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domenica 19 luglio 2026

Tassare i milionari


Quando l'ho iniziato avevo messo in conto un certo numero di arrabbiature, che sono puntualmente arrivate. Ma sono andato avanti lo stesso. Questo agile saggio di Riccardo Staglianò approfondisce principalmente due argomenti: il livello ormai drammatico di diseguaglianze sociali a cui siamo giunti e i motivi per cui il concetto di patrimoniale è così ostico, non solo a destra ma anche a sinistra (Elly Schlein a tal proposito disse che non è tabù parlare di patrimoniale e poi non ne ha più parlato neppure lei). 

Riguardo alle disuguaglianze non c'è molto da dire. Ormai da decenni tutti i report ne fotografano i livelli, sia in Italia che nel mondo, ormai insostenibili, e mentre la sanità pubblica arranca e la scuola perde pezzi la ricchezza si accumula al vertice in modo quasi pornografico, in un trend che non accenna a modificarsi. Nel libro Staglianò solleva una domanda ovvia e cruciale: se tassare lo 0,1% dei super-ricchi, che in Italia riguarderebbe 50.000 persone su 60 milioni, garantirebbe risorse vitali per la collettività, perché in Italia questa proposta resta un tabù politico innominabile? L'autore, riprendendo alcune teorie dello studioso Mikhail Maslennikov, elenca alcuni possibili motivi.

​Il voto "multi-issue". Gli elettori generalmente non votano mai sulla base di una singola battaglia economica e tendono a sacrificare la richiesta di equità fiscale sull'altare di altre priorità identitarie dei partiti.

​La trappola del "merito". Gli ultraricchi hanno mostrato una certa abilità nel costruire una narrazione di stampo americano, molto in voga anche all'interno della destra di casa nostra, secondo cui l'idea di una redistribuzione di buon senso sia in realtà una "misura punitiva" contro chi ce l'ha fatta, quasi fosse una colpa avere successo.

​La sfiducia totale nello Stato. Secondo l'autore almeno la metà degli italiani è convinta che quei soldi, se racimolati, verrebbero comunque sprecati dalla macchina pubblica, una sorta di paradosso che confonde le pessime gestioni politiche (e qui, in molti casi, è difficile dare torto ai diffidenti) con le funzioni di welfare che lo Stato è chiamato per Costituzione a garantire. Cioè, gran parte dei cittadini pensa che sia inutile una patrimoniale perché il suo gettito andrebbe per gran parte sprecato.

Risultato di tutto questo: patrimoniale e ogni concetto di redistribuzione saranno tabù ancora per tanto tempo, mentre le praterie delle disuguaglianze e della crescita verticale della ricchezza saranno sempre più ampie. È una lettura che mi sento di sconsigliare a chi non vuole rovinarsi la giornata.

domenica 28 giugno 2026

Ma che ne sa?

L'ex generale ha detto che gli immigrati vanno rimandati a casa e a raccogliere pomodori, fragole e olive bisogna rimetterci gli italiani, come 30 o 40 anni fa. Bellissimo. Il problema è che così facendo cambierebbero solo i soggetti vittime di sfruttamento, non lo sfruttamento. Il fulcro di tutti i problemi non sta infatti nel conflitto tra italiani e stranieri, ma tra lavoro e capitale. 

Il caporalato e in generale lo sfruttamento (e non solo di persone straniere) sono infatti strutturali al funzionamento di un certo modello economico, e non una semplice questione di "chi" lavora nei campi. È un'analisi, questa, condivisa e sostenuta da molti sociologi ed economisti del lavoro, e se non si parte da lì, nei campi a raccogliere i pomodori ci possiamo mettere chi vogliamo, non cambia niente.

Ma che ne sa, Vannacci?

martedì 14 aprile 2026

24 parole per capire l'economia


Questo libro è un testo base, se vogliamo una sorta di abbecedario accessibile a tutti (molti concetti sono riuscito a capirli pure io), per comprendere cosa muove e come funziona l'economia, quindi per capire come funziona il mondo, perché è l'economia che muove il mondo, nient'altro. 

Spesso si tende a pensare all’economia come a un insieme di grafici astratti, numeri freddi, qualcosa di lontano dalle nostre tasche e dalle nostre vite. Invece l'autrice spiega che l'economia è ovunque: è nel prezzo del caffè che beviamo al mattino, nella spesa al supermercato, nei mutui che stipuliamo, nel pieno di benzina, ed è il motivo per cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente finiscono per influenzare il nostro potere d'acquisto.

​Molto interessante il punto su cui l'autrice insiste nelle pagine finali: la perdita della voglia di approfondire e di capire. Se non leggiamo, se non studiamo, restiamo prigionieri del nostro perimetro e quando in un telegiornale sentiamo - un esempio a caso - che la BCE o la Federal Reserve alzano i tassi di interesse per "raffreddare" l'inflazione non sappiamo cosa significa. E invece significa tantissimo per noi tutti.

