Oggi è sabato, siamo in pieno weekend. E poi è estate, le giornate sono lunghe, ci sono tante ore di luce. Quindi non dovrebbe essere troppo difficile trovare un'oretta per ascoltare Stefano Mancuso, perché ascoltare Stefano Mancuso aiuta a capire tante cose e a inquadrare meglio come funziona il mondo, e anche come funzioniamo noi.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
sabato 11 luglio 2026
giovedì 4 giugno 2026
La storia del corpo umano
Nel 2012 una "scimmia misteriosa" girovagò in lungo e in largo per le strade di Tampa, in Florida, finché dopo tre anni di tentativi fu alla fine catturata. Si trattava di un esemplare di Macaco Reso, originario dell'Asia meridionale, che sopravvisse rovistando tra i rifiuti, scansando le automobili e dando parecchio filo da torcere ai guardaparco che gli davano la caccia. La storia fece molto scalpore non solo perché per tre anni la furba scimmia riuscì a non farsi catturare, ma per le domande che molti si posero, la principale delle quali fu: come ha fatto una scimmia a sopravvivere per tre anni in un contesto fortemente urbanizzato che ovviamente non è il suo ambiente?
L'autore di questo splendido saggio, Daniel E. Lieberman, paleoantropologo e professore di scienze biologiche all'università di Harvard, usa la storia del macaco di Tampa come aggancio per spiegare un paradosso: è vero che la "scimmia misteriosa" non era nel suo ambiente naturale, ma neppure quelli che si ponevano quel tipo di domanda lo erano. Dal punto di vista evolutivo, infatti, neppure gli esseri umani possono considerare le città il loro ambiente naturale. Scrive l'autore:
La convinzione generale che un macaco in libertà non sia al proprio posto in una città della Florida, tuttavia, rivela quanto poco siamo bravi ad applicare a noi stessi il medesimo ragionamento. Vista da una prospettiva evoluzionistica, la presenza a Tampa della scimmia non era meno incongrua della presenza della stragrande maggioranza degli uomini che vivono nelle città, nei sobborghi e negli altri ambienti moderni. Voi e io viviamo lontani dal nostro ambiente naturale tanto quanto la scimmia misteriosa. Più di seicento generazioni fa, ogni individuo, ovunque, era un cacciatore-raccoglitore. Fino a tempi relativamente recenti – un battito di ciglia per l'evoluzione – i nostri antenati vivevano in piccoli gruppi di meno di cinquanta persone; si spostavano regolarmente da un accampamento al successivo e sopravvivevano raccogliendo il cibo dalle piante, cacciando e pescando. Anche dopo l'invenzione dell'agricoltura, circa 10.000 anni fa, la maggior parte degli agricoltori viveva ancora in piccoli villaggi, lavorava ogni giorno per produrre il proprio cibo e non avrebbe mai immaginato uno stile di vita oggi comune in luoghi come Tampa, in Florida, dove le persone danno per scontati i telefoni cellulari, le automobili, i gabinetti, l'aria condizionata e tutta una serie di cibi preparati industrialmente e ricchi di calorie.
Da questa premessa, se vogliamo un po' provocatoria, Lieberman sviluppa quello che è il nucleo del libro: il concetto di disallineamento evolutivo ("mismatch"). Il nostro corpo, plasmato da milioni di anni di evoluzione per correre nelle savane, accumulare grasso per i tempi di carestia e muoversi costantemente, si ritrova improvvisamente catapultato in un mondo iper-tecnologico, sedentario e dall'abbondanza alimentare tossica.
Questo libro è un lungo e affascinante viaggio che spiega come le grandi transizioni storiche (in primis bipedismo, avvento dell'agricoltura, rivoluzione industriale) abbiano trasformato la nostra specie, il nostro corpo. Il paradosso moderno è che le stesse innovazioni che hanno reso la nostra vita più comoda e sicura sono anche la causa delle cosiddette "malattie del progresso": diabete di tipo 2, obesità, problemi cardiovascolari, osteoporosi, ma anche mal di schiena, piedi piatti e miopia (presente!). Ma non perché siamo "progettati" male; siamo solo animali dei tempi della pietra che vivono nell'era dello smartphone. L'epidemia di obesità che in alcuni paesi come gli USA è oggi una vera piaga sociale nasce quindi dal fatto che i nostri antenati per procurarsi il poco cibo disponibile dovevano mediamente percorrere a piedi anche 20 chilometri al giorno; la loro vita era una continua corsa e non esistevano automobili, ascensori, scale mobili e quant'altro, esistevano solo le gambe. Oggi abbiamo i frigoriferi pieni, trascorriamo otto ore seduti in un ufficio e le serate in poltrona a guardare le serie tv, ma il nostro DNA ragiona ancora come i nostri arcaici antenati cacciatori-raccoglitori, i quali avevano come unico scopo procacciare la maggiore quantità di cibo possibile per sopravvivere. Il sovrappeso, il diabete tipo 2 e tutta la lunga serie di malattie metaboliche che oggi ci affliggono (e che ci uccidono) i nostri antenati non le conoscevano. Questo succede appunto perché per il 99% della nostra storia evolutiva siamo vissuti in un ambiente diversissimo rispetto a quello attuale, e i cambiamenti evolutivi sono molto lenti rispetto ai cambiamenti culturali e sociali avvenuti dal Neolitico (invenzione dell'agricoltura) in qua.
Ovviamente Lieberman non dice di tornare a vivere nelle caverne. Diciamo che offre invece una chiave di lettura per capire come siamo fatti e magari fare scelte più consapevoli per la nostra salute. Io l'ho trovato illuminante. Da adesso in poi non guarderò più il mio (leggero) sovrappeso e la mia miopia come li guardavo prima.
martedì 2 giugno 2026
Perché proprio lì?
