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lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Cosa c'è sotto


Un aspetto della vicenda che pochi hanno preso in considerazione mi pare sia quello socio-antropologico. Si trova scritto in diecimila libri: le religioni sono da sempre uno dei massimi fattori di divisione degli esseri umani e rappresentano la strada più semplice e veloce per arrivare alla violenza, perché non servono neanche motivazioni reali quando c’è di mezzo la fede negli dei. Chi pensa che la fede unisca più di quanto divida deve solo studiare la storia e fare un po' di conti, troverà tutto ampiamente documentato. 

Molti tentano di giustificare questi episodi asserendo che sono dovuti alla nostra natura ribelle, un inevitabile sottoprodotto del libero arbitrio, mentre è molto più probabile che tante discussioni e lotte tra le religioni siano causate dalla mancanza assoluta di prove per le loro dottrine fondamentali. In assenza di prove credibili, nessuno può vincere o perdere un argomento. Le divergenze sono molto più difficili da risolvere quando nessuna delle parti ha una stampella logica a cui appoggiarsi. Per esempio, chi può decidere oggettivamente che un luterano ha più ragione di un rastafariano sulle questioni di fede? Chi preferisce Allah? I sunniti o gli sciiti? Chi ha ragione nella secolare disputa tra cattolici e protestanti o tra cristiani ortodossi e cattolici? Chi lo sa? Non ci può essere risposta a tale domanda sulla base della ragione e dell’evidenza, perché l’esistenza stessa di Allah o di Javeh o di Dio non è mai stata stabilita sulla base della ragione e dell’evidenza. Le monumentali dispute teologiche che hanno ucciso nei secoli tante persone hanno luogo soltanto nelle menti dei credenti, per cui ogni risoluzione razionale, soddisfacente e logica diventa praticamente impossibile.

La religione può unire alcune persone, ma a un prezzo tragicamente elevato. Ogni religione si crea una base di fedeli sottraendo persone dal resto del consorzio umano. Impegnarsi a creare sottoinsiemi ermeticamente sigillati all’interno della nostra specie non è produttivo e nel lungo termine ci espone a vari pericoli. Dovrebbe essere ormai assodato ed evidente. Non lo è e probabilmente non lo sarà mai.

sabato 28 marzo 2026

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, permettendo che venisse ucciso per dare pace e salvezza a tutte le persone della Terra. Dopo la sua morte brutale, il figlio è magicamente asceso al cielo dove oggi vive con suo padre. Potremo andare tutti in paradiso e stare con lui dopo la nostra morte, ma soltanto se crediamo in lui e ci pentiamo dei nostri peccati. Naturalmente, questa è la dottrina centrale del cristianesimo. Dev’essere proprio una bella storia, perché il cristianesimo è attualmente la religione più popolare del pianeta, con più di due miliardi di seguaci. Nonostante quattro miliardi di persone ancora non credano in questa storia, è pur sempre la religione numericamente di maggior successo di tutti i tempi. Come tale, ho pensato meritasse un commento, anche se questa motivazione per credere è specifica di una religione particolare. 

La storia di Gesù affascina molte persone che trovano in essa il più perfetto esempio di amore, sacrificio e della sovrabbondante misericordia di Dio. Molti credenti mi hanno detto di sentirsi profondamente toccati e ispirati da essa. Si comprende la sua particolare forza, se si considera l’amore che tipicamente un padre prova per il figlio. Dio deve amarmi davvero, dicono alcuni cristiani, se è disposto a lasciar soffrire e morire il suo unico figlio per me. Tuttavia, se si riflette in modo un po’ più approfondito su questa storia, emerge qualche problema. 

Innanzitutto, in cosa consiste esattamente il grande sacrificio fatto da Dio? È stato davvero un sacrificio, nel modo in cui lo sarebbe per un padre umano che abbandona il figlio? Io ho un figlio piccolo e non riesco a immaginare il dolore che proverei se, per qualche straordinario motivo, dovessi lasciarlo soffrire e morire. È più di quanto potrei sopportare. Ma Dio non ha perso suo figlio; almeno non nel modo in cui io o qualsiasi altro essere umano potrebbe perdere un figlio. Dio non ha fatto un sacrificio. Dio non ha perso nulla. Secondo il dogma cristiano della Santa Trinità, Dio esiste in tre forme: il Padre (il Dio di Abramo), il Figlio (Gesù), e lo Spirito Santo. Nonostante molti cristiani ne parlino e li adorino come se fossero tre dei separati, il cristianesimo si considera una religione monoteista, il che significa che ha un solo dio. Quindi se uno accetta la dottrina della Trinità, deve ammettere che Dio (il padre) non ha davvero sacrificato suo figlio (Gesù). Al limite, ha sacrificato se stesso o una parte di sé – ma non proprio. Anche se in qualche modo fosse morto un figlio distinto e separato, non avrebbe molto senso come sacrificio, perché Dio Padre conosce il futuro. E allora come si può sostenere che abbia “donato a noi il suo unico figlio”, quando sapeva che Gesù sarebbe risorto e si sarebbe unito a lui in paradiso poco dopo? Dove sta il sacrificio? 

Io amo mio figlio tanto quanto qualsiasi altro padre, o anche un po’ di più. Non c’è nulla di sovrumano o di soprannaturale in me, ma io credo che farei esattamente ciò che molti credenti dicono che Dio Padre abbia fatto duemila anni fa. Accetterei di sacrificare mio figlio se mi trovassi nella bizzarra situazione di doverlo lasciar morire per salvare miliardi di esseri umani di oggi e di tutte le generazioni successive dal tormento eterno dell’inferno. In qualità di Dio, avrei saputo che mio figlio si sarebbe comunque salvato e sarebbe tornato da me qualche giorno dopo. Quindi la giusta decisione da prendere è ovvia. Mi turberebbe profondamente farlo soffrire, ma dovrei comunque accettare la proposta. Mettendo le cose in prospettiva – miliardi di vite salvate, inclusa quella di mio figlio, che ritorna felice e in salute da me – non c’è il minimo dubbio su quale sia la cosa migliore da fare. E certamente non penserei di meritare l’epiteto di eroe o di divinità per aver preso quella decisione. Molti cristiani pongono l’accento sulle sofferenze patite da Gesù prima della morte. Secondo la storia, Gesù fu torturato dalle guardie romane e poi inchiodato alla croce. Una giornataccia, decisamente. Il dolore e il terrore che ha provato dev’essere stato inimmaginabile. Chiunque abbia visto il film morbosamente cruento di Mel Gibson, La Passione di Cristo , non può prendere alla leggera la crocifissione. La coraggiosa accettazione della sofferenza da parte di Gesù contribuisce fortemente all’appeal di questa vicenda. 