​Chiudo citando l'ultima pagina del libro:

Penso che parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuta al fatto che non si legge, che non si studia. «Leggere può creare indipendenza», così recitavano gli auguri di Natale 2025 della mia casa editrice. Invece non ci informiamo e di conseguenza non agiamo, anche solo facendo sentire la nostra voce pacificamente, unico fattore che davvero potrebbe essere in grado di cambiare le cose. Quante volte mi è stato detto: «Ma questo non si trova sui giornali», «Ma non ne parlate nei telegiornali, sul vostro sito o nelle vostre pagine social». Sbagliato. Ne parliamo. È che molti hanno ormai perso la voglia di leggere e approfondire. Questo libro dimostra che sui giornali gli approfondimenti ci sono eccome. E stiamo vivendo un momento talmente delicato, di equilibri geopolitici che traballano e che sono destinati a cambiare​ per sempre, che come minimo dobbiamo prenderci la briga di approfondire.

[...]

Basti un esempio. Cina e USA, pur diverse, hanno qualcosa che le accomuna. E che aiuta noi a capire meglio il comportamento di alcune parti del mondo che possono sembrare controintuitive. Circa la metà degli statunitensi non ha un passaporto. In Cina milioni di persone non hanno mai preso un aereo. In sintesi, negli USA e in Cina una fetta notevole della popolazione non è mai uscita dai confini. Se lo avessero fatto avrebbero agito in modo diverso? Io credo di sì. È un tempo decisivo quello che stiamo vivendo. Se ognuno di noi non farà la sua parte per arrestare la deriva della mancanza di conoscenza, di studio e di sacrificio, del denaro facile, della dimenticanza della storia, del linguaggio volgare e aggressivo sui social... be’, sarà troppo tardi.

​Mi auguro di aver risposto a domande e risolto dubbi e spero leggiate a partire dall’acquisto dei quotidiani, il cui costo è infinitesimale se paragonato ai nostri sprechi. Dubbio e apertura sono le due parole con cui vi lascio. Mettersi in dubbio sempre: leggere, informarsi e darsi la possibilità di cambiare idea. Apertura mentale e capacità di porsi domande sono necessarie e doverose in questo tempo.

venerdì 7 novembre 2025

Beati i ricchi

Leggo che quattro organismi indipendenti, Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio, hanno certificato come la manovra fiscale appena licenziata dal governo abbia favorito enormemente i redditi alti e penalizzato quelli bassi. Nessuno, ovviamente, era così ingenuo da aspettarsi da un governo di destra manovre improntate a una qualsivoglia forma di equità che prevedesse redistribuzioni di qualsiasi tipo o tentativi di limature delle diseguaglianze o cose simili, ma una manovra così smaccatamente iniqua non si vedeva da un po'.

Io, ad esempio, semplice dipendente privato, dagli aggiustamenti dell'IRPEF previsti avrò un beneficio di 1,91 € al mese. Sto ancora pensando a come investirò una somma di tali dimensioni. 

"La presidente dell'UPB Lilia Cavallari ha spiegato che la riduzione di due punti dell’Irpef premierà di più solo l’8% di una platea composta da 13 milioni di lavoratori dipendenti. A questo otto per cento andrà quasi la metà dei 2,7 miliardi di euro stanziati dalla manovra. Secondo l’Upb un beneficio medio di 408 euro all’anno, cioè 34 euro al mese, andrà ai dirigenti; 123 (10 al mese) agli impiegati; 23 (1,91 al mese) agli operai. Proprio chi ha meno reddito riceve di meno."

Che a questo governo i poveri stiano sulle balle è cosa nota da sempre, e del resto uno dei primi provvedimenti partoriti il giorno dopo essere entrato in carica è stato l'abolizione del reddito di cittadinanza, che pur con tutte le sue storture consentiva comunque a un milione di famiglie (Istat) di potersi mantenere sopra la soglia di povertà. Adesso è sotto. Quindi si va avanti così, con le fasce deboli sempre più deboli e le fasce benestanti sempre più agevolate. Scriveva Guccini tanti anni fa: "Coraggio liberisti, buttate giù le carte, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo Bel Paese".

giovedì 30 ottobre 2025

Innalzamenti di salario (in Germania)

Tra le pieghe delle notizie da cui siamo quotidiamente bombardati si può leggere, cercando bene, che la Germania porterà il salario minimo a 13,9 euro a partire dal 1° gennaio 2026 e a 14,6 euro dal 2027. Nelle teutoniche lande il salario minimo garantito fu introdotto dieci anni fa per contrastare le crescenti disuguaglianze e l'aumento progressivo del lavoro povero ("working poor") seguiti alle riforme Harz dei primi anni duemila e per ovviare alla mancanza di contrattazione collettiva in alcuni (pochi) settori.

