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mercoledì 4 dicembre 2019

Privacy, questa sconosciuta

In circa venticinque minuti, durata della telefonata che la signora due sedie più in là ha fatto ad alta voce nella sala d'aspetto del dentista, sono venuto a sapere:

- Il suo nome

- Il nome del marito 

- Il nome della figlia

- Il nome della signora presso cui lavora come badante

- La somma mensile che la suddetta signora le versa ogni mese (ieri badata e badante hanno avuto un alterco a questo proposito)

- Il voto della figlia nel compito in classe di matematica (7--)

- Il menù della cena di stasera

- L'andamento del diabete di una sorella in Ucraina

Tutto in venticinque minuti.

martedì 21 febbraio 2012

Invidiosi?

Sono online le dichiarazioni dei redditi 2011 dei ministri. La più ricca è Paola Severino, ministro della Giustizia, che ha dichiarato 7 milioni di euro e qualche spicciolo. Niente da dire, intendiamoci; quello è il suo reddito, ci ha pagato su più del 50% di tasse e non mi sembra il caso di addentrarsi in sterili polemiche tipo è molto, è troppo e cose di questo genere.

Quello che a mio avviso la signora Severino poteva però risparmiarsi(ci), è il commento un po' infelice sull'invidia ("Si deve dire che chi guadagna e paga le tasse non è un peccatore, e va guardato con benevolenza, non con invidia"). Io faccio ogni possibile sforzo per guardare con benevolenza alla signora, ma trovo un po' assurda e difficilmente praticabile la sua pretesa che chi - ad esempio lo scrivente - dichiara un trecentesimo di quello che dichiara lei e con quel trecentesimo deve fare campare una famiglia di 4 persone, non debba provare un tantino di invidia.

lunedì 23 gennaio 2012

Privacy fiscale

Lo stato greco ha pubblicato su internet i nomi di oltre 4000 evasori fiscali. Da noi la Guardia di finanza, nell'anno appena passato, ne ha scoperti 7.500. Totali, ossia completamente sconosciuti all'erario.
E se anche lo stato italiano decidesse di fare altrettanto? Chissà se sarebbe un valido deterrente? (tutto questo facendo finta che la Santanché e soci se ne stiano zitti, naturalmente).

domenica 25 settembre 2011

Gli sms di Feltri

Lo scoop odierno di Feltri probabilmente farà perdere il sonno a molti lettori (suoi): i gestori telefonici conservano il traffico dati della telefonia, anche gli sms quindi, per ben due anni.

Scandalizzato, il noto bufalaro editorialista scrive:


Ora, dall'alto della mia crassa ignoranza in materia, un paio di cose mi sento di spiegargliele al Feltri.

La prima è che non è assolutamente vero che i gestori telefonici spiano gli sms conservati nei loro archivi, come si legge nel titolo dell'articolo. In primo luogo perché probabilmente gli addetti alla gestione della telefonia hanno ben altro a cui pensare che stare lì a curiosare nei fatti degli utenti. E in secondo luogo perché neppure volendo sarebbe possibile per costoro spulciare e leggere i miliardi di sms che viaggiano ogni giorno nell'etere. E in terzo luogo perché i gestori telefonici conservano solamente i dati tecnici (numero telefonico, data, ora, ecc...) e non hanno comunque accesso per legge ai contenuti di un sms o una telefonata.

Ma anche al secondo quesito posto da Feltri è abbastanza facile rispondere. Per sapere "In base a quale legge possa compiersi simile violazione del segreto epistolare", basta infatti tornare indietro di qualche anno e cercare un certo decreto fatto da un certo governo. E il mistero (di Feltri) è risolto.

Il vero mistero, invece (e cioè com'è possibile che ci sia ancora gente che legge le palle di Feltri), ho paura che sarà destinato a restare irrisolto.

giovedì 15 settembre 2011

Tra escort e intercettazioni illegali

Mano a mano che vengono pubblicate le intercettazioni che riguardano il tipo di Arcore e il duo Tarantini/Lavitola, appare sempre più chiaro il motivo per cui il premier ha ritirato fuori in fretta e furia, ieri sera, il vecchio dl sulle intercettazioni, fortunatamente fermato dal "niet" di Napolitano (meno male che ogni tanto si ricorda di dire anche qualche no).

Ora, intendiamoci, io non giudico chi va a puttane: in fondo ognuno è libero di passare il suo tempo libero come meglio crede. La cosa che magari infastidisce un pochino è tutto al più l'ipocrisia di chi poi, specie se personaggio pubblico, va a farsi bello davanti a Ratzinger, o magari al Family Day. Oppure rivendica l'azione del suo esecutivo come in linea ai dettami della chiesa cattolica.