I credenti dicono che avrebbe potuto scegliere di non farlo. Avrebbe potuto essere egoista, lasciar perdere questa storia del salvare le anime e sottrarsi alla crocifissione, ma non lo ha fatto. Invece si è fatto carico di tutto quel dolore per noi, sostengono i credenti. È legittimo però far notare che molte altre persone hanno sopportato un destino altrettanto orribile, o anche peggiore, di quello attribuito a Gesù. E la loro sofferenza non è neppure servita a salvare miliardi di persone per tutte le generazioni successive. In media, più di cento vigili del fuoco perdono la vita sul lavoro ogni anno negli Stati Uniti, secondo la Fire Administration. Muoiono cercando di salvare le vite e le proprietà di estranei. I vigili del fuoco non intervengono solo in casi di enormi disastri come gli attacchi al World Trade Center, o drammatiche esplosioni di impianti chimici. Più spesso si lanciano all’interno di piccole abitazioni invase dal fumo, nella speranza di estrarre uno o due occupanti che hanno perso conoscenza. A volte i vigili del fuoco muoiono. Lo fanno senza poteri divini e senza conoscere il futuro. Sono persone molto meno potenti degli dei, eppure trovano il coraggio e la compassione necessari per rischiare tutto per persone che nemmeno conoscono. Nel corso della storia sono esistiti guerrieri disposti a sacrificare la vita per i propri compagni. Naturalmente, i soldati non sono diversi dalle altre persone: come tutti, desiderano vivere. Preferirebbero essere eroi sopravvissuti che eroi morti. Si aspettano o si augurano che le loro gesta eroiche a favore di qualcun altro non li portino alla morte. Ci sono comunque stati molti casi negli ultimi secoli in cui i soldati si sono trovati in situazioni in cui sapevano che sarebbero morti, ma hanno lo stesso agito con lealtà nei confronti di un amico o della società. Queste persone reggono il confronto con Gesù? Non hanno dato la vita per miliardi di persone e di certo non avevano la garanzia assoluta che poi sarebbero risuscitati. Hanno sofferto e sono morti per un pugno di vite, o magari per una sola. Molti di loro avranno creduto di andare in paradiso per questo, ma non potevano saperlo con la certezza di un dio. Quindi, come possiamo descrivere questi coraggiosi mortali che si sono sacrificati? In confronto a Gesù, hanno donato così tanto per così poco. Non dobbiamo ammettere che il loro sacrificio è di gran lunga superiore a quello di un dio? 

C’è un aspetto ancora più problematico in questa drammatica storia di amore, morte e risurrezione. Se davvero è successo, perché doveva accadere in quel modo? Ho posto per la prima volta questa domanda quando ero bambino, molti anni fa, e ancora non ho sentito una risposta accettabile. Perché mai qualcuno, chiunque, deve essere inchiodato a una croce perché io possa andare in paradiso? Davvero è la soluzione migliore che Dio è riuscito ad escogitare? Non ha senso, perché è lui stesso a scrivere le regole. Non sapeva come sarebbe venuta la sua stessa creazione? E allora, perché rendere questa faccenda della redenzione così barbara e crudele? Perché mai un Dio dovrebbe mettere in piedi un sistema che richiede che qualcuno sia torturato e ucciso? Io certamente non vorrei che nessuno soffrisse e morisse per me. È strano che oggi molti cristiani, se non tutti, considerino i sacrifici di animali un rituale ripugnante con cui nessuno dovrebbe avere a che fare. Ma quando la storia del sacrificio umano di Gesù viene presentata come prova della grandezza morale di Dio, due miliardi e mezzo di persone la applaudono. E poi com’è possibile che tu e io siamo nati già peccatori? I cristiani mi ripetono fino alla nausea che ero già peccatore alla nascita. Non importa quanto mi sforzi di essere buono, sono cattivo, mi dicono. È ingiusto che il solo fatto di nascere implichi immediatamente di dover essere salvato. Cosa c’entriamo noi con i crimini di Adamo ed Eva? Io non ho mai mangiato alcuna mela nel Giardino dell’Eden, e allora perché ce l’ho sulla mia fedina penale? I cristiani si chiedono mai se il loro dio non avrebbe potuto trovare un altro modo per regalarci un biglietto per il paradiso, che non fosse un sacrificio umano? Perché non possiamo semplicemente dire tutti in coro che ci dispiace, o pagare una multa, o lavorare ai servizi sociali? Perché Dio non può semplicemente perdonarci e chiudere così la faccenda? 

Tutti noi sapremmo certamente immaginare modi diversi per salvare l’umanità, senza ricorrere alla tortura e alla crocifissione. Come reagirebbero i cristiani se una storia simile si ripetesse oggi? Immaginate se il re di un piccolo Paese annunciasse di voler far picchiare, frustare, inchiodare a un albero il proprio figlio, e infine perforarlo con una lancia. In una intervista alla CNN, il re ammette di rammaricarsi tantissimo che suo figlio debba soffrire e morire, ma è indispensabile perché è l’unico modo che ha per perdonare i cittadini del suo Paese per i loro sgarri morali e garantire loro accesso al servizio sanitario e al welfare l’anno successivo. Il re ama il suo popolo e vuole che questi crimini siano perdonati. Per questo motivo, suo figlio deve morire. Che cosa pensereste di questo re? Che è strano? Crudele? Cattivo? Pazzo? Perché allora aspettarsi uno standard morale più alto da parte del re umano di un piccolo Paese di quello che ci si aspetta dal dio dell’universo? 

Un’altra obiezione alla storia di Gesù è che potrebbe non essere così unica come pensano i credenti. Gli studiosi conoscono molte antiche narrazioni che suonano straordinariamente simili. Randel Helms, autore di Fiction Gospels , ne presenta una: Nel primo secolo dell’Era Comune, apparve nel Mediterraneo orientale un grande leader religioso che predicava un dio unico e affermava che la religione non aveva bisogno di sacrifici animali, ma della carità e della pietà, per allontanare l’odio e l’inimicizia. Si narra che facesse miracoli, esorcizzando i demoni, guarendo i malati, risuscitando i morti. La sua vita esemplare portò alcuni suoi seguaci a sostenere che fosse il figlio di Dio, anche se lui si definiva figlio dell’uomo. Accusato di sedizione nei confronti dell’impero romano, fu arrestato. Dopo la sua morte, i suoi discepoli affermarono che era risuscitato dai morti, che era apparso vivo al loro cospetto e poi era asceso al cielo. Chi era questo insegnante e operatore di miracoli? Si chiamava Apollonio di Tiana; morì intorno al 98 d.C. e la sua storia si può leggere nella Vita di Apollonio di Tiana di Flavio Filostrato. (Helms 1988, 9) 

Il difetto forse maggiore della storia di Gesù è che il piano non ha funzionato molto bene. I cristiani dicono che Gesù è morto per i nostri peccati, perché tutti possiamo essere salvati. Il problema è che oggi, duemila anni dopo, la maggior parte delle persone, di ogni generazione, non vengono affatto salvate e i cristiani sono ancora una minoranza, nel mondo. La maggior parte delle persone semplicemente non crede che la storia di Gesù sia vera. Oggi ci sono 2,2 miliardi di cristiani e 4,5 miliardi di non cristiani. Un numero straordinario di anime perdute ad ogni generazione. Se davvero tutto ciò è successo, non solo il sacrificio di Gesù è strano e raccapricciante, ma è stato per lo più un inutile spreco, dal momento che non è riuscito a salvare la maggior parte delle persone."


