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lunedì 9 febbraio 2026

L'era della dopamina


Devo dire che questo libro, che ha tra i suoi fili conduttori le dipendenze, mi ha spinto a fare un esame di coscienza, facendomi sospettare che il mio rapporto coi libri non sia del tutto sano. Certo, la dipendenza da libri è sicuramente meno deleteria della dipendenza da alcol, fumo, gioco, social media, pornografia ecc., ma si può inquadrare comunque come dipendenza. Del resto l'autrice stessa, nella prima parte del libro, racconta di una sua dipendenza non sana dai libri, specialmente romanzi rosa, avuta in gioventù, e in certe dinamiche raccontate mi ci sono abbastanza riconosciuto.

Comunque sia, il libro spiega con chiarezza come la nostra ricerca continua di gratificazione (dai social media agli snack, dai videogiochi alle piccole abitudini quotidiane) possa alterare il nostro cervello e il senso del piacere. Non è un manuale moralistico: è un viaggio nella mente moderna, con storie reali (l'autrice prende spunto da esperienze fatte coi suoi pazienti, col loro permesso ovviamente) e riflessioni scientifiche che aiutano a capire perché ci sentiamo spesso "sazi" ma insoddisfatti, spiegando i meccanismi che portano a questo.

In sintesi, L’era della dopamina non solo spiega come funzionano il desiderio e la gratificazione nel nostro cervello, ma offre anche strategie concrete e riflessioni profonde per sopravvivere in una società, quella attuale, che ha collocato sugli altari la ricerca del piacere e ha messo al bando il dolore. Un libro che aiuta a comprendere il rapporto tra cervello, piacere e società contemporanea.

venerdì 23 gennaio 2026

Il paradosso di Easterling

Tramite il bellissimo saggio Quando meno diventa più, di Paolo Legrenzi, ho scoperto il paradosso di Easterling. Non essendo io ricco e vivendo più o meno da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi, ho trovato nel summenzionato paradosso un certo conforto. Ecco come lo spiega l'autore.





Ovviamente, per avere certezza della validità del suddetto paradosso dovrei empiricamente verificarlo, accumulando ricchezze fino al punto in cui le preoccupazioni relative a esse diventassero maggiori della contentezza generata dall'avere poco. Ma per il momento lo prendo per buono sulla fiducia :-)

Scherzi a parte, il saggio è estremamente interessante. Cito dall'introduzione:

Anche io, con il tempo, mi sono accorto del ruolo importante delle sottrazioni benché, da giovane, mi fossi, per così dire, concentrato sulle addizioni. Nasciamo, cresciamo e cerchiamo di aggiungere, accumulando investimenti materiali e simbolici nel corso delle attività connesse al lavoro e alla carriera, e anche investimenti affettivi legandoci a persone per parte o per tutta la vita. Nella psicologia ingenua, nei modi spontanei e diffusi di relazionarci con gli altri e nel mondo dei pensieri e dei sentimenti, l’addizione è considerata un’acquisizione positiva, quasi sempre qualcosa che viene dato per scontato. La sottrazione, al contrario, tende a essere vista come perdita al punto che, nel linguaggio amministrativo, parliamo di sottrazione per indicare un atto criminoso. In effetti, fin dai primordi, l’uomo ha elaborato e praticato apparati culturali collettivi finalizzati a trasformare le sottrazioni biologiche dovute ai decessi di parenti o amici in perdite e le perdite, a loro volta, in ricordi e memorie sia personali sia collettive, soprattutto da quando esiste la rete. Recentemente, sui media si assiste a un’enfasi sulla necessità da parte delle nuove generazioni di ridurre le tracce del loro passaggio sulla Terra per lasciare a figli e nipoti un mondo ospitale almeno quanto quello che ognuno ha trovato alla nascita. I tempi stanno diventando stretti e tuttavia le attenzioni, e soprattutto le azioni, dei politici e degli economisti sono sempre volte alla crescita calcolata in termini di beni e servizi prodotti. Si parla di crescita sostenibile ma questa appare come un traguardo ostico, difficile da raggiungere, talvolta un ossimoro. Forse parte di questa difficoltà risiede non solo nella lentezza e nel disinteresse delle collettività, dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, ma anche nella radicata mentalità degli individui. Forse il nostro cervello ha incamerato, in milioni di anni, l’importanza dell’addizione di risorse, cruciali per la sopravvivenza, lasciando sullo sfondo il valore della sottrazione. Invecchiando, ho riflettuto meglio sull’importanza della sottrazione nelle vicende filosofiche, culturali e artistiche dell’ultimo secolo. Inoltre, le tecniche sottrattive sono state cruciali nel progresso del mio campo di studi, quello della psicologia e delle scienze cognitive – intendendo per scienze cognitive lo studio dei processi attraverso cui le menti, quelle naturali e quelle artificiali come i computer, raccolgono, elaborano e ricordano le informazioni che provengono dal mondo esterno. In questo libro ho provato dunque a rintracciare anche una storia culturale della sottrazione. Inoltre, alla luce delle ricerche più recenti, ho cercato di mostrare gli ostacoli cognitivi e affettivi alle sottrazioni “ben fatte”, ponendo così le basi per un’analisi delle buone pratiche della sottrazione. Non si tratta tuttavia di un elogio acritico della sottrazione, perché questa è un’operazione benefica solo a certe condizioni, non sempre facili da ottemperare. In alcuni casi assistiamo a fuorvianti semplicismi, a chiusure, a pregiudizi; per questo sarà necessario tracciare e delimitare il perimetro degli ostacoli alle sottrazioni benefiche. Dato che il termine “sottrazione” diventa chiaro solo dopo che è stato esemplificato in più casi, per il titolo di questo libro è stato scelto il motto “Quando meno diventa più” (Less is more, in inglese), in ricordo e in onore dei fondatori della scuola tedesca Bauhaus pionieri di questo nuovo modo di operare e di pensare. Sono convinto che, quando si comincia a vedere il mondo e la vita non solo in termini di addizioni ma anche di sottrazioni, molti stati di cose diventano più chiari, puri, appassionanti, alcuni problemi meno difficili da risolvere, alcune emozioni negative più facili da allontanare. Distinguere il confine tra addizione e sottrazione implica conoscerne entrambi i lati così da poterli padroneggiare.