Ma, a parte le escort, un filone che ormai non è più una novità, la notizia del giorno è un'altra: la richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi, formulata dal Gip di Milano per concorso in rivelazione di segreto d'ufficio. Una vicenda che presenta un paio di aspetti piuttosto interessanti e che è riferita alla pubblicazione da parte del Giornale, nel 2005, della famosa telefonata tra Fassino e Consorte in cui il primo chiedeva al secondo: "Allora abbiamo una banca?" (inchiesta Unipol/BNL).

Il primo aspetto interessante è che, inizialmente, il pm aveva chiesto per Berlusconi l'archiviazione. Vi ricordate tutte le palle raccontate in questi anni sui pm comunisti, i pm che "se non gli piace una legge ricorrono alla Consulta per farla abrogare"? Ora, a parte la castroneria giuridica (solo i giudici d'Appello e Cassazione possono infatti ricorrere alla Corte Costituzionale), è del tutto evidente che c'è anche qualche pm "azzurro" disposto a chiedere per Berlusconi un'archiviazione. Curioso, no?

Il secondo aspetto interessante della vicenda è che il rinvio a giudizio è stato chiesto per violazione di segreto d'ufficio, in quanto il Giornale pubblicò la trascrizione di una intercettazione illegale, non ancora depositata alle parti, quindi protetta da segreto. Vi ricordate tutte le paranoie dei vari Sallusti, Fede, Feltri, Belpietro (tra l'altro pure lui indagato) sulle intercettazioni a loro dire illegali spiattellate sui giornali? Bene, quella era appunto una intercettazione illegale, spiattellata sul... Giornale.

Ma in questo caso, ovviamente, nessuno (di loro) ha niente da ridire.

domenica 12 giugno 2011

Capezzonismi


Avrei una domanda. Ma il Capezzone che strilla e blatera di violazione della privacy, "pubblicazione selvaggia e indiscriminata sui media di conversazioni private", italiani che "non possono più considerarsi liberi di usare il telefono", in riferimento ai dialoghi pubblicati da Repubblica tra Briatore e la Santanché, dov'era quando il Giornale pubblicava tranquillamente i testi delle intercettazioni del caso calcio-scommesse?

sabato 19 marzo 2011

Tocca ad Ambra?


Forse quelli che hanno più o meno la mia età si ricorderanno di una tale Ambra Angiolini. Era quella ragazzina che in un'altra era geologico-televisiva divenne un caso grazie al successo di Non è la Rai.

Oggi è una bella signora trentaquattrenne, attrice di teatro, con compagno (il cantante Francesco Renga) e un paio di figli. Perché parlare di Ambra, dirà qualcuno, visto che di argomenti più pregnanti ce ne sarebbero a iosa? Perché qualche giorno fa il settimanale Chi ha pubblicato alcune foto della suddetta signora in compagnia dell'attore che attualmente la affianca nell'ultimo spettacolo teatrale.

In teoria non ci sarebbe niente di male in tutto ciò. D'altra parte i "giornali" che campano sul gossip, questo fanno. Se non fosse che Chi è diretto da Alfonso Signorini, in pratica l'alter ego editoriale di Berlusconi. Ambra viene a sapere, qualche giorno prima della pubblicazione, dell'esistenza di queste foto e, scrive il Corriere, contatta più volte il direttore pregandolo di non pubblicarle.

Niente da fare. "Un servizio acquistato è un servizio pubblicato", sentenzia l'illuminato Signorini, e le foto escono (non ve le linko perché non mi frega niente, se volete potete trovarle da soli). Il ragionamento del direttore pare ineccepibile, perlomeno dal suo punto di vista, ma della cosa si interessa a un certo punto anche Il Fatto, il quale fa notare che il ragionamento di Signorini sarebbe valido se fosse per tutti così. Ma non pare.

È noto, infatti, che il direttore, delle foto o dei video che gli passano fra le mani fa un uso strategico. Pubblica, acquista e non pubblica, avverte dell’esistenza delle immagini. Dipende dal soggetto. Per esempio, informa Marina Berlusconi di un video imbarazzante, realizzato con un cellulare, che riguarda Silvia Toffanin, compagna di Pier Silvio Berlusconi. Il filmato viene acquistato dalla famiglia e fatto sparire. Ed è sempre Signorini che pubblica solo le immagini più “innocue” di Barbara Berlusconi, con un ragazzo fuori da una discoteca. Si racconta anche di foto innocenti, ma non gradite, del ministro Angelino Alfano, ritratto su una spiaggia mentre si fa fare la manicure. Quelle immagini passate per Chi non sono mai state pubblicate.