50 ragioni per cui si crede in Dio, 50 motivi per dubitarne

Guy P. Harrison

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante


Questo libro è stato scritto e pubblicato nel 2006 dal fisico statunitense Bobby Henderson, noto per essere il fondatore della religione Pastafariana. Lo scienziato decise di scriverlo dopo che lo stato del Kansas, nel 2005, propose di affiancare l'insegnamento delle teorie del disegno intelligente all'evoluzionismo nelle scuole pubbliche. È un’opera brillante e provocatoria che usa l’assurdo per parlare di cose molto serie. 

Con un tono dichiaratamente ironico e surreale, il testo spiega i princìpi e gli insegnamenti della religione Pastafariana e ne costruisce una mitologia improbabile ma coerente, trasformando la parodia in uno strumento di riflessione su religione, dogma e libertà di pensiero. Il libro raccoglie le credenze di questo "culto" parodico, tra cui un mito della creazione, una serie di comandamenti e riflessioni umoristiche sul mondo. Henderson scrisse Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante con uno scopo ben preciso: criticare l’insegnamento del creazionismo nelle scuole pubbliche e difendere la separazione tra religione e scienza.

Nel 2005, in Kansas, il Board of Education stava valutando la possibilità di insegnare l’Intelligent Design come alternativa alla teoria dell’evoluzione. Henderson reagì scrivendo una lettera aperta in cui proponeva, in modo volutamente ironico, che nelle scuole si insegnasse anche la teoria secondo cui l’universo sarebbe stato creato da un Prode Spaghetto Volante. Se si introduce una spiegazione religiosa come alternativa scientifica, spiegava lo scienziato, allora tutte le spiegazioni religiose dovrebbero avere lo stesso spazio. Lo scopo del libro è quindi quello di mettere in luce l’assurdità di trattare credenze religiose come teorie scientifiche; difendere il metodo scientifico e l’insegnamento dell’evoluzione; promuovere il pensiero critico e la libertà di espressione; dimostrare attraverso la parodia quanto sia importante distinguere tra fede e scienza nello spazio pubblico.

Se questi erano gli intenti dell'autore, a mio avviso li ha raggiunti tutti.

mercoledì 17 dicembre 2025

Angeli ed evoluzione


In prima battuta imbattersi in riviste come questa può fare sorridere. In realtà il fatto che circolino, e che abbiano anche un certo mercato, non deve stupire. Non perché gli angeli esistano davvero o perché la preghiera abbia un’efficacia dimostrabile, ma perché la credenza in entità invisibili e intenzionali è parte integrante della natura umana. L’idea di poter invocare qualcuno che veglia su di noi, che ascolta, che interviene, non è un accidente culturale recente né una semplice manipolazione commerciale: è una predisposizione della mente umana. Meglio scambiare il vento tra i cespugli per un predatore inesistente che non accorgersi di uno reale. Questa iper-attribuzione di intenzionalità è stata una strategia adattiva. Chi ha letto saggi come Nati per credere sa a cosa mi riferisco.
Dal punto di vista evolutivo, l’essere umano è una specie che ha imparato a sopravvivere attribuendo intenzioni: qualcuno che agisce, che osserva, che decide. 
 
È un meccanismo adattativo antico studiato da psicologi cognitivi ed evoluzionisti come Daniel Dennett, che ha parlato di una mente umana naturalmente portata a "vedere agenti ovunque". Il problema è che questo stesso meccanismo continua a funzionare anche quando non serve più (difficile, oggi, imbattersi in un predatore uscendo di casa la mattina), portandoci a vedere volontà e protezione dove non ce ne sono.
 
Non è un caso che molti bambini abbiano un amico immaginario. È una presenza che consola, rassicura, ascolta. Come ha mostrato lo psicologo Paul Bloom, questa tendenza a separare mente e corpo - a immaginare menti disincarnate - è spontanea e precoce. Crescendo, questa struttura mentale non scompare: viene semplicemente riformulata. Gli angeli, le divinità, i santi svolgono una funzione molto simile, con la differenza che sono culturalmente accettati e condivisi. La preghiera, quindi, non funziona perché qualcuno interviene dall’alto, ma perché agisce su chi prega. Riduce l’ansia, dà una narrazione al caos, offre l’illusione di non essere soli. È una strategia psicologica efficace, come mostrano molti studi sul coping religioso, ma non è una prova dell’esistenza del soprannaturale. Come ricordava Richard Dawkins, il fatto che una credenza sia consolatoria non la rende vera.
 
Queste credenze resistono perché parlano alla parte più antica della mente umana, quella che è naturalmente predisposta a costruire esseri "quasi umani": invisibili, potenti, intenzionali. La scienza, al contrario, non rassicura: dubita, corregge, ammette di non sapere. Ed è proprio per questo che funziona. Credere negli angeli non dice nulla sugli angeli, dice però molto su di noi. E forse la domanda giusta non è come invocarli per guarire, ma perché continuiamo ad averne bisogno.

martedì 29 luglio 2025

Figlio di Dio?

Mentre ascoltavo questo breve intervento di Galimberti pensavo che se l'avesse pronunciato appena un po' di tempo fa probabilmente non l'avrebbe scampata. Magari non sarebbe stato mandato al rogo, ma un bel processo per eresia non gliel'avrebbe tolto nessuno. Mi sembra comunque che almeno un paio di punti siano interessanti. 

Il primo è quello in cui il filosofo afferma che Gesù non ha mai detto di essere figlio di Dio, quindi non lo è. A supporto di questa sua affermazione cita il dialogo tra Gesù e Pilato nella parte in cui quest'ultimo gli chiede se è figlio di Dio e Gesù gli risponde: "Tu lo dici", a significare che questa affermazione l'ha fatta Pilato, non Gesù. Ora, intendiamoci, io non sono un teologo ma tra le mie perversioni passate c'è stata quella di aver letto alcuni libri su questi argomenti. Ma anche senza leggere libri, è sufficiente una breve googlata per vedere come invece ci sono alcuni passi del nuovo testamento in cui Gesù fa capire di esserlo, figlio di Dio, anche se non lo dice mai in maniera esplicita ma sempre implicita, racchiudendo il concetto all'interno di perifrasi, parabole o discorsi. Quindi diciamo che qui Galimberti potrebbe avere in parte ragione e in parte no. In ogni caso, sulla natura del rapporto tra Gesù e il suo presunto padre celeste dibattono da secoli pensatori, filosofi e teologi, spesso con morti e feriti, quindi non sarò certo io in questo post a mettere la parola fine alla secolare diatriba.

