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mercoledì 29 aprile 2026

Gesù non l'ha mai detto

Volendo riassumere questo libro in una frase si potrebbe dire che non esiste una sola parola, in tutto il nuovo testamento, di cui si abbia sicurezza che sia corretta, che cioè corrisponda alle reali parole contenute nei testi originali. Anzi, nessuno sa neppure più - non esiste oggi studioso in grado di dirlo con certezza - quali siano i testi originali da cui sono derivati i vangeli che leggiamo oggi.

In genere siamo abituati a pensare, e lo pensavo anch'io prima di leggere libri come questo, che i testi ufficiali CEI siano le riproduzioni fedeli di quanto detto e fatto da Gesù durante la sua epopea terrena (lo stesso identico discorso vale per l'antico testamento). Non è cosi. E a dire il vero non servirebbe neppure leggere libri del genere per rendersene conto, sarebbe sufficiente vedere le macroscopiche differenze ad esempio tra i quattro vangeli canonici. 

Uno degli aspetti curiosi di questo saggio è che l'autore non è nato ateo o scettico. Da giovane era un cristiano evangelico "nato di nuovo" che credeva che ogni singola parola della Bibbia fosse ispirata direttamente da Dio e priva di errori. Ha iniziato a studiare le lingue antiche (greco, ebraico, latino) proprio per leggere la "parola di Dio" nel modo più puro possibile. Più studiava, però, più si rendeva conto delle migliaia di varianti e alterazioni nei manoscritti, cosa che lo ha portato gradualmente a perdere la fede, pur mantenendo un amore immenso per lo studio storico.

Ehrman è uno dei massimi esperti mondiali di critica testuale. In parole povere, il suo lavoro consiste nel confrontare migliaia di frammenti di papiri e codici antichi per capire quale fosse la versione "originale" di un versetto e come è stata cambiata dai copisti nel corso dei secoli (a volte per errore, altre per motivi teologici).

Uno dei tantissimi esempi riportati da Ehrman nel libro riguarda il passo di Matteo 1,41 in cui Gesù guarisce un uomo affetto da una malattia della pelle. I manoscritti superstiti conservano il versetto 41 in due forme diverse. Fra parentesi quadre sono evidenziate entrambe le versioni:


E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi". [Mosso a compassione (in greco: splaghnistheis) / adirandosi (in greco: orgistheis) ], stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote e offri, per la tua purificazione, quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città."


Scrive l'autore:


La maggior parte delle traduzioni rende l'inizio del versetto 41 in un modo che enfatizza l'amore di Gesù per questo povero lebbroso reietto: "Mosso a compassione" (il termine potrebbe essere tradotto anche "mosso da pietà") nei suoi confronti. Così facendo, le traduzioni seguono il testo greco rinvenuto nella maggioranza dei nostri manoscritti.

​Non è difficile capire perché, in questa situazione, possa essere invocata la compassione. Non conosciamo l'esatta natura della malattia dell'uomo, molti commentatori preferiscono pensare che si trattasse di un disturbo di desquamazione piuttosto che della carne in putrefazione di solito associata alla lebbra. In ogni caso, era senz'altro possibile che fosse soggetto alle disposizioni della Torah che vietavano ai lebbrosi di ogni sorta di vivere una vita normale; essi dovevano essere isolati, emarginati dalla popolazione, considerati impuri (Lv 13-14). Impietosito, Gesù stende una mano amorevole, tocca la sua pelle malata e lo guarisce. 

Il semplice pathos e la comprensibile emozione della scena possono senza dubbio spiegare perché traduttori e interpreti non prendano, di regola, in considerazione il testo alternativo scoperto in alcuni manoscritti. A tutta prima, infatti, la formulazione di una delle nostre più antiche testimonianze, il Codex Bezae, confermata da tre manoscritti latini, è sconcertante e bizzarra. Qui non viene detto che Gesù prova compassione per l'uomo, bensì che si adira. In greco si tratta della differenza fra le parole "splaghnistheis" e "orgistheis". Data la sua attestazione in testimonianze sia greche sia latine, la seconda versione è in genere riconosciuta dagli specialisti testuali come risalente almeno al II secolo. Ma è possibile che sia proprio ciò che Marco scrisse?

​Come abbiamo già visto, non si può affermare con assoluta certezza che, quando la grande maggioranza dei manoscritti riporta una versione e solo un paio ne presentano un'altra, la maggioranza sia nel giusto. Qualche volta alcuni manoscritti sembrano essere corretti anche se tutti gli altri sono discordanti. Ciò accade in parte perché la grande maggioranza dei nostri manoscritti è stata prodotta centinaia e centinaia di anni dopo gli originali, trascritta non da questi ultimi, bensì da altre copie, assai più tarde. Una volta che si fosse fatto strada nella tradizione dei manoscritti, un cambiamento poteva essere perpetuato fino a essere esso stesso trasmesso con maggiore frequenza della formulazione originale. Nel caso in questione, entrambe le versioni sembrano essere molto antiche. Qual è originale?


Nessuno sa quale sia l'originale, così come nessuno studioso, oggi, è in grado di stabilirlo. Da qui la "disillusione" dell'autore: la consapevolezza che 15 secoli di traduzioni tra più lingue, copiature a mano, interpolazioni, aggiunte, sottrazioni,  modifiche abbiano reso impossibile risalire ai testi originali. Riflette ancora l'autore:


Come compresi già alle superiori, anche se Dio avesse ispirato le parole originali, noi non ne siamo in possesso. La dottrina dell'ispirazione, in un certo senso, era quindi estranea alla Bibbia così come ci è pervenuta, poiché le parole che, secondo quel che si dice, Dio aveva ispirato erano state modificate e talvolta smarrite. Inoltre, giunsi a ritenere che le mie precedenti opinioni sull'ispirazione non fossero solo irrilevanti, ma probabilmente sbagliate. Infatti, l'unico motivo (finii per pensare) per il quale Dio avrebbe ispirato la Bibbia sarebbe stato quello di fare avere al suo popolo le sue esatte parole; tuttavia, se proprio avesse voluto che ci giungessero tali e quali, le avrebbe senz'altro salvaguardate per miracolo, proprio come le aveva ispirate per miracolo in quel primo momento. Visto e considerato che non lo aveva fatto, mi pareva inevitabile dedurne che non si fosse preso il disturbo di ispirarle.