Oltre al paradosso di Easterling, un altro concetto estremamente interessante, a cui non avevo mai pensato, è descritto nel capitolo in cui si spiega come funziona e come è strutturata la nostra memoria. Scrive Legrenzi:

Per decine di migliaia di anni l’unico luogo in cui si poteva depositare tutto ciò che ci era capitato nel corso del tempo era il nostro cervello e quello delle persone appartenenti alla comunità in cui eravamo stati allevati e avevamo vissuto. Durante queste epoche della nostra storia naturale e culturale, cercare di memorizzare di “più” del nostro passato era qualcosa che ci rendeva “meno” vulnerabili agli avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Quando siamo riusciti a inventare prima la scrittura e poi la stampa abbiamo iniziato a integrare le attività dei nostri cervelli grazie all’aiuto di memorie esterne. Un ulteriore e notevole incremento delle registrazioni artificiali di dati e del loro recupero è avvenuto con il computer e, in particolare, con quei computer – di solito chiamati in gergo “smartphone” – che possiamo portare sempre con noi e consultare in ogni momento. Oggi le nostre memorie esterne sono diventate così grandi, potenti e disponibili che il problema consiste quasi sempre soltanto nel rintracciare le informazioni e selezionare quelle che ci servono o che desideriamo. Nel caso della vastità delle memorie esterne, dalle dimensioni ormai gigantesche grazie al loro continuo miglioramento, l’aggiunta progressiva di “più” ci ha portato a un contrappasso tale per cui il più finale si è tradotto in meno, cioè meno capacità di reperire le informazioni “giuste”, quelle che cerchiamo in un dato momento. Il cervello potrà adattarsi facilmente e rapidamente all’uso di queste nuove memorie esterne? Assai improbabile, perché i tempi dell’evoluzione naturale di questo organo sono molto lunghi. Il nostro cervello è erede di quel lontano passato in cui non esistevano questi strumenti “integrativi”, ragion per cui i nostri antenati traevano grande vantaggio dal riuscire a registrare più informazioni possibili e a conservarle in memoria per quando ne avevano bisogno. Di questi tempi, invece, un’informazione di quel che è avvenuto in passato può diventare, se rievocata nel presente, un intralcio e persino un ostacolo. Succede così che spesso meno memoria è “più” perché è memoria dell’essenziale, di ciò che veramente ci serve, memoria di ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta: i momenti caratterizzati dall’inspiegabile felicità in cui siamo stati veramente noi stessi e abbiamo voluto bene ad altri.

Ecco, penso a questo punto che siano abbastanza chiari gli argomenti trattati nel libro. Non è un saggio difficile (l'ho letto e capito agevolmente pure io) e neppure eccessivamente corposo (poco più di 200 pagine), quindi è alla portata di chiunque. Io l'ho trovato interessantissimo.

domenica 18 gennaio 2026

Le due reazioni

Ogni volta che accadono fatti di cronaca gravi come l'accoltellamento in classe a La Spezia, generalmente emergono due tipi distinti di reazione: l'annuncio di provvedimenti e i tentativi di fornire spiegazioni. I provvedimenti sono annunciati dai politici, le spiegazioni sono fornite dagli esperti (notare che raramente le due categorie coincidono). Nel caso specifico i provvedimenti sono stati annunciati subito dal sempre solerte Valditara: metal detector agli ingressi delle scuole e stretta sul porto di coltelli prevista nel nuovo decreto sicurezza in arrivo: l'inutile approccio repressivo tipico dei governi di destra, che per usare una metafora è il classico chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Gli esperti, invece, spiegano (o tentano di farlo) i motivi che si celano dietro a questi episodi di violenza, motivi che generalmente affondano le radici in vaste carenze educative. Tra queste spiegazioni mi è piaciuta molto quella di Dario Ianes pubblicata stamattina sul Resto del Carlino. La riporto integralmente perché l'ho trovata molto interessante. Chi conosce Galimberti, Crepet, Andreoli e altri e ha letto qualcosa di loro non vi troverà niente di nuovo.

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Ho visto anche i professori piangere, azzardo un modesto consiglio. Lasciate perdere i decreti sicurezza. Se non è un coltello sarà un mestolo, una chiave inglese. Invece rivoluzioniamo le scuole. Negli istituti più a rischio mettiamo gli insegnanti più bravi, paghiamoli il doppio. Anzi già che ci siamo rimescoliamo tutto, distribuiamo le differenze. In ogni classe i casi difficili non possono superare l’8 per cento. Nel biennio delle superiori nessuna separazione, percorso uguale per tutti: figlio di marocchini e figlio di notai insieme, a imparare la stessa lingua del rispetto. Questa potrebbe essere la scuola inclusiva con meno probabilità di morire accoltellati, chissà.