L'altro punto interessante, e qui mi pare che Galimberti abbia ampi margini di ragione, è quello in cui afferma che Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione che porti il suo nome, né ha mai avuto intenzione di farlo. A questo proposito ricordo un libro di Remo Cacitti, Inchiesta sul cristianesimo (Cacitti è stato ordinario di Storia del cristianesimo antico all'Università degli studi di Milano), nel quale lo studioso esprime il medesimo concetto, e cioè che Gesù è venuto per rinnovare, non per creare una nuova religione, e il cuore della sua predicazione è l'annuncio del Regno di Dio, non l'istituzione di una "Chiesa" nel senso moderno. Poi vabbe', le cose sono andate come sono andate e ancora oggi ci ritroviamo sul groppone il cristianesimo inteso come religione, ma anche come cultura e inconscio collettivo, tutte cose che ovviamente non hanno nulla a che fare con la spiritualità.

sabato 14 dicembre 2024

Video

Come forse qualcuno dei miei 32 lettori saprà già, trascorro molto tempo sul tubo per seguire lezioni e conferenze di vari personaggi legati al mondo della scienza, della storia e della cultura in generale (d'altra parte ognuno ha le sue perversioni :-)). Ne segnalo qui di seguito alcuni che in questi giorni ho trovato oltremodo interessanti. 

Qui c'è una bellissima lezione di Dario Fabbri sul legame che esiste tra Guelfi, Ghibellini, Sassoni e Bavaresi. Qualcuno, immagino, potrebbe chiedersi cosa c'entrino i toscani del XIII secolo coi tedeschi. Beh, dal punto di vista delle dinamiche sociali c'entrano eccome, ma ovviamente non mi dilungo, se a qualcuno la cosa interessa può seguire il video. (Piccola nota a margine: ho imparato un sacco di cose sulla storia della Germania, compresi i reali motivi che hanno provocato la nascita del nazismo, che non conoscevo e che mi hanno stupito.)

A questo link, invece, trovate un breve video in cui il grande Giacomo Moro Mauretto spiega dal punto di vista evoluzionistico a cosa serve il sonno. Sì, vabbe', a grandi linee lo sappiamo più o meno tutti, se non altro per esperienza diretta. Ma dal punto di vista meramente evolutivo, perché tutti gli esserei viventi del pianeta dormono? Perché l'evoluzione ha "inventato" il sonno? Questo video dura meno di 10 minuti, quindi è usufruibile anche da chi va di fretta :-)

Qui, e chiudo, c'è una bellissima presentazione dell'antropologo e genetista Francesco Cavalli-Sforza chiamata L'inganno delle religioni. Il titolo non deve trarre in inganno. L'autore presenta infatti il suo libro omonimo in cui non si mettono in discussione i vari credo che legittimamente ognuno può seguire, ma, oltre a fare una storia delle religioni e dei motivi antropologici per cui l'essere umano da quando ha messo piede sulla terra ha sentito il bisogno di inventarsi divinità, spiega come le grandi religioni organizzate e strutturate hanno influito sull'evoluzione sociale degli esseri umani. Una lezione splendida.

sabato 18 novembre 2023

Evoluzione casuale e dignità sono incompatibili (secondo Wojtyla e Ratzinger)

Se avete cinque minuti liberi, e naturalmente se questi argomenti vi interessano, ascoltate ciò che dice Telmo Pievani a partire dal min. 13 circa di questa conferenza. È il suo commento a ciò che disse papa Wojtyla il 22 ottobre 1996 in occasione di un suo messaggio alla Pontificia accademia delle scienze. La frase incriminata, che verrà poi ripresa da papa Ratzinger nel discorso del suo insediamento al soglio di Pietro, è questa: "...le teorie dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona".

Il sotteso di questo discorso, che poi non è neppure tanto sotteso, è che noi non possiamo essere figli del caso e della mera evoluzione per contingenze, come ci insegna Darwin e come oggi la scienza ha definitivamente accertato, e chi crede questo non solo si pone al di fuori degli insegnamenti della chiesa, che uno potrebbe anche dire: chi se ne frega?, ma secondo Wojtyla e Ratzinger ragionare in termini di evoluzione casuale, cioè escludere che la nostra presenza qui sia frutto di un "disegno" che era già tracciato, preclude la possibilità di poter avere una morale, un'etica e perfino una dignità.

Non so se è chiara la gravità di questa affermazione e se si riesce a comprenderne appieno le implicazioni. Poi mi raccomando, tutti a indignarsi e a mettersi sulle barricate se per caso a volte capita di dire qualcosa di offensivo nei confronti delle religioni. 

Ma l'obiezione più bella e ineccepibile a questa delirante affermazione, Pievani la dà verso la fine del suo intervento, dal min. 25:30, cioè quando dice che è solo grazie alla contingenza e alla casualità che noi possiamo apprezzare la nostra presenza qua, perché se ci fossimo evoluti solo in virtù di un disegno che già ci prevedeva saremmo niente di più che pedine di altri giochi, mentre invece è proprio la casualità, il fatto che la storia sia andata in questo modo quando sarebbe potuta andare in milioni di altri modi a renderci preziosi e unici.

E comunque in fin dei conti siamo Sapiens, con tutti i nostri limiti e i nostri difetti, ma con la capacità unica su questo pianeta di poter organizzare ed elaborare i pensieri ricorrendo alla razionalità, e credo che il modo più consono di appartenervi sia quello di farne uso.

giovedì 9 marzo 2023

Ragionevolezza (di Pillon)

 

 

Quello che Pillon chiama logico e ragionevole è in realtà intuitivo, nel senso che il nostro cervello è per sua natura strutturato in modo da pensare in termini di cause ed effetti (consiglio al senatore un saggio stupendo su questi temi: L'orologiaio cieco, di Richard Dawkins), mentre la casualità degli eventi è controintuitiva. Se volessimo posizionarci al livello argomentativo da quinta elementare di Pillon basterebbe ribattere che il darwinismo, che lui irride con la sua puerile vignetta, è un fatto, e nessuno scienziato, oggi, oserebbe dubitare del pensiero di Charles Darwin, la cui validità è confermata da infiniti dati sperimentali. Viceversa, non esiste un solo dato sperimentale che suffraghi la teoria del creatore.

Questo, come dicevo, se vogliamo restare al livello di Pillon. Per fare un piccolo salto di qualità si potrebbe dire che sulla questione scienza vs fede si sono espressi nel corso del tempo tantissimi pensatori, cristiani e non. Il punto è che se io voglio parlare di questo con un amico, lo invito a cena a casa mia e ci mettiamo con calma a discuterne, andando avanti anche tutta la notte, se necessario. Liquidare una questione così complessa e stimolante con una vignetta di tale banalità, è il migliore assist che si possa fare a un non credente.

