Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post

giovedì 29 gennaio 2026

Elementi che ci sfuggono

Credo che Alessandro Capriccioli abbia colto perfettamente ciò che sta succedendo negli USA. Riporto integralmente ciò che ha scritto un paio di giorni fa.

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ossia la soppressione dello stato di diritto a beneficio di un regime sempre più apertamente nazista che sembra destinato a durare nel tempo e a cambiare radicalmente gli equilibri mondiali, dovrebbe indurre gli Stati europei, e in particolare quelli che fin dal 1951 posero le basi per l’integrazione, ad accelerare qualsiasi processo che possa condurre al potenziamento dell’Unione sul piano politico, economico e militare.

Invece dalle nostre parti da un lato si fa vergognosamente a gara a chi si appecorona meglio all’autocrate, slinguazzando in modo indecente e giustificando ogni sua nefandezza con argomentazioni da ripetenti alle elementari, mentre dall’altro lato le buone intenzioni - quando ci sono - si annacquano nel gioco dei distinguo, delle eccezioni e dei posizionamenti, roba di una miseria e di una pochezza indicibili.

Vi è chiaro, ci è chiaro, che qua non è manco più questione di ondata illiberale, che ormai è una cosa all’acqua di rose rispetto a quello che succede, ma di dittatura, di autocrazia violenta e assassina, cioè quella roba con le squadracce armate e i civili deportati, sequestrati e ammazzati in mezzo alla strada che rischia di travolgere tutto il pianeta?

Mi sa di no. Oppure sì, ma a qualcuno l’idea - solo apparentemente in modo incredibile e non soltanto nei luoghi in cui uno se lo aspetterebbe - non dispiace per niente. Sennò sai a quest’ora come ci sbrigavamo a blindare - finalmente - l’Europa, invece di cazzeggiare?

lunedì 5 gennaio 2026

Da che parte si sta

Questa mattina Repubblica ha messo in prima pagina foto dei manifestanti pro-Maduro scesi in piazza per protestare contro la sua cattura da parte degli americani; il Foglio (e anche il Giornale) hanno messo in prima pagina foto di manifestanti che festeggiano invece la sua cattura. Le due testate sono emblematiche delle modalità con cui l'informazione, e di riflesso l'opinione pubblica, si approcciano alle vicende storiche del nostro tempo: per partigianeria. Le testate di destra sono filo-trumpiane, appoggiano il rapimento di Maduro (anche la Meloni ha detto che l'intervento è stato legittimo) e quindi cercano di far passare l'idea che tutto il paese e tutti i venezuelani avallino l'intervento militare USA. Repubblica, invece, fa l'opposto. Ognuno tira acqua al suo mulino.

Nella realtà l'opinione pubblica venezuelana è profondamente divisa su quanto è successo. Molti cittadini venezuelani all’estero, per esempio nella comunità Little Caracas di New York, hanno manifestato gioia per la rimozione di Maduro, mentre dentro il Venezuela la situazione è molto incerta e controversa. I sostenitori di Maduro si sono schierati apertamente contro l’intervento statunitense, vedendo l’azione militare come un’aggressione ai danni della sovranità nazionale. Altri cittadini sono spaventati o confusi, preoccupati per la violenza e l’incertezza del futuro. Poi c'è la parte di opinione pubblica venezuelana critica verso il governo che, pur lieta dell'allontanamento del presidente venezuelano, non celebra l'aggressione militare esterna e teme l'instabilità che sicuramente genererà tutta l'operazione.

Insomma, una situazione caotica e complessa, che andrebbe affrontata con cautela, ponderazione e approfondimento, nel mondo dell'informazione e dei social (figurarsi!) si trasforma nel solito "o di qua o di là". Niente di nuovo sotto il sole.

sabato 3 gennaio 2026

Oggi tocca al Venezuela

Per chi fosse sorpreso dall'aggressione militare, e relativi bombardamenti, degli USA al Venezuela, ecco un breve elenco di precedenti storici in cui gli Stati Uniti hanno compiuto azioni militari contro altri Paesi senza un mandato formale delle Nazioni Unite, operazioni spesso giustificate come autodifesa, lotta al terrorismo o protezione di cittadini ma secondo il diritto internazionale considerate aggressioni unilateralmente decise:

1) Invasione dell’Iraq (2003). Contesto: Gli USA e una coalizione guidata da Londra hanno invaso l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e che fosse legato al terrorismo internazionale. ONU: Non c’era un mandato diretto del Consiglio di Sicurezza per l’invasione. Conseguenze: Crollo del regime di Saddam, occupazione decennale, guerre civili interne, crisi umanitaria massiva. Rilevanza: Precedente di invasione senza mandato ONU con giustificazione unilaterale.

2) Attacchi in Libia (2011) Contesto: Durante la guerra civile libica, gli USA hanno condotto bombardamenti aerei contro le forze di Gheddafi, principalmente con la NATO. ONU: Il Consiglio di Sicurezza ONU aveva autorizzato una no-fly zone e la protezione dei civili (Risoluzione 1973), ma gli attacchi sono stati interpretati da alcuni critici come oltrepassaggio del mandato perché hanno contribuito al rovesciamento del regime. Conseguenze: Instabilità prolungata, guerra civile, crescita di milizie e terrorismo in Libia.

3) Attacchi in Kosovo (1999) Contesto: Gli USA e la NATO bombardano la Serbia per fermare la repressione dei kosovari albanesi. ONU: Non c’era mandato ONU diretto per l’intervento militare. Conseguenze: Cessate il fuoco e ritiro delle truppe serbe, ma controversie sul rispetto della sovranità nazionale.

4) Invasione dell’Afghanistan (2001) Contesto: Dopo l’11 settembre 2001, gli USA invadono l’Afghanistan per colpire Al Qaeda e i talebani che li ospitavano. ONU: L’ONU ha approvato alcune risoluzioni contro il terrorismo, ma non c’era un mandato diretto per l’invasione. Conseguenze: Guerra ventennale, instabilità regionale, oltre 2 milioni di vittime civili e militari.

5) Interventi in America Latina e Caraibi (varie decadi). Granada (1983): Operazione “Urgent Fury” senza mandato ONU per rimuovere un governo filo-comunista. Panama (1989): Operazione “Just Cause”, arresto del presidente Manuel Noriega, giustificata dagli USA come protezione dei cittadini americani e lotta al narcotraffico. Conseguenze: Entrambi gli interventi hanno violato formalmente il diritto internazionale, ma hanno avuto conseguenze politiche limitate a livello internazionale.