Stamattina, mentre camminavo, ho notato questo papavero e mi sono chiesto: perché è nato lì, in quella fessura nel catrame dove (apparentemente) non c'entra niente? Quale motivo ha avuto per nascere in quel punto preciso? In fondo non ci sono altri papaveri come lui, attorno; non c'è erba o altra vegetazione. E quindi? Poi mi sono ricordato di aver letto in un libro (anzi, in vari libri) che la vita non ha scopi, siamo noi ad avere la fissazione che debba averne uno e che sia figlia di un disegno. Molto più semplicemente, invece, quando ci sono le condizioni la vita nasce e basta. Nel caso del papavero, probabilmente un seme è arrivato lì portato dal vento e in quella piccola fessura nel catrame ha trovato i giusti "ingredienti": un po' di terriccio, abbastanza umidità, luce solare quanto basta ed è nato. Tutto qui.
So benissimo che scienza e biologia godono generalmente di poco "feeling" e che a utilizzarle per spiegare la vita si viene considerati "freddi" o cinici, ma questo è. Quel papavero non è nato lì perché voleva nascere lì o per uno scopo. È nato lì in ossequio all'imperativo darwiniano della diffusione dei propri geni. Non aveva un progetto esistenziale, aveva un patrimonio genetico che nel corso di milioni di anni è stato selezionato perché producesse piante capaci di germogliare, crescere, fiorire, produrre altri semi. Se una fessura nel catrame permette di fare queste cose, allora la pianta la sfrutta. D'altra parte, in biologia il concetto di vita è semplice: consumare energia per riprodursi. Stop. E questo lo fa ogni essere vivente, dai batteri agli alberi ai gatti agli esseri umani, senza eccezioni.
Capisco che per chi nella vita degli esseri viventi ci vede un "disegno" o uno "scopo" è difficile da accettare, ma questo è. Ciò non significa, naturalmente, che la mancanza di scopo o di senso impedisca di dargliene. Il senso alla vita glielo diamo con quello che facciamo, coi nostri progetti, i nostri sogni, ciò che riusciamo a realizzare. In sostanza, la vita non cerca un significato, cerca condizioni favorevoli. Difficile da capire, con la nostra forma mentis, ma questo è.
lunedì 1 giugno 2026
Preoccuparsi per ebola?
Il sospetto caso di ebola segnalato a Cagliari sta già generando titoloni molto vistosi. Forse fin troppo. Del resto, il meccanismo di sfruttare le paure in chiave acchiappaclic è ormai rodato e noto, specie quando si tratta di malattie potenzialmente in grado di evolvere in epidemie (il ricordo del Sars-CoV-2 è ancora parecchio vivo). In realtà, quanto c'è da preoccuparsi per ebola? Poco o niente (al momento). Lo spiega il mitico Giacomo Moro Mauretto, biologo evoluzionista e titolare del bellissimo canale di divulgazione Entropy for life.
In generale, la portata di potenziali tragedie sanitarie è inversamente proporzionale alla vistosità dei titoli dei giornali.
venerdì 22 maggio 2026
Considera gli animali
Riassumendo e semplificando un po’, ogni volta che ci troviamo di fronte alla possibilità di compiere una certa azione, abbiamo almeno due strade: compierla o non compierla. Pensiamo a quando scegliamo cosa preparare per cena. Vogliamo preparare un pasto con un buon apporto proteico e possiamo farlo in due modi: cucinando un piatto che contenga proteine di origine animale o un altro piatto che contiene proteine di origine vegetale. Nel primo caso la nostra azione contribuisce al malessere dell’animale che finirà nel nostro piatto, per esempio, sotto forma di hamburger. Nel secondo caso no. Ovviamente dobbiamo tenere in considerazione anche i nostri interessi per valutare la situazione. Se siamo in Italia e abbiamo un normale accesso al cibo, la nostra sopravvivenza non dipende dal consumo di animali. Per un nativo dell’Artico che non può andare al supermercato, ma deve cacciare una foca per sopravvivere, le cose sono diverse. Ma se escludiamo l’interesse fondamentale a sopravvivere, che cosa rimane? Rimane il nostro interesse a gustare un piatto che forse ci piace molto e magari quello di non perdere troppo tempo per trovare un’alternativa vegetale a un piatto di carne più facile da cucinare. Il piacere di gustare un hamburger e il tempo che risparmiamo sono sufficienti a bilanciare la sofferenza imposta all’animale da cui quella carne è derivata?
Quello citato qui sopra è uno dei passaggi più "problematici" del libro, e uno dei molti dilemmi etici, morali e filosofici in esso contenuti. Quanti di noi, pur riconoscendo la validità logica del ragionamento, continuano a scegliere l'hamburger di carne? Simone Pollo, professore di filosofia morale alla Sapienza di Roma, si infila proprio in questa fessura: la distanza tra ciò che la nostra razionalità riconosce come "giusto" e ciò che le nostre abitudini culturali e sociali ci spingono a fare.
Considera gli animali è un libro che "disturba" perché toglie gli alibi. Smonta l'idea che gli animali siano "oggetti" a nostra disposizione e pone domande sul peso che diamo alla sofferenza. Leggendo questo saggio si capisce chiaramente che la questione animale non è una moda passeggera né un tema "snob" ed elitario. I temi affrontati nel saggio sono molti e tutti interessanti (ovviamente per chi è interessato a questi argomenti), a partire dai capitoli iniziali in cui si parla degli animali da compagnia che tutti amiamo (cani, gatti ecc.) e della storia evolutiva che li ha portati a stare in mezzo a noi.