Non c'è niente da fare, spesso il peggior servizio al cristianesimo lo fanno i cristiani.

sabato 21 gennaio 2023

Grandi Dei

 

Ho letto questo libro dopo averne sentito citare alcuni concetti da Telmo Pievani in una sua conferenza. Ara Norenzayan è professore di psicologia alla University of British Columbia e ha pubblicato questo interessantissimo saggio con lo scopo di spiegare in che modo le grandi religioni monoteiste e politeiste, le religioni appunto dei Grandi Dei, si sono diffuse conquistando la maggior parte delle menti nel mondo. È quindi un libro che spiega questi meccanismi, ma soprattutto, ed è l'aspetto ancora più interessante, è un libro che spiega come funziona il nostro cervello e la nostra mente. Il libro è molto corposo, articolato ed esaustivo e non posso certo riassumerlo in un post, mi limiterò quindi ad accennare brevissimamente alcuni degli aspetti che ho trovato più interessanti.

Uno di questi, a cui generalmente non si presta molta attenzione, è che per il 99,9% della storia umana le manifestazioni religiose hanno sempre avuto caratteristiche sciamaniche e politeiste. Il monoteismo come lo conosciamo oggi, tipico delle grandi religioni di massa (cristianesimo, islam, ebraismo, ecc.), è recentissimo e data più o meno a partire dall'avvento del cristianesimo. Ma anche la valenza morale delle religioni è altrettanto recente. Oggi facciamo molta fatica a immaginare che religione e moralità possano essere due cose distinte, ma per gran parte della storia umana è stato così, in particolar modo finché le comunità erano composte da piccoli gruppi. La moralità è sempre esistita nell'uomo, e il nucleo degli istinti morali si è evoluto molto prima che la religione si diffondesse nei gruppi umani.

La nascita progressiva di grandi dei onnipotenti, onniscienti, spesso immaginati con tratti fisici e psicologici compatibili con quelli umani, dei addirittura "controllori" delle attività umane, è stata graduale e concomitante alla trasformazione, cominciata nell'Olocene con l'invenzione dell'agricoltura, delle società da piccoli gruppi in grandi gruppi strutturati in maniera complessa. L'ascesa delle religioni è stata inarrestabile nel tempo e oggi, nonostante negli ultimi duecento anni molti abbiano predetto la loro scomparsa, la maggior parte delle persone in quasi tutte le società umane è ancora profondamente religiosa. Scrive l'autore: "Nel complesso, quasi due miliardi di persone, oggi, si definiscono cristiane. Anche la religione islamica, con 1,3 miliardi di fedeli, è in espansione; le tendenze fondamentaliste, inoltre, stanno crescendo in tutte e tre le fedi abramitiche. Il fondamentalismo cristiano, in particolare, si sta diffondendo al pari di un incendio incontrollato in luoghi come la Cina e l'Asia sudorientale e, soprattutto, nell'Africa subsahariana. Curiosamente, tra i paesi più religiosi ci sono gli Stati Uniti, che rappresentano la società più potente in termini economici e la più avanzata dal punto di vista scientifico. Oltre il 90% degli statunitensi crede in Dio, il 93% crede nel paradiso, l'85% crede nell'inferno; più o meno uno statunitense su due crede nell'interpretazione letterale della Genesi."

Confesso che il fatto che metà degli americani creda nel mondo creato da Dio in sette giorni, in Adamo ed Eva, l'albero, il serpente, la mela e tutto il resto, mi ha lasciato sconcertato, ma gli americani, si sa, sono sempre in grado di stupire. 

Ma quali sono i motivi del successo delle religioni? Su questa domanda è imperniata l'intera stesura del libro. Nonostante questo interrogativo rappresenti ancora per gran parte un rompicapo, gli studiosi sono in maniera concorde orientati verso due risposte: il nostro cervello e la cooperazione, ma soprattutto il primo. Perché c'entra il nostro cervello? Perché nella nostra specie, già nei bambini molto piccoli, sono presenti facoltà cognitive che sembrano avvicinare le menti umane alla credenza religiosa. Una di queste è chiamata teoria della mente o mentalizzazione, cioè la capacità di vedere persone o cose come agenti intenzionali provvisti di menti. A questa si aggiunge la teleologia, ossia la sensazione che eventi naturali o cose materiali esistano per uno scopo. Scrive Norenzayan: "Le intuizioni teleologiche compaiono in età molto precoce nel pensiero dei bambini e sembrano non essere inculcate dall'esterno. Già all'età di cinque anni, ad esempio, i bambini intuiscono che i leoni esistono perché noi possiamo andare a vederli allo zoo, le nubi servono per far piovere e le montagne per arrampicarsi. Anche gli adulti hanno simili convinzioni, qualche volta apertamente, altre volte in maniera più nascosta."

In pratica, quindi, già alla nascita il nostro cervello è "programmato" per pensare in termini deterministici di causa-effetto, che sono gli stessi termini su cui si impernia il pensiero religioso, che sostanzialmente vede il dio di turno come colui che ha creato tutto e quindi tutto esiste a causa sua. Ne consegue che, in linea generale, per la nostra specie il pensiero religioso è facile, immediato e intuitivo, mentre viceversa il pensiero razionale, scientifico e analitico è controintuitivo. Questo probabilmente spiega, ipotizza l'autore, perché il pensiero religioso è così diffuso mentre la cultura scientifica stenta così tanto ad affermarsi ed è generalmente considerata ostica.

La questione della cooperazione, invece, di cui parla Norenzayan, era già stata descritta magnificamente da Yual Noah Harari in Sapiens, da animali a dèi, e si fonda sull'assunto che gli appartenenti a grandi gruppi religiosi possono cooperare tra loro e fidarsi reciprocamente pur non conoscendosi. Quando i nostri antenati erano cacciatori-raccoglitori i gruppi umani erano formati mediamente da alcune decine di persone che si conoscevano personalmente tra loro e la fiducia e la cooperazione reciproche erano basate su questa conoscenza. Con l'invenzione dell'agricoltura e il conseguente allargamento dei gruppi umani, la religione è stata uno dei tanti sistemi (ce ne sono molti altri) che ha consentito il mantenimento di questa fiducia e cooperazione reciproche. Oggi in piazza san Pietro si ritrovano centomila persone che non si conoscono, ma si fidano (e all'occorrenza cooperano) reciprocamente in virtù dell'appartenenza allo stesso credo religioso. Un musulmano di Casablanca e un musulmano di Parigi possono incontrarsi e fidarsi reciprocamente grazie al solo credo che li accomuna. Questo è l'altro fattore che ha decretato il successo delle religioni (e della nostra specie): l'aggregazione sociale creata dalla religione.

Un altro fattore non meno importante che ha determinato il successo delle religioni è quello che nella tradizione giudaico-cristiana è noto come l'occhio di Dio, ossia l'idea che Dio veda tutto. Sia nel vecchio che nel nuovo testamento ci sono parecchi riferimenti in merito e chi di noi, quando è andato a catechismo, non si è sorbito le ammonizioni del prete a fare attenzione perché "Dio ti vede"? Non è prerogativa del dio cristiano, intendiamoci, tutte le grandi religioni monoteiste hanno un dio (che poi è sempre lo stesso con nomi diversi) che vede tutto, e l'idea di un essere sovrannaturale che ti sorveglia ("Chi è sorvegliato si comporta bene") ed è pronto a sanzionarti se sgarri è probabilmente la più ingegnosa e "terribile" forma di controllo sociale che l'uomo abbia mai inventato, e che ovviamente ha contribuito al successo del pensiero religioso.