Ammesso e non concesso (ovviamente non c'è certezza di questo) che le foto siano state pubblicate a scopo "punitivo", quale sarebbe la colpa da punire? Beh, pare che recentemente la signora Ambra sia stata ospite di Annozero e abbia osato pontificare di "carrierismo a colpi di prostituzione". Non solo: ha pure partecipato alla manifestazione di metà febbraio dove un milione di donne sono scese in piazza in difesa della dignità e contro la mignottocrazia.

Naturalmente nessuno pensa che Signorini le abbia pubblicate per questi futili motivi.

giovedì 10 marzo 2011

La privacy (degli altri)

Ieri, però, Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti ha pubblicato, senza pensarci due volte, stralci di mail – peraltro estrapolati da una discussione ben più complessa ed articolata di quanto non sia stata raccontata – scambiate tra magistrati nell’ambito di una mailing list ad accesso limitato e riservato. Il Giornale di Sallusti, peraltro – in modo quasi del tutto incomprensibile e, certamente, ingiustificato – ha ritenuto di sbattere sulle proprie pagine addirittura gli indirizzi mail privati dei magistrati partecipanti alla discussione, rendendoli così, evidentemente, contattabili da milioni di persone e potenziali destinatari di ogni genere di comunicazione minatoria da parte delle centinaia di migliaia di persone con le quali, quotidianamente, si scontrano e confrontano nell’esercizio del loro dovere.

Guido Scorza fa notare l'incongruenza di chi, ad esempio il Giornale, strilla un giorno sì e l'altro pure in difesa della privacy (sempre utile per avallare la porcata sulle intercettazioni) e poi pubblica mail private con tanto di indirizzo.

sabato 30 ottobre 2010

Polizia dentro Facebook, cosa c'è di vero? Poco, sembra

Da un po' di giorni sta facendo un certo rumore in rete la notizia del presunto "accordo" tra la Polizia italiana e i vertici del maggiore social network del pianeta. Accordo in base al quale sembrerebbe che la Polizia Postale potrà da ora in poi entrare nei profili privati degli utenti di Facebook senza autorizzazione di un magistrato e senza attendere gli esiti di eventuali richieste di rogatoria. Cosa c'è di vero in tutto questo? Partiamo dall'inizio.

Tutto nasce da un articolo, pubblicato giovedì dall'Espresso, dal titolo alquanto inquietante: "La polizia ci spia su Facebook". Vi si legge:

In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.

Passa un giorno e lo stesso Espresso pubblica una smentita che arriva direttamente dalla Polizia:

La polizia "non può accedere ai profili degli utenti di Facebook, se non dopo un'autorizzazione del magistrato e con l'utilizzo di una rogatoria internazionale". Lo precisa il direttore della polizia postale e delle comunicazioni, Antonio Apruzzese, in riferimento all'articolo che sarà pubblicato domani dall'Espresso. "Si tratta di un equivoco" afferma Apruzzese, che poi spiega: "Alcune settimane fa sono venuti i responsabili di Facebook in Italia, in seguito ad una serie di contatti che abbiamo avuto nei mesi passati con l'obiettivo di capire come funziona la loro macchina".
[...]
"Noi - prosegue il direttore della polizia Postale - svolgiamo quotidianamente un'attività di monitoraggio della rete, che è la stessa che fanno i colleghi in strada con le volanti. Non abbiamo la possibilità di entrare nei domicili informatici né nelle caselle postali degli utenti internet, senza autorizzazione della magistratura". Una cosa che tra l'altro, conclude Apruzzese, "non ci passa neanche per la testa, visto che sarebbe un reato e non sarebbe utilizzabile come fonte di prova"

Segue, naturalmente, nello stesso articolo, la replica dell'Espresso, il quale in sostanza ribadisce la veridicità di quanto scritto in prima battuta basandosi anche sulla testimonianza di un dirigente della Polizia postale, il quale avrebbe affermato: "L'accordo prevede la collaborazione tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che prevede di evitare la richiesta all'Ag (autorità giudiziaria, ndr) e un decreto (del pm, ndr) per permettere la tempestività, che in questo settore è importante."

Naturalmente, in rete si sono subito scatenati gli allarmismi, in particolare riferiti alla onnipresente questione della privacy. Tuttavia, forse basta analizzare le cose con un po' di calma e di competenza per scoprire che (almeno speriamo) probabilmente si tratta di una tempesta in un bicchier d'acqua.