Questa parte del libro è forse la più intima di Ehrman. Qui descrive il momento esatto in cui la logica ha prevalso sulla sua fede giovanile: se Dio è onnipotente e vuole comunicare con gli uomini, perché avrebbe permesso che le sue parole venissero cambiate da scribi stanchi o distratti? Comunque, nonostante le sue posizioni critiche, Ehrman difende fermamente l'esistenza storica di Gesù. In un altro suo celebre libro, Did Jesus Exist?, si scaglia addirittura contro chi sostiene che Gesù sia solo un mito, usando proprio le prove storiche per dimostrare che un predicatore ebreo di nome Gesù è realmente esistito nella Galilea del I secolo. Consiglio questo libro a quei credenti "abitudinari" o "leggeri", quelli che nel loro percorso si sono sempre limitati ad ascoltare passivamente ciò che racconta loro il prete la domenica: c'è molto altro oltre a quello.

lunedì 30 marzo 2026

Cosa c'è sotto


Un aspetto della vicenda che pochi hanno preso in considerazione mi pare sia quello socio-antropologico. Si trova scritto in diecimila libri: le religioni sono da sempre uno dei massimi fattori di divisione degli esseri umani e rappresentano la strada più semplice e veloce per arrivare alla violenza, perché non servono neanche motivazioni reali quando c’è di mezzo la fede negli dei. Chi pensa che la fede unisca più di quanto divida deve solo studiare la storia e fare un po' di conti, troverà tutto ampiamente documentato. 

Molti tentano di giustificare questi episodi asserendo che sono dovuti alla nostra natura ribelle, un inevitabile sottoprodotto del libero arbitrio, mentre è molto più probabile che tante discussioni e lotte tra le religioni siano causate dalla mancanza assoluta di prove per le loro dottrine fondamentali. In assenza di prove credibili, nessuno può vincere o perdere un argomento. Le divergenze sono molto più difficili da risolvere quando nessuna delle parti ha una stampella logica a cui appoggiarsi. Per esempio, chi può decidere oggettivamente che un luterano ha più ragione di un rastafariano sulle questioni di fede? Chi preferisce Allah? I sunniti o gli sciiti? Chi ha ragione nella secolare disputa tra cattolici e protestanti o tra cristiani ortodossi e cattolici? Chi lo sa? Non ci può essere risposta a tale domanda sulla base della ragione e dell’evidenza, perché l’esistenza stessa di Allah o di Javeh o di Dio non è mai stata stabilita sulla base della ragione e dell’evidenza. Le monumentali dispute teologiche che hanno ucciso nei secoli tante persone hanno luogo soltanto nelle menti dei credenti, per cui ogni risoluzione razionale, soddisfacente e logica diventa praticamente impossibile.

La religione può unire alcune persone, ma a un prezzo tragicamente elevato. Ogni religione si crea una base di fedeli sottraendo persone dal resto del consorzio umano. Impegnarsi a creare sottoinsiemi ermeticamente sigillati all’interno della nostra specie non è produttivo e nel lungo termine ci espone a vari pericoli. Dovrebbe essere ormai assodato ed evidente. Non lo è e probabilmente non lo sarà mai.

martedì 17 marzo 2026

Da dove viene il velo

Leggo nel libro Dizionario della stupidità, di Piergiorgio Odifreddi, una cosa che non sapevo: il velo ha origini cristiane, non islamiche. A supporto della sua tesi Odifreddi cita san Paolo, il quale, nella prima lettera ai Corinzi, scrive: "Una donna che prega senza velo manca di riguardo al proprio capo". A san Paolo segue poi Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo, che estende la prescrizione in generale. Nella sua opera chiamata Ornamenti delle donne, (De cultu feminarum) scrive infatti: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. Dio vi comanda di velarvi per non mostrare la testa". Siamo attorno al 197 d.C., l'Islam arriverà circa cinque secoli dopo.

Perché allora esiste lo stereotipo secondo cui l'obbligo del velo per le donne deriverebbe dall'Islam? A causa di una interpretazione molto allargata della Sura 24 del Corano, la quale recita: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi [...] e di lasciar scendere il loro khimur sul petto...". Si parla di petto, non di capo. All'epoca di Maometto le donne arabe indossavano già una sorta di scialle o bandana (khimar), ma lo annodavano dietro la nuca lasciando scoperto il collo e l'inizio del petto. A partire da qui arrivarono le interpretazioni di alcuni teologi, secondo cui se si deve coprire il petto con il khimar, allora anche la testa (su cui poggia il velo) deve essere coperta.

Un secondo appiglio per giustificare il velo si trova in un altro passo del Corano, la Sura dei Gruppi Alleati, che recita: "O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi con i loro jilbab; questo sarà il modo migliore affinché siano riconosciute e non siano molestate". Il problema è che il termine "jilbab" indica un mantello, oppure una veste ampia, non un velo in senso stretto, e lo scopo originario era distinguere le donne musulmane libere dalle schiave (che non portavano il velo) per proteggerle dalle molestie per strada. Per i giuristi successivi, questo è diventato un obbligo generale di "modestia" nel vestire fuori casa.

Insomma, mentre nell'Islam non esiste alcun testo che letteralmente indichi l'obbligo di indossare il velo, ma vi si arrivi solo per interpretazioni teologiche successive, nei testi giudaico-cristiani l'indicazione è scritta nero su bianco. In sintesi, nel Corano non c'è un comando diretto del tipo "coprite i capelli", ma un invito alla decenza che la tradizione religiosa ha poi codificato nell'obbligo del velo che conosciamo oggi.

L'aspetto per certi versi paradossale di tutta la faccenda è che le donne occidentali, che non portano più il velo ma continuano a coprirsi il seno, seguono dunque i precetti islamici ma non quelli cristiani.

martedì 29 luglio 2025

Figlio di Dio?

Mentre ascoltavo questo breve intervento di Galimberti pensavo che se l'avesse pronunciato appena un po' di tempo fa probabilmente non l'avrebbe scampata. Magari non sarebbe stato mandato al rogo, ma un bel processo per eresia non gliel'avrebbe tolto nessuno. Mi sembra comunque che almeno un paio di punti siano interessanti. 

Il primo è quello in cui il filosofo afferma che Gesù non ha mai detto di essere figlio di Dio, quindi non lo è. A supporto di questa sua affermazione cita il dialogo tra Gesù e Pilato nella parte in cui quest'ultimo gli chiede se è figlio di Dio e Gesù gli risponde: "Tu lo dici", a significare che questa affermazione l'ha fatta Pilato, non Gesù. Ora, intendiamoci, io non sono un teologo ma tra le mie perversioni passate c'è stata quella di aver letto alcuni libri su questi argomenti. Ma anche senza leggere libri, è sufficiente una breve googlata per vedere come invece ci sono alcuni passi del nuovo testamento in cui Gesù fa capire di esserlo, figlio di Dio, anche se non lo dice mai in maniera esplicita ma sempre implicita, racchiudendo il concetto all'interno di perifrasi, parabole o discorsi. Quindi diciamo che qui Galimberti potrebbe avere in parte ragione e in parte no. In ogni caso, sulla natura del rapporto tra Gesù e il suo presunto padre celeste dibattono da secoli pensatori, filosofi e teologi, spesso con morti e feriti, quindi non sarò certo io in questo post a mettere la parola fine alla secolare diatriba.