Riassumendo, gli USA hanno sempre agito unilateralmente quando ritenevano che la loro sicurezza nazionale e/o i loro interessi strategici fossero a rischio. Sempre. Non è questione di Trump o di chi c'era prima o di chi verrà dopo, è una questione di politica degli imperi. Qui, a dire il vero, non sembra neppure tanto una questione di sicurezza quanto di interessi economici (il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo) e geopolitici (estensione dell'influenza americana in Sudamerica). Poi vabbe', tra qualche ora Trump ammanterà tutta l'operazione con una patina di nobili motivi, che sono sempre quelli: rimozione di un regime corrotto, criminale e autoritario, lotta al narcotraffico, al terrorismo ecc. Niente che non si sia già visto e sentito.

(Ovviamente aspettiamo un commento della signora Meloni o di qualcun altro del governo, e anche di tutti quelli che da anni propongono ossessivamente, in altri contesti, il mantra dell'aggressore e dell'aggredito.)

giovedì 30 ottobre 2025

Occhiali nuovi

Questa lunga e interessantissima chiacchierata tra Gianluca Gazzoli e Dario Fabbri serve a smettere i soliti occhiali e a indossarne di nuovi, serve a vedere il mondo e le sue vicende cambiando angolazione e prospettiva. Poi non è detto che i nuovi occhiali consentano di vedere il mondo com'è realmente, così come non era detto indossando i vecchi. Ma i vari Fabbri, Barbero, Canfora, Cardini o chi volete voi, questo fanno: danno occhiali nuovi.

lunedì 24 aprile 2023

L'ombelico del (nostro) mondo

Non c'è niente da fare, le persone che hanno una competenza, in qualsiasi campo, mi affascinano. Che si tratti di uno storico, di un letterato, di un filosofo, di un teologo, di un musicista, di un fisico, di un matematico, di uno scienziato non importa, questo è. Stavo per aggiungere anche un appartenente alla categoria dei politici, ma di politici competenti e colti non mi pare ne abbiamo, o almeno a me non sovviene alcun nome, per lo meno tra quelli pubblici più noti, quindi lasciamo stare.

Pensavo queste cose mentre ascoltavo questa bellissima lezione di Dario Fabbri tenuta ieri al Festival della scienza e della filosofia, a Foligno, in cui il noto analista geopolitico smonta in un'ora alcuni dei pregiudizi più diffusi e radicati che ci portiamo dietro noi occidentali. Tra questi, il più duro da estirpare è la convinzione che il nostro piccolo Occidente sia il centro del mondo, sia il posto migliore e tutto ciò che sta fuori aneli a diventare come noi. 

In realtà siamo una piccola porzione di pianeta, circa 600 milioni di persone su quasi otto miliardi, ma tendiamo a guardare tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, con le nostre "lenti occidentalistiche", e questo ci impedisce di capire come è fatto il resto del mondo, di immedesimarci in esso.

Nella lezione Fabbri spiega questi concetti sviluppando tre punti. Il primo riguarda l'idea che tutto ciò che esiste fuori dal nostro piccolo guscio aneli a diventare come noi, che esista cioè una specie di meccanismo dinamico per cui tutti gli esseri umani tendono a vivere come noi e aspirano a diventare come noi. Il secondo punto riguarda una presunta universalità secondo la quale noi occidentali siamo autorizzati, non si sa in virtù di quale mandato, a parlare a nome di tutto il resto del mondo e ciò che pensa l'Occidente dovrebbe riguardare tutti. Il terzo punto riguarda i giovani e l'idea (sbagliata) che noi occidentali abbiamo di essi. Noi non c'entriamo granché, dal momento che i giovani da noi sono pochi e sono numericamente inferiori alla componente anziana della società, ma ci sono paesi e culture dove i giovani sono la maggioranza e costituiscono una massa critica reale, e qui è possibile vedere come sono realmente, cioè molto diversi da come immaginiamo che siano.

Se avete un'oretta e vi va di mettere sulla graticola alcune delle idee incancrenite che molti di noi si portano dietro, direi che questa lezione è il modo migliore.


domenica 9 aprile 2023

Un'ora di consapevolezza e arricchimento

Durante la mia camminata postprandiale, che ho fatto per attenuare i sensi di colpa generati dalle abbondanti libagioni pasquali, ho ascoltato questa conferenza di Telmo Pievani, e mi è venuto da chiedermi perché queste cose non vengano dette nei telegiornali, non siano oggetto di discussione sui blog, sui social, sui giornali, nelle scuole. Invece di dare spazio alle cretinate dei vari Salvini e compagnia bella, invece di raccontare l'ultimo omicidio, l'ultimo incidente stradale, l'ultima strage, perché non raccontare tutti i disastri che stiamo facendo? Perché non sollevare il problema gigantesco dei nostri figli e nipoti, che a causa nostra dovranno vivere in un mondo più difficile, più costoso, più fragile, più problematico? 

Poi magari non ci si potrà fare niente, ma già sapere, prendere coscienza, avere un'idea di cosa sta succedendo potrebbe essere un punto di partenza. Se si ha consapevolezza di un problema, è difficile che poi i comportamenti non ne siano influenzati. O forse no, chissà.


giovedì 7 luglio 2022

BoJo

Leggo un po' dei motivi per cui Boris Johnson sta per crollare: menzogne, accuse di aver anteposto i suoi interessi personali a quelli del paese, coinvolgimento in scandali sessuali, immobiliari. Ma c'è una cosa che gli inglesi non perdonano a chi governa: mentire al popolo, una delle ragioni per cui anche la maggioranza dei conservatori che lo sostiene lo ha ormai abbandonato al suo destino.

Pensavo che per mandare a casa uno così gli inglesi ci hanno messo un paio d'anni. Qua in Italia, uno che è stato infinitamente peggio di lui ce lo siamo tenuti nella stanza dei bottoni per vent'anni. Altra pasta, gli inglesi, almeno da questo punto di vista.

sabato 2 luglio 2022

Una persona alla volta


Ciò che maggiormente mi ha colpito di questo libro è la testarda e utopica idea di Gino Strada che le cure debbano essere un diritto gratuito garantito a tutti. Gratuito e di qualità. Anche la nostra Costituzione le prevede come tali, sulla carta. Questa idea che le cure debbano essere di qualità e gratuite, perché i diritti non si pagano, è un po' il filo conduttore che tiene insieme il libro. Un libro amaro, che fa riflettere, irritare, a volte fa venire voglia di chiuderlo e gettarlo in terra.

Gino Strada si forma come chirurgo al policlinico di Milano negli anni Sessanta. Poi va per un periodo negli Stati Uniti per perfezionarsi nel campo dei trapianti di cuore e di polmoni. Rimane là per un certo periodo, imparando tantissimo. Gli viene offerto di restare là; hanno capito la sua bravura e le sue capacità e gli offrono un contratto che lo sistemerebbe per la vita. Lui si prende qualche giorno per pensarci. Sono giorni travagliati, l'offerta è delle più allettanti possibili, ma c'è una spina, un dubbio, un tarlo, qualcosa di non ben definito che lo rode. Alla fine rinuncia. "Non posso fare il chirurgo in un paese dove prima di curare qualcuno gli chiedono la carta di credito", dirà poi per giustificare la decisione di non accettare.