Mentre la Germania aumenta il salario minimo garantito a tutti i lavoratori, in Italia si discute ancora, da almeno un decennio, se introdurlo o no fissandolo a 9 euro lordi all'ora. Cioè, in Germania lo portano a 15 euro/ora, in Italia non si vuole introdurlo a 9 euro/ora. Governo (questo governo) e Confindustria non ne vogliono neppure sentire parlare, mentre i sindacati hanno sposato questa battaglia solo recentemente, dal momento che anche loro sono sempre stati contrari per timore di perdere potere nelle contrattazioni collettive. 

In mezzo a questa battaglia ci sono ovviamente i lavoratori, che in Italia (unico Paese in Europa) hanno gli stipendi immobili da 30 anni col potere d'acquisto costantemente eroso dall'inflazione. Per non parlare naturalmente del livello di "working poor" nel nostro Paese e della contrattazione collettiva a macchia di leopardo che lascia nella precarietà e nella povertà milioni di lavoratori. L'Italia è attualmente l'unico grande Paese in Europa a non avere un salario minimo legale, e allo stesso tempo l'unico Paese in Europa col record di lavoro povero e col 20-25% dei lavoratori non coperti da un contratto collettivo genuino che consenta di non ricevere stipendi da fame.

Sì dirà: Vabbe', l'Italia è l'Italia e la Germania è la Germania.

Appunto.

domenica 24 agosto 2025

14 euro


Di solito non uso queste pagine per reclamizzare libri, mi limito a scrivere alcune impressioni su quelli che mi hanno maggiormente interessato. Faccio un'eccezione per questo. Costa solo 14 euro e ha appena 160 pagine, accessibile quindi anche ai refrattari alla lettura. Offre una panoramica interessantissima ed esaustiva relativamente al sistema su cui abbiamo imperniato la società contemporanea: il neoliberismo capitalista.

È poco più di un manuale e spiega in maniera chiarissima le teorie su cui si regge il neoliberismo economico e come quest'ultimo plasma e condiziona il nostro sistema sociale e la nostra vita di ogni giorno. Lo consiglio anche a chi non si interessa di questi temi o a chi, in generale, non si interessa a come funziona il mondo. Su alcuni temi l'ho trovato illuminante.

martedì 17 gennaio 2023

Il nuovo rapporto Oxfam di cui non frega niente a nessuno

Mentre il dibattito pubblico è incentrato su questioni vitali come Dante e la destra, le accise, il ponte sullo stretto e i cantanti del prossimo Sanremo, è passato praticamente inosservato, come del resto accade ogni volta, l'annuale rapporto Oxfam sullo stato dell'economia italiana e mondiale. 

Per quanto riguarda noi, il livello di diseguaglianze ha raggiunto proporzioni mai viste, col 10% dei patrimoni italiani che alla fine del 2021 possedeva oltre sei volte la ricchezza della metà più povera della popolazione a cui va aggiunto un numero di famiglie in povertà assoluta che è raddoppiato tra il 2005 e il 2021. A questo si aggiunge un tasso di inflazione (11,6% in dicembre) che non si vedeva da 35 anni, che sommato a un caduta dei salari reali che nei primi nove mesi ha raggiunto i 6,6 punti percentuali costituisce una bomba sociale potenzialmente pronta ad esplodere ma di cui nessuno si cura. Attualmente nel nostro paese ci sono circa due milioni di famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta, che significa non avere neppure i soldi per comprarsi da mangiare.  

Quello dell'aumento delle disuguaglianze non è un dramma solo italiano ma globale. "L’1% di persone super ricche del mondo ha guadagnato quasi il doppio della ricchezza rispetto al restante 99 per cento. Nel frattempo, almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in paesi in cui l’inflazione sta superando la crescita salariale. Questo anche se le fortune dei miliardari aumentano di 2,7 miliardi di dollari al giorno."

Forse è giusto snobbare queste notizie, sempre uguali (peggiori) ogni anno che passa. Tanto, comunque, noi non possiamo farci niente perché siamo su una barca guidata da altri, e poi è sempre bello e rincuorante pensare che il mondo funzioni bene.

lunedì 12 dicembre 2022

Neoliberismo

I tipi di Valigia Blu, assieme a Il Post uno dei pochi siti che spiegano le cose come vanno spiegate, hanno pubblicato questo interessantissimo articolo in cui, partendo dalla storia delle politiche economiche della Tatcher e di Reagan negli anni Ottanta, si spiega come si è originato il liberismo economico e come può essere inquadrato nella società contemporanea, evidenziandone i (pochi) meriti e i (tanti) demeriti. Veramente interessante.

venerdì 28 ottobre 2022

Diecimila euro

Io non sono un economista, ma immagino non ci voglia una laurea per capire che se si agevola la circolazione del contante l'evasione cresce, come dimostra, numeri alla mano, questo studio di Bankitalia realizzato nel 2016, quando Renzi alzò la soglia massima di utilizzo del denaro cash da 2000 a 3000 euro. 