Altri argomenti trattati sono, inevitabilmente, gli impatti ambientali ed ecologici degli allevamenti intensivi, l'enorme consumo di acqua, suolo e risorse causati da queste pratiche. Uno dei dati sorprendenti, tra i tanti, è che attualmente la maggior parte (circa il 70 per cento) delle superfici coltivabili del pianeta è destinata alla produzione di cibo per gli animali negli allevamenti, non all'alimentazione umana. È paradossale questo dato, se ci si pensa. La maggior parte delle terre coltivate sono destinate ad alimentare animali le cui carni sono poi consumate da una piccola minoranza degli esseri umani a causa dei suoi costi. Senza contare le elevatissime ricadute sul cambiamento climatico, a causa dell'effetto serra, generate dal consumo di carne e derivati animali (gli allevamenti intensivi sono ai primi posti nella produzione di gas serra).
Ma il punto centrale del saggio sta, appunto, nei dilemmi etici e morali che solleva, e sono veramente tanti. È interessante anche perché non ha un tono moralistico o colpevolizzante nei confronti di chi ama cibarsi di animali. Si limita a esporre dati, numeri, evidenze e a sollevare interrogativi, che ognuno può interpretare come crede.
giovedì 14 maggio 2026
Hantavirus
lunedì 11 maggio 2026
La prima luce
Ho voluto provare a leggere questo libro perché sono argomenti affascinanti, ma per gran parte l'ho trovato molto difficile e fuori della mia portata. Credo che sia un testo indicato maggiormente per chi ha già le mani in pasta su questi argomenti. In ogni caso, uno degli argomenti che da sempre mi affascinano, e che l'autrice affronta esaustivamente, riguarda la finitezza della velocità della luce. Ciò comporta che più lontano riusciamo a guardare un oggetto, più indietro nel tempo lo vediamo. Se, ipoteticamente, un alieno ci osservasse da Andromeda non vedrebbe noi ma vedrebbe i nostri antenati australopitechi, vissuti grosso modo 2,5 milioni di anni fa.
Scrive l'autrice:
A causa della velocità finita della luce, più lontano osserviamo qualcosa, più indietro nel tempo lo stiamo vedendo. Quando osserviamo la superficie del Sole, l'eruzione solare che vediamo è già vecchia di otto minuti. Quando guardiamo una delle stelle più vicine a noi, Alfa Centauri, la luce che ci arriva ha più di quattro anni. Ciò che rende questo fatto stupefacente, per me, è che se la Terra fosse davvero osservata da ricercatori alieni nel sistema di Andromeda non ci starebbero vedendo fare un giro sull’ottovolante. Piuttosto, starebbero annotando che il terzo pianeta roccioso di questa stella ordinaria ospita specie come Paranthropus aethiopicus e Australopithecus africanus, arcaici rami ancestrali dell’essere umano vissuti più di 2,5 milioni di anni fa. Andromeda è così lontana che la vediamo com’era 2,5 milioni di anni fa, e viceversa. Man mano che la distanza aumenta, la luce diventa un portale per guardare indietro nel tempo.
Emma Chapman è una pluripremiata astrofisica britannica e ricercatrice della Royal Society presso l'Imperial College di Londra. È una delle massime esperte mondiali della cosiddetta "Era dell'Oscurità" (l'epoca precedente all'accensione delle prime stelle). In questo (difficile) saggio non si limita a elargire nozioni, ma spiega come leggere l'universo come un immenso libro di storia. Più i nostri telescopi diventano potenti, più diventiamo "archeologi cosmici", capaci di spingerci verso quel momento in cui le prime stelle hanno sconfitto il buio.
lunedì 4 maggio 2026
Siamo tutti contro natura
mercoledì 22 aprile 2026
Il segreto della lettura
giovedì 19 marzo 2026
Festa del papà
Questo libro l'avevo iniziato qualche giorno fa senza assolutamente pensare alla festa di oggi, della quale oltretutto mi ero pure dimenticato.
Dopo le prime 100 pagine mi rendo conto che non poteva esserci lettura migliore. Sarah Blaffer Hrdy, l'autrice, è una figura estremamente autorevole e originale nel panorama scientifico mondiale. È un'antropologa e primatologa americana, professoressa emerita all'Università della California (Davis), e i suoi studi hanno letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo all'evoluzione umana. Soprattutto è nota per aver sfidato i pregiudizi maschilisti dell'antropologia classica.
In questo splendido saggio spiega come il cervello di un padre non sia statico, ma capace di trasformarsi biologicamente attraverso l'accudimento, attivando aree emotive profonde esattamente come accade nelle madri. Una delle tesi del libro è che la paternità non è solo un ruolo sociale, ma un'evoluzione continua sia del cuore che della mente. Quindi, buona festa a tutti i papà che hanno voglia di mettersi in gioco. E io ne conosco uno che tra un po' dovrà mettersi in gioco eccome, vero Andrea Raschi?