L'altro punto interessante, e qui mi pare che Galimberti abbia ampi margini di ragione, è quello in cui afferma che Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione che porti il suo nome, né ha mai avuto intenzione di farlo. A questo proposito ricordo un libro di Remo Cacitti, Inchiesta sul cristianesimo (Cacitti è stato ordinario di Storia del cristianesimo antico all'Università degli studi di Milano), nel quale lo studioso esprime il medesimo concetto, e cioè che Gesù è venuto per rinnovare, non per creare una nuova religione, e il cuore della sua predicazione è l'annuncio del Regno di Dio, non l'istituzione di una "Chiesa" nel senso moderno. Poi vabbe', le cose sono andate come sono andate e ancora oggi ci ritroviamo sul groppone il cristianesimo inteso come religione, ma anche come cultura e inconscio collettivo, tutte cose che ovviamente non hanno nulla a che fare con la spiritualità.

giovedì 17 febbraio 2022

Due concezioni del dolore

A pensarci, è perfettamente legittimo che i cattolici siano contrari all'eutanasia, è perfettamente coerente col loro credo. In primo luogo perché l'eutanasia cozza contro l'assunto dottrinale che la nostra vita non è nella nostra disponibilità e quindi non siamo noi quelli titolati a deciderne le sorti; in secondo luogo perché l'eutanasia è sinonimo di emancipazione dal dolore e dalla sofferenza, e il dolore e la sofferenza per il cristianesimo sono valori positivi, da celebrare, perché rappresentano una forma di espiazione del peccato e una caparra per l'eternità. 

Rimane la solita domanda, che fa capolino ogni volta che si parla di questi argomenti: perché i cattolici sono contrari a una legge che non obbligherebbe nessuno a ricorrere all'eutanasia (quindi chi desiderasse, in virtù del proprio credo, soffrire potrebbe continuare a farlo senza problemi) ma consentirebbe di farvi ricorso solo a chi lo desidera?

 

lunedì 27 dicembre 2021

L'inverno demografico

Ci sta che papa Bergoglio veda come una tragedia il calo demografico che sta portando al declino questa parte di mondo. Dal punto di vista dottrinale i reiterati appelli alle famiglie a prolificare come conigli è infatti perfettamente in linea con gli insegnamenti dottrinali, dal momento che nella Bibbia Dio benedice Noè e i suoi figli e dice loro: "Andate, moltiplicatevi e riempite la terra."

Il problema è che la Terra è già fin troppo piena e la raccomandazione data da Dio è stata già da tempo esaurientemente soddisfatta. Qualche numero per dare un po' l'idea. Quando Colombo arrivò nelle Americhe la popolazione umana mondiale contava circa 500 milioni di individui. Nel 1800 il primo raddoppio: un miliardo di individui. I due miliardi si sono raggiunti agli inizi del Novecento. Tre miliardi nel 1960 e quattro miliardi nei primi anni Settanta del secolo scorso. Con questo trend, nel 2025 saremo otto miliardi e nel 2080 dieci miliardi. 

Alla luce di questi numeri, che vedono oggi un pianeta talmente pieno di esseri umani da essere vicino al collasso (molti studiosi ipotizzano che la sovrappopolazione potrebbe paradossalmente essere una delle cause della nostra estinzione), io questo "inverno demografico" di cui parla il papa non lo vedo.

Sì, certo, esiste a livello locale nel senso che nel ricco e opulento Occidente non si fanno più figli, ma nel molto più grande resto del mondo la tendenza è esattamente opposta, e la crescita esponenziale degli ultimi due secoli sta lì a dimostrarlo. Cioè, va bene predicare la natalità in ossequio agli insegnamenti dottrinali, ma forse occorrerebbe avere una visione più larga, più "ecumenica", se vogliamo, che tenga conto di come vanno le cose a livello globale, non solo locale.  

E poi, boh, non so, questi reiterati e incessanti appelli dei cattolici a fare figli mi danno l'idea del materialismo più bieco, che mi pare strida non poco con la spiritualità di cui amano sempre parlare.

lunedì 2 agosto 2021

Le parole del papa


A un certo punto di questo libro, Alessandro Barbero scrive: "Se solo i papi del XX secolo avessero usato queste parole contro Mussolini e Hitler! Sarebbe cambiata la storia del mondo. Ma il linguaggio della Chiesa, a quell'epoca, non era più lo stesso, e le parole che riuscivano così naturali ai papi del Medioevo non potevano più essere pronunciate, anche se venivano direttamente dalla Bibbia." A quali parole si riferisce Barbero? 

Siamo attorno all'anno Mille, XI secolo. È il momento in cui la Chiesa comincia a respingere la subordinazione al potere politico che aveva contraddistinto tutto il primo millennio della sua storia e a rivendicare non solo la sua autorità suprema sui tutti i vescovi del mondo, ma anche la sua supremazia sui titolari del potere politico, all'epoca rappresentato dagli imperatori e dai re. Chiesa che si muoveva forte di questa nuova persuasione che Dio avesse conferito a papi e vescovi l'autorità suprema sul mondo e che re e imperatori dovessero quindi sottostare agli ordini di Roma - quella che è passata alla storia come Lotta delle investiture, che più o meno tutti abbiamo studiato a scuola, affonda le sue radici in questo contesto storico.

Le parole a cui fa riferimento Barbero sono tratte da una lettera pubblica che papa Gregorio IX (siamo nel 1239) vergò indirizzandola a Federico II di Svevia, all'epoca uno dei più implacabili avversari dell'egemonia papale. Lettera che inizia così: "È salita dal mare una bestia piena di parole di bestemmia: infierisce coi piedi dell'orso e la bocca del leone, ha le altre membra come il leopardo e apre la bocca per bestemmiare il nome di Dio." La bestia a cui fa riferimento Gregorio IX è quella famosa citata nell'Apocalisse (Apoc. 12.1) e il destinatario di questo epiteto è appunto Federico II, all'epoca imperatore del Sacro Romano Impero. Ma il breve estratto citato sopra non è che l'incipit dello scritto papale, il quale prosegue con toni se possibile ancora più duri. Questi: "Smettete di stupirvi, tutti voi a cui giungono parole di bestemmia rivolte da questa bestia contro di noi, se noi, assoggettati al servizio di Dio, siamo bersaglio dei dardi della calunnia, perché neppure il Signore rimane indenne da quest'obbrobrio. Smettete di stupirvi, se sfodera contro di noi la spada delle ingiurie colui che aspira a cancellare dal mondo il nome del Signore. Ma piuttosto, affinché possiate resistere alle sue menzogne proclamando la verità e confutare i suoi inganni con mente pura, osservate bene la testa, il corpo e la coda di questa bestia, Federico cosiddetto imperatore..., fabbricante di falsità, che non sa cosa sia la modestia e ignora il pudore, si fa beffe della verità e mente senza arrossire..."