Un paio di giorni fa, forse avrete letto, è uscito fuori Salvini (e chi, se no?) con una rivoluzionaria proposta (in realtà la proposta non è sua ma di un altro leghista, e lui l'ha rilanciata e avallata con grande impeto): portare il tetto massimo all'uso del contante a 10.000 euro. Altro grande sponsor della proposta è naturalmente la signora Meloni, la quale ha dichiarato (non sto scherzando) che un tetto troppo basso al contante "penalizza i più poveri".

È allo stesso tempo tragico e comico che nel paese che ha un tasso di evasione fiscale tra i più alti del pianeta (circa 100 miliardi di euro all'anno) si vogliano adottare misure per renderlo ancora più elevato. Ma la destra è anche questa cosa qua, per chi non l'avesse ancora capito. E poi, signora mia, lo sappiamo tutti che il male assoluto è il Reddito di cittadinanza, no?

domenica 10 luglio 2022

A qualcosa il Rdc è servito

Dice l'Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, che il tanto vituperato Reddito di cittadinanza ha evitato a un milione di persone, nel nostro paese, di cadere nella povertà assoluta. Non è una notizia di cui esultare, naturalmente, e questa misura di sostegno non ha certo sconfitto la povertà, come strillavano Di Maio e soci sul terrazzo di palazzo Chigi quando fu approvato, producendosi in una delle più imbarazzanti sceneggiate della storia politica recente; ma è indubbio che una sua utilità sociale l'abbia avuta. Per il resto il quadro dipinto dall'Istat è impietoso e drammatico, con il numero di individui caduti nel baratro della povertà assoluta che è triplicato dal 2005 al 2021, passando da 1,9 milioni di persone a 5,6 milioni - trend che tra l'altro non mostra segni di arresto o inversione.

Povertà che morde soprattutto i lavoratori cosiddetti non standard, quelli cioè precari, con poche tutele e prevalentemente operanti in ambito privato. Lo stipendio medio di queste persone si aggira attorno ai 12.000 euro all'anno, ben lontani da quelle condizioni economiche che secondo la nostra costituzione dovrebbero garantire una vita libera e dignitosa. Tra l'altro, a proposito di questo, è passata praticamente sotto silenzio - ne ha parlato solo Domani - la notizia di un codicillo inserito di nascosto in giugno (le porcate nel nostro paese si fanno quasi sempre in estate) nel decreto Pnrr 2 che rende ancora più precaria, con perdita degli ultimi diritti rimasti, la situazione dei cosiddetti driver della logistica.

La modifica è stata inserita dopo fortissime pressioni di Assologistica, e un deputato di Forza Italia (il partito dei finti liberali che odia chi lavora e ama chi sfrutta) ha fatto di nascosto il lavoro sporco. Perché in Italia funziona così: tutti a stracciarsi le vesti perché una povertà così, signora mia, dove andremo a finire? Poi si varano norme per fare sì chi è più sfruttato lo sia ancora di più, e si sa che diminuzione delle tutele e aumento della povertà vanno da sempre a braccetto.

sabato 4 giugno 2022

19 milioni di evasori

Naturalmente nessuno pensa che i 19 milioni di evasori fiscali conteggiati dall'Agenzia delle entrate, in cui sono compresi singoli contribuenti, società, ditte, partite Iva ecc. siano composti interamente da furbi. Certo, ci sono anche quelli, e probabilmente sono la maggioranza, ma in quell'insieme di soggetti ci sono anche persone in reale difficoltà per i più disparati motivi; rimane comunque il fatto che l'evasione fiscale, da tempo immemorabile, è uno dei problemi più grandi che attanagliano il nostro paese e che contribuisce a ridurlo nello stato in cui di trova.

Il non riscosso dal fisco, a oggi, ammonta a 1100 miliardi di euro e l'entità media annua del mancato gettito è di circa 70-80 miliardi. Giusto per fare un paragone, i furbetti del tanto vituperato reddito di cittadinanza hanno sottratto illecitamente alle casse dello stato 48 milioni in tre anni, una goccia nel mare magnum dell'evasione fiscale, e tuttavia questa goccia viene sistematicamente usata dai detrattori del provvedimento per giustificarne l'abrogazione: il vecchio e mai passato di moda discorso del dito e della Luna.

sabato 21 maggio 2022

Mercati


Ho letto in due giorni questo bellissimo saggio di Alberto Angela in cui si racconta, storicamente, cosa c'è dietro l'apparentemente banale gesto di tirare fuori il portafoglio per pagare un acquisto.

