lunedì 27 dicembre 2021

Guerre senza tregua

C'è una storiella, situata a metà tra fatto storico e leggenda (bisognerebbe chiedere a Barbero un parere), secondo la quale la notte di Natale del 1914 i soldati tedeschi al fronte in Belgio intonarono un canto a cui si unirono i soldati inglesi, dopodiché entrambe le fazioni in lotta uscirono dalle rispettive trincee e "festeggiarono" - ammesso che nel contesto di una guerra di trincea tale verbo abbia un senso - insieme il Natale. Fu la cosiddetta "Tregua di Natale", e si racconta che dopo quella notte i soldati non riuscirono più a combattere gli uni contro gli altri.

Mi è venuto in mente questo episodio mentre leggevo le cronache relative alla strage dei migranti di Natale, un Natale che per loro è stato, come triste consuetudine, una "guerra" all'insegna dei naufragi, dei morti, dei dispersi, dei salvataggi in extremis, sulle rotte del Mediterraneo centrale tra Libia e Tunisia da una parte e Malta e Italia dall'altra. Una guerra che va avanti da quasi tre decenni e che, a differenza di quella tra tedeschi e inglesi nel 1914, non prevede tregue. Ma anche la rotta turca nel mar Egeo è una guerra senza tregua che chiede continuamente il suo tributo di vite, nella sostanziale indifferenza generale.

Non voglio scrivere un post di stucchevole e sbrodolante retorica e moralismo, cose che detesto, mi limito solo a pensare al nostro fortino chiamato Europa, al nostro decadente Occidente che è una piccola porzione di Asia, fortino di relativo, e comunque diseguale, benessere assediato da una vasta porzione di mondo disperato che cerca di venire qua col miraggio di poter godere di una piccola parte di questo benessere, che oltretutto ci siamo per gran parte costruiti e continuiamo a mantenere sulla "pelle" di chi oggi viene a bussare alle nostre porte.

Pensavo al modo, per certi versi affascinante, in cui è strutturata la nostra psiche, la quale è estremamente sensibile a ciò che accade nelle sue immediate vicinanze fino a diventare, progressivamente, sempre più indifferente mano a mano che gli accadimenti si allontanano, così che ci disperiamo se muore un nostro congiunto e ci limitiamo a un superficiale dispiacere misto a malcelato fastidio se ogni giorno muoiono in mare decine di persone o, per restare qui in Italia, se ogni giorno muoiono più di cento persone di covid. 

È naturale che sia così. L'indifferenza nei confronti del troppo grande e verso accadimenti nei confronti dei quali non abbiamo alcun potere di intervento è un atteggiamento che è strutturato nella nostra psiche da quando abbiamo messo piede sulla terra, e che, a causa appunto di questa impotenza, risulta difficoltosissimo rimuovere. Un atteggiamento che dovrebbe essere attenuato e smussato dalla cultura, dalla conoscenza, ma è noto che a cultura siamo da tempo entrati in una specie di baratro del quale non si vede l'uscita.

È una questione di priorità, si potrebbe dire. Se perdessi il lavoro o la salute e non sapessi dove sbattere la testa, è naturale che la mia disperazione mi farebbe istintivamente dire "Chi se ne frega?" nei confronti di chi muore in mare. Perché la mia condizione è più importante di quella di un altro; prima io, poi, eventualmente, se ci sono le condizioni, gli altri. Che, se ci pensate, è lo schema comunicativo su cui certi politici hanno costruito la loro fortuna, facendo leva su un meccanismo psicologico radicato e diffusissimo ma scollegato dalla realtà e che avremmo tutto l'interesse a contrastare, perché le modalità in cui oggi è interconnesso e funziona il mondo ne mostrano tutta la fallacia. Qui, forse, varrebbe la pena di fare una guerra senza tregua.

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