(Mentre a me toccherà mettermi in gioco come nonno.) 😅
giovedì 12 marzo 2026
Perché dimentichiamo
Il concetto di bias cognitivi ha preso forma grazie agli studi degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Quest’ultimo ha ricevuto, nel 2002, il premio Nobel per l’economia proprio per aver applicato il concetto di bias all’analisi delle decisioni in ambito finanziario. Oggi tutti parlano di bias cognitivi. Il termine è onnipresente: ricorre nei festival della scienza, nelle conversazioni semi-specialistiche, nel linguaggio comune. Ma il suo significato si è progressivamente allargato, fino a diventare un’etichetta generica, spesso usata per spiegare qualsiasi comportamento umano apparentemente illogico, errato o deviante. In realtà, i bias cognitivi fanno parte del normale funzionamento della mente. Sono schemi di comportamento e di ragionamento sistematici, diffusi e ricorrenti, che si attivano in risposta a certi stimoli o contesti. Indicano scelte individuali o collettive che seguono andamenti prevedibili. Ci aiutano a interpretare il mondo, a costruire un senso, a definire chi siamo. Allo stesso tempo, ci espongono a errori di giudizio, talvolta rilevanti. Un esempio classico è l’enigma del chirurgo: un bambino resta coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il padre. Portato d’urgenza in ospedale, il chirurgo si rifiuta di operarlo, dicendo: “È mio figlio”. La spiegazione – che il chirurgo sia la madre – sfugge a molte persone, che ipotizzano invece una famiglia monoparentale, un secondo genitore adottivo o altre soluzioni originali. Questo accade perché la rappresentazione mentale del chirurgo come un uomo, influenzata dalla prevalenza maschile nella professione e dal genere grammaticale, tende a escludere implicitamente la figura femminile, rendendo difficoltosa la comprensione immediata del caso. Essere consapevoli dei bias cognitivi è utile per riconoscere i limiti del nostro modo di pensare. Sapere che ciò che percepiamo, ricordiamo o sentiamo non è necessariamente oggettivo può ridurre la nostra eccessiva sicurezza, favorendo un atteggiamento più aperto, meno arrogante, più disposto all’ascolto. In altre parole, la consapevolezza dei bias favorisce l’arte del dubbio, ci aiuta a riconoscere la parzialità del nostro punto di vista e a confrontarci con quello degli altri. Questa consapevolezza, sul piano individuale e collettivo, può promuovere decisioni più giuste ed eque, contribuendo al rafforzamento dei valori democratici basati sull’ascolto, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Va però sottolineato che i bias cognitivi non sono di per sé negativi. Al contrario, svolgono un ruolo cruciale: ci permettono di agire rapidamente quando la velocità è più importante dell’esattezza dell’analisi. Se sentiamo un rumore improvviso e potenzialmente minaccioso, reagiamo istintivamente, senza perder tempo a studiare ogni possibilità. Il cervello non è un calcolatore: prende decisioni che possono apparire irrazionali, ma che sono spesso funzionali. Questi processi ci permettono di agire con prontezza, efficienza e un impiego minimo di risorse cognitive – il più delle volte senza che ce ne rendiamo conto. Il cervello umano e la mente, che ne è il prodotto, si sono evoluti per essere strumenti estremamente efficienti e flessibili, a scapito dell’affidabilità. Siamo soggetti a false percezioni, falsi ricordi, interpretazioni errate; e siamo cattivi analisti delle probabilità. Il cervello si è sviluppato per rispondere all’esigenza primaria della sopravvivenza in un ambiente ostile. Nonostante la sua complessità, è programmato per reagire a quattro necessità fondamentali, secondo la “regola delle 4S”: salvarsi, saziarsi, scappare e… riprodursi. Nelle savane o nelle foreste tropicali, quando i nostri antenati vedevano l’erba muoversi, scappavano, temendo un predatore nascosto tra i cespugli. La maggior parte delle volte si trattava solo del vento che agitava le fronde, ma il cervello non metteva in conto questa ipotesi: era più sensibile alla possibilità remota, ma pericolosa, che ci fosse un leone o una tigre in agguato. Quel rischio, per quanto improbabile, avrebbe potuto essere fatale. Anche se, su 1000 casi, 999 volte il movimento era dovuto al vento, i nostri antenati fuggivano sempre. Sbagliavano la maggior parte delle volte, ma di certo scampavano il pericolo. La mente umana si è evoluta attraverso errori funzionali alla sopravvivenza, utili per fronteggiare le insidie dell’ambiente. Un computer, molto più efficiente nel calcolo delle probabilità, non commetterebbe quegli errori. Riterrebbe, a rigor di logica, che quasi sempre è il vento a muovere l’erba, e dunque non reagirebbe. Ma quell’unica volta in cui dietro l’erba ci fosse davvero un predatore, il computer verrebbe sbranato. Meglio sbagliare per eccesso di prudenza che soccombere per una valutazione tendenzialmente corretta ma fatale in un unico caso.
. . .
Ho riportato questo lungo estratto del libro di Sergio Della Sala perché, oltre a essere interessantissimo, riabilita un po' i tanto vituperati bias cognitivi, analizzandoli alla luce dell'evoluzione. Per il resto direi che si tratta, almeno per me, che tendo a dimenticare tantissime cose, di un libro molto rincuorante perché mette in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sul funzionamento della mente umana: l’idea che dimenticare sia un difetto della memoria.
Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare la memoria come una specie di archivio del passato. Quando dimentichiamo qualcosa, il nome di una persona, un appuntamento, un dettaglio della nostra infanzia, tendiamo a pensare che la memoria abbia "fallito". In realtà le cose stanno diversamente. Dimenticare è un fenomeno naturale e capita a tutti continuamente. A volte ce ne lamentiamo, a volte ce ne vergogniamo, ma molto più spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure proprio questo processo di oblio è una componente fondamentale del funzionamento della mente. La memoria, infatti, scrive l'autore, non si è evoluta per conservare il passato in modo perfetto, come se fosse una registrazione. Il suo compito principale è un altro: aiutare a orientarsi nel futuro. Ricordiamo non per riprodurre fedelmente ciò che è stato, ma per interpretare il mondo, anticipare i rischi, trasformare le esperienze in conoscenza utile. Non serve a ricordare il nome della maestra delle elementari, ma a prevedere ciò che potrebbe accadere domani. Non a caso Della Sala cita una frase famosa di Lewis Carroll: "È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro".