È una storia che affonda le sue radici nel 3000 a.C., quando nella Mesopotamia meridionale cominciano le prime embrionali forme di commercio, e arriva fino ai bitcoin di oggi. Un viaggio che abbraccia una estensione territoriale che va da Gibilterra fino alle propaggini più orientali della Cina e che racconta come si sono sviluppati i commerci, come avvenivano gli scambi prima dell'invenzione del denaro, la Via della Seta, gli infiniti intrecci di popoli, culture, religioni, filosofie, sistemi concettuali che in questa sconfinata porzione di territorio si sono incrociati nei millenni.

Poi, ancora, Samarcanda, Palmira, l'allargamento dei mercati con la scoperta dell'America, per arrivare al confronto fra le teorie dei maggiori economisti del mondo, come Adam Smith, Marx, Keynes, fino alla globalizzazione (che è iniziata ben prima del 1989, quando è crollato il comunismo e tutto il mondo è diventato capitalista).

Uno sguardo che analizza anche le storture del sistema capitalista che hanno portato a tragedie come la crisi del 1929 e la Grande Depressione, ma anche a tragedie più recenti come la crisi economica globale iniziata nel 2008. Un saggio illuminante, che ha il pregio di poter essere letto come un romanzo.

Che poi, in definitiva, cos'è la storia umana se non un grande romanzo?

martedì 26 aprile 2022

Noi schiavisti


Ho terminato questo libro provando due diverse sensazioni: senso di colpa e incredulità. Il senso di colpa è generato dalla consapevolezza di essere, come consumatore, corresponsabile delle più variegate forme di schiavismo e sfruttamento su cui si regge buona parte dell'economia del nostro paese; l'incredulità è generata dalla presa di coscienza delle dimensioni del fenomeno (presente non solo in Italia, in verità).

Il fenomeno dello sfruttamento nel mondo del lavoro si origina indietro nel tempo, nei primi anni Novanta, quando con quello che è generalmente noto come Pacchetto Treu venne inaugurata l'epoca del lavoro cosiddetto flessibile (la flessibilità è un termine gentile con cui si è sempre cercato di edulcorare la precarietà). Lavoro flessibile via via rafforzato nel corso degli anni con altre riforme del lavoro che sono sostanzialmente sempre andate nella stessa direzione (ne avevo già parlato qui). 

Il senso di colpa di cui parlo nasce dal fatto che io, come tutti, quando vedo in un supermercato offerte che sembrano incredibili e ne approfitto, contribuisco ad alimentare questo perverso meccanismo di sfruttamento, perché ogni volta che trovo le cosce di pollo a 2 euro al chilo o i pomodori a prezzi stracciati, vuol dire che dietro ci sono gli schiavi di oggi che per fare arrivare sui banchi quei prodotti a quel prezzo lavorano per 12 ore al giorno a 2 o 3 euro all'ora, sabato e domenica compresi, e vanno a ingrossare il giro d'affari del caporalato, delle cooperative di lavoro in subappalto che sfruttano migliaia di persone senza diritti e che vengono ricattate appunto perché in virtù del loro status non possono rivendicare alcunché (stranieri, irregolari, poveri ecc.). 

Ho fatto l'esempio della carne e della frutta, ma questo sfruttamento si è ormai infiltrato in ogni altro settore dell'economia: sanità (sì, anche gli ospedali, oggi, reclutano personale appoggiandosi a cooperative), assistenza ad anziani (le famose badanti), edilizia, cantieristica nautica, logistica, manifattura, commercio, trasporti, industria e via di seguito. A proposito di badanti, ad esempio, ho scoperto una cosa che non sapevo: esistono solo in Italia. Le abbiamo inventate noi. E le abbiamo inventate noi perché, a differenza degli altri paesi europei, come al solito molto più lungimiranti, di fronte al progressivo invecchiamento della popolazione non abbiamo cominciato per tempo a immaginare forme di assistenza pubbliche e abbiamo consegnato i nostri anziani a un esercito di badanti dietro alle quali, molto spesso, manco a dirlo si nasconde il racket. 