Ma il vento soffia da un’altra parte: piazzamento sociale, selezione sfrenata. Dario Ianes, psicologo dell’educazione e condirettore del Centro Studi Erickson, insegna all’Università di Bolzano pedagogia e didattica speciale. Se un ragazzo muore ammazzato si dispera, ma è fra i pochi a non dare la colpa ai social, ai cellulari, alle famiglie.

A chi allora?

Al serbatoio di rabbia e solitudine in cui galleggiamo tutti. I social sono un sintomo, non la causa. Se vogliamo vietare i cellulari facciamolo, ma dai tre ai novant’anni. E i poveri genitori lasciamoli stare, sono più disperati dei figli, più fragili e spaventati. In queste condizioni un adulto non sa fare l’adulto.

Suggerisce al ministro di lasciare perdere il metal detector?

Chi è arrabbiato e non ha un coltello trova sempre il modo di fare danni. Le scuole tecniche e professionali sono fondate su un errore clamoroso, raggruppare una percentuale altissima di ragazzi con varie forme di disagio. Questo le rende incubatori formidabili di frustrazione dove la ribellione non è generazionale e contro il potere costituito, ma si scatena sui compagni con le conseguenze che sappiamo. Punire non serve, occorre fare prevenzione sulle relazioni per capire che la rabbia può essere trasformata.

Come si trasforma la rabbia?

Con l’aiuto di un adulto che fa l’adulto. Una presenza empatica e autorevole che sappia dare nome alle emozioni.

Ne vede in giro?

Pochissimi. Siamo persi nei nostri guai, disinteressati alle nuove generazioni che inondiamo di cose per attenuare il senso di colpa. L’eclissi di madri e padri però ha un alibi. La mia famiglia era monoreddito ma due figli hanno potuto studiare in tranquillità e come massimo rischio si sbucciavano le ginocchia sotto il radar di mamma. Oggi una famiglia con un solo stipendio è nella fascia della povertà, nessuno ha il tempo e il coraggio di occuparsi del disagio di un bambino.

Così a casa, così a scuola.

Una professoressa di liceo mi ha confessato di avere visto piangere una ragazzina in corridoio e di essere scappata. Ha detto: ho avuto paura, non ce la faccio a caricarmi addosso anche i suoi problemi. È tragico, ma nel nostro sistema formativo la secondaria di secondo grado contiene bombe di violenza pronte a esplodere come nelle banlieue parigine di qualche anno fa.

L’adulto che oggi arranca è il bambino che mezzo secolo fa si sedeva a tavola e parlava con i genitori. Poi che cosa è successo?

Ha attraversato decenni di progressiva distruzione del senso di collettività e solidarietà. Strapazzato dalla competizione, dalla paura di non farcela. Non ha niente da dire al figlio perché è preoccupato per il lavoro e per il mutuo. Così il grande e il piccolo cercano l’anestesia dentro lo schermo di un cellulare: sempre più potente e ipnotico, però tutto sommato incolpevole. Qualche sera fa al ristorante una coppia di genitori lo ha barattato con un tappo di bottiglia. Si sono messi a giocare per la gioia del figlio di quattro anni e alla fine erano stremati ma ridevano tutti, anche quelli degli altri tavoli.

martedì 28 ottobre 2025

Il problema dell'educazione affettiva e sessuale a scuola


Continuo a chiedermi, senza trovare risposta, perché Nordio e soci abbiano questa paura folle dell'educazione affettiva e sessuale nelle scuole, e non trovo risposta. Perché l'educazione affettiva e sessuale va bene se fatta in famiglia ed è deleteria se fatta nelle scuole? Forse perché questi signori pensano che i genitori abbiano maggiori capacità di parlare di sesso e relazioni affettive ai figli rispetto ai docenti e alle figure professionali eventualmente preposte a tale compito? Non è così, purtroppo. Un recente rapporto di Save The Children dice chiaramente che oltre il 90% dei genitori interpellati si è dimostrato più che favorevole allo svolgimento di ore di educazione sessuale e affettiva nelle scuole fatte da professionisti preparati. 

L'esperienza personale ovviamente non fa mai testo, ma so per esperienza diretta che in tante famiglie di queste cose non si parla, vuoi per motivi culturali, vuoi per motivi religiosi, vuoi per disagi a instaurare dialoghi aperti e liberi relativamente a tematiche sessuali. Ovviamente non bisogna mai generalizzare, ma esistono da anni studi e rilevazioni nel nostro Paese che dimostrano come l'educazione sessuale e affettiva nelle famiglie sia perlopiù carente, disomogenea e poco strutturata, e purtroppo sono altrettanto numerosi gli studi (OMS, ONU, Istat ecc.) che dimostrano come il terreno di coltura dei femminicidi risieda anche nella mancanza di percorsi di educazione seri e strutturati all'affettività, al rispetto e alla parità di genere, carenze che poi rendono più probabile lo sviluppo di stereotipi sessisti e relazioni basate sul dominio.