In questa prospettiva anche la perdita di accessibilità dei ricordi assume un significato nuovo. Se alcune informazioni diventano difficili da recuperare perché non le utilizziamo più, non significa che la memoria stia funzionando male. Al contrario: è il segno che il sistema cognitivo sta facendo il suo lavoro di selezione. Dimenticare permette di filtrare le informazioni, aggiornare il sapere, alleggerire il carico mentale. È una sorta di manutenzione cognitiva. Senza questo processo saremmo sommersi da un’enorme quantità di dettagli irrilevanti che renderebbero molto più difficile pensare e prendere decisioni (ricordo una conferenza di Umberto Eco in cui diceva che se ricordassimo tutto saremmo come Funes il memorioso: degli imbecilli).
La memoria, inoltre, non è un archivio statico ma un processo ricostruttivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in parte lo ricreiamo. Per questo il normale dimenticare non è il lato oscuro della memoria, ma una condizione che rende possibile ricordare, ragionare e scegliere. In fondo il messaggio del libro è semplice e liberatorio: dimenticare non è un malfunzionamento della mente, ma una sua strategia di efficienza. È il modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo mantiene l’equilibrio, seleziona ciò che conta e lascia andare il superfluo. Paradossalmente, proprio perché dimentichiamo possiamo continuare a imparare. Soprattutto, possiamo continuare a pensare.
mercoledì 25 febbraio 2026
Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante
Questo libro è stato scritto e pubblicato nel 2006 dal fisico statunitense Bobby Henderson, noto per essere il fondatore della religione Pastafariana. Lo scienziato decise di scriverlo dopo che lo stato del Kansas, nel 2005, propose di affiancare l'insegnamento delle teorie del disegno intelligente all'evoluzionismo nelle scuole pubbliche. È un’opera brillante e provocatoria che usa l’assurdo per parlare di cose molto serie.
Con un tono dichiaratamente ironico e surreale, il testo spiega i princìpi e gli insegnamenti della religione Pastafariana e ne costruisce una mitologia improbabile ma coerente, trasformando la parodia in uno strumento di riflessione su religione, dogma e libertà di pensiero. Il libro raccoglie le credenze di questo "culto" parodico, tra cui un mito della creazione, una serie di comandamenti e riflessioni umoristiche sul mondo. Henderson scrisse Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante con uno scopo ben preciso: criticare l’insegnamento del creazionismo nelle scuole pubbliche e difendere la separazione tra religione e scienza.
Nel 2005, in Kansas, il Board of Education stava valutando la possibilità di insegnare l’Intelligent Design come alternativa alla teoria dell’evoluzione. Henderson reagì scrivendo una lettera aperta in cui proponeva, in modo volutamente ironico, che nelle scuole si insegnasse anche la teoria secondo cui l’universo sarebbe stato creato da un Prode Spaghetto Volante. Se si introduce una spiegazione religiosa come alternativa scientifica, spiegava lo scienziato, allora tutte le spiegazioni religiose dovrebbero avere lo stesso spazio. Lo scopo del libro è quindi quello di mettere in luce l’assurdità di trattare credenze religiose come teorie scientifiche; difendere il metodo scientifico e l’insegnamento dell’evoluzione; promuovere il pensiero critico e la libertà di espressione; dimostrare attraverso la parodia quanto sia importante distinguere tra fede e scienza nello spazio pubblico.
Se questi erano gli intenti dell'autore, a mio avviso li ha raggiunti tutti.
sabato 21 febbraio 2026
Salviamo i cavalli?
Già da qualche anno ho quasi azzerato il consumo di carne, salumi, insaccati e compagnia bella per motivi etici, di salute e ambientali. In virtù di questo, la proposta di legge in discussione alla Camera di proibire in Italia la macellazione dei cavalli la vedo positivamente. Non solo. Fosse per me estenderei il divieto di macellazione a ogni animale, ma naturalmente mi rendo conto che è pura utopia. In realtà, comunque, la eventuale messa al bando della carne di cavallo non avrebbe alcuna utilità, in quanto spalancherebbe le porte alla macellazione clandestina illegale e tutto sarebbe come prima. E comunque è facile prevedere che la proposta non diventerà mai realtà a causa degli enormi interessi economici che andrebbe a toccare.
Ma è interessante leggere le motivazioni a supporto della suddetta proposta di legge. Qualcuno potrebbe infatti chiedersi: perché risparmiare i cavalli e continuare ad ammazzare tranquillamente maiali, mucche, vitelli, pecore, agnelli, conigli, polli ecc.? Beh, perché per la legge in discussione i cavalli verrebbero classificati come "animali d'affezione" al pari di cani, gatti ecc., quindi non macellabili. In più, il cavallo, a differenza di suini & c., ha una storia di utilità storica e di supporto nelle umane vicende che gli altri animali non hanno. Da qui l'aura di nobiltà che giustificherebbe il divieto di ucciderli per cibarsene.
Qui si entra nell'ambito un po' scivoloso del cosiddetto specismo, concetto reso popolare negli anni ’70 dal filosofo australiano Peter Singer nel libro Animal Liberation (1975). Secondo questa prospettiva, di stampo etico-filosofico, discriminare un essere vivente solo perché appartiene a un’altra specie sarebbe una forma di pregiudizio morale. È un concetto con cui io concordo, anche per la simpatia che nutro verso Peter Singer, Richard Dawkins e la grande primatologa Jane Goodall, morta recentemente, tutte personalità scientifiche vicine a posizioni anti-speciste.