L'aspetto paradossale e tragico di questa situazione è che non c'è via d'uscita perché è una situazione che fa comodo a tutti. Scrive a questo proposito l'autrice: "Un sistema [quello dello schiavismo] che va avanti da anni, legale, che fa comodo a tutti, ai consumatori e alle aziende, alle cooperative e alle ditte di lavorazione della carne, alla politica di destra, che può addossare agli immigrati la colpa di rubare il lavoro agli italiani, e a quella di sinistra, che ha uno storico rapporto con le cooperative; fa comodo agli immigrati che trovano lavoro e appena possono diventano intermediari o fondano una cooperativa o una ditta di subappalto a loro volta, agli italiani che possono acquistare prodotti o servizi a bassissimo costo che altrimenti non si potrebbero permettere. Fa comodo a me, che posso andare al supermercato e trovare il tacchino a 2,5 euro al chilogrammo. Ma accettare questo sistema significa accettare che esistano cittadini e schiavi, paghe di seria A e paghe di serie B. Si potrebbe dire che l'Italia è diventata una 'Repubblica democratica fondata sul lavoro in subappalto' perché questo sistema si replica, identico, in diversi settori."

Circa il sistema delle cooperative e del lavoro in subappalto potrei parlare tantissimo perché ne ho esperienza diretta. Mi limito solo a dire che (già lo sapevo, ma dopo aver letto questo libro ne ho ancora maggiore consapevolezza) mi ritengo un privilegiato, oggi, a poter lavorare da ben 32 anni con un contratto a tempo indeterminato con tutte le garanzie di legge.

venerdì 8 aprile 2022

Tra il gas, l'aria condizionata e i sacrifici

Quella di Draghi ("Preferiamo la pace o l'aria condizionata?") è ovviamente una domanda retorica, cioè quel tipo di interrogazione che non viene formulata per ottenere informazioni ma che implica una risposta predeterminata. Si può ovviamente discutere se un capo di governo (ritenuto autorevole e serio) che utilizzi una simile semplificazione di stampo populista, come se fosse un Renzi o un Salvini qualsiasi, ne esca bene o male, ma al di là di questo a me ha colpito un'altra cosa.

Parlandone stamattina con alcuni conoscenti, mi è rimasto impresso questo commento di uno di essi: "Draghi non può chiederci altri sacrifici dopo due anni di pandemia", e questa frase mi ha fatto pensare alla nostra generale allergia al concetto di sacrificio. 

In genere si tende a dare per scontato che il livello di benessere raggiunto dalla nostra civiltà sia qualcosa di definitivamente acquisito, che non può essere messo in discussione in alcun modo e che col passare del tempo crescerà sempre di più. Ma non è così, purtroppo. Economisti e studiosi vanno da tempo ripetendo, nell'indifferenza generale, che il nostro tenore di vita, il tenore di vita di noi occidentali, non è più sostenibile. La nostra piccola parte di mondo per tenere questo tenore di vita consuma infatti l'80% delle risorse del pianeta, e un sistema così sballato non potrà durare ancora a lungo.

La soluzione, che ci piaccia o no (e a noi non piace, ovviamente), sarà inevitabilmente una decrescita, che tradotto significa sacrifici, cioè rinunciare a qualcuna delle nostre infinite comodità, di cui l'aria condizionata di cui parla Draghi sarà solo quella minore. Una bestemmia, oggi, naturalmente, perché dietro alle nostre comodità (automobili, telefonini, aria condizionata, acqua calda, lavatrici, lavastoviglie, industria alimentare, energia, trasporti ecc.) c'è un giro economico immenso, e la nostra civiltà si regge sull'economia. Se questa non funziona, c'è il collasso.

Noi, purtroppo, non siamo abituati a ragionare e a valutare le cose in termini globali ma locali, pensiamo che il nostro fortunato Occidente sia il centro del mondo, sia intoccabile, forte, grande, che fuori non ci sia nulla di rilevante e chi sta fuori si arrangi. Non è così. Siamo piccoli, siamo fragili e il sistema in cui viviamo è squilibratissimo. E i sistemi squilibrati non durano in eterno, prima o poi si riequilibrano, e quando lo fanno sono dolori.

martedì 15 febbraio 2022

Pensioni

La notizia, in realtà, non è che la pandemia ha fatto risparmiare all'Inps 1,1 miliardi di euro solo nel 2020, come titola Repubblica. La cosa era immaginabile, dal momento che i decessi per covid riguardano per gran parte persone anziane (e, tra l'altro, quante battute idiote sono state fatte a tal proposito...). La notizia è che, a tutt'oggi, ci sono in Italia quasi 500.000 persone andate in pensione nel 1980, retaggio di una certa politica economica clientelare dei decenni passati, di cui ho già scritto qui e su cui non mi va di tornare.

sabato 5 febbraio 2022

PIL (per chi?)

Narrano le cronache che nel 2021 appena concluso il PIL italiano è cresciuto del 6,5%, un balzo incredibile e inatteso rispetto a un disastroso 2020, tanto che, col solito trionfalismo d'accatto, l'Italia è già stata denominata la locomotiva d'Europa in virtù del fatto che nessun altro paese dell'eurozona è cresciuto allo stesso ritmo. Il PIL, in soldoni, è la ricchezza prodotta da un paese.