L'ultima rilevazione, che risale a pochi giorni fa, dice chiaramente che un adolescente su due non parla in famiglia di sessualità e contraccezione. Allora perché questa crociata nei confronti dell'educazione sessuale e affettiva nelle scuole? Che cosa spaventa tanto queste persone?

domenica 19 ottobre 2025

Schiavismo



Questa pagina mi ha fatto venire in mente Umberto Galimberti quando scriveva che la lotta di classe è finita alcuni decenni fa quando padrone e servo (simbolicamente negli anni Settanta Agnelli da una parte e gli operai dall'altra) sono oggi dalla stessa parte e hanno come controparte il mercato e la tecnica. E come fai a prendertela con qualcuno? Chi è il mercato? Da cosa è rappresentato fisicamente?

Interessantissima anche la definizione di schiavismo moderno, non più basata sull'assunto che lo schiavo è colui che è gravato dalla fatica e dall'obbligo di lavorare per sopravvivere, ma è colui che da persona viene declassato a cosa, a strumento, indipendentemente dal grado di consapevolezza di ciò. 

Sembra quasi incredibile che questo saggio sia stato scritto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Si tratta di un libro molto difficile e impegnativo, almeno per me, ma estremamente interessante.


Herbert Marcuse 

L'uomo a una dimensione, l'ideologia della società industriale avanzata 

lunedì 6 ottobre 2025

Post-literate society

Questo interessantissimo articolo del Post (se avete cinque minuti leggetelo fino in fondo: merita davvero) mi ha fatto venire in mente due cose. La prima è una delle maggiori critiche che venivano rivolte a Stephen King agli inizi della sua carriera e cioè di essere un esponente della corrente della "prosa post-alfabetizzata", una critica che ovviamente lui prendeva tutt'altro che bene. Non c'entra col tema dell'articolo del Post, ma forse un po' sì. La seconda è un paragrafo molto interessante del libro Il marketing dell'ignoranza, che sto leggendo in questi giorni:

Oltre alle profonde conseguenze politiche ed economiche di questa situazione, i sottoprodotti socioculturali che sono derivati dall'esplosione incontrollata in particolare dei social media sono in gran parte inquietanti per il futuro dell'intera umanità. Solo per fare un esempio emblematico, dal quale scaturiscono peraltro numerose implicazioni gravemente preoccupanti, si stima che nel 2020 il tempo medio di attenzione degli utenti sui social network fosse di 8 secondi (contro i 12 del 2000, peraltro) e quello continuativo dedicato a leggere un articolo online fosse di 15 secondi. Informare e informarsi è impegnativo e faticoso, ed è quindi incompatibile con simili tempi. Questo è un problema, perché si tratta di attività essenziali per la democrazia e in generale per il benessere e lo sviluppo della società.

Senza che probabilmente gran parte delle persone se ne accorga, la nostra società sta attraversando un cambiamento antropologico di notevoli dimensioni: il passaggio dalla società della lentezza a quella della velocità, ciò che Umberto Galimberti chiama la velocizzazione del tempo. Tutte le società umane che ci hanno preceduto sono vissute nel tempo, noi viviamo nella velocizzazione del tempo. Il problema è che la dimensione naturale per l'essere umano è la lentezza: si legge lentamente, si studia lentamente, si apprende lentamente. La nostra dimensione antropologica è la lentezza, non la velocità. 

I social media, internet, la televisione sono invece strutturati per agevolare la velocità, la quale però non permette l'approfondimento. Si scrolla compulsivamente lo smartphone e si leggono velocemente i titoli delle notizie. Per la lettura fisica dei giornali è ormai la stessa cosa: si scorrono i titoli, si sfogliano velocemente le pagine e finita lì. Sono un abituale frequentatore del bar - oggi i bar sono anche sale da lettura - e non ricordo di aver mai visto nessuno leggere un articolo da cima a fondo. Ho ricordi molto vividi di mio babbo, il quale arrivava a casa tutto contento dopo essere stato in edicola a comprare i giornali. Si sedeva alla tavola e cominciava a leggerli con calma, non saltando titoli e pagine ma leggendo da cima a fondo gli articoli che lo interessavano, cosa che fa ancora oggi, peraltro.

Questo cambiamento sociale e antropologico che stiamo vivendo credo sia anche la causa del fatto che i libri non vengono più letti. Leggere libri è gratificante, ma è anche un'attività che richiede tempo, lentezza, concentrazione. I libri sono dei corpi estranei nella società di oggi, ma questo mettere ai margini i libri e la lettura, che significa mettere ai margini la capacità di approfondire e analizzare le cose, significa alla fine rischiare di non capire la società stessa e, di conseguenza, come muoversi all'interno di essa.

giovedì 11 settembre 2025

Lives in the balance


Ascoltavo poco fa questo vecchio brano di Jackson Browne, tratto dall'omonimo album del 1986 (album splendido tra l'altro) in cui nel mirino del cantautore finisce l'America del secondo mandato Reagan, tra nuove povertà, nuove disuguaglianze, guerre. Un verso recita: "Un governo che mente alla propria gente e una nazione trascinata in guerra, dove ci sono ombre sulle facce di coloro che inviano le armi per guerre combattute nei luoghi dove ci sono interessi." 

E niente, guardo a che punto siamo oggi e penso che passano i lustri e i decenni ma l'essere umano è sempre drammaticamente uguale a se stesso. 

domenica 7 settembre 2025

Fine pena: ora



Questo libro, che racconta una storia vera, parla del rapporto epistolare durato 26 anni tra un ergastolano e il giudice che gli ha comminato la pena. 