Tali posizioni trovano terreno fertile soprattutto dove la ricerca mostra continuità tra umano e animale: neuroscienze (coscienza animale), etologia (comportamento e emozioni), biologia evolutiva (continuità tra specie), studi sulla cognizione animale. Mi rendo conto che la questione è estremamente complessa e su alcuni suoi aspetti non ho le idee perfettamente chiare neppure io. Rimango comunque fermamente convinto che Homo Sapiens, la nostra specie, sia niente di più di una delle milioni e milioni che sono apparse sul pianeta e che non abbia granché di più o di meglio rispetto alle altre.
mercoledì 11 febbraio 2026
Zichichi
Zichichi è stato un grande scienziato, credo che nessuno lo possa mettere in dubbio. Poi, come a volte capita, anche i grandi scienziati possono avere lati controversi (basta pensare ad esempio a Luc Montagnier). Zichichi ne aveva almeno due, giganteschi: era un negazionista delle responsabilità antropiche del cambiamento climatico e negava l'evoluzione darwiniana, in particolare della specie umana. Negare l'evoluzionismo darwiniano è un po' come negare il teorema di Pitagora o negare che la Terra sia sferica: non c'entra granché con la fede in un dio, c'entra con l'ignoranza (qui il sostantivo va inteso nella sua accezione classica: non sapere).
Quindi direi: ricordiamo Zichichi come lo scienziato che ha fatto importanti studi e osservazioni sull'antimateria e le interazioni forti e lasciamo perdere il resto.
lunedì 9 febbraio 2026
L'era della dopamina
Devo dire che questo libro, che ha tra i suoi fili conduttori le dipendenze, mi ha spinto a fare un esame di coscienza, facendomi sospettare che il mio rapporto coi libri non sia del tutto sano. Certo, la dipendenza da libri è sicuramente meno deleteria della dipendenza da alcol, fumo, gioco, social media, pornografia ecc., ma si può inquadrare comunque come dipendenza. Del resto l'autrice stessa, nella prima parte del libro, racconta di una sua dipendenza non sana dai libri, specialmente romanzi rosa, avuta in gioventù, e in certe dinamiche raccontate mi ci sono abbastanza riconosciuto.
Comunque sia, il libro spiega con chiarezza come la nostra ricerca continua di gratificazione (dai social media agli snack, dai videogiochi alle piccole abitudini quotidiane) possa alterare il nostro cervello e il senso del piacere. Non è un manuale moralistico: è un viaggio nella mente moderna, con storie reali (l'autrice prende spunto da esperienze fatte coi suoi pazienti, col loro permesso ovviamente) e riflessioni scientifiche che aiutano a capire perché ci sentiamo spesso "sazi" ma insoddisfatti, spiegando i meccanismi che portano a questo.
In sintesi, L’era della dopamina non solo spiega come funzionano il desiderio e la gratificazione nel nostro cervello, ma offre anche strategie concrete e riflessioni profonde per sopravvivere in una società, quella attuale, che ha collocato sugli altari la ricerca del piacere e ha messo al bando il dolore. Un libro che aiuta a comprendere il rapporto tra cervello, piacere e società contemporanea.
venerdì 6 febbraio 2026
Se pianto un albero posso mangiare una bistecca?
Era da tempo che avevo in programma di leggere questo saggio di Giacomo Moro Mauretto, il biologo che sta dietro il bellissimo canale Youtube Entropy for life, e finalmente ho potuto leggerlo. Se l'obiettivo di Mauretto era quello di fare chiarezza nel caos di informazioni (e spesso di sensi di colpa) che riguardano l'ecologia e l'ambientalismo, ci è riuscito perfettamente.
A cominciare dal titolo, volutamente provocatorio, che già indica la direzione che intende prendere l'autore: smontare l'ambientalismo da inutili romanticherie e simbolismi. È un testo interamente basato sui dati scientifici, sui numeri, non su slogan. L'ambientalismo che Mauretto mette in discussione è quello appunto fatto di infantili semplificazioni nei confronti di tematiche che invece, per loro natura, sono estremamente complesse.
Quante volte abbiamo sentito, ad esempio, che per compensare le emissioni di CO2 nell'atmosfera bisogna piantare tanti alberi? È un'immagine che piace, che fa breccia, ma che ha molto di idealistico e ben poco di utile. Quali alberi? Quanti? Dove? Siamo tutti persuasi che riforestare sia la soluzione a ogni male. Il libro spiega perché la piantumazione indiscriminata può essere inutile o addirittura dannosa per gli ecosistemi locali se non gestita con criteri ecologici rigorosi. Un albero non è un credito di carbonio universale. In linea di principio è vero che piante e alberi assorbono CO2, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi la assorbono allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di "trasformare" anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.
Un altro esempio di cui probabilmente tutti abbiamo sentito parlare riguarda il problema della scomparsa delle api. Mauretto chiarisce che l'ape mellifera (quella da miele) è quasi un animale da allevamento e non è affatto a rischio estinzione. Il vero problema riguarda invece gli impollinatori selvatici e la perdita di biodiversità, un tema molto più complesso del semplice "salviamo le api".
C'è poi il tema del consumo di carne. È vero che, in linea generale, consumare carne è dannoso per la salute e l'allevamento degli animali allo scopo di produrre carne ha impatti molto rilevanti sul consumo di suolo, di acqua e in termini di emissioni globali, ma ci sono molti distinguo da fare perché i tipi di carne sono diversi (rosse, bianche, lavorate ecc.) e non impattano tutte allo stesso modo sulla salute e sull'ambiente. Un allevamento intensivo di pollame destinato alla produzione di carni bianche, ad esempio, è molto meno climalterante in termini di emissioni rispetto a un allevamento estensivo di bovini, oppure a grandi estensioni di terreno per la produzione di soia. Il problema è complesso, articolato, ricco di sfaccettature.
