per cui certi classici sono arrivati a noi e altri no, è spesso da addebitare al caso o alla fortuna.

Certamente le implicazioni di queste osservazioni non sono di poco conto, perché da esse potrebbe conseguire che tra i classici di domani potremmo trovare Fabio Volo, e ad accostare un libro di Volo a Madame Bovary di Flaubert o a Delitto e castigo di Dostoesvkij può capitare di avvertire un pelino di stridore. Ma se è vero che molti di quelli che oggi consideriamo classici sono arrivati fino a noi anche per caso o fortuna, non è effettivamente da escludere che i posteri potrebbero annoverare Volo tra i suddetti classici.

sabato 21 dicembre 2019

L'isola del giorno prima


Confesso di avere avuto più volte la tentazione di abbandonarlo per strada, questo libro, fondamentalmente per due motivi. Il primo è, e chi conosce Eco lo sa, l'ampio uso di una terminologia ricercata, arcaica, ostica, che se non si ha nel cassetto una laurea in lettere o comunque una grande confidenza con la lingua italiana, obbliga a leggerlo tenendo accanto un dizionario. Poi, certo, il significato di molti termini si desume dal contesto sintattico in cui sono inseriti, ma è comunque indubbio che il lettore medio, quale è lo scrivente, trovi qualche difficoltà. Il secondo motivo alla base della tentazione di abbandonarlo è la trama deboluccia e con ben poco mordente.

A fare da contraltare a tutto ciò, pagine e pagine in cui il professor Eco, dall'alto del suo monumentale bagaglio culturale, si inoltra in vicende storiche e geografiche interessantissime relative a ciò che accadeva nel 1600, secolo in cui è ambientato il romanzo. A queste si aggiungono lunghe elucubrazioni metafisiche, teologiche, psicologiche, spazio-temporali, ma anche pagine di pura poesia. Quando l'ho iniziato sapevo a cosa andavo incontro, perché di Eco ho letto in passato altri libri, e quindi l'ho affrontato con quello spirito "battagliero", diciamo così, con cui ho affrontato tutti gli altri. È un libro che consiglio? Dipende. Se si è lettori "agguerriti" e nei romanzi oltre alle delizie rilassanti offerte da un racconto si cerca anche un aspetto pedagogico-istruttivo, allora sì. Se si è esclusivamente lettori di Fabio Volo o della Rowling, forse è meglio restare su questi generi e lasciare stare Eco.

(A scanso di fraintendimenti, preciso che non ho nulla contro Volo o la Rowling, dal momento che l'anno scorso ho divorato tutti i libri della saga di Harry Potter e mi sono pure piaciuti. Ho usato questi riferimenti solo per rendere l'idea.)

Taglio accise per i fessi

A proposito della riduzione delle accise sul gasolio, 17 centesimi al litro per 9 giorni partendo da oggi, giova ricordare che questo govern...