Nel 1985, a Torino, si svolge un maxi-processo contro la mafia catanese. Tra i condannati all’ergastolo c'è Salvatore, ventottenne, con il quale il presidente della Corte d’Assise, l'autore del libro, instaura un rapporto basato sul reciproco rispetto e una sorta di fiducia. 

Tutto nasce il giorno dopo la sentenza, quando il giudice, d'impulso, invia una lettera in carcere a Salvatore con allegato un libro. Gliela invia ripensando ai due anni di processo che hanno condotto alla sentenza. In particolare, una frase di Salvatore non è più riuscito a dimenticare: "Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia."

Da lì nasce appunto una fitta corrispondenza tra i due fatta di migliaia di lettere che si protrarrà per più di cinque lustri. Salvatore racconta al suo giudice la vita in carcere, le gioie e le frustrazioni derivanti dal suo impegno per tentare di redimersi attraverso le attività previste dalle varie strutture penitenziarie in cui viene di volta in volta trasferito: teatro, lavoro, corsi professionali, studi. Il giudice risponde puntualmente commentando i progressi di Salvatore e proponendogli le sue riflessioni.

È un testo amaro, dolorante, che riflette e fa riflettere sul rapporto tra chi infligge una punizione e chi la subisce, sul senso della pena e della giustizia. Il tutto partendo dal presupposto che la persona che commette un crimine, col passare del tempo non è più la stessa persona e che "il carcere è pena per gesti che non andavano compiuti: ma la persona non è mai tutta in un gesto che compie, buono o cattivo che sia."

La parte finale del libro, esaurita la vicenda in sé, contiene le interessantissime riflessioni del giudice sull'opportunità di continuare a mantenere l'istituto dell'ergastolo. È un testo che fa riflettere sulla complessità di un problema come quello della giustizia, della pena, della sofferenza. Perché il carcere non è solo un luogo in cui rinchiudere i delinquenti per poi buttare via la chiave, come frettolosamente e stupidamente strillano certi sciacalli travestiti da politici, ma è anche un luogo di sofferenza, di cambiamento, di emancipazione umana. È l'emblema di una realtà estremamente complessa, e come tale andrebbe trattata.

venerdì 29 agosto 2025

Come cambia la (velocità della) musica

Ci sono alcuni studi, allo stesso tempo interessanti e tristi, che mostrano come è cambiata la fruizione della musica con l'avvento e l'affermazione delle piattaforme digitali. Da questi studi si evince come oggi la durata media di ascolto di un brano virale su TikTok, da parte di un pre-adolescente, sia all'incirca di 20 secondi, media che sale a 2,50 minuti su Spotify. Questo spinge le case discografiche a promuovere maggiormente i brani strutturati in modo da poter catturare l'attenzione di chi ascolta nel più breve tempo possibile, il che significa brani privi di introduzioni elaborate. Si va subito alla melodia principale, che deve essere il più possibile accattivante, pena l'abbandono dell'ascolto da parte del pre-adolescente in favore del brano successivo.

Si ripete nella musica, insomma, il meccanismo della velocità e della parcellizzazione dell'attenzione che contraddistinguono la società di oggi in ogni ambito: si leggono i titolo degli articoli e si passa oltre, si interagisce sui social senza approfondire, ci si lascia affascinare dagli slogan spesso privi di ragionamento retrostante, si studia sant'Agostino facendoselo riassumere da ChatGPT. E non si leggono ovviamente libri, perché i due requisiti principali per poter leggere sono l'attenzione e la lentezza. Tutto è veloce, immediato, ma superficiale.

Adesso siamo arrivati anche alla musica. I servizi di streaming digitale negli ultimi anni hanno contribuito moltissimo a questo infausto cambiamento. I giovanissimi di oggi spesso non conoscono né il titolo né l'autore di ciò che ascoltano, ma cantano e condividono (e poi abbandonano) il tormentone del momento nella stessa maniera in cui si getta il contenitore di un hamburger da McDonald.  

I vecchi dinosauri come lo scrivente provano ovviamente malinconia e tristezza nell'assistere a questo cambiamento antropologico nella società. Ricordo ancora i primi vinili comprati da ragazzo, le musicassette magnetiche, poi i rivoluzionari (all'epoca) compact disk. L'acquisto di un 33 giri era un vero e proprio rituale. C'era trepidazione, attesa. Una volta acquistato si correva a casa, si toglieva il sottilissimo velo di plastica trasparente, si posizionava con cura e attenzione il disco sul piatto e si faceva partire il giradischi. Si ascoltavano e riascoltavano poi le varie tracce del 33 giri con religiosa attenzione, mentre contemporaneamente si leggevano i testi stampati sul retro della copertina del disco. L'ascolto di un disco di un cantautore era quasi un rito sacrale, non l'equivalente del consumo di un hamburger.

domenica 24 agosto 2025

14 euro


Di solito non uso queste pagine per reclamizzare libri, mi limito a scrivere alcune impressioni su quelli che mi hanno maggiormente interessato. Faccio un'eccezione per questo. Costa solo 14 euro e ha appena 160 pagine, accessibile quindi anche ai refrattari alla lettura. Offre una panoramica interessantissima ed esaustiva relativamente al sistema su cui abbiamo imperniato la società contemporanea: il neoliberismo capitalista.

