lunedì 8 giugno 2009

Intercettazioni, dopo il voto si ricomincia

Da un po' di tempo, avrete notato, non si parla più di intercettazioni e di riforma della giustizia. Temi, questi, a cui io, se vi ricordate e se spulciate un po' negli archivi del blog, sono stato sempre piuttosto affezionato. L'apparente calma, però, come del resto mi aspettavo, era solo... apparente, appunto, e a ricordarcelo è stato lo stesso ministro della Giustizia (ad personam) Alfano (foto) in una gradevole intervista al Messaggero.

Intervista che contiene alcune perle che meritano di essere segnalate e commentate.

L’Italia ha già subito numerose condanne per la lentezza della sua giustizia alla quale stiamo cercando di rimediare attraverso Internet e la semplificazione delle procedure nel processo civile, attraverso il filtro per evitare che tutto e sempre vada in Cassazione, punendo la parte che gioca ad allungare i tempi del processo.

Non so di preciso a chi si riferisca quando menziona "la parte che gioca ad allungare i tempi del processo", ma forse non deve andare molto lontano per trovarla. Il 5 maggio scorso, ad esempio, l'ANM denunciava tramite le pagine del Corriere che fu proprio il gurdasigilli a lasciare scadere l'appalto per la fonoregistrazione dei verbali delle udienze al tribunale di Roma, il che ebbe come risultato che per le circa 700 udienze che in media si tengono ogni giorno nel tribunale della capitale si tornava alla cara vecchia biro.

A questo va aggiunto un provvedimento, inserito sempre nel famoso progetto di riforma della giustizia, che qualora diventasse legge, secondo l'ex procuratore di Torino Bruno Tinti avrebbe come risultato l'allungamento all'infinito dei processo. Ho già parlato in passato di questa cosa e quindi non sto a ritornarci sopra. Dico solo, sintetizzando brutalmente, che il progetto prevede che la sentenza definitiva di un processo non può essere utilizzata come prova in un altro. Voi direte: embé? Prendete ad esempio il caso Mills (un esempio a caso); nell'ipotesi che caschi il governo o che la Consulta bocci il lodo Alfano, attualmente sotto la sua lente, il premier dovrebbe tornare in aula. Prima della "modifica", la sentenza definitiva Mills valeva come prova e il processo a carico del premier poteva riprendere da lì. Col nuovo "ritocchino" la stessa sentenza non vale più come prova e il processo deve ricominciare daccapo (testimoni, rogatorie internazionali, interrogatori, convocazioni). Risultato? Prescrizione garantita.

Ora il guardsigilli dice che intende accelerare questa bendetta giustizia utilizzando internet, favorendo le soluzioni extragiudiziali delle controversie e altre cose. Tutto lodevole, certo, ma io, che ministro della Giustizia non sono e quindi mi limito, da profano, a osservare la cosa da fuori, mi sarei aspettato di sentire tra le soluzioni quella che potrebbe essere l'uovo di Colombo: le risorse. Che vuol dire aumentare l'organico, dare ai magistrati gli strumenti base per poter lavorare, e cioé le fotocopiatrici, la carta, le penne, i computer, le sedi adatte, i mezzi insomma. Invece di questo, tra le soluzioni prospettate da Alfano, non c'è traccia, o almeno io non l'ho trovata.

Nel ddl sulle intercettazioni che il 9 giugno prossimo va al voto dell’aula di Montecitorio resteranno il carcere per i giornalisti e le pesanti sanzioni per gli editori?
«L’obiettivo è quello di salvaguardare la privacy dei cittadini senza tagliare le unghie ai magistrati inquirenti. Di questo strumento si è fatto abuso e la spesa è andata fuori controllo, occorre fissare regole che siano davvero osservate. Il codice dice che si possono disporre le intercettazioni se sono “assolutamente indispensabili per la prosecuzione delle indagini”. Ma evidentemente c’è stato un abuso della norma che ha portato a una spesa fuori controllo. Spero che il ddl sia approvato in tempi rapidi».

Come si può notare, alla domanda relativa al carcere per i giornalisti e alle sanzioni per gli editori Alfano glissa, e la cosa un po' preoccupa. In compenso ritorna a menarla con la balla della privacy, il ritornello martellante col quale hanno per mesi rotto le scatole agli italiani a reti e giornali unificati per convincerli che siamo tutti a rischio.

A questo proposito mi viene in mente un memorabile articolo de il Giornale (e di chi sennò?) che giusto un anno fa titolava a tutta pagina: "Tutti gli italiani sono intercettati", una serie incredibile di balle messe insieme in qualche modo, che ad avere voglia si possono sbugiardare con tre clic del mouse. Intendiamoci, io non contesto il fatto che si voglia, come dice il ministro, riformare la disciplina di queste benedette intercettazioni, ma contesto la marea di balle che a spron battuto ci hanno raccontato intorno ad esse, in particolare riguardo al numero, alla spesa e alla questione demenziale della violazione della privacy degli italiani.

In realtà, l'unica privacy che si vuole preservare è quella di lorsignori, perché da destra a sinistra non c'è parte politica che non abbia esponente che non ne sia rimasto imbrigliato. E' capitato a D'Alema e Fassino ai tempi della scalata Unipol alla BNL, c'è cascato Mastella, Berlusconi. Questa è la vera privacy che si vuole preservare: evitare che le beghe e gli intrallazzi di molti nostri governanti vengano alla luce. Il guaio è che per fare questo si rischia che a trarne vantaggio sia proprio quella criminalità che il governo in campagna elettorale ha strombazzato ai quattro venti di voler combattere.

Domani, alla Camera, ci sarà la discussione del disegno di legge sulle intercettazioni, e ovviamente gli house organ di casa hanno già cominciato a dare fiato alle trombe col solito ritornello: costi, privacy e menate varie. Beh, quando sentirete in qualche tiggì qualche ministro cantante, magari un Gasparri, messo lì apposta per quello, cambiate canale: di balle ce ne hanno già raccontate fin troppe.

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