E Gino Strada se ne va. Torna in Italia, a Milano. Qui entra in contatto con la Croce Rossa Internazionale (Emergency verrà fondata qualche anno dopo) e non ci pensa un attimo: aderisce a questa organizzazione e parte come chirurgo di guerra, accettando di andare in tutti i posti più disperati del mondo in cui ci sia bisogno: Pakistan, Etiopia, Thailandia, Afghanistan, Perù, Somalia, Bosnia, Ruanda. Questo libro è la testimonianza di quelle esperienze, i cui racconti aiutano a farsi un'idea di come sia il mondo appena fuori del nostro bel giardinetto fiorito. Io credo che noi non abbiamo una idea precisa di come è fatto l'80 per cento del mondo che è là fuori. Si, forse in maniera astratta, un po' vaga, retaggio di ciò che ogni tanto passa tra le previsioni del tempo e l'oroscopo, ma non una idea a livello di coscienza. Libri come questo aiutano a farsela.

Tra i racconti più dolorosi c'è quello relativo alle mine antiuomo, di cui il nostro paese è stato uno dei maggiori produttori al mondo. Strada racconta che ci sono persone che studiano e si ingegnano per cercare di realizzarne di sempre più efficaci. Alcune di queste, molto usate in passato nel conflitto russo-afghano, sono studiate per colpire i bambini, e vengono realizzate con colori e forme particolari, in modo che sembrino giocattoli, e rese accattivanti proprio perché i bambini che le trovano nei campi le raccolgano e le manipolino. Ordigni studiati non per uccidere ma per mutilare. Progettate perché i bambini che le raccolgono non muoiano quando esplono, ma perdano le mani, le braccia, gli occhi. Ecco, noi esseri umani siamo capaci di fare anche queste cose.

Agli inizi degli anni Novanta, quando Gino Strada cominciò ad acquisire una certa celebrità per ciò che faceva in giro per il mondo, fu invitato da Maurizio Costanzo in televisione per parlare della sua attività. Strada, per sua natura da sempre refrattario alla esposizione mediatica, accettò, ponendo però alcune condizioni: dire in televisione che l'Italia è uno dei maggiori produttori al mondo di mine antiuomo e fare i nomi delle aziende produttrici. Costanzo ci pensò, poi disse di sì. Dopo quella trasmissione, che fece enorme scalpore, il governo approvò una moratoria contro la produzione di mine antiuomo. Oggi quella moratoria sulla carta esiste ancora ma, a distanza di tanti anni, non è stata ancora convertita in legge.

Mentre leggevo queste cose mi veniva da fare qualche riflessione sulla cosiddetta etica del lavoro. Noi, nel nostro immaginario collettivo e nella nostra cultura, abbiamo sempre nobilitato il lavoro, abbiamo conferito ad esso un valore morale di un certo rilievo, mentre forse dovremmo fare qualche distinguo. Il lavoro non è sempre morale. Dov'è la moralità nel lavoro di un'azienda che produce mine antiuomo? Questa domanda me la pongo spessissimo anche io mentre svolgo il mio. Mi passano per le mani ogni giorno tonnellate e tonnellate di carta trasformate in giornali, che vengono comprati da persone per leggere che Albano un giorno sta con la Lecciso e il giorno dopo torna con Romina, giornali che dopo un'ora vengono gettati nella spazzatura. E quei giornali sono alberi, foreste che vengono distrutte con tutte le conseguenze che sappiamo. Dov'è la moralità del mio lavoro, qui? Ovvio che non si può fare un classifica di gravità con un bravo operaio che costruisce una perfetta mina antiuomo, ma ognuno di questi mestieri ha una sua immoralità. E allora, forse, è ora di smetterla con questa romantica e stucchevole retorica sulla moralità del lavoro e guardare un po' in faccia le cose come sono.

Un altro capitolo che fa male è quello in cui Strada racconta come negli ultimi decenni sia stata smantellata la sanità pubblica in favore di quella privata, con le conseguenze che noi tutti oggi proviamo sulla nostra pelle. Scrive Strada: "Cosa è successo? Perché si è arrivati fin qui? Ci dev'essere stato un cambiamento culturale. Per molti secoli, in tutte le culture la medicina si è sviluppata per curare gli ammalati, o i feriti, per salvare vite umane o alleviarne le sofferenze. A un certo punto, inspiegabilmente, ha cominciato a cambiare. Forse il cambiamento è nato da una constatazione banale: che tutti noi prima o poi nel corso della vita abbiamo bisogno di un medico. Sarebbe stato naturale, sensato, concludere che, proprio perché rispondono a un bisogno comune, le cure mediche debbano essere di alta qualità, pubbliche - cioè di tutti -, e per questo gratuite per tutti. Invece qualcuno è arrivato a una conclusione diversa: se è certo che ognuno di noi prima o poi avrà bisogno di medico, allora ognuno di noi è potenzialmente cliente di un mercato, quella della salute, enorme. Potremmo dire illimitato, dal momento che essere curati è un bisogno di tutti, e non un lusso a cui si può sempre rinunciare."

Come tutti i libri che raccontano e scavano nel mondo in cui viviamo, è un libro che fa male. Mi viene spesso il dubbio che forse sapere come stanno le cose, capirle, non sia un buon affare, che in fondo in fondo sia meglio non sapere e avere l'illusione di vivere in un mondo dove tutto funziona bene. Magari ci si sta meno male. In fondo, occhio non vede e cuore non duole, no?

sabato 25 giugno 2022

L'ha voluto Dio

È stata la prima dichiarazione di Trump dopo la sentenza con cui la Corte suprema USA ha eliminato il diritto all'aborto a livello federale, ribaltando la storica decisione del 1973 che garantiva l'accesso volontario all'interruzione di gravidanza su tutto il territorio degli Stati Uniti. Quindi, da oggi, gli americani sono liberi di farsi ammazzare dal primo fuori di testa che vada in giro tranquillamente armato di una pistola o di un mitragliatore ma non possono scegliere di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Questo perché la difesa della vita va messa prima di tutto, naturalmente.

La frase di Trump va inquadrata come una sorta di sublimazione del suo smisurato e ridicolo narcisisimo, dal momento che gioca sul doppio senso di Dio inteso come divinità e come colui, Trump appunto, che prima di terminare il suo infausto mandato da presidente ha nominato i giudici conservatori della Corte suprema che hanno emesso la sentenza. Non c'è niente da fare: ovunque, nel mondo, avanzi la destra si ha automaticamente una compressione dei diritti, pure di quelli acquisiti. Nello specifico, quello della donna di scegliere da sé e per sé come gestire la propria gravidanza. No, non lo può più fare, decide qualcun altro per lei.