Ora, immaginate un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI o un Francesco che indirizzino una lettera del genere a un capo di stato di oggi. La cosa fa sorridere, a pensarci, ma sottolinea la pertinenza del pensiero di Barbero relativamente al fatto che se invece che a Federico II uno scritto di tale durezza fosse stato inviato a Hitler, magari le cose sarebbero andate diversamente. Purtroppo non è successo, e la Chiesa, come è noto, non solo non ha tuonato con veemenza contro Hitler o Mussolini, ma con quest'ultimo ci ha fatto pure un Concordato, di cui oggi portiamo ancora il peso (per amore di cronaca va detto che la Chiesa, oltre che con Mussolini, ha fatto concordati con Hitler in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, praticamente con tutti i peggiori sulla piazza). 

Naturalmente, col passare dei secoli, il linguaggio e i toni usati dai papi nei loro discorsi, epistole ed encicliche si è progressivamente ammorbidito, si è fatto più diplomatico e meno arrogante mano a mano che la Chiesa perdeva potere, autorità e prestigio nei confronti del mondo che avanzava e progrediva verso la modernità. Oggi, fortunatamente o sfortunatamente, a seconda dei casi, di quell'antica violenza verbale non è rimasto più niente. Ma il libro di Barbero non è tanto un saggio sui contenuti, quanto sul tipo di linguaggio con cui questi contenuti sono stati nel tempo veicolati, e lo fa prendendo in esame quindici encicliche dall'anno Mille a oggi. Io l'ho trovato interessantissimo ed istruttivo. E poi l'ha scritto Alessandro Barbero, ed è tutto valore aggiunto.

domenica 4 luglio 2021

Benedette guerre

Ho appena terminato questo ottimo saggio storico di Alessandro Barbero. Il libro si divide fondamentalmente in due parti: nella prima si racconta come e perché nacquero le Crociate, nella seconda il legame tra queste e il Jihad, legame che è più profondo e radicato di quanto comunemente si creda.

Cosa sono state le Crociate credo che bene o male si sappia, anche perché il loro studio è compreso nei programmi scolastici, o almeno lo era ai miei tempi, oggi non so. Comunque sia, sono stati eventi del Medioevo (la prima risale alla fine dell'anno mille e fu lanciata da Urbano II) e sono state più di una, tanto che è difficile ricordarsi perfino il loro numero. Sono state eventi sanguinosi che hanno comportato un durissimo conflitto tra l'Occidente cristiano e il mondo islamico. Scrive Barbero: "Eventi che la nostra civiltà ha dapprima celebrato con grandissimo entusiasmo, ai tempi in cui si scrivevano poemi come la Gerusalemme liberata, e di cui più di recente ci siamo vergognati: un po' perché abbiamo recuperato anche la consapevolezza dell'enorme violenza e della tremenda esplosione di odio per il diverso che le Crociate hanno rappresentato. Fra l'altro anche la violenza antisemita compare in Europa per la prima volta proprio durante le Crociate: i primi pogrom in Occidente li hanno compiuti le folle eccitate dalla predicazione della Crociata. Se poi adesso in Occidente il vento stia cambiando e qualcuno abbia ricominciato a pensare che le Crociate sono un'epopea da celebrare e non una tragedia di cui dolersi, è una di quelle domande che vale la pena di porsi quando pensiamo alle possibili attualizzazioni dell'argomento."

Uno degli aspetti interessanti delle Crociate è che, a differenza di quanto si pensa oggi, all'epoca non erano considerate guerre. Le Crociate erano considerate alla stregua di pellegrinaggi. Chi partiva lo faceva con lo stesso spirito (con le dovute differenze, ovviamente) di chi oggi intraprende il cammino di Santiago, tanto per fare un esempio, oppure va in pellegrinaggio ad Assisi, a Roma, a Padova, a San Giovanni Rotondo ecc. La differenza sta nel fatto che all'epoca andare in pellegrinaggio per pregare sul Santo Sepolcro era rischiosissimo, perché là c'era altra gente a comandare (Gerusalemme e quella parte di Medio Oriente erano sotto il dominio musulmano successivo alle conquiste arabe del VII e VIII secolo), quindi si partiva armati. Per tutto l'alto Medioevo il concetto di pellegrinaggio era tenuto in grandissima considerazione dai cristiani ed era sentito allo stesso modo in cui ancora oggi i musulmani sentono il pellegrinaggio alla Mecca. Per la vita di una persona era un momento catartico, se così si può dire, laddove, invece, oggi ha più che altro una valenza turistica. Anche perché, all'epoca, recarsi a piedi dall'Europa a Gerusalemme e tornare (quando e se si tornava) era una faccenda che richiedeva anni.

Un mito da sfatare a proposito delle Crociate è che esse siano state più che altro guerre, concepite con velleità di conquista e saccheggio. Certo, sono state anche questo, anzi si può tranquillamente affermare che le Crociate sono state la prima forma di colonialismo, sia economico che territoriale, perpetrato dagli Occidentali in Medio Oriente. Ma, prima di degenerare in guerra, sono state anche, e soprattutto, una faccenda spirituale, di fede. I vari signori, re, principi, conti, baroni ecc. che stavano ai comandi di questi pellegrinaggi avevano certamente mire più terrene che spirituali, ma nell'animo delle immense folle di contadini, artigiani, cavalieri che partivano, il sentimento prevalente era quello religioso.

Alessandro Barbero, nel sottotitolo del libro accosta Crociate e Jihad. Non è un accostamento casuale, perché le Crociate sono state a tutti gli effetti le prime guerre sante della storia, il Jihad è molto posteriore. Qui ci sarebbero da fare lunghissime dissertazioni dottrinali sul dilemma che ha attanagliato la Chiesa per alcuni secoli a partire dall'anno mille: come si concilia il comandamento "Non uccidere" con le Crociate? È inutile girarci attorno: le Crociate sono sì pellegrinaggi, ma sono anche guerre, e in guerra si uccide. Come se ne esce? Su questo groviglio teologico/filosofico insolubile si sono incaponiti per secoli i più grandi pensatori cristiani, compreso sant'Agostino, il quale, dopo aver soppesato e cercato di interpretare per anni ciò che in proposito era scritto nell'Antico testamento, dove si legge che i re degli ebrei fanno la guerra e sterminano i nemici perché è Dio che glielo comanda, in una delle sue opere più tarde, quasi spazientito scrive: "Ma cosa c'è da biasimare nella guerra, l'uccidere uomini che un giorno dovranno morire? Questo è un biasimo non degno di uomini religiosi. Talvolta è necessario che i buoni facciano la guerra contro i violenti, per comando di Dio e del governo legittimo, costretti dalla situazione al fine di mantenere l'ordine."