Gli argomenti trattati nel libro sono ancora molti ma mi fermo qui. Se con queste brevi descrizioni ho acceso la curiosità di qualcuno, l'invito che faccio è di leggere questo libro. Non tanto e non solo per capire le connessioni tra la religione e la nostra vita di gruppo, ma anche solo per capire in maniera dettagliata come funzionano il cervello e il modo di ragionare di noi umani. E capire e comprendere se stessi è sempre un buon viatico per capire il mondo e starci dentro nel modo giusto.

venerdì 16 dicembre 2022

Uccidere in nome di Dio

Fa un certo effetto pensare che ci sono posti nel mondo in cui ancora si uccide in nome di Dio. Non mi riferisco tanto alle 450 persone che si stima siano state uccise in questi tre mesi di scontri dalla polizia iraniana, quanto alle due esecuzioni capitali per impiccagione espressamente ordinate da un tribunale. È la motivazione che impressiona. I condannati non si sono infatti macchiati dei "normali" crimini che nei paesi come ad esempio gli USA prevedono la pena di morte, e cioè omicidio, strage ecc., ma hanno commesso il reato di moharebeh, che significa "fare la guerra a Dio".

Ecco, ci sono posti nel mondo in cui ancora si uccide per Dio, ossia per quella creatura immaginaria che l'uomo si è inventato a mo' di conforto e consolazione per lenire l'idea inaccettabile della propria finitezza. E non è di particolare conforto tentare di contestualizzare il tutto pensando beh, sì, là c'è una teocrazia e nelle teocrazie funziona così. Non lo è per niente, almeno ragionando coi nostri canoni. Che poi non è che noi possiamo più di tanto ergerci a moralisti visto che la chiesa per secoli ha fatto le stesse cose, se non peggio, di quelle che oggi fanno là gli ayatollah iraniani.

Ciò che fa un po' sperare è che, nonostante la feroce repressione attuata dal regime, le proteste non accennano a placarsi e anzi sono sempre più partecipate e imponenti. E quando un regime arriva a mettere in piazza esecuzioni pubbliche lo fa perché si sente ormai alle corde.

lunedì 19 settembre 2022

Nati per credere

Ci sono ragioni evoluzionistiche che stanno alla base del credere in una religione, oppure nella superstizione, anche nelle fake news. La nostra mente è infatti abituata, fin dalla notte dei tempi, a ragionare in maniera teleologica, ossia a pensare in termini di causa ed effetto. In pratica trova controintuitivo che tra due eventi, apparentemente in relazione tra loro, non ci sia invece alcuna relazione. Questo meccanismo innato è ciò che porta molti a trovare correlazioni, in realtà inesistenti, ad esempio tra i vaccini e alcuni tipi di patologie.

Perché la nostra mente ragiona così? Per motivi di adattamento evoluzionistico. Telmo Pievani cerca di spiegarlo con un esempio in questo bellissimo intervento. Se un nostro antico antenato camminando in un bosco trovava un ramo spezzato in terra, non gli conveniva pensare che fosse stato casualmente abbattuto da un fulmine, ma che si trovasse in terra spezzato perché poco prima era passato di lì un predatore che l'aveva schiacciato, e quindi il nostro ipotetico antenato si metteva in allerta. In pratica, la correlazione causa-effetto tra i due eventi (predatore-ramo spezzato) era ciò che poteva evitargli di essere ucciso da un predatore. 

Ecco perché noi, ancora oggi, tendiamo istintivamente a escludere la casualità nel succedersi degli eventi. È lo stesso motivo per cui è così diffuso il pensiero religioso (c'è una causa superiore da cui dipende tutto) e anche quello superstizioso. Questi meccanismi mentali, però, che tutti ci portiamo dietro come retaggio dell'evoluzione, non sono indelebilmente scritti nella pietra, ma si possono correggere con una precoce educazione scientifica, con l'esercizio del dubbio, del pensiero critico, tutte cose che dovrebbero essere inculcate già in età scolare. Dovrebbero, ma lo sono molto poco, purtroppo. E ciò spiega in parte il successo di gente come Salvini e altri.

venerdì 12 agosto 2022

Masturbarsi è peccato?

Mi è capitato per caso sott'occhio la risposta di un teologo a un credente che chiede se, alla luce della dottrina cattolica, masturbarsi sia peccato. Il teologo risponde affermativamente, non tanto - dice - per la trasgressione a un comandamento, che presumo sia quello che intima di non commettere atti impuri, ma perché chi si masturba "sta facendo del male a sé stesso perché questa energia umana fatta per esprimere e alimentare l’amore e per generare vita viene usata per procurarsi un piacere solitario."

Il peccato, però, se ho capito bene, non sta tanto nel procurarsi un piacere solitario, checché ne dica il teologo, ma sta nel fatto che il piacere è improduttivo (il famoso "non disperdere il seme" di una celebre canzone di De André). Questa cosa fa abbastanza sorridere, a pensarci, per il fatto che fare sesso esclusivamente per procreare non è altro che una delle forme più bieche di materialismo. E sentirlo predicare dai cattolici, che parlano sempre di spirito... Insomma, la cosa fa sorridere, a pensarci.

Per quanto riguarda il non commettere atti impuri, il teologo credo faccia bene a non prenderlo come paradigma per affibbiare alla masturbazione il grado di peccato, perché, per quanto ne so io, quel comandamento fa riferimento all'adulterio, non a forme non canoniche di pratiche sessuali. Ma queste sono sottigliezze teologiche che lascio a chi è più competente di me.

Alla fine, ciò che più mi sorprende è che la chiesa, in merito alla masturbazione, non si è mossa di un millimetro dai tempi in cui ero giovinetto io. Ricordo molto bene, infatti (sono cresciuto in una famiglia e un ambiente cattolici), gli anatemi del prete sul toccarsi, che è cosa sporca, peccato mortale, guai, si paventava addirittura il rischio di diventare ciechi, oppure ti poteva cadere l'appendice pendula. Per non parlare poi di quando, da dietro la grata del confessionale, il temibile prete chiedeva se ci si fosse toccati e quante volte.