Trump esulta, naturalmente, anche perché la sua visione del mondo femminile è nota a tutti. Fu lui, infatti, a dire pubblicamente in un comizio che "la donna va presa per la figa". Mi scuso per la crudezza, ma è giusto che si sappia bene chi è l'uomo che per quattro anni ha guidato la nazione più potente del mondo e l'uomo che esulta per la sentenza contro l'aborto.

Per quanto riguarda l'aborto, è ormai provato da ogni studio effettuato che la sua criminalizzazione non ha alcun impatto sulla riduzione delle interruzioni di gravidanza ma serve solo ad aumentare, per motivi facilmente intuibili, la mortalità e l'ospedalizzazione delle donne. Ma, è noto, viviamo ormai in una civiltà dove la realtà e i dati non contano più, valgono solo l'ideologia e le persuasioni personali.

venerdì 24 giugno 2022

Collasso


Ci sono libri che cambiano la vita. Oddio, forse cambiano la vita è esagerato, diciamo che consentono di cambiare radicalmente modi di pensare e convinzioni ormai assodati. La gravissima crisi idrica che ci sta flagellando in questo periodo, giusto per fare un esempio, non può venire interpretata allo stesso modo in cui si interpreta normalmente, dopo aver letto questo libro.

Di Jared Diamond, forse uno dei più competenti e autorevoli scienziati in materie ambientali ancora viventi, avevo letto qualche tempo fa Armi, acciaio e malattie (ne avevo parlato qui), che nel 1998 vinse il premio Pulitzer per la saggistica. In questo libro Diamond analizza i motivi che hanno portato, in passato, intere civiltà a collassare, collasso avvenuto sempre, o quasi sempre, in maniera velocissima subito dopo il massimo splendore.

Sono analizzate società e civiltà del passato come i Maya, i Vichinghi, l'isola di Pasqua, e anche paesi del terzo mondo di oggi (Ruanda, Haiti, Repubblica Dominicana). Di tutti questi casi viene fatta la storia e vengono analizzati i motivi che ne hanno determinato il tracollo, alcuni dei quali ricorrono abbastanza costantemente: sfruttamento scriteriato delle risorse disponibili (acqua, legname, terra, allevamento), deforestazione, variazioni climatiche, sovrappopolazione. Tutto ciò legato ad alcune peculiarità tipicamente umane: corruzione, follia, avidità, assenza di lungimiranza.

Una delle parti più interessanti del saggio è quella in cui Diamond, non senza difficoltà, cerca di rispondere alla domanda delle domande. Scrive Diamond: "La mia prima lezione [tenuta all'Università della California - UCLA - a Los Angeles], dopo un incontro introduttivo, riguardava la storia dell'isola di Pasqua. Nella discussione che è seguita alla mia presentazione, la domanda apparentemente semplice che tormentava i miei studenti era in realtà una questione complessa a cui fino a quel momento non avevo dato troppo peso: come era possibile che un popolo prendesse una decisione così apparentemente folle come quella di abbattere tutti gli alberi da cui dipendeva la sua sopravvivenza? Uno studente si è chiesto cosa stesse pensando colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola."

Ovviamente la risposta a questa domanda è complessa, e Diamond cerca di strutturarla in alcuni punti, partendo dal presupposto che a tutti, nella vita, anche a livello individuale, succede di prendere decisioni sbagliate: ci si sposa con la persona sbagliata, si fanno investimenti disastrosi, si sceglie una professione non adatta a noi e così via. Ma qui siamo nel campo delle scelte individuali, quindi le conseguenze ricadono sul singolo, non sulla collettività. Comunque sia, i punti proposti da Diamond sono i seguenti: il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel libro l'autore allarga ognuno di questi punti, cosa che non posso ovviamente fare io qui, e cerca in questo modo di rispondere alla domanda di cui sopra.
 
Ma la parte del saggio che più fa venire il magone è quella relativa all'analisi della società di oggi. Un'analisi che non lascia scampo perché corroborata da montagne di dati che Diamond riporta citando fonti e studi. E da questi dati si evince chiaramente che noi, oggi, ci stiamo comportando quasi esattamente come le società del passato che sono collassate. Ma in più abbiamo un'aggravante. Quando è collassata la società che viveva sulla piccola isola di Pasqua si era nel XV secolo, e quella società, isolata in mezzo al Pacifico a migliaia di chilometri dalla coste dell'attuale Cile, se n'è andata senza che nessuno se ne accorgesse; stesso discorso per i Maya o per i Vichinghi. Oggi, nell'era della globalizzazione (anche delle informazioni), si sa in tempo reale cosa succede in ogni remoto angolo del mondo, si conosce la storia delle civiltà passate, si hanno i dati relativi all'andamento climatico, all'economia, alla variazione della popolazione mondiale. Sappiamo tutto e abbiamo tutti gli strumenti per sapere a cosa andiamo incontro se non cominciamo a prendere provvedimenti seri.

Eppure, in ossequio alla leggendaria stupidità (ma anche altro) di cui siamo impregnati noi Sapiens (mi sono sempre chiesto con quale coraggio ci è stata affibbiata questa denominazione), stiamo facendo poco o nulla per evitare di fare la fine dell'isola di Pasqua e tutti gli altri. Ce ne freghiamo del climate change, noi Occidentali continuiamo a tenere un tenore di vita che non sarebbe più sostenibile neppure se il Terzo mondo con le sue pretese di uguagliarlo non esistesse: continuiamo a deforestare il pianeta, a modificare clima ed ecosistemi inquinando, continuiamo a sfruttare indiscriminatamente le risorse della terra, dei fiumi e dei mari. Siamo esattamente come gli abitanti dell'isola di Pasqua che tagliavano gli ultimi alberi della loro foresta. Potremmo quindi rivolgere a noi la famosa domanda che si ponevano gli studenti di Diamond: cosa pensava colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola?

martedì 17 maggio 2022

Sostituzioni etniche

Mi veniva da sorridere (anche se in realtà c'è ben poco da ridere) mentre leggevo che il suprematista bianco responsabile a Buffalo dell'ennesima strage a sfondo razzista è un sostenitore della teoria complottista della "grande sostituzione", cioè un fantomatico complotto globale ordito con lo scopo di sostituire i bianchi con altre etnie (ah, quanto mi piacerebbe leggere un commento in proposito del grande Umberto Eco, se fosse ancora tra noi).