È un concetto che stride leggermente coll'evangelico "Porgi l'altra guancia", se notate, ma questo è. Da qui in poi gli omicidi e i massacri sono sdoganati in ossequio a questo supposto benestare di Dio; uccidere in guerra (che a questo punto diventa guerra santa) non è più considerato peccato ma è sacrosanto, e questo sdoganamento evolverà coll'andare del tempo fino a raggiungere vette impensate anche solo nella prima Crociata, riassumibili nel concetto che l'uccisione di un nemico di Dio è considerato viatico per il paradiso. Qui sta l'anello di congiunzione tra Crociate e Jihad, perché i due eventi poggiano sulle stesse basi: uccidere per Dio, e che il dio in questione si chiamo Signore o Allah non ha alcuna importanza. Jihad (il cui significato principale è combattere) fa in realtà parte di una espressione più complessa: jihad fi sabil'illah, che compare nel Corano e che significa combattere sulla via di Dio, che era ciò che accomunava crociati e mujahiddin islamici.

Probabilmente molti non sanno (poi chiudo, altrimenti vi racconto tutto il libro) che la stesura del Corano, il libro sacro dell'islam contenente le rivelazioni profetiche di Maometto, risale al VII secolo e attinge a piene mani da elementi della cultura ebraica. Maometto conosceva benissimo la Bibbia e quando detta le sue profezie relative alla guerra santa riprende quasi alla lettera i medesimi precetti contenuti nell'Antico testamento relativamente alle direttive che Dio dava ai re ebrei circa lo sterminio dei nemici. Quando oggi sentite i vari Ferrara, Sgarbi, Feltri e compagnia bella che lanciano anatemi sul Jihad, sulla guerra santa, che blaterano di scontro di civiltà, potete quindi sorridere, magari commiserandoli anche un po'. 

A proposito di scontro di civiltà, chiudo questo fin troppo lungo post con ciò che scrive Barbero: "Possiamo parlare, allora, di Crociate come di scontro di civiltà? Sì, se vogliamo, a patto di avere ben chiaro che quando usiamo quest'espressione non dobbiamo pensare a due mondi completamente alieni l'uno all'altro, come ad esempio gli aztechi e i conquistadores. Quando parliamo di scontro di civiltà si tratta di solito di due mondi strettamente intrecciati l'uno all'altro, con radici comuni, che hanno sviluppato due sistemi di idee o di valori divergenti, e proprio perché riconoscono nell'altro il proprio simile lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo. Lo stesso avviene durante le Crociate: queste persone in fondo ragionavano in modo simile, adoravano lo stesso Dio anche se con regole diverse, e avevano atteggiamenti mentali analoghi, e forse proprio per questo le loro guerre erano così feroci. Una delle cose che colpiscono di più nei racconti delle prime Crociate è con quanta allegria i cronisti cristiani raccontano dei cavalieri che tornano vittoriosi con le teste dei turchi appese alle selle oppure issate sulle picche; ma d'altra parte anche i cronisti arabi, entusiasti, raccontano di come i loro guerrieri tornano indietro con le teste dei cristiani. Eppure le Crociate sono anche il momento in cui queste civiltà diverse, anche se così legate senza saperlo, si incontrano, si osservano e si descrivono a vicenda."

Per me questo libro è stato illuminante e interessantissimo. È anche un saggio molto agile (circa 120 pagine) che si legge tutto in un fiato. In più, l'ha scritto Alessandro Barbero; non credo serva aggiungere altro.

sabato 26 giugno 2021

Forse occorre rivalutare i "sepolcri imbiancati"

Sto leggendo in questi giorni Il cristianesimo antico. Da Gesù a Costantino, un saggio dello storico Paul Mattei (è francese, quindi presumo si pronunci "Matteì") che racconta come nacque e si sviluppò il cristianesimo prendendo in esame i tre secoli che vanno dalla nascita di Cristo all'imperatore romano Costantino, colui che, tra le altre cose, sdoganò il cristianesimo nell'Impero romano e creò Costantinopoli, l'odierna Istanbul.

Il libro in questione si dilunga molto nella descrizione della società giudaica precristiana dell'epoca e del contesto sociale e politico in cui nacque Gesù, e ho trovato una cosa interessante riguardo ai famosi/famigerati farisei, gli appartenenti alla casta sacerdotale (una delle tante, all'epoca) che nel Vangelo Cristo prende a male parole definendoli "sepolcri imbiancati", un epiteto che diventerà un loro marchio di infamia e che, ancora oggi, viene largamente utilizzato per designare chi indulge in vistosi e ipocriti formalismi. 

Ecco, proprio riguardo ai farisei, l'autore scrive: "Di loro i vangeli hanno divulgato un'immagine detestabile: sepolcri imbiancati, ipocriti che insegnano ma non agiscono, e soccombono al più sterile legalismo. Di fatto abbiamo già visto che Gesù, per più di un aspetto, poteva assimilarsi ai maestri farisei. Si aggiungerà che, come loro, egli credeva alla risurrezione della carne, e che, come lui, essi non ignoravano l'esigenza di amore verso ogni prossimo. Inoltre, da quanto sappiamo non risulta che i farisei siano stati i sostenitori più accaniti della rovina del Nazareno."

Il riferimento sotteso, qui, è a un'altra casta sacerdotale: i sadducei, i grandi sacerdoti custodi esclusivi del culto del Tempio. Una casta sacerdotale chiusa, arrogante, fortemente autoreferenziale e totalmente impermeabile al diffondersi del nascente culto cristiano, laddove, invece, la casta dei farisei si era dimostra fin dall'inizio molto più tollerante e aperta. I sadducei - con loro Gesù non ebbe mai nulla a che spartire -  erano aristocratici che disprezzavano fortemente il popolo, e furono gli unici, per opportunismo, a scendere a patti coi romani. C'è poi da aggiungere che due dei maggiori fautori della condanna di Cristo, Anna e Caifa, erano importanti sacerdoti sadducei. Stando così le cose, risulta abbastanza misterioso il fatto che Gesù si sia scagliato contro i farisei e non abbia mai menzionato i sadducei, che da una prospettiva filo-cristiana erano sicuramente ben peggiori. Comunque, questo è.

Tutto questo discorso per dire, tornando a oggi, che la valenza fortemente negativa che ruota attorno al sintagma "sepolcri imbiancati" forse così negativa non è, e che quando diamo a qualcuno del fariseo forse non lo carichiamo di un'offesa così grave.

sabato 5 giugno 2021

Poca fede

Giovanni Panettiere, su Il resto del Carlino di stamattina, snocciola alcuni dati sul crescente fenomeno dell'ateismo nell'ultimo quarto di secolo, ben riassunti da questo grafico.


Il fenomeno dell'aumento dell'ateismo non è peculiarità del nostro paese, ma, con numeri addirittura più elevati, interessa anche paesi come Germania, Francia e molti del nord Europa. In generale è tutto l'Occidente che, progressivamente, tende ad abbandonare la religiosità in favore di una visione più disincantata dell'esistenza, e ciò è particolarmente evidente nei giovani.