C'è però un problema che si evita quasi sempre di menzionare: l'aumento delle diseguaglianze. Conta poco che aumenti la ricchezza prodotta se poi quella ricchezza va per la maggior parte ad accumulare il capitale di pochi. Contestualmente ai dati del PIL, infatti, con molto meno clamore e molto meno trionfalismo è stato pubblicato l'annuale rapporto Oxfam dove si leggono dati impietosi. Lasciando stare l'aumento delle diseguaglianze globali (tipo ad esempio che Jeff Bezos ha incamerato nell'anno appena trascorso l'equivalente dell'intera spesa mondiale per i vaccini anti-covid), in Italia non siamo messi meglio.

Cito dal rapporto Oxfam che ho linkato: "Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte)." 

In pratica, come scrivevo sopra, la collettività non trae alcun beneficio dall'aumento della ricchezza se la suddetta ricchezza non viene poi redistribuita. Se in Italia avessimo una sinistra degna di questo nome, la battaglia delle battaglie da fare sarebbe questa: la redistribuzione della ricchezza prodotta. Non c'è bisogno di leggere Marx per capire che un paese progredisce e sta meglio non se produce tanta ricchezza per pochi (Reagan e Bush su questa cosa qui ci hanno sbattuto il muso a più riprese), ma se produce un livello equo di ricchezza che viene poi redistribuita.

Ma in Italia non solo nessuno legge più Marx, ma non c'è più neppure una sinistra. E poi questa settimana c'è pure Sanremo, per cui...

martedì 28 dicembre 2021

Riforma fiscale

Leggevo stamattina qualcosa sulla recente riforma fiscale appena varata dal governo, in particolare sulla modifica delle aliquote Irpef, che prevedono ora quattro scaglioni invece di cinque. In generale, sono previsti sgravi fiscali un po' per tutti, ma distribuiti in modo abbastanza disomogeneo. Non può non saltare all'occhio, ad esempio, che i maggiori benefici in termini di risparmi li avranno i redditi medio-alti, come si vede chiaramente dalla tabella qui sotto, pubblicata stamattina da La Stampa.


Ignoro i motivi per cui si sia deciso di avvantaggiare economicamente chi è già più che avvantaggiato (a chi sta nella fascia di reddito tra i 42.000 e i 54.000 euro, tipo ad esempio un dirigente, viene riconosciuto un risparmio doppio rispetto a un operaio), ricordo però che l'idea di abbassare le tasse ai ricchi è un vecchio mantra della destra che affonda le sue radici nelle amministrazioni Reagan degli anni Ottanta. 

L'idea era che la diminuzione delle tasse ai più facoltosi rappresentasse un formidabile stimolo per l'economia. Poi, col tempo, si è visto che questo sballato sistema tassativo non dava nessuna spinta all'economia e serviva solo ad aumentare le forbice delle diseguaglianze, come del resto ha messo da tempo nero su bianco ogni studio economico

Dal momento che viviamo in un paese dove già questa forbice è ampia, e due anni di pandemia hanno contribuito ad allargarla ancora di più, si sperava che l'intervento fiscale del governo andasse nella direzione di una sua riduzione. Si sperava, ma in fondo non ci si credeva più di tanto.

martedì 7 dicembre 2021

Marx oggi


Ho terminato ieri questo saggio su Marx scritto da Juan Manuel Aragués, e mentre lo leggevo pensavo a cosa direbbe oggi il grande pensatore tedesco se fosse ancora vivo, vedendo che la sua feroce critica alla società capitalista - Marx scrive le sue opere in pieno Ottocento - era rivolta a una società in cui, in fondo, il sistema capitalista era ancora agli albori, pur avendo già una certa "consistenza", rispetto a ciò che sarebbe diventato successivamente. Oggi le contraddizioni e i pericoli che il grande filosofo denunciava e contro cui metteva in guardia sono talmente palesi e radicati nel nostro sistema economico e sociale che viene naturale affibbiargli l'aura di profeta (inascoltato, naturalmente).

Perché Marx criticava così ferocemente il capitalismo? Principalmente per il suo carattere sfruttatore e alienante. In sostanza per Marx l'operaio, che poteva contare sulla forza lavoro come suo unico possesso, era costretto dalle circostanze a sottomettersi al capitale. In questo contesto, il salario che l'operaio percepiva per il suo lavoro era sempre inferiore al valore delle merci che produceva. Qui stava lo sfruttamento: la mancanza di equivalenza tra il valore assegnato alla merce "forza lavoro" (salario) e il valore di quanto prodotto con questa forza lavoro. Questa differenza generava quello che Marx chiamò plusvalore e che era ciò che stava, e sta ancora oggi, alla base dello sfruttamento del lavoratore.