Mi veniva da sorridere in primo luogo perché le suddette sostituzioni etniche avvengono da sempre nella storia dell'uomo in ogni parte del globo, e in secondo luogo perché avvengono non per ridicoli e inesistenti complotti ma a causa dei continui spostamenti delle masse umane da un posto all'altro nel corso dei millenni.

L'ultima di queste sostituzioni, tra l'altro, è avvenuta proprio qui in Europa in tempi relativamente recenti. Fino a circa 6/7000 anni fa, infatti, il continente europeo era popolato da persone di pelle scura e occhi chiari, pelle che poi si è schiarita con l'arrivo dal Medio oriente di popolazioni di pelle più chiara. Per una sorta di quei paradossi che farebbero impazzire Salvini, oggi noi abbiamo la pelle chiara grazie agli immigrati.

Chi ha letto libri come Siamo tutti africani (ne avevo parlato qui) queste cose le sa benissimo, ma è noto che tra i suprematisti bianchi di estrema destra e i libri il rapporto è sempre stato gravemente conflittuale.


venerdì 22 aprile 2022

Giornalisti

Sto leggendo in questi giorni La Russia di Putin, di Anna Politkovskaja, un duro atto di accusa all'attuale presidente russo e al regime da lui instaurato nella Russia del dopo Boris Eltsin. Anna Politkovskaja, forse la giornalista che maggiormente, oltre a svelare le nefandezze del regime, ha documentato le due guerre tra Russia e Cecenia, fu uccisa nel 2006 con due colpi di pistola nell'androne del palazzo dove abitava, a Mosca. Le (lacunose) indagini portarono all'arresto degli esecutori materiali del delitto ma sui mandanti non si è mai riuscito (voluto?) a fare luce.

Casualmente ho letto in questi giorni della concessione dell'estradizione negli USA, da parte dell'Inghilterra, del giornalista e attivista Julian Assange. Assange è cofondatore di WikiLeaks, l'organizzazione divulgativa attraverso la quale, nel 2010, furono fatti conoscere al mondo i crimini e gli abusi commessi dagli USA nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Assange, negli USA, rischia una condanna a 175 anni di carcere per la sola colpa di aver fatto il suo mestiere di giornalista.

Naturalmente i due casi non mostrano importanti analogie, se non per il fatto che entrambi i giornalisti hanno subìto le conseguenze dell'aver parlato di ciò di cui non si doveva parlare. E fa una certa impressione vedere come anche noi occidentali, sempre così critici verso i regimi in cui i giornalisti vengono perseguitati, alla fine non è che ci comportiamo così diversamente nei confronti di quelli scomodi.

lunedì 11 aprile 2022

Le Pen

Mi chiedo come si faccia, nel 2022, a votare la Le Pen. Una che vorrebbe tornare all'autarchia. L'autarchia, ossia la Francia, da sola, contro il resto del mondo, cosa che definire anacronistica, oggi, è un eufemismo. Leggo che ha preso una grossa quantità di voti dagli operai, categoria che storicamente, in ogni parte del mondo, si è sempre richiamata alla sinistra. 

Ma anche la Lega qua da noi ingloba da tempo voti dagli operai. Forse la sinistra in Italia e Macron in Francia qualche domanda sarà il caso che comincino a porsela, in particolare riguardo ai motivi che da tempo spingono le categorie più "deboli" a gettarsi nelle braccia della destra. Ma, è noto, qua in Italia non siamo mai stati particolarmente bravi in processi di autoanalisi e autocritica, la sinistra men che meno.

venerdì 8 aprile 2022

Tra il gas, l'aria condizionata e i sacrifici

Quella di Draghi ("Preferiamo la pace o l'aria condizionata?") è ovviamente una domanda retorica, cioè quel tipo di interrogazione che non viene formulata per ottenere informazioni ma che implica una risposta predeterminata. Si può ovviamente discutere se un capo di governo (ritenuto autorevole e serio) che utilizzi una simile semplificazione di stampo populista, come se fosse un Renzi o un Salvini qualsiasi, ne esca bene o male, ma al di là di questo a me ha colpito un'altra cosa.

Parlandone stamattina con alcuni conoscenti, mi è rimasto impresso questo commento di uno di essi: "Draghi non può chiederci altri sacrifici dopo due anni di pandemia", e questa frase mi ha fatto pensare alla nostra generale allergia al concetto di sacrificio. 

In genere si tende a dare per scontato che il livello di benessere raggiunto dalla nostra civiltà sia qualcosa di definitivamente acquisito, che non può essere messo in discussione in alcun modo e che col passare del tempo crescerà sempre di più. Ma non è così, purtroppo. Economisti e studiosi vanno da tempo ripetendo, nell'indifferenza generale, che il nostro tenore di vita, il tenore di vita di noi occidentali, non è più sostenibile. La nostra piccola parte di mondo per tenere questo tenore di vita consuma infatti l'80% delle risorse del pianeta, e un sistema così sballato non potrà durare ancora a lungo.

La soluzione, che ci piaccia o no (e a noi non piace, ovviamente), sarà inevitabilmente una decrescita, che tradotto significa sacrifici, cioè rinunciare a qualcuna delle nostre infinite comodità, di cui l'aria condizionata di cui parla Draghi sarà solo quella minore. Una bestemmia, oggi, naturalmente, perché dietro alle nostre comodità (automobili, telefonini, aria condizionata, acqua calda, lavatrici, lavastoviglie, industria alimentare, energia, trasporti ecc.) c'è un giro economico immenso, e la nostra civiltà si regge sull'economia. Se questa non funziona, c'è il collasso.

Noi, purtroppo, non siamo abituati a ragionare e a valutare le cose in termini globali ma locali, pensiamo che il nostro fortunato Occidente sia il centro del mondo, sia intoccabile, forte, grande, che fuori non ci sia nulla di rilevante e chi sta fuori si arrangi. Non è così. Siamo piccoli, siamo fragili e il sistema in cui viviamo è squilibratissimo. E i sistemi squilibrati non durano in eterno, prima o poi si riequilibrano, e quando lo fanno sono dolori.

lunedì 14 marzo 2022

E anche se l'avessimo saputo?

Non parlo dei motivi che hanno generato il conflitto tra Russia e Ucraina perché non ho le competenze per farlo. Potrei documentarmi, è vero, cosa che nel mio piccolo sto cercando di fare, ma dovrei comunque operare una scelta tra le molteplici, diverse e spesso contraddittorie teorie che sono sul tavolo e - siamo sempre lì - non ho le competenze per farlo. Lascio questo compito a chi è più titolato di me. 