Mauretto fa proprio questo: spiega quali sono le azioni che pesano davvero sul pianeta e quali sono invece gocce nel mare che servono a poco se non inserite in un cambiamento sistemico. Ciò che rende questo libro estremamente interessante, oltre al fatto di approfondire temi come alimentazione, energia, trasporti, conservazione della biodiversità, è il coraggio di sfatare molti luoghi comuni sull'ecologia e di sfidare alcuni dei pilastri dell'ambientalismo più mediatico, più "pop". Non per spirito di contrarietà, ma con la forza dei dati scientifici. Se questi argomenti vi interessano, questa lettura è imprescindibile.
sabato 31 gennaio 2026
Razzismo e Noismo
Questo saggio si può definire come una epica cavalcata tra i significati della parola "noi" e i modi in cui si definiscono le appartenenze identitarie che stanno alla base delle gerarchie, dei sistemi politici, religiosi e ideologici. Non dice cose "nuove" in senso stretto, ma costringe a spostare il punto di osservazione: dal razzismo come ideologia esplicita al noismo come meccanismo profondo, quasi strutturale, con cui gli esseri umani costruiscono un “noi” e, insieme, un “altro”.
Uno degli aspetti più interessanti è l’idea che il noismo non riguardi solo l’etnia o la biologia. Religioni e ideologie sono state e sono potentissimi dispositivi di appartenenza ed esclusione. Ogni volta che un "noi" diventa oggetto di difesa, espansione o conquista, il confine tende a irrigidirsi e l’altro smette di essere semplicemente diverso: diventa una minaccia o un’entità inferiore. Luca Cavalli-Sforza, uno dei maggiori genetisti e antropologi italiani, morto alcuni anni fa, è particolarmente efficace quando inserisce questi meccanismi in una prospettiva evolutiva. Per gran parte della sua storia, Homo Sapiens, finché è rimasto cacciatore-raccoglitore, ha cercato di espandersi riducendo i conflitti. È con l’agricoltura, la proprietà e l’accumulazione che il “noi” diventa qualcosa da proteggere o imporre; da qui la caduta del noismo legato a cause biologiche in favore di una risposta a condizioni materiali.
Questo è anche il punto di partenza della decostruzione di un altro mito molto radicato: quello della presunta superiorità europea. I due autori mostrano - niente che non fosse già noto, in realtà - come la conquista di interi continenti e lo sterminio di popolazioni millenarie non abbiano nulla a che fare con l’intelligenza, ma con vantaggi geografici, ecologici ed epidemiologici. Anche in questo caso, il noismo funziona come narrazione giustificativa a posteriori.
Colpisce molto anche l’analisi dei processi di disumanizzazione. Dai conquistadores spagnoli convinti che gli indigeni non avessero un’anima, fino ai resoconti di Colombo che definiscono gli indios per ciò che "non hanno", emerge un meccanismo ricorrente: l’altro viene descritto per privazione. È difficile non riconoscere, in questo schema, lo stesso gesto con cui la tradizione occidentale ha separato l’uomo dall’animale. Ed è altrettanto difficile non vedere come questi meccanismi, adattati all'epoca contemporanea, tendano a ripetersi. Nella Shoah gli ebrei erano definiti bacilli, ratti, parassiti, quindi non umani, quindi eliminabili; nel genocidio armeno gli armeni venivano definiti traditori interni, corpo estraneo allo Stato, elemento corruttivo: la deumanizzazione passava attraverso la loro criminalizzazione; nel genocidio del Rwanda i tutsi venivano equiparati agli scarafaggi, quindi la loro eliminazione era inquadrata come atto di igiene sociale, e si potrebbe continuare con la Cambogia dei Khmer Rossi, la pulizia etnica nei Balcani degli anni '90: stesse dinamiche basate sulla deumanizzazione del nemico.
Un altro merito del libro è quello di rifiutare ogni comoda proiezione del male altrove. La violenza sulle donne, ad esempio, non viene letta solo come problema dei fondamentalismi contemporanei, ma come una costante storica che attraversa anche la cultura occidentale. A questo proposito scrivono gli autori: "Per secoli l’Europa antica e medioevale ha praticato la lapidazione degli assassini, delle adultere e delle prostitute. La violenza sulla donna - capro espiatorio, contenitore dell’impuro la cui messa a morte purifica la società - non interroga solo i regimi fondamentalisti odierni, ma tutta la nostra cultura, fin dall’inizio. D’altra parte, quello che viene chiamato «femminicidio» continua in molti luoghi del mondo, incluso il civile Occidente, dove la morte violenta di una donna per mano di un uomo è paradossalmente accolta ogni volta come inaudita. Le donne vengono uccise prevalentemente in casa, quello che dovrebbe essere il luogo piú sicuro, da figli, mariti, ex amanti e padri."
Razzismo e Noismo non offre soluzioni né consolazioni, si limita a mostrare semmai come l’esclusione non sia un incidente della civiltà, ma uno dei suoi dispositivi ricorrenti. E la domanda che resta, alla fine, non è se siamo razzisti, anche se in definitiva è un testo che toglie ogni alibi al razzismo, ma quando, perché e a quale prezzo abbiamo bisogno di un “noi”.
venerdì 23 gennaio 2026
Il paradosso di Easterling
Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.
lunedì 12 gennaio 2026
Mille miliardi di alberi
C’è una narrazione ecologista, ormai molto diffusa, secondo cui piantare alberi sarebbe di per sé un atto risolutivo per salvaguardare l’ambiente. L’idea è semplice e rassicurante: gli alberi, grazie alla fotosintesi – nozione che impariamo già alle medie – assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Dunque, se vogliamo contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale, basta piantare alberi. Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nelle campagne ambientaliste, lo ripetono anche gli scienziati. Ma è davvero così semplice?