Ecco, siamo ancora fermi a 50 anni fa. Ancora lì a demonizzare una delle cose della vita più naturali che ci siano: la soddisfazione di una pulsione sessuale, un bisogno primario come mangiare, bere o dormire. Ma ancora più tristezza me l'ha provocata la domanda del richiedente consiglio, una persona attanagliata dal dubbio e dalla paura. Paura. A dimostrazione del livello di sudditanza psicologica che alcune persone possono raggiungere nei confronti di dettami religiosi fuori da qualsiasi logica e totalmente (questi sì!) contro natura.

venerdì 6 maggio 2022

Il Corano e Darwin

Classe quarta della scuola elementare in cui mia figlia maggiore è educatrice. La mamma (di religione musulmana) di una bambina scrive all'insegnante di scienze chiedendole di non tenere la prevista lezione sull'evoluzione. Il motivo, spiega la mamma, è che per il Corano il darwinismo è peccato. La teoria dell'evoluzione per selezione naturale, infatti, insegna che le varie specie animali (uomo compreso, quindi) sono nate e si sono evolute grazie a fattori del tutto casuali, escludendo perciò che l'uomo sia stato creato da un dio (in questo caso, Allah). L'insegnante si è riservata di parlarne con la preside per decidere il da farsi e comunicarlo alla mamma.

A me, personalmente, ha sorpreso abbastanza che l'insegnante abbia optato per discutere della faccenda con la preside. Io avrei risposto alla mamma, usando la stessa cortesia usata da quest'ultima, che le lezioni sono uguali per tutti e sono basate su programmi del ministero, e non è corretto negare una lezione a tutti i componenti della classe per motivi ideologici che riguardano un solo componente. Che poi, volendo essere pignoli, sono i genitori della bambina che chiedono che la lezione non venga svolta, probabilmente la bambina non avrebbe nulla da ridire.

Insomma, per come la vedo io, l'unica forma di accordo possibile è che la mamma tenga a casa la bambina il giorno in cui ci sarà la lezione sull'evoluzione. Non vedo altre soluzioni.

giovedì 17 febbraio 2022

Due concezioni del dolore

A pensarci, è perfettamente legittimo che i cattolici siano contrari all'eutanasia, è perfettamente coerente col loro credo. In primo luogo perché l'eutanasia cozza contro l'assunto dottrinale che la nostra vita non è nella nostra disponibilità e quindi non siamo noi quelli titolati a deciderne le sorti; in secondo luogo perché l'eutanasia è sinonimo di emancipazione dal dolore e dalla sofferenza, e il dolore e la sofferenza per il cristianesimo sono valori positivi, da celebrare, perché rappresentano una forma di espiazione del peccato e una caparra per l'eternità. 

Rimane la solita domanda, che fa capolino ogni volta che si parla di questi argomenti: perché i cattolici sono contrari a una legge che non obbligherebbe nessuno a ricorrere all'eutanasia (quindi chi desiderasse, in virtù del proprio credo, soffrire potrebbe continuare a farlo senza problemi) ma consentirebbe di farvi ricorso solo a chi lo desidera?

 

domenica 13 febbraio 2022

La lettera scarlatta

 


Mi stupisce sempre, ogni volta che leggo un classico, notare le differenze stilistiche tra la prosa di questi ultimi e quella della narrativa contemporanea. La prosa della narrativa contemporanea è in genere più "veloce", immediata, il susseguirsi degli eventi, delle situazioni e dei dialoghi è più rapido, probabilmente specchio della veloce e rutilante società contemporanea influenzata dalla rapidità di internet e dei social. I classici, invece, sono più "lenti"; le descrizioni, i dialoghi e le situazioni hanno un più ampio respiro, fino a volte a eccedere in ridondanze e ripetizioni - chi ha letto libri come ad esempio Il conte di Montecristo sa cosa voglio dire.

La lettera scarlatta fu pubblicato per la prima volta nel 1850 ed è un classico della letteratura statunitense. È ambientato nella Nuova Inghilterra puritana e arretrata del XVII secolo e narra le vicende di Hester Prynne, una ragazza accusata di adulterio che, secondo le leggi religiose di quei tempi, venne condannata inizialmente alla gogna e poi a trascorrere il resto della sua vita con lettera A rossa cucita addosso al vestito, a simboleggiare pubblicamente la sua condizione di donna adultera. È un romanzo storico, abbastanza scarno di dialoghi e con pochi personaggi principali, che ha il merito di descrivere con una certa precisione che cos'è stato il puritanesimo e le derive a cui possono condurre il fanatismo religioso e l'ignoranza. 

Piccola curiosità: dal tenore dello scritto si evince chiaramente l'avversità dell'autore del romanzo verso il puritanesimo e le sue leggi, avversione che portò lo scrittore, Nathaniel Hawthorne, ad aggiungere una lettera al suo cognome per modificarlo. Il cognome originario della famiglia di origine, infatti, era Hathorne, privo della "w", la quale fu aggiunta dallo scrittore a simboleggiare il distacco da un suo predecessore, John Hathorne, che fu uno dei giudici del tristemente famoso processo alle streghe di Salem.

lunedì 27 dicembre 2021

L'inverno demografico

Ci sta che papa Bergoglio veda come una tragedia il calo demografico che sta portando al declino questa parte di mondo. Dal punto di vista dottrinale i reiterati appelli alle famiglie a prolificare come conigli è infatti perfettamente in linea con gli insegnamenti dottrinali, dal momento che nella Bibbia Dio benedice Noè e i suoi figli e dice loro: "Andate, moltiplicatevi e riempite la terra."

Il problema è che la Terra è già fin troppo piena e la raccomandazione data da Dio è stata già da tempo esaurientemente soddisfatta. Qualche numero per dare un po' l'idea. Quando Colombo arrivò nelle Americhe la popolazione umana mondiale contava circa 500 milioni di individui. Nel 1800 il primo raddoppio: un miliardo di individui. I due miliardi si sono raggiunti agli inizi del Novecento. Tre miliardi nel 1960 e quattro miliardi nei primi anni Settanta del secolo scorso. Con questo trend, nel 2025 saremo otto miliardi e nel 2080 dieci miliardi. 

Alla luce di questi numeri, che vedono oggi un pianeta talmente pieno di esseri umani da essere vicino al collasso (molti studiosi ipotizzano che la sovrappopolazione potrebbe paradossalmente essere una delle cause della nostra estinzione), io questo "inverno demografico" di cui parla il papa non lo vedo.

Sì, certo, esiste a livello locale nel senso che nel ricco e opulento Occidente non si fanno più figli, ma nel molto più grande resto del mondo la tendenza è esattamente opposta, e la crescita esponenziale degli ultimi due secoli sta lì a dimostrarlo. Cioè, va bene predicare la natalità in ossequio agli insegnamenti dottrinali, ma forse occorrerebbe avere una visione più larga, più "ecumenica", se vogliamo, che tenga conto di come vanno le cose a livello globale, non solo locale.  