Oggi credo che nessuno che sia in buona fede possa evitare di vedere, a volte anche sulla propria pelle, a quali livelli sia arrivato questo sfruttamento. 

Ma Karl Marx si rivelò (purtroppo) profeta anche relativamente a un altro aspetto del capitalismo: la produzione non spinta da necessità. Scrive l'autore: "Il capitalismo promuove la mercantilizzazione della vita, tanto che il lavoratore si trasforma in uno strumento della merce, sia in quanto produttore, come abbiamo visto, sia in quanto consumatore. E qui ancora una volta Marx anticipò realtà che si sarebbero imposte con tutta la loro potenza solo in una fase successiva del capitalismo. Il filosofo, infatti, metteva in guardia su questo rischio: nella produzione capitalista non sono le necessità a promuovere il desiderio e con esso la produzione, ma è il capitalismo che fa di tutto per trasformare in desiderio e necessità quanto produce, incentivando questa dinamica di produzione. In poche parole: nel capitalismo non si produce ciò di cui si ha bisogno, ma si ha bisogno di ciò che si produce."

Quanto questo sia vero, oggi è sotto gli occhi di tutti. Guardate dieci spot pubblicitari in televisione e provate a vedere quanti prodotti, dei dieci reclamizzati, vi servono davvero. Uno? Due? Nessuno? Forse nessuno, ma non importa, perché l'importante è consumare altrimenti si ferma tutto. La produzione, oggi, non è più organizzata in vista della soddisfazione di un bisogno, ma è organizzata nel tentativo di tenere in piedi un circolo economico vizioso che se si fermasse provocherebbe il collasso dell'intero sistema. Si mettono sul mercato prodotti non perché servono ma perché se si ferma la produzione arriva la disoccupazione, con tutte le ricadute sociali che comporta e che fin troppo bene conosciamo. Quindi dobbiamo acquistare e consumare. Siccome però viviamo in una società che è satura di prodotti, ecco che la pubblicità si incarica non di reclamizzare prodotti (quello lo fa dopo) ma di generare bisogni, di inculcare la convinzione che quel prodotto ci serve, perpetuando questo schizofrenico sistema (ancora per quanto, non si sa). Marx, che saremmo arrivati a questo punto l'aveva previsto 150 anni fa.

venerdì 26 novembre 2021

Chi si spaventa


Non so se avete notato, ma tutti i titoli degli articoli che, con la consueta dose di immancabile allarmismo, parlano della pericolosità della nuova variante africana del SARs-CoV-2, si premurano di rimarcare gli effetti deleteri della suddetta variante sull'economia. Le borse giù, crollo dei listini, "la variante spaventa i mercati", scrive addirittura Repubblica. (Poi chissà, en passant si potrebbe spaventare anche la gente, ma è secondario, dato che la vita delle persone è decisamente insignificante rispetto alle strutture economiche che la governano.)

Noi umani abbiano da sempre la capacità - è una delle peculiarità della nostra specie - non solo di inventare e immaginare cose che non esistono, come il mercato, ma addirittura di umanizzarle, fino a conferire ad esse caratteristiche tipicamente umane, come quella di provare sentimenti. In fondo che cos'è quella cosa che regola le nostre vite chiamata mercato? Sono due assi cartesiani con su indicate la domanda e l'offerta; l'incrocio di esse determina il prezzo. Questo è in soldoni il mercato, e la nuova variante del covid è riuscita a spaventarlo.

lunedì 22 novembre 2021

Fino a mille euro

Non so per quante persone rappresenterà un problema il limite di mille euro per l'uso dei contanti a partire dal prossimo primo gennaio. Personalmente uso ormai il bancomat per quasi tutto, dalla spesa alla visita oculistica passando per il pieno di GPL alla macchina e il tagliando annuale alla concessionaria. Le monete le uso ormai solo per cappuccino e brioches al bar. Trovo che pagare con questo sistema sia di una comodità unica. 

Un paio d'anni fa, appena prima che scoppiasse la pandemia, sono stato qualche giorno a Graz, in Austria, a trovare mia figlia maggiore che soggiornava là col programma universitario Erasmus, e ho notato che là carte di credito e bancomat sono la regola in ogni dove, compreso il pagamento di un semplice caffè al bar. Anzi, da quelle parti i baristi ti guardano pure storto se apri il portafogli per pagare con banconote o monete.

Quello di cui dubito è che questo obbligo, introdotto dal governo per aumentare la tracciabilità dei pagamenti e tentare di contrastare l'evasione, abbia una qualche utilità, dal momento che i modi per aggirarlo non sono difficili da immaginare. Magari, però, è un passo avanti.

Taglio accise per i fessi

A proposito della riduzione delle accise sul gasolio, 17 centesimi al litro per 9 giorni partendo da oggi, giova ricordare che questo govern...