In linea di principio sì, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi assorbono CO₂ allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di “trasformare” anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.
Noi, come è noto, siamo naturalmente portati a cercare spiegazioni semplici e consolatorie e a rifuggire la complessità. Così finiamo per pensare, in modo un po’ romantico, che piantare alberi sia sempre e comunque un gesto virtuoso. Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, in una breve ma densissima lezione, smonta questa convinzione pezzo per pezzo, mettendo in fila tutti i “ma”. E non sono pochi.
sabato 10 gennaio 2026
Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai
Tempo fa Siu, un'affezionata lettrice di questo blog, mi aveva segnalato questo libro in un commento a un post e mi aveva incuriosito. È un libro interessantissimo ma che lascia l'amaro in bocca, e lo lascia in particolar modo a me, che tra qualche mese diventerò nonno con la consapevolezza che la mia nipotina sarà costretta a vivere nel malridotto pianeta che gli avrò lasciato.
Lo so, il cambiamento climatico è un tema palloso che non scalda i cuori, anzi spesso infastidisce, irrita, fa sbuffare perché mette in discussione il nostro stile di vita, la nostra identità, le azioni che compiamo ogni giorno, e nessuno vuole interferenze nella propria vita, nessuno vuole sentirsi dire che mangiare carne e utilizzare gli aerei sono i due comportamenti che da soli scaricano la metà delle emissioni di CO2 nell'atmosfera del pianeta. Per capire quanto il cambiamento climatico sia un tema fastidioso basta vedere come vengono trattati gli attivisti climatici e il dileggio che viene riservato a Greta Thunberg, considerata qualcosa meno di una povera cretina che si fa manipolare dalle lobby ecologiste.
Il libro di Motterlini non è però un libro sul clima in senso stretto, ma sulle nostre teste: su come funzionano male quando si tratta di capire problemi complessi, lenti, globali, e su come questi limiti cognitivi, amplificati da interessi economici, ideologie e disinformazione, ci rendano incapaci di reagire in modo adeguato alla crisi climatica. La mia nipotina vivrà su un pianeta dove milioni di persone saranno costrette a migrare e spostarsi per fare fronte agli eventi climatici estremi e alla carenza di cibo provocati dal surriscaldamento del pianeta; un mondo che avrà a che fare con scioglimento di ghiacci e innalzamento dei mari, scarsità d'acqua e siccità, insicurezza alimentare, senza contare l'impatto sulla salute umana dovuto all'aumento delle temperature e delle ondate di calore (negli anni dal 2022 al 2024 in Europa 181.000 decessi sono stati causati dalle ondate di calore, un aumento del 23 per cento rispetto agli anni precedenti).
La tesi di fondo del libro è semplice e inquietante: non è vero che non sappiamo cosa sta succedendo, lo sappiamo benissimo (la documentazione scientifica in questo senso è sterminata). Quello che manca non sono i dati, le ricerche o le evidenze scientifiche, ma la capacità collettiva di tradurle in decisioni coerenti e concrete - per rendersene conto basta guardare i risultati dei simposi annuali sul clima: roboanti dichiarazioni di intenti sempre non vincolanti. Il disastro è sotto i nostri occhi eppure continuiamo a rimandare, minimizzare, razionalizzare. Non perché siamo stupidi, ma perché siamo umani. E non vuole essere una giustificazione, sia chiaro.
Motterlini mostra con chiarezza quanto i nostri bias cognitivi - l’avversione alle perdite, la preferenza per il presente, l’illusione del controllo, il conformismo - giochino contro di noi. Il cambiamento climatico è il nemico perfetto: non ha un volto, non arriva all’improvviso, non colpisce tutti nello stesso momento. Così il cervello lo archivia come un problema lontano, astratto, sempre rimandabile a domani, mentre invece è prossimo, imminente, anzi ci siamo pienamente dentro. Ed è qui che l’amaro in bocca diventa più intenso. Perché se il problema fosse solo convincere i negazionisti, potremmo illuderci che basti spiegare meglio la scienza. Invece il libro ci dice che il vero ostacolo siamo noi, anche noi che ci consideriamo informati, sensibili, razionali. Sapere non basta, e questo è forse l’aspetto più sconfortante.
La domanda implicita del libro diventa quindi personale: che cosa sto facendo - che cosa stiamo facendo - davvero, al di là delle buone intenzioni, per non lasciare a chi verrà dopo di noi un pianeta più fragile, più ingiusto, più inospitale? Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai non offre soluzioni facili, né ricette consolatorie, ma ha il grande merito di spostare il problema nel posto giusto: dentro di noi, nei meccanismi con cui decidiamo, votiamo, consumiamo, scegliamo cosa ignorare. Questo non è un libro catastrofista, ma realista. Gli scienziati che ormai da decenni si sgolano per avvertire che stiamo arrivando al punto di non ritorno non lo fanno perché sono catastrofisti, ma perché sono realisti. Le accuse di catastrofismo sono uno dei pretesti classici per continuare a non fare niente. Sempre.
Taglio accise per i fessi
A proposito della riduzione delle accise sul gasolio, 17 centesimi al litro per 9 giorni partendo da oggi, giova ricordare che questo govern...
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Sto leggendo un giallo: Occhi nel buio, di Margaret Miller. A un certo punto trovo una frase, questa: "Qualche minuto più tardi la luc...
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Pensavo a Cesare, il micio tigrato che per anni è stato la "mascotte" della stazione di Colleferro. Chiunque passasse di lì, speci...
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Domani il grande Antonino Zichichi compirà 96 anni. Mi è sempre stato simpatico, Zichichi, forse un po' anche a causa di quei tratti som...