Dicono i bene informati che si sapeva da diversi anni che questo conflitto covava sotto la cenere e che prima o poi sarebbe esploso, perché era evidente che l'allargamento della Nato verso est stava diventando sempre più ingombrante, e poi c'era già stata l'invasione della Crimea da parte dei russi qualche anno fa, e poi tutta l'annosa questione delle angherie perpetrate dal governo ucraino verso i separatisti filo-russi delle regioni del Donbass. Insomma, i prodromi che facevano presagire ciò che oggi è in atto ci sarebbero stati, e chi lo sostiene ammanta questa affermazione - impressione mia - con qualcosa che assomiglia molto a un atto d'accusa, come a voler implicitamente sottolineare che si sapeva e non si è fatto niente.

Ma se anche si fosse saputo, se anche ci si fosse resi conto dell'esistenza di questi prodromi, come ci si sarebbe potuti muovere? Concretamente, dico, cosa si sarebbe potuto fare? Abbiamo avuto quasi quattro decenni di Guerra fredda combattuta sottotraccia e in via non ufficiale da due superpotenze in possesso della bomba atomica, quarant'anni di timore costante che si verificasse quello che allora veniva chiamato "olocausto nucleare" (e nella famosa crisi dei missili di Cuba nel 1962, e in un altro paio di occasioni, ci siamo andati a un passo), e questo significa che abbiamo avuto quarant'anni di prodromi dell'arrivo di un possibile disastro globale, ma pur sapendolo (e lo sapevamo tutti) chi di noi comuni mortali, anche volendo, avrebbe potuto fare qualcosa? 

Non vuole essere, questo, un tentativo di avallare una sorta di deresponsabilizzazione collettiva, solo un mettere nero su bianco ciò che tutti sanno: su ciò che decidono le poche persone che stanno ai vertici del mondo l'immensa platea di persone comuni ha pochissima o nulla influenza. È sempre stato così e sarà sempre così. Adesso, come è naturale che sia, tutti speriamo che questa guerra finisca, perché non sopportiamo di vedere le immagini di civili, che questa guerra non hanno voluto, sotto le bombe, e anche perché (ipocrita nasconderselo) nutriamo il neanche tanto latente timore che arrivi fino a noi (tra i confini occidentali dell'Ucraina e Trieste c'è la stessa distanza che separa Trieste da Napoli), per non parlare di tutti gli effetti collaterali già visibili (aumento dei prezzi, problemi coi profughi ecc.).

Questo conflitto ci impressiona per due motivi. Il primo è che è relativamente vicino a noi; il secondo è che dopo sette decenni si è spezzato drammaticamente e anche abbastanza inaspettatamente quel patto non scritto secondo cui, memori di ciò che successe nei due conflitti mondiali del Novecento, le controversie tra nazioni si risolvono sedendosi a un tavolo. Ma a quel tavolo non si sono mai sedute le persone comuni.

martedì 1 marzo 2022

Altre pandemie

Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, uno che in televisione si è visto molto poco, ha dichiarato che ci saranno altre pandemie. Detta così, sembra una delle tante frasi che ogni tanto fanno capolino nel mare magnum delle cose, più o meno credibili, che si dicono da due anni e mezzo in qua. Ma non è da prendere sottogamba. Anthony Fauci, forse il maggiore virologo vivente, già due anni fa definiva il periodo storico in cui viviamo l'"era pandemica". Con questa espressione ha voluto dire che, a differenza di quanto avveniva in passato, oggi le probabilità che si verifichino pandemie, anche a distanza ravvicinata tra loro, sono molto più alte.

La differenza con quanto accadeva in passato è che oggi lo sappiamo. Sappiamo di essere in questa situazione di pericolo ma non facciamo niente per evitare che si verifichi di nuovo. La pandemia che ci ha colpiti oggi si sapeva che sarebbe arrivata. Chi ha letto Spillover, di David Quammen, lo sa, perché Quammen, dieci anni fa, aveva fatto in quel libro una previsione in otto punti in cui descriveva la prossima pandemia che ci avrebbe colpito (sarebbe stato un coronavirus, sarebbe partito da un wet market, probabilmente dalla Cina ecc.) e li ha azzeccati tutti. L'unica incognita era solo il quando. Quammen non è un mago o un indovino, è semplicemente un giornalista scientifico che gira il mondo e studia queste cose.

Il modo in cui viviamo e abbiamo organizzato il mondo lo ha trasformato nell'ambiente ideale perché un virus faccia il salto di specie, esattamente ciò che ha fatto il Sars-CoV-2 passando dai pipistrelli all'uomo. Diciamo che, nella sfortuna, siamo stati fortunati, dal momento che il Sars-CoV-2 ha un indice di mortalità dell'1%, ma la prossima volta potrebbe non andare così bene. L'OMS, a proposito di future pandemie, già da qualche tempo sta mettendo in guardia sul fatto, molto preoccupante, che ci sono sempre più batteri (non virus), come ad esempio quello della tubercolosi, che stanno diventando resistenti a tutti gli antibiotici conosciuti. Questa cosa è nota da tempo, e in qualche modo si cerca di sensibilizzare, ma con poco successo.

Purtroppo noi umani siamo affetti da una sorta di... tara cognitiva, se così si può dire, che non ci permette di adottare provvedimenti per impedire il verificarsi di un evento avverso se poi non vediamo il risultato del provvedimento preso. È il motivo, giusto per fare un esempio, per cui un'amministrazione comunale preferisce costruire una bella fontana nella piazza del paese piuttosto che pulire i fossi per evitare un'alluvione. La fontana si vede, fa figura; la pulizia dei fossi non la nota nessuno e, se fatta, magari evita l'alluvione, ma una alluvione che non si verifica autorizza a pensare che non si sarebbe verificata neppure se i fossi non si fossero puliti, quindi perché pulirli? Siamo fatti così, siamo animali strani, noi. E la prossima pandemia, come quella attuale, farà sicuramente tesoro di questa nostra stranezza.

giovedì 24 febbraio 2022

Guerra

Questa mattina presto Putin ha iniziato l'invasione dell'Ucraina, assediando varie città e bombardando varie strutture nell'est del paese. Non c'è granché da dire che non sia già stato detto riguardo ai motivi che l'hanno spinto a dare inizio a un conflitto alle porte orientali dell'Europa, conflitto che più o meno direttamente è inevitabile che avrà prima o poi ricadute anche per noi - diversi analisti hanno ipotizzato che l'invasione dell'Ucraina potrebbe trasformarsi nel più vasto conflitto europeo dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Se in effetti si guarda alle modalità con cui si è originata l'ultima guerra, che poi non sono molto diverse da quelle che hanno originato quella del 15-18, si vede che i prodromi sono i medesimi. 

A margine, a me viene da chiedermi quanto si debba essere fuori dalla realtà per prendere simili decisioni. La maggior parte dello stesso popolo russo non ha mai voluto questa guerra, non solo perché conscio delle ricadute in termini di perdite umane che provocherà, ma per le conseguenze sul piano economico e sociale prodotte dalle sanzioni che i paesi NATO infliggeranno alla Russia e che andranno ad aggravare una situazione economica che già adesso non si può certo definire prospera. 