È poco più di un manuale e spiega in maniera chiarissima le teorie su cui si regge il neoliberismo economico e come quest'ultimo plasma e condiziona il nostro sistema sociale e la nostra vita di ogni giorno. Lo consiglio anche a chi non si interessa di questi temi o a chi, in generale, non si interessa a come funziona il mondo. Su alcuni temi l'ho trovato illuminante.

lunedì 7 aprile 2025

La nostra (dis)informazione

Fa sempre un po' tenerezza il modo propagandistico e parziale in cui nel nostro paese vengono raccontate le cose, anche se ormai dovremmo esserci abituati. Ulteriore testimonianza di questo andazzo è il modo in cui giornali e media in genere hanno raccontato le due piazze di questo ultimo periodo, quella pro-Europa di Michele Serra e quella pentastellata di sabato scorso contro il riarmo. La prima ha avuto coperture urbi et orbi da parte di tutti i media, i quali hanno dato largo spazio agli interventi di ogni partecipante, compresa quello molto infelice di Vecchioni, il tutto condito da un profluvio di immagini scattate dall'alto a testimonianza dell'enorme partecipazione. 

La seconda, pur avendo avuto eguale se non maggiore successo, è stata raccontata parlando solo della influencer napoletana e evitando accuratamente di postare foto dall'alto per evitare il colpo d'occhio. Lo scopo era chiarissimo: dare l'idea che la partecipazione era bassa e che il livello della manifestazione era tarato sulla famosa influencer. Il livello della manifestazione è stato invece molto più elevato, dal momento che tra gli intervenuti c'erano personalità del mondo della cultura e della società civile del livello di Alessandro Barbero, Tomaso Montanari, Marco Travaglio, l'economista Jeffrey Sachs, Mario Tozzi, Barbara Spinelli (figlia di Altiero Spinelli, uno degli estensori del Manifesto di Ventotene), e poi Alex Zanotelli, Massimo Wertmuller e altri.

Tutto questo è stato beatamente ignorato. Per i media la manifestazione è stata all'insegna della tiktoker napoletana. Prendiamo atto, così come prendiamo atto, o almeno dovremmo, che quando stigmatizziamo l'informazione di regime russa o di qualsiasi altra autocrazia, per certi aspetti dovremmo cominciare a guardare alcune analogie con la nostra.

giovedì 13 luglio 2023

Invalsi e società

Non so quanto siano autorevoli e/o attendibili i test Invalsi, ma è indubbio che certificano una realtà a dire poco sconfortante. Uno studente su due che esce dalle superiori ha scarsissime conoscenze di matematica e notevoli difficoltà con la lingua italiana. E il guaio è che questi problemi cominciano per la prima volta a manifestarsi già alle scuole primarie.

Non sto qui a ritirare fuori il pistolotto trito e ritrito sul sistematico smantellamento della scuola pubblica attuato da governi di ogni colore negli ultimi decenni, ma mi chiedo: come si può pretendere di vivere in una società complessa, provare di capire i suoi problemi, se si ha difficoltà anche a capire cosa si legge? Poi, dopo, è logico che il primo arruffapopolo che arriva e spara due slogan, conquista tutti e gli si va dietro. È naturale che sia così, dal momento che non sono stati forniti gli strumenti per capire che sta intortando chi lo ascolta.

Qui mi piace sempre citare Umberto Galimberti: "Vogliamo il progresso? Guardate che le nazioni progrediscono a partire dal livello culturale." 

Fine.

lunedì 24 aprile 2023

L'ombelico del (nostro) mondo

Non c'è niente da fare, le persone che hanno una competenza, in qualsiasi campo, mi affascinano. Che si tratti di uno storico, di un letterato, di un filosofo, di un teologo, di un musicista, di un fisico, di un matematico, di uno scienziato non importa, questo è. Stavo per aggiungere anche un appartenente alla categoria dei politici, ma di politici competenti e colti non mi pare ne abbiamo, o almeno a me non sovviene alcun nome, per lo meno tra quelli pubblici più noti, quindi lasciamo stare.

Pensavo queste cose mentre ascoltavo questa bellissima lezione di Dario Fabbri tenuta ieri al Festival della scienza e della filosofia, a Foligno, in cui il noto analista geopolitico smonta in un'ora alcuni dei pregiudizi più diffusi e radicati che ci portiamo dietro noi occidentali. Tra questi, il più duro da estirpare è la convinzione che il nostro piccolo Occidente sia il centro del mondo, sia il posto migliore e tutto ciò che sta fuori aneli a diventare come noi. 

In realtà siamo una piccola porzione di pianeta, circa 600 milioni di persone su quasi otto miliardi, ma tendiamo a guardare tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, con le nostre "lenti occidentalistiche", e questo ci impedisce di capire come è fatto il resto del mondo, di immedesimarci in esso.

Nella lezione Fabbri spiega questi concetti sviluppando tre punti. Il primo riguarda l'idea che tutto ciò che esiste fuori dal nostro piccolo guscio aneli a diventare come noi, che esista cioè una specie di meccanismo dinamico per cui tutti gli esseri umani tendono a vivere come noi e aspirano a diventare come noi. Il secondo punto riguarda una presunta universalità secondo la quale noi occidentali siamo autorizzati, non si sa in virtù di quale mandato, a parlare a nome di tutto il resto del mondo e ciò che pensa l'Occidente dovrebbe riguardare tutti. Il terzo punto riguarda i giovani e l'idea (sbagliata) che noi occidentali abbiamo di essi. Noi non c'entriamo granché, dal momento che i giovani da noi sono pochi e sono numericamente inferiori alla componente anziana della società, ma ci sono paesi e culture dove i giovani sono la maggioranza e costituiscono una massa critica reale, e qui è possibile vedere come sono realmente, cioè molto diversi da come immaginiamo che siano.

