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mercoledì 8 dicembre 2021

Patrick Zaki e le pedine

La liberazione di Patrick Zaki, di cui siamo tutti ovviamente molto contenti, non si è realizzata perché un bel giorno i giudici del Cairo si sono svegliati colpiti da una specie di resipiscenza morale dopo avere tenuto in carcere per 22 mesi uno studente colpevole di nulla, o magari perché è fortunosamente venuta alla luce una prova della sua innocenza - figuriamoci! È stato scarcerato grazie al lavoro sottotraccia del governo italiano, della diplomazia, dei continui contatti più o meno riservati tra la Farnesina e quel losco figuro di Al Sisi. Ma c'è lo zampino anche dell'amministrazione USA, nella faccenda, e in particolare dell'ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che dai tempi di Trump aveva provveduto a costruire buoni rapporti con l'inviato americano nominato da Trump stesso, ma allineato anche a Biden, Jonathan Coe.

Lo sblocco della situazione ha tra i vari artefici lo stesso Biden, il quale già dai tempi del suo insediamento aveva deciso di prendere di petto la questione dei diritti umani in quella parte strategica di Medio Oriente. (Che agli USA, ma anche a noi, freghi qualcosa della faccenda dei diritti umani da quelle parti fa sorridere, ma prendiamola per buona.) In particolare, Zaki è stato liberato perché il suo nome compariva in una lista di 16 dissidenti di cui l'amministrazione USA aveva chiesto la liberazione in cambio dello scongelamento di 200 milioni di dollari di aiuti militari all'Egitto, e il nome di Zaki in quella lista ci era finito grazie al lavoro di cui sopra della diplomazia italiana e del nostro ambasciatore là.

Questo spiega la tutto sommato tiepida reazione del governo italiano alla notizia della liberazione dello studente egiziano e la concomitante sorpresa dell'opinione pubblica: il governo sapeva che la situazione era prossima a una svolta, la gente no. La misurata reazione del governo è dettata anche dalla consapevolezza che la partita è tutt'altro che chiusa. Ciò che impressiona maggiormente, però, almeno me, è che vicende come questa sono la più lampante dimostrazione di come le persone comuni siano spesso niente più di semplici pedine all'interno di un gioco molto più grande, che contempla i delicati rapporti economici e di collaborazione tra stati, tra aree geografiche. Zaki e gli altri quindici nominativi di quella lista non erano altro che merce di scambio.

Se ci pensate, è la stessa cosa che faceva Salvini quando bloccava al largo le navi con i migranti. I migranti erano la "merce" con cui ricattare l'Europa per costringerla ad addossarsi parte del gravoso fardello. Ma anche Erdogan, un altro mascalzone di notevole portata, faceva la stessa cosa quando, appena un anno fa, minacciava di aprire la frontiera tra Turchia e Grecia e riversare in Europa i 130.000 migranti ammassati al confine. Ma anche i migranti ammassati tra Bielorussia e Polonia, di cui le cronache stanno ancora parlando, sono armi di ricatto con cui Lukashenko (un altro che ti raccomando) fa pressione sull'Europa perché non commini sanzioni economiche alla Bielorussia.

Tutto questo per dire che non so, di preciso, se ci sono stati altri periodi storici, lontani o più vicini a noi, in cui gli essere umani, le persone, sono state così massicciamente utilizzate come mezzi, merce di scambio, contropartite di qualcosa, come nella nostra epoca. Con buona pace del povero Kant.

domenica 6 giugno 2021

Motivazioni su Patrick Zaki

Mi piacerebbe leggere le motivazioni dei provvedimenti con cui il tribunale egiziano del Cairo prolunga all'infinito, 45 giorni alla volta, la detenzione di Patrick Zaki, ammesso che l'amministrazione della giustizia da quelle parti preveda l'obbligo di motivare una carcerazione preventiva. 

Mi piacerebbe vedere, ad esempio, se come motivazione scrivono, che ne so?, pericolo di fuga (da un carcere egiziano?), oppure pericolo di reiterazione del reato (quale reato, tra l'altro?), oppure pericolo di inquinamento delle prove (prove di quale reato?) o altre motivazioni ancora. A meno che, molto più semplicemente, l'unica motivazione stia in un assurdo e arbitrario accanimento giudiziario nei confronti di uno studente colpevole di nulla, se non di essersi sfortunatamente trovato stritolato in un ingranaggio più grande di lui, ingranaggio mosso da aguzzini in toga che là vengono chiamati giudici.

A chi si lamenta che i nostri governi (l'attuale e il precedente) si sono mossi finora in questa faccenda senza sbraitare più del dovuto, segnalo questa pagina, in cui è elencato in numeri il giro d'affari tra noi e l'Egitto, e quest'altra, dove sono elencate le attività dell'Eni da quelle parti. Da qui si capisce benissimo che quando tutto il discorso sui diritti umani, di cui amiamo tanto riempirci la bocca, confligge col mercato, beh, questi ultimi si possono momentaneamente anche accantonare.

Teppisti inconsapevoli

Quelli del Post hanno parlato con diversi avvocati che difendono i ragazzini fermati dalla polizia per le devastazioni e i saccheggi dello ...