Ma è sempre così: chi sta nelle stanze dei bottoni è come se vivesse in un pianeta a sé stante, totalmente refrattario a ogni contatto col mondo reale, quello composto di persone che spesso devono arrabattarsi in qualche modo per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

domenica 13 febbraio 2022

Articoli sulla guerra

I due articoli più completi relativi alla genesi della crisi tra Russia e Ucraina mi pare che siano questo di Open e questo de Il Post, al quale mi riprometto sempre di abbonarmi ma non mi decido mai. Anche questo breve intervento di Alessandro Barbero, che da storico va alle origini dell'antica faida tra i due territori, è pregevole pur nella sua brevità. Per il resto, non mi pare ci sia granché da dire, specie quando nessuno, neppure i maggiori esperti di geopolitica, sanno prevedere cosa accadrà. Gli americani dicono che l'invasione del territorio ucraino da parte di Putin è imminente; i russi replicano - il ministro degli esteri Sergej Viktorovič Lavrov l'ha ribadito più volte - che non è in programma alcuna invasione dell'Ucraina da parte della Russia, assunto, questo, difficilmente sostenibile alla luce dell'impressionante concentramento di contingenti militari lungo gran parte dei 2200 chilometri del confine che separa i due stati.

L'unica cosa certa, in questo guazzabuglio di ipotesi allo stesso tempo verosimili e inverosimili, è che Putin non è un mistero che per l'Ucraina abbia da sempre una vera e propria ossessione per tutta una serie di motivi, principalmente identitari e geopolitici. Poi ci siamo noi, qua, noi comuni mortali che guardiamo il possibile inizio di una guerra in Europa come qualcosa di incomprensibile e inquietante. 

Dall'ultima guerra mondiale sono passati più di settant'anni e chi è nato a partire dagli anni Cinquanta in qua della guerra ha solo letto sui libri di storia o sentito parlare i propri genitori o nonni. Per tutti questi decenni siamo vissuti in un contesto europeo di pace e unità, almeno formali. Con la sola carta d'identità, oggi, si può andare da Trapani a Helsinki e dalle coste atlantiche del Portogallo agli Urali senza incontrare ostacoli e senza dover mostrare passaporti. Chi ha la mia età ha probabilmente figli che hanno viaggiato e studiato in giro per l'Europa col programma Erasmus e simili, e che hanno nella loro visione un'Europa non intesa come un'accozzaglia di diversi stati ma come una unica grande realtà in cui muoversi liberamente. Per i nativi della nostra epoca è impossibile immaginare che Francia e Germania possano oggi farsi la guerra, perché il contesto sociale, politico e ideologico rende inconcepibile anche solo immaginarlo. Mentre non era affatto così per le generazioni vissute prima di questi settant'anni di pace, che speriamo non si interrompano la prossima settimana.

mercoledì 9 febbraio 2022

Armi, acciaio e malattie

 


Questo saggio storico-geografico-antropologico ha vinto nel 1998 il Premio Pulitzer per la saggistica. Dopo Sapiens, da animali a dèi, di Yuval Noah Harari, credo che sia il saggio più bello che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, saggio che narra la storia umana e le vicende del mondo negli ultimi tredicimila anni. Naturalmente, narrare tredici millenni in meno di cinquecento pagine ha richiesto giocoforza delle semplificazioni e una suddivisione della narrazione per punti principali, ma tale semplificazione ha un vantaggio: la prospettiva a lungo termine e su vaste aree permette, come scrive l'autore, intuizioni che uno studio più particolareggiato non consentirebbe. Perché questo testo prende in esame gli ultimi tredicimila anni della nostra storia? Perché tredicimila anni fa è successa una cosa che ha cambiato - in meglio o in peggio è tuttora oggetto di discussione - per sempre la nostra storia: è nata l'agricoltura e l'uomo, dopo milioni di anni in cui è stato cacciatore-raccoglitore nomade, è diventato sedentario e ha cominciato a lavorare la terra e ad addomesticare gli animali, con tutto ciò che ne è conseguito. Ma facciamo un passo indietro.

Circa sette milioni di anni fa un gruppo di scimmie antropomorfe africane si suddivise in vari sottogruppi, uno dei quali diede origine per evoluzione naturale ai moderni gorilla, un altro agli scimpanzé, un altro ancora all'uomo. La nostra storia evolutiva come specie separata iniziò proprio da lì. Dopo altri tre milioni di anni ci siamo alzati in piedi, siamo cioè diventati bipedi e abbiamo abbandonato la camminata a quattro zampe. Dopo un altro milione e mezzo di anni abbiamo avuto un aumento della massa corporea e del cervello e, circa un milione di anni fa, come Homo erectus, siamo per la prima volta usciti dall'Africa e siamo partiti alla conquista del mondo. Australopithecus africanus, Homo habilis e infine Homo erectus, erano specie protoumane, erano cioè i nostri più antichi progenitori. Noi, Homo sapiens, siamo gli ultimi arrivati e quelli che nella storia del mondo hanno fatto più disastri di tutte le altre specie di nostri predecessori messe assieme. Siamo una specie giovanissima e siamo nati anche noi in Africa circa duecentomila anni fa, che in termini evolutivi è pochissimo (per rendere l'idea, basta che ognuno di noi vada indietro di 4000 nonni e arriva all'origine dell'evoluzione umana dei Sapiens).

Noi Sapiens siamo i protagonisti della storia narrata nel libro, storia che origina da una domanda che un abitante della Nuova Guinea, Yali, pose a Jared Diamond nel 1972 mentre come antropologo si trovava sull'isola per i suoi studi: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [per cargo si intendono le tecnologie in possesso degli Occidentali] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?" La domanda colse alla sprovvista Diamond, che lì per lì non seppe cosa rispondere ma promise al suo amico Yali di pensarci e di fargli avere una risposta quanto prima. La risposta è in questo libro, che comincia con una storia.

Nel 1532, il conquistador spagnolo Francesco Pizarro sbarcò nella città andina di Camajarca e incontrò l'imperatore inca Atahualpa. Atahualpa reggeva come monarca assoluto il più grande e progredito stato del Nuovo Mondo, mentre Pizarro rappresentava Carlo I di Spagna, sovrano del Sacro romano impero, il re più potente d'Europa. Pizarro era a capo di un gruppo raccogliticcio di 168 soldati, si trovava in terre a lui sconosciute, isolato e nell'impossibilità di ricevere rinforzi. Per contro, Atahualpa era nel bel mezzo del suo impero, circondato da milioni di suoi sudditi e difeso da un esercito che contava 80.000 uomini. Ciò nonostante, pochi minuti dopo averlo incontrato, Pizarro fece prigioniero Atahualpa, lo tenne in ostaggio per otto mesi, durante il quale si fece consegnare il più grande riscatto della storia (circa 80 metri cubi d'oro) e infine, rimangiandosi ogni promessa, lo fece uccidere. 