E poi, boh, non so, questi reiterati e incessanti appelli dei cattolici a fare figli mi danno l'idea del materialismo più bieco, che mi pare strida non poco con la spiritualità di cui amano sempre parlare.

sabato 4 dicembre 2021

La società irrazionale

Il rapporto annuale del Censis fotografa quella che viene definita "La società irrazionale". Il 5,9% degli italiani interpellati, circa 3 milioni di persone, è convinto ad esempio che il covid non esista. Non è che lo sottovaluta, lo minimizza, pensa che sia niente di più di una influenza o simili: no, non esiste proprio, è una invenzione. Il 10,9% pensa che il vaccino sia inutile, il 31,4% pensa che sia sperimentale e noi cavie su cui testarlo. Poi, dopo il covid, c'è tutto il repertorio fantastico già tristemente noto di cui ogni tanto parlano le cronache: il 5,8% degli italiani che pensa che la Terra sia piatta, il 10% convinto che sulla Luna non ci siamo mai andati; il 20%, un italiano su dieci, che pensa che la tecnologia 5G sia un sofisticato strumento per il controllo delle persone. C'è poi un sorprendente 40% di italiani che crede al Great Reset, un complotto europeo, scientemente studiato a tavolino, che ha come obiettivo la sostituzione etnica degli italiani e degli europei autoctoni con lo strumento dell'immigrazione.

In termini assoluti, chi crede a questi complotti rappresenta una percentuale tutto sommato minoritaria rispetto a una ben più cospicua maggioranza che pensa razionalmente e che è in grado di "vedere" la realtà così com'è. In realtà il pensiero magico, il pensiero religioso, il complottismo, la capacità di immaginare cose che non esistono e tutta la serie di comportamenti collegabili alla sfera dell'irrazionalità sono perfettamente umani, sono caratteristiche peculiari della nostra specie e, evolutivamente parlando, sono quelle cose che hanno contribuito a fare sì che noi Sapiens diventassimo i signori assoluti del pianeta (che poi questo sia stato un bene o un male, è un'altra faccenda).

Sulle cause di questa dilagante irrazionalità non c'è naturalmente convergenza di punti di vista. Molti ricercatori, scienziati, psicologi ritengono che il ricorso al pensiero magico sia causato da problemi contingenti come la crescente insicurezza, riscontrabile ad esempio nel fatto che oggi un titolo di studio non è più sufficiente a garantire un lavoro stabile e ben retribuito; c'è poi l'incertezza nel futuro, gli stipendi sempre più bassi, la povertà dilagante, tutti fattori che hanno concorso a produrre la società irrazionale di cui parla il Censis e a cercare rifugio nel pensiero magico.

In realtà questa impostazione non è nuova. Già Marx, ad esempio, a metà del 1800, faceva questo discorso relativamente alla religione, forse la massima espressione dell'irrazionalità, con la famosa frase in cui la definiva "oppio dei popoli". Con questa espressione Marx non intendeva dire che la religione fosse una droga, come molti comunemente credono, ma intendeva assegnare ad essa una valenza consolatoria. Siccome era convinto che la società capitalista era marcata da una profonda ingiustizia (una "valle di lacrime"), quanti la abitavano avevano bisogno di conforto e consolazione, e lo trovavano nella religione. Se ci si pensa, qualsiasi ricorso all'irrazionalità ha forti motivazioni di questo genere. Perché le bufale, i complotti, il pensiero magico, il pensiero religioso sono così diffusi e allettanti? Perché sono rassicuranti, offrono consolazione, consentono di poter trovare (e potersi creare) punti di riferimento e appigli a cui aggrapparsi nell'incertezza generale dilagante. 

Sulla sindrome dei complotti Umberto Eco ha scritto pagine bellissime e forse ancora ineguagliate. In alcune di queste, ad esempio, spiegava che i complotti non sono per definizione immaginari. La storia è piena di complotti reali, a partire da quello per uccidere Giulio Cesare in qua. Ma come si distingue un complotto reale da uno immaginario? Quello reale viene smascherato subito, quello immaginario è destinato a perpetuarsi negli anni e a volte nei secoli. Il fatto ad esempio che a distanza di vent'anni si parli ancora del complotto undicisettembrino secondo il quale gli americani si sarebbero buttati giù da soli le torri gemelle per avere il pretesto per invadere l'Afghanistan; il fatto che dopo più di cinquant'anni si parli ancora del complotto che vuole che sulla Luna non ci siamo mai andati; il fatto che a distanza di quasi un secolo dai quei terribili fatti ci siano ancora i negazionisti dell'Olocausto, e altri, sono la migliore dimostrazione che non si trattava di complotti (purtroppo, nel caso dell'Olocausto).

Con la faccenda di oggi del covid, i negazionisti e i complottari avranno conferma o smentita dei loro deliri utilizzando lo stesso parametro indicato da Eco: il tempo. Se fra dieci o venti o cento anni si parlerà ancora della pandemia come di un gigantesco complotto, sarà la prova provata che non si trattava di un complotto. Sempre ammesso che, nel frattempo, i suddetti complottari non siano già stati fatti fuori dal tempo o da quello che pensavano fosse un complotto.

domenica 14 novembre 2021

In direzione contraria

Oggi, qua a Santarcangelo, l'annuale fiera di san Martino vive il suo ultimo giorno. L'anno scorso, prima volta nella sua antichissima storia, non si è svolta a causa della pandemia, quest'anno è tornata e, complice il bel tempo e le temperature quasi estive, probabilmente farà il botto. Ho fatto un giretto veloce giovedì, nel primo pomeriggio, mentre in bicicletta tornavo dal lavoro, poi più niente, anche a causa della mia nota allergia al casino e al pigia-pigia. Sono però uscito di casa e mi sono incamminato, a piedi, in direzione esattamente contraria, sulle colline verso Poggio Berni. 




Ho camminato per un'oretta e mezzo in maglietta a maniche corte. È abbastanza sorprendente che a metà novembre ci siano 14°, ma questo è. Non so come sia il meteo nel resto dello stivale, ma qua la famosa "Estate di san Martino" sta dando il meglio di sé.

Durante la camminata ho ascoltato, presentato dal grande Alessandro Barbero, il racconto di una delle pagine più traumatiche della storia degli USA: il processo alle streghe di Salem. La vicenda si inserisce all'interno del più ampio periodo storico, che comprende tutto il XVII secolo, in cui nella zona dell'attuale New England si diffuse tra i coloni puritani inglesi la pratica della caccia alle streghe. Il puritanesimo fu un movimento sorto in Inghilterra, nell'ambito del protestantesimo calvinista, alla fine del 1500 e il suo obiettivo era quello di "purificare" la chiesa d'Inghilterra da tutto ciò che non era conforme alle sacre scritture.

Gran parte delle colonie britanniche del nord America era composta di aderenti a questo movimento, che tra le sue caratteristiche aveva quella di essere contraddistinto da una elevata dose di fanatismo. La caccia alle streghe, che quasi paradossalmente ebbe il suo massimo furore nell'America del nord nello stesso periodo in cui qua nel vecchio continente si spegnevano gli ultimi fuochi, maturò proprio in questo contesto sociale, fatto appunto di cieco fanatismo, furore religioso, superstizione, diffidenza, odio e paura. Una vicenda che, ascoltata nella sua interezza, dà l'impressione di essere una specie di horror story raccontata da qualche scrittore particolarmente fantasioso, mentre invece è, purtroppo, pura realtà storica.


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