Se avete un'oretta e vi va di mettere sulla graticola alcune delle idee incancrenite che molti di noi si portano dietro, direi che questa lezione è il modo migliore.


domenica 19 marzo 2023

Vittime della storia

Nella puntata di oggi pomeriggio di Mezz'ora in più ho stoicamente ascoltato la signora Roccella. Mentre la ascoltavo mi è venuto in mente il verso di Battiato che recita: "L'etica è una vittima incosciente della storia". Ora, io non so dire se la signora Roccella e la sua visione ideologica e identitaria del concetto di famiglia saranno vittime coscienti o incoscienti della storia, ma sul fatto che ne saranno vittime credo non ci sia discussione. Peccato che l'attesa allungherà solo i disagi di chi, oggi e nel prossimo periodo, rimarrà ostaggio di questa visione.

mercoledì 8 marzo 2023

Dallo spazio al tempo

Un concetto espresso da Thomas Leoncini, che ho appena letto in La società liquida (sì, c'entra anche Bauman), il saggio che sto leggendo in questi giorni, mi ha sorpreso e fatto pensare. È il concetto dell'inversione delle categorie dello spazio e del tempo nella società di oggi. 

In milioni anni di storia umana - riassumo - la categoria dello spazio è sempre stata preponderante rispetto a quella del tempo. Cosa significa? Un nostro antenato che fosse dovuto andare per qualsiasi motivo in un posto lontano e sconosciuto non si sarebbe chiesto come prima cosa quanto tempo ci avrebbe messo, ma quanto sarebbe stato distante quel luogo. Questo perché la dimensione dello spazio era appunto più importante di quella del tempo. Nella società di oggi è l'inverso; una persona che parte per un luogo lontano e sconosciuto non si chiede quanto è distante, di questo magari si interessa successivamente, ma nell'immediato si chiede quanto tempo ci vuole per arrivare. Si tratta di un cambio di paradigma psicologico e antropologico epocale e recentissimo. 

Cosa comporta questo cambio? Comporta che il tempo individuale è diventato il centro, il fulcro di ogni nostra decisione, e diventando questo, siamo diventati intrinsecamente individualisti. Abbiamo cominciato a illuderci che la presenza dell'altro debba essere un piacere e non una necessità. Lo spazio, per definizione, è infatti condivisione. Quando la nostra forma mentis era organizzata in funzione dello spazio, significava che era pensata in funzione di luoghi condivisi con altri. Il cambio di paradigma psicologico spazio/tempo ha quindi progressivamente eliminato il senso di comunità a favore dell'individualismo. 

Quando oggi ci lamentiamo di vivere in una società individualista, possiamo immaginare che una delle cause stia in questo epocale cambio di paradigma. Ora la domanda è: cosa ha causato questo cambio?

sabato 26 novembre 2022

Un mondo senza lavoro

In un futuro forse non troppo lontano le persone che lavoreranno saranno poche, a causa soprattutto dell'inarrestabile processo di automazione, dello sviluppo dell'intelligenza artificiale, della robotica, e compiti come diagnosticare una malattia, redigere un contratto, scrivere notizie saranno sempre di più svolti da computer. La "minaccia", se così vogliamo chiamarla, di un mondo in cui non ci sarà lavoro per tutti è quindi più reale di quanto possa sembrare.

L'autore di questo interessantissimo saggio, l'economista Daniel Susskind, prefigura lo scenario di un mondo senza lavoro e suggerisce alcune soluzioni per gestirlo. Non è facile immaginare un mondo senza lavoro che si regga su altre cose, perché il concetto di lavoro è connaturato profondamente al nostro modo di intendere la vita. C'è vita se c'è lavoro. Scrive a questo proposito l'autore: "Quasi tutti possono contare su una certa quantità di talenti e competenze, il loro capitale umano, e si presentano nel mondo del lavoro in cerca di un impiego. Questi impieghi, a loro volta, procurano ai lavoratori una fetta della torta economica sotto forma di salario. Ecco perché consideriamo il lavoro così vitale oggi, e perché è così allettante l'idea di conseguire un'istruzione che basti a conservare un'occupazione. Ma è anche il motivo per cui la prospettiva di un mondo con meno lavoro è tanto sconcertante: metterà fuori uso il tradizionale meccanismo di spartizione della torta economica."

Come fare sì, quindi, che si possano creare altri meccanismi di spartizione della torta economica che prescinda dal lavoro? E quali possono essere questi meccanismi? Susskind fa alcune ipotesi, una delle quali è la creazione di un Big State, una sorta di ampliamento riveduto e modificato del già noto Welfare, che consenta di redistribuire la ricchezza prodotta dal lavoro tecnologico che ha soppiantato quello generato dal precedente capitale umano. Ovviamente, le modalità con cui avverrebbe questa spartizione sono tutte da vedere e da elaborare, impresa non certo semplice. Ma d'altronde, da qualche parte bisognerebbe cominciare.