Il fenomeno è complesso e ricco di sfaccettature, specialmente in riferimento a cosa si intende per fede. Il cardinal Martini, tempo fa, diceva che i credenti sono principalmente ascrivibili a due categorie: quelli della linfa e del tronco seguiti da quelli della corteccia, metafora che non mi pare necessiti di essere spiegata.

A questi ultimi, quelli della corteccia, appartengono i cosiddetti fedeli abitudinari, quelli che (a parole) dicono di credere ma che sono forieri di una religiosità che con la spiritualità non c'entra niente. Sono i credenti in chiave anti-islam, ad esempio (tipo Salvini), oppure i credenti per tradizione familiare o politica o di altro tipo. Oppure sono i credenti che in una religione cercano soprattutto un senso di conforto, di appartenenza, di comunità, di comunanza, di ritrovo, di sicurezza, in una società sempre più frammentata in cui la dimensione collettiva viene sempre più messa da parte in favore della dimensione individualistica.

Vittorino Andreoli, mi pare, in un suo libro scriveva che quando vede le grandi adunate in piazza San Pietro o altrove, dubita sempre che siano motivate solo dalla fede, quanto semmai dal bisogno delle persone di ritrovarsi con altre persone che condividono gli stessi valori religiosi, dove non è importante il valore religioso in sé quanto il bisogno di sentirsi meno soli.

In fondo, se ci si pensa, da questo punto di vista le religioni, tutte le religioni, hanno da sempre rappresentato una grande forma di terapia.

sabato 29 maggio 2021

Curiosità storiche medievali

Segnalo qui di seguito alcune delle curiosità storiche a mio parere più interessanti che ho trovato nel libro Donne, madonne, mercanti e cavalieri, di Alessandro Barbero. I sei personaggi descritti dall'autore (nell'ordine: fra' Salimbene da Parma; Dino Compagni, mercante di Firenze; Jean de Joinville, nobile cavaliere crociato; Caterina da Siena, mistica toscana; Christine de Pizan, prima donna scrittrice della storia e prima femminista; Giovanna d'Arco, eroina e rivoluzionaria francese) vivono nel periodo compreso tra il 1200 e il 1400, e le loro vicissitudini sono interessanti perché permettono di aprire delle "finestre" da cui è possibile capire come era fatta la società medievale dell'epoca.

Una di queste curiosità l'avevo già menzionata qui e riguarda l'origine del termine penitenziàgite, quindi non sto a tornarci sopra. 

Altra curiosità: la locuzione "Roma ladrona" non è stata inventata dalla Lega di bossiana memoria (quella Roma ladrona in cui tra l'altro la lega ha poi dimostrato di trovarsi perfettamente a proprio agio), ma era un pensiero comune già all'epoca di Caterina da Siena. Con una differenza: era riferito al governo della Chiesa, non a quello dell'Italia. Siamo nella seconda metà del 1300 e la Chiesa sta vivendo uno dei periodi più drammatici della sua storia. La sede del papato è infatti da circa settant'anni ad Avignone, in Francia, non a Roma, e il lungo protrarsi di questa situazione crea nella società dell'epoca crescenti polemiche, generate dalle pressanti richieste di parte della società affinché il papa torni a Roma.

In realtà tali richieste erano avanzate appunto da una parte della società, l'altra pensava che, tutto sommato, più la Chiesa se ne stava lontana da Roma e meglio era, memore della sua "rapacità" e dell'attaccamento maggiore alle cose materiali piuttosto che a quelle spirituali, atteggiamento non molto dissimile da quello attuale, viene da osservare. Il concetto di Roma ladrona, inteso all'epoca come Chiesa ladrona, nasce quindi in questo periodo, il 1300. C'è da aggiungere che Caterina da Siena, all'epoca molto influente negli ambienti ecclesiastici in quanto ritenuta in possesso della facoltà di dialogare direttamente con Dio (era una mistica e il misticismo è questo), fu colei che maggiormente si prodigò affinché il papa tornasse a Roma, e purtroppo i suoi sforzi alla fine ebbero successo (il "purtroppo" è una considerazione mia). Certo, il ritorno del papato a Roma dopo settant'anni di esilio avignonese non fu indolore, c'è infatti tutta la storia dei due papi, uno ad Avignone e uno a Roma (Gregorio XI e Urbano VI), che si scomunicheranno a vicenda perché entrambi consideravano se stessi il vero papa e l'altro un impostore, diatriba che provocherà il primo scisma della chiesa cattolica, che durerà parecchi decenni e che spaccherà la cristianità occidentale.

Altra curiosità riguarda il sacramento della confessione, il quale in epoca medievale era preso molto più seriamente rispetto ad oggi. Scrive Alessandro Barbero nel capitolo relativo a Giovanna d'Arco: "Giovanna era diversa dagli altri: per esempio andava sempre a messa, non solo la domenica. Ogni messa da morto che c'era al paese lei lasciava il lavoro - perché stava a casa a filare, come tutte le brave bambine - e andava a sentire messa. E ancora: si confessava il più possibile. La Chiesa all'epoca considerava la confessione un sacramento estremamente serio, e insegnava ai cristiani che bisognava confessarsi una volta all'anno, a Pasqua; poi basta, perché non era un sacramento da prendere sottogamba e confessarsi più spesso non era visto di buon occhio."

Quando ho letto di questa cosa sono andato immediatamente con la memoria a quando, da piccolo, andavo a catechismo, con don Natale che raccomandava di confessarsi più spesso che si poteva per poter essere in grazia di Dio e potersi accostare senza problemi all'Eucarestia. Tra l'altro la confessione era la pratica che maggiormente detestavo, perché l'idea di essere costretto a raccontare a terzi i cavoli miei mi risultava estremamente fastidiosa, e credo che in definitiva sia stato uno dei motivi, forse il maggiore, che mi ha fatto allontanare dalla Chiesa. Non l'unico, certo, ma uno dei maggiori. Magari mi sarebbe andata meglio se fossi vissuto ai tempi di Caterina da Siena, chissà.

Altra curiosità, ma questa credo sia nota a tutti, è che la società medievale era profondamente patriarcale e maschilista e la donna era considerata più o meno come oggi la considerano Pillon o Adinolfi: casa, lavoro duro e figli. Stop. Nessun diritto, nessuna possibilità di emancipazione sociale né alcuna altra prerogativa. Caterina da Siena, ad esempio, era la ventiduesima figlia e altri né sarebbero arrivati dopo di lei. Si può quindi facilmente immaginare come fosse la vita della donna dell'epoca. I matrimoni erano naturalmente combinati dalle famiglie ed erano celebrati esclusivamente sulla base di motivazioni economiche, sociali, territoriali, dinastiche e religiose. A questo proposito, forse non tutti sanno che il matrimonio inteso come libera scelta, fatta da due persone che decidono di stare insieme sulla base di motivazioni amorose e sentimentali, anche a costo di cozzare contro i desideri delle rispettive famiglie, è relativamente recente. Formalmente risale alla metà del 1700, praticamente è realtà da cinque o sei decenni, come spiega Umberto Galimberti in questo suo breve ma istruttivo intervento. E solo in occidente, tra l'altro, in gran parte del resto del mondo è così ancora oggi. Chissà se i vari movimenti ultra-cattolici pro-famiglia sono al corrente che per secoli, fino a due o tre generazioni fa, l'istituto matrimoniale si è retto esclusivamente su motivazioni di tipo economico? 