Cosa permise allo spagnolo coi suoi pochi soldati raccogliticci di avere ragione dell'imperatore inca? La superiorità tecnologica. I 168 soldati spagnoli avevano cavalli, fucili, armature, conoscevano avanzate tecniche di guerra. Gli 80.000 uomini di Atahualpa disponevano solo di rudimentali armi (principalmente archi e frecce e qualche lancia) ed erano appiedati (il cavallo non era ancora arrivato in America). La superiorità tecnologica degli europei aveva compensato ampiamente la loro inferiorità numerica. Passando dal piccolo al grande, tra i due continenti, Europa e America, c'era all'epoca un divario tecnologico immenso, lo stesso divario che fece nascere a Yali la domanda che poi pose a Jared Diamond. E questo divario tecnologico è ciò che spiega i motivi per cui siamo stati noi europei, con le nostre navi, a conquistare le Americhe e non sono stati gli amerindi ad attraversare l'oceano e a venire a conquistare l'Europa. In poche parole, Pizarro ha vinto utilizzando i tre elementi che danno il titolo al libro: le armi, l'acciaio e le malattie (la conquista del Nuovo Mondo ebbe tra le sue principali cause le malattie portate dagli europei, sconosciute agli amerindi, che sterminarono la stragrande maggioranza di questi ultimi).

Nelle quasi cinquecento pagine del suo saggio, Diamond, dopo decenni di studi e ricerche, cerca di spiegare le ragioni di questo immenso divario tecnologico e, più in generale, le ragioni per cui nella storia del mondo alcuni popoli sono sempre stati, sotto svariati punti di vista, più progrediti di altri. In genere, si tende semplicisticamente a dare a tutto ciò una spiegazione di tipo antropologico, si tirano in ballo gli uomini, le loro attitudini. È la classica spiegazione di stampo razzista, tanto in voga ancora oggi, che si aggrappa alla biologia affermando che alcune popolazioni sono biologicamente migliori di altre (la classica spiegazione che viene fuori ogni volta che si fanno raffronti tra noi e l'Africa, ad esempio). Diamond respinge la spiegazione razzista non solo perché è odiosa, ma semplicemente perché è sbagliata, e dimostra nella maniera più convincente e documentata possibile che le differenze tra il maggiore e minore grado di progresso delle popolazioni umane hanno sempre avuto origini di tipo ambientale. Le diversità culturali non sono mai innate, ma affondano le loro radici in differenze geografiche, ecologiche e territoriali. Soprattutto geografiche.

Perché geografiche? Le più grandi scoperte della storia (l'agricoltura, la scrittura, la ruota, i metalli, gli stati ecc.) sono nate e si sono diffuse nel continente euroasiatico, poi, solo successivamente, sono arrivate negli altri continenti. Questo è successo - ecco qui la geografia - perché il continente euroasiatico è disposto nella direzione est-ovest sull'asse terrestre. Cosa implica, questo? Una maggiore facilità con cui animali, piante, idee, tecniche e popoli si potevano spostare nel suo territorio, perché questa disposizione permetteva di muoversi stando sempre a latitudini simili senza incontrare ambienti troppo diversi. Il Nuovo Mondo, invece (e anche l'Africa, seppur in misura minore), è orientato lungo l'asse nord-sud e strozzato all'altezza di Panama. Ciò significa che nelle Americhe la circolazione di popoli, idee, tecniche era molto più difficoltosa, rispetto a ciò che avveniva nel continente euroasiatico, a causa della molteplicità di barriere ecologiche, climatiche, territoriali, tutti ostacoli che nel passato hanno impedito il diffondersi delle tecnologie e delle scoperte. Questo è il motivo per cui quando gli europei sono arrivati nelle Americhe si sono incontrati con un mondo tecnologicamente molto più arretrato. In generale, il ragionamento applicato al caso Europa-America è valido per ogni altra situazione di disuguaglianza tra civiltà e popoli del mondo, a partire dal passato più remoto fino ad arrivare a oggi. La differenza la fa sempre l'ambiente, e nient'altro.

Mi accingo a riporre questo libro nella mia libreria con due stati d'animo. Il primo è un lieve dispiacere per il fatto di averlo terminato (mi sarebbe piaciuto che avesse avuto il doppio delle pagine); il secondo è un senso di appagamento per tutte le cose che non sapevo e che ora so. D'altra parte, a questo servono i libri, no?

martedì 25 gennaio 2022

Guerra?

Non è chiaro se Putin invaderà sul serio l'Ucraina (neppure gli analisti più ferrati sono al momento riusciti a capire le sue intenzioni). Certo è che la situazione, da quello che si legge, non sembra sia da prendere sottogamba e non autorizza alla tranquillità, almeno al momento. Tra Russia e Ucraina esistono vecchie ruggini che si sono da un po' di tempo aggravate, in particolar modo da quando quest'ultima, dopo l'elezione nel 2019 del presidente Volodymyr Zelensky, è passata da atteggiamenti sostanzialmente remissivi nei confronti di Putin ad atteggiamenti più assertivi e in qualche misura più provocatori.

Alcune delle dinamiche in corso mi ricordano, anche se alla lontana e pur con tutte le differenze possibili, quelle che portarono allo scoppio della Prima guerra mondiale. Dopo l'attentato di Sarajevo l'impero austriaco dichiarò guerra alla Serbia e la invase, ma la Serbia aveva un grande fratello, la Russia, la quale non restò certo a guardare. La Russia, a sua volta, era alleata con la Francia in chiave anti-germanica, e sia l'una che l'altra (Francia e Germania) non restarono neppure loro a guardare. Questo gioco di alleanze, formatesi nel corso del XIX secolo, determinò gli schieramenti.

La situazione è diversa, oggi, se non altro perché manca il casus belli dell'attentato terroristico e l'innesco, in caso, sarà generato dall'aggravarsi delle vecchie tensioni e da tutta una serie di altri motivi. Ma anche l'Ucraina di oggi, così come la Serbia del 1914, ha un grande fratello: gli USA, e Biden si è già schierato apertamente con l'Ucraina con l'intento di limitare le velleità espansionistiche di Putin, mettendo in allerta 8000 soldati e inviando due navi da guerra USA nel Baltico e nel mar Nero.

Poi magari non succederà niente e alla fine la diplomazia risolverà la faccenda, ma al momento forse è il caso di non sottovalutare troppo quello che sta accadendo.

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...