Un mondo senza lavoro, naturalmente, non avrebbe solo implicazioni di tipo economico. Il lavoro, nella nostra civiltà, ha anche una forte valenza psicologica. Per tantissimi il lavoro è ciò che dà senso e uno scopo all'esistenza. Scrive l'autore: "Per la maggior parte di noi il lavoro è il nuovo oppio. Come una droga, offre a molti individui una piacevole sferzata di motivazione. Ma, allo stesso tempo, intossica e disorienta, distraendoci dalla ricerca di significato in altri ambiti. Questo rende difficile immaginare come potremmo vivere diversamente le nostre vite. Il lavoro è così radicato nella nostra psiche, ne siamo diventati così dipendenti che c'è spesso un'istintiva resistenza a prendere in considerazione un mondo in cui ve ne sia di meno, e un'incapacità di esprimere qualcosa di sostanziale quando lo facciamo."

Nei prossimi cento anni, è la tesi di Susskind, il progresso tecnologico ci renderà benestanti come mai prima, ma questo progresso ci condurrà inevitabilmente in un mondo con meno lavoro per gli esseri umani. E nasceranno nuovi problemi, come ad esempio quello del sistema migliore per condividere questo nuovo benessere con tutti i membri della società, o quello del senso, cioè tentare di immaginare come usare questo benessere non solo per vivere con meno lavoro, ma per vivere bene.

Credo che questo sia uno dei saggi più interessanti letti quest'anno.

Schizofrenia e depressione

Confesso senza problemi che dei primi dieci minuti di questa conferenza di Umberto Galimberti, che ho ascoltato oggi pomeriggio mentre passeggiavo, non ho capito niente, a causa della mia mancanza di un adeguato background culturale. L'argomento trattato è complesso e riguarda i modi con cui il nostro corpo si relaziona alla propria soggettività e al mondo in cui vive. L'unico concetto che mi pare (ribadisco: mi pare) di avere capito è che esiste un accoppiamento corpo-io che a volte si realizza e altre volte no. Quando siamo stanchi, ad esempio, non diciamo "ho un corpo stanco" ma "sono stanco", segno di una perfetta corrispondenza tra corpo e soggettività. Oltre a questo, il buio. 

A partire dal min. 13, invece, Galimberti affronta l'interessantissimo tema della nascita della psichiatria, menzionando i contributi e le intuizioni di grandi pionieri come Eugenio Borgna e Franco Basaglia. Il discorso si sposta poi su due delle maggiori patologie che oggi affliggono la nostra società: la schizofrenia e la depressione. Riguardo alla schizofrenia mi ha colpito molto il fatto che si tratta di una patologia episodica, cosa che io non sapevo. Non è come avere ad esempio un'ulcera o un'anemia, patologie di cui si soffre in maniera "continuativa". Lo schizofrenico ha le sue crisi, anche violente, per un breve periodo di tempo e poi, per un altro periodo di tempo, torna a essere una persona normale, con cui si può tranquillamente parlare e con cui relazionarsi. Uno schizofrenico non è schizofrenico sempre. Ha le sue crisi, i suoi parossismi, poi tutto torna a posto fino alla crisi successiva. 

Riguardo alla depressione, invece, mi ha colpito molto il fatto che oggi, rispetto al passato, ha cambiato forma. Fino ad alcuni decenni fa, quando ancora si viveva nella società delle regole in cui c'era permesso/proibito, giusto/sbagliato ecc., la depressione era organizzata sul senso di colpa. Oggi, che le regole non esistono più, la depressione è organizzata sul senso di inadeguatezza. Ce la faccio o non ce la faccio a tenere i ritmi imposti dalla società, dal mondo del lavoro, dall'apparato di appartenenza? Una volta, dice il filosofo, chi lavorava con me era un mio compagno, oggi è un mio competitore, perché chi va meglio manda a casa l'altro. Ce la faccio o non ce la faccio a sopportare questo livello ansiogeno generato dalla sfrenata competitività della società in cui vivo? Se non ce la faccio, ecco la depressione. Ed ecco il motivo per cui nel nostro paese il 55% delle persone fa uso di psicofarmaci. Perché non ce la facciamo a tenere i ritmi che ci impongono la società e l'apparato a cui apparteniamo. E, a questo punto, qualche domanda sul modo in cui abbiamo organizzato la società in cui viviamo sarà il caso che cominciamo a farcela.

mercoledì 29 giugno 2022

Ius scholae

Siamo all'ennesima puntata di una telenovela assurda che si trascina da almeno tre lustri. Ho scritto post su post, in passato, su questo argomento e non mi ci dilungo più. Mi limito a notare come la destra, divisa da tempo su quasi tutto, riesca sempre a compattarsi quando è ora di negare diritti. Fateci caso, succede sempre: quando si tratta fare muro contro leggi di civiltà, di buon senso, di progresso sociale; quando si tratta di concedere diritti che nulla tolgono a chi dei medesimi diritti gode già, la destra più becera e razzista, quella di Salvini e Meloni in primis, c'è sempre.

E io, oltre alle innegabili evidenze ideologiche e di pregiudizio che stanno alla base dell'atteggiamento di chi rema contro la civiltà, non ho mai trovato niente di valido, di razionale, di epistemologicamente sostanzioso nel suddetto atteggiamento. Non sono mai riuscito a capire, cioè, perché un bambino che nasce qui, cresce qui, va a scuola qui, è integrato con l'ambiente sociale e culturale in cui vive non può essere per lo stato cittadino italiano. Ma probabilmente è un limite mio.

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...