Piccolo consiglio non richiesto: se avete possibilità e voglia, date una letta al libro di Barbero che ho citato. È un saggio molto agile, poco più di un centinaio di pagine, è uscito in questi giorni ed è facilmente reperibile anche in edicola. Aiuta a capire com'era la società del passato e, di conseguenza, a capire meglio la nostra.

domenica 9 maggio 2021

Le Confessioni

Ho terminato di leggere il celeberrimo Le Confessioni, di Agostino d'Ippona. L'ho terminato anche con una certa sorpresa, nel senso che avevo messo in conto un suo possibile accantonamento prima di arrivare alla fine. Invece non è stato così, e devo ammettere che a tratti mi è pure piaciuto, specie nelle parti in cui non mi sono perso tentando di seguire i contorti ragionamenti e le funamboliche peripezie intellettuali dell'autore.

La prima impressione che ho avuto, già dopo poche pagine, è che sant'Agostino era un invasato di quelli da ricovero (invasato, qui, va inteso come eufemismo). Tuttavia, allo stesso tempo, gli va innegabilmente riconosciuta una grande capacità di pensare e filosofare, e una altrettanto grande curiosità e bisogno di capire, non solo in relazione alle cose di Dio e alla infinità di insanabili contraddizioni insite nei tanti dogmi cristiani (solo le sue riflessioni su come si possa conciliare l'esistenza del male in un mondo creato da Dio si snodano su circa quaranta pagine), ma anche in relazione alle tante questioni che hanno a che fare con la fisica, con le leggi che regolano la vita, l'uomo e la sua natura.

Dissertazioni filosofiche a parte, nell'opera di sant'Agostino sono contenuti in nuce molti dei pensieri e delle "linee guida" che costituiranno poi il perno su cui si svilupperà la dottrina morale della chiesa, come il matrimonio, il sesso (sull'omosessualità Agostino è spietato, mentre alla donna riconosce una qualche forma di intelligenza ma dev'essere "sessualmente sottomessa al marito"), la castità e quant'altro.

A proposito di matrimonio, è interessante notare come ai tempi in cui scriveva sant'Agostino fosse oggetto di una scarsissima considerazione (questa cosa era già nota dai tempi degli scritti di san Paolo), ed era considerato alla stregua di un rimedio a un inconveniente, che era la lussuria. In sostanza, chi non riusciva in alcun modo a osservare il precetto della castità veniva invitato a sposarsi per contenersi. Questa cosa suscita una certa ilarità, pensando all'aura di sacralità e importanza che vengono oggi dati dalla chiesa a questo istituto, ma, si sa, i tempi cambiano.

In conclusione, è un libro che vale la pena di leggere? Se le speculazioni filosofiche e i pensieri espressi da menti acute vi interessano, sì, vale la pena di leggerlo. Se volete evitare di passare in rassegna i concetti che stanno alla base dei dogmi attuali della chiesa e della sua visione morale ed etica relativa al sesso, alla vita, alla donna, potete tranquillamente saltarlo.

venerdì 22 gennaio 2021

Cristianesimo, la religione dal cielo vuoto

Difficile recensire un saggio sul cristianesimo di questa portata. Ci è riuscito molto bene Ettore Fobo in questo suo post. Di mio, aggiungo solo qualche breve nota a margine, ora che ne ho terminato la lettura. La tesi sostenuta dal filosofo Umberto Galimberti, e cioè che la religione cristiana ha perso la sua dimensione sacrale per ridursi sostanzialmente ad "agenzia etica", non è in realtà nuova, è già stata esposta da molti teologi e pensatori cattolici, sia passati che contemporanei, come ad esempio Gianni Baget Bozzo, di cui nel libro vengono citati vari passi dei suoi scritti. Perché il cristianesimo ha perso la sua dimensione sacrale?

Nella sua visione filosofica il termine sacro indica un ambito in cui vige la confusione dei codici, il sacro è il luogo dell'indifferenziato, dove nello stesso momento e allo stesso tempo possono coesistere il benedetto e il maledetto, il giorno e la notte, il giusto e l'ingiusto, il vero e il falso. Le religioni, tutte le religioni, sono nate con la funzione di circoscriverne l'area (religione deriva dal latino religio -onis, a sua volta derivato da relegĕre, cioè "raccogliere"), onde evitare la sua irruzione che sconvolgerebbe l'ordine di una comunità. Il cristianesimo ha desacralizzato il sacro sopprimendo questa sua particolare ambivalenza, assegnando tutto il bene a Dio e tutto il male al suo avversario, Satana, a cui è da ricondurre la vulnerabilità dell'uomo e il suo cedimento al male.

Altro motivo per cui, secondo l'autore, il cristianesimo ha perso la sua valenza sacrale risiede nel fatto che questa religione, a differenza di tutte le altre religioni monoteiste, ha fatto scendere Dio in terra, e con la sua incarnazione ha determinato, come sorta di contrappasso, la divinizzazione dell'uomo, il quale si sente in questo modo autorizzato a ergersi artefice unico della sua storia, indipendentemente dalla presenza o meno di Dio.

Al di là degli aspetti teologici, il saggio è interessantissimo perché abbraccia una grande quantità di temi e offre infiniti spunti di riflessione. Uno dei più interessanti riguarda sicuramente il rapporto tra sacro e follia, un rapporto strettissimo che origina dall'antica cultura greca e che ha attraversato anche tutta la storia dell'Occidente. L'episodio mitologico emblema di questo rapporto è raccontato nella tragedia Le baccanti di Euripide, dove si narra dell'ingresso di Dioniso, dio della follia, a Tebe con conseguente stravolgimento della vita della città. A nulla servono riti e sacrifici per tentare di allontanarlo e riportare la comunità alla normalità: Dioniso se ne andrà solo quando lo deciderà lui. Perché è emblematico questo racconto? Perché ancora agli inizi del Novecento, scrive sempre Galimberti, gli psichiatri che dimettevano un paziente da un manicomio apponevano sotto la loro firma la sigla D.C., che significa Deo concedente. Cioè, se Dio vorrà, se lo concederà, se uscirà dalla testa di quest'uomo, quest'uomo sarà guarito e tornerà alla normalità.

Ma del rapporto tra sacro e follia, tra Dio e confusione dei codici, vi sono vari esempi anche nella tradizione giudaico-cristiana. Dove altro si potrebbe inserire, ad esempio, l'episodio biblico in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco per dimostrargli la sua fedeltà, episodio su cui pensatori come Tommaso d'Aquino e Kierkegaard e altri hanno scritto pagine bellissime? Ma anche la vicenda biblica di Giobbe si potrebbe citare tranquillamente, perché, nel suo epilogo, Giobbe commette l'errore più grande che uomo possa fare: tentare di fare ragionare Dio. Con Dio non si ragiona, Dio è di là della ragione, di ogni codice razionale, di ogni morale, e si inserisce in quell'ambito compreso tra la follia e il sacro di cui oggi il cristianesimo ha perso ogni traccia. E l'ha persa da quando ha abbandonato il timore di Dio in favore di un dio padre descritto noiosamente come sempiterno buono e infinitamente misericordioso, l'esatto opposto del dio delle scritture, che è sì buono, ma anche terribile.

D'altra parte, su quali basi si può ammantare di sacralità una religione, quella cristiana, ormai ridotta ad agenzia etica? Come può essere espressione di un Dio che per sua natura è aldilà di ogni regola, di ogni morale, di ogni ragione, una religione che occupa gran parte dei suoi sforzi a dettare regole su temi etici prettamente umani come aborto, divorzio, fecondazione assistita e tutto il resto? Dov'è la dimensione del sacro in questo parossismo di codici e regole, espressioni di categorie umane che la società potrebbe benissimo definire e regolare da sé? Semplicemente, non c'è. E la crisi profonda del cristianesimo, che oggi è sotto gli occhi di tutti e si accompagna alla crisi dell'Occidente perché cristianesimo e storia dell'Occidente sono intimamente legati, appare oggi, come mai prima d'ora, senza ritorno.

domenica 20 settembre 2020

La religione come psicoterapia collettiva

Come ho scritto spesso in queste pagine, per vari motivi, anche di lavoro, ho molti conoscenti che professano una qualche religione (cattolici, protestanti, musulmani ecc.) coi quali mi capita spesso di discutere. Naturalmente sono dialoghi che non portano a niente perché per loro natura non possono portare a niente, dal momento che io discuto secondo una logica di tipo razionale e loro di tipo fideistico. Ma si fa così, giusto per speculare e analizzare i vari punti di vista. E la cosa, tutto sommato, è anche piacevole. 

Ieri, ascoltando la conferenza di Umberto Galimberti che pubblico qui di seguito, ho scoperto una lettura della religione a cui non avevo mai pensato, cioè avevo pensato ma a livello di slogan, senza approfondirla più di tanto, quella cioè della religione vista come psiche collettiva, intesa cioè da un punto di vista sentimentale come lenitivo delle umane sofferenze. 

In sostanza, il filosofo dice: Ma se certe pratiche religiose fanno stare bene, procurano un beneficio all'anima, perché no? Perché si vuole impedire che vengano utilizzate opponendo loro obiezioni di tipo razionale? Già la vita è di per sé difficile, se c'è qualcosa che aiuta a lenirne il peso, perché no? 

In realtà la proposizione di Galimberti non è una novità. Sulla religione intesa come lenitivo avevano già scritto prima di lui filosofi e teologi di ogni epoca. Persino Guccini, una trentina d'anni fa, in Libera nos domine definiva Dio come un'utopia per lenire questa morte sicura.

Per chi fosse interessato, i pochi minuti in cui Galimberti analizza questa argomentazione molto interessante partono da 1:32 circa.


sabato 15 agosto 2020

Assunzione

Ferragosto è, per chi non lo sapesse (una buona metà degli italiani?), una ricorrenza religiosa tramite la quale si festeggia un dogma cattolico, quello dell'Assunzione in cielo, anima e corpo, di Maria. Un dogma definito solo recentemente, nel XX secolo, dopo ben 19 secoli di discussioni, diatribe, scontri spesso con morti e feriti. A puro titolo di curiosità, il sempre ottimo Leonardo ne ha raccontato qui in sintesi la storia.

domenica 9 agosto 2020

La Papessa


Le ultime 250 pagine le ho divorate in un fiato ieri pomeriggio. Istruttivo, avvincente, coinvolgente; uno dei romanzi storici più belli letti quest'anno, che  racconta le vicende di Papessa Giovanna, la figura a metà strada tra storia e leggenda che avrebbe pontificato dall'853 all'855. Al di là della questione verità/leggenda (l'autrice, docente universitaria, elenca in appendice una esaustiva documentazione a supporto della storicità, nonostante la Chiesa abbia fatto nel corso dei secoli l'impossibile per cancellarne ogni traccia), il romanzo, oltre a essere avvincente, è altamente istruttivo (l'autrice ne ha cominciato la stesura dopo sette anni di studi e ricerche) e descrive in dettaglio la considerazione miserrima della donna da parte della Chiesa e della società nel periodo tormentato e oscuro successivo alla caduta dell'Impero romano. Un piccolo capolavoro. 

sabato 16 maggio 2020

Verità di fede

Quand'ero giovane e, prima di ravvedermi, frequentavo la parrocchia, ogni tanto andavo all'incontro del venerdì sera, dove don Natale spiegava a chi partecipava le letture dell'imminente domenica. Terminato l'incontro "ufficiale", diciamo così, prima di levare le tende ci si lasciava andare a qualche minuto di chiacchiere a ruota libera. Ricordo che una volta uno dei partecipanti, tra le varie chiacchiere, disse al don più o meno così: "Certo che se poi di là non c'è niente..." Non ricordo di preciso come venne il discorso, ma ricordo la risposta (seria) del don: "Eh, se di là non c'è niente prendiamo una bella fregatura." 

Io, all'epoca ancora imberbe giovinetto, ricordo che rimasi sorpreso da quella risposta. Come poteva un prete avere dubbi su questo? mi chiedevo. Poi, col tempo, ho capito che la sua fede era autentica, ed era autentica appunto perché aveva dei dubbi. I veri credenti, infatti, non sono quelli che parlano di "verità di fede", come si sente spessissimo dire, ma sono quelli che dubitano. La verità e la fede sono due cose diversissime tra loro e certamente non compatibili. La verità ha un proprio statuto, la fede un altro.

Perché questo discorso? Mi è venuto in mente l'episodio raccontato sopra ascoltando la conferenza di Umberto Galimberti che vi linko qui di seguito. Ovviamente non occorre ascoltarla tutta, anche se è interessantissima, ma se avete dieci minuti di tempo, a partire dal minuto 1:17:00 circa il noto filosofo spiega perché, come del resto dicevano sia san Paolo che Tommaso D'Acquino, ma anche altri, il vero credente è chi ha dubbi, non certezze. E il mio parroco era certamente credente. 

La conferenza è qui (min. 1:17:00 ca.).

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...