Scrive ad esempio Daniele Minotti (uno che di queste cose un pochino si intende) sul suo blog:

Cominciamo col dire che la “notizia” è che la nostra Polizia Postale avrebbe stretto con Facebook un patto segreto per spiare tutti gli utenti del social network più popolare
[...]
Il patto è tanto segreto che i segugi de L’Espresso l’hanno scoperto subito, nei minimi dettagli.
[...]
e fosse vero quanto raccontato da L’Espresso, ci troveremmo di fronte a gravissime violazioni di certa rilevanza penale. E tutta questa mega porcheria uscirebbe fuori così, subito dopo e con inusuale “naturalezza”?
Quelli di Facebook non sono dei cretini. Anzitutto, non ucciderebbero così il proprio business “vendendo” i propri utenti.
Per giunta, non vedo cosa abbiano da temere tanto da scendere a pesanti patti, senza essere accusati di alcunché, con una polizia straniera.

Insomma, non sono pochi gli elementi che indicano che potrebbe trattarsi di molto rumore per nulla. Se a tutto questo si aggiunge - come fa notare sempre Minotti - che il famoso incontro segreto tra la nostra Polizia e quelli di Palo Alto è stato reso pubblico addirittura sul sito della Polizia di Stato, le conclusioni mi pare siano abbastanza facili.

martedì 28 settembre 2010

Obama intercetta tutti?

Sta facendo parecchio rumore, in rete e anche fuori, la notizia che Obama vorrebbe rendere possibile per legge il tracciamento e l'intercettazione delle comunicazioni su internet (e-mail, chat, messaggi sui social network, ecc...). In realtà le cose stanno un pochino diversamente, e mi pare che molti degli allarmi sulla presunta violazione della privacy che porterebbe questa legge, tra l'altro ancora in fase embrionale - non è stata neppure presentata al Congresso -, siano sostanzialmente ingiustificati.

Basta infatti leggere un po' più approfonditamente come stanno le cose, per sfatare alcune leggende che già si leggono in giro. Prima tra tutte quella che questi tracciamenti sarebbero effettuati a discrezione del governo. Balle. Lo scriveva abbastanza chiaramente ieri Repubblica: "L'obiettivo è di imporre a tutti i servizi di comunicazione - tra cui Blackberry, Facebook e Skype - di essere tecnicamente in grado di poter fare intercettazioni sui propri clienti se richiesto dalle autorità".

Per "autorità" non si intende il governo, ma l'autorità giudiziaria, quella che già di sua iniziativa - un po' come accade anche da noi - mette sotto controllo i telefoni di chi ritiene sia implicato in faccende che potrebbero costituire reato. Ecco, se mai questa legge vedrà la luce, obbligherà gli internet service provider a mettere in campo le tecnologie necessarie affinché la magistratura possa intercettare, se lo ritiene necessario, le telefonate sui circuiti Voip, ad esempio. Che è cosa ben diversa dal generico e falsamente allarmistico "il governo potrà intercettare i messaggi privati su internet".

lunedì 27 settembre 2010

Dati in pasto a Google


Stavo pensando: per fare le ricerche uso Google, per navigare uso Google Chrome e il mio blog è hostato su blogger.com che è di Google. Non è che gli sto dando in pasto troppi dati? (l'immagine della torta che vedete oggi in home page è per il 12° compleanno).

sabato 15 maggio 2010

Che colpa ne ha Google se lasciate le reti Wifi aperte?


Non si capisce tutto il casino sorto attorno alla notizia che Google, durante il servizio di mappatura del suo Street View, avrebbe raccolto illecitamente dati personali dalle reti Wifi trovate aperte agli utenti.

Ora, intendiamoci, se le cose stanno come ce le raccontano, Google non ci ha certo fatto una gran figura (eventuali illeciti a parte), ma quanti sono gli utenti che non si curano di criptare, magari anche alla bell'e meglio, la propria rete Wifi? Qualche anno fa il buon Attivissimo aveva fatto un esperimento in proposito, nella zona di Lugano, e i risultati sono stati sconfortanti. E qui da noi? Siamo sicuri che andrebbe meglio?

Insomma, prima di arrabbiarsi con Google per violazione della privacy, arrabbiamoci con noi stessi per avergliene dato la possibilità.

lunedì 12 aprile 2010

Le motivazioni della sentenza Google-Vividown

Il tribunale di Milano ha depositato e rese pubbliche le motivazioni che hanno determinato la condanna di tre alti dirigenti di Google per violazione della privacy. E' l'atto finale di una vicenda giudiziaria che si trascina dal 2006, anno in cui un bambino autistico venne dileggiato e fisicamente oltraggiato da alcuni compagni di scuola che pubblicarono poi la registrazione su Google Video, dove rimase per due mesi prima che venisse rimossa in seguito all’intervento della polizia postale.

Sono sincero, non ho avuto voglia (né tempo) di leggermi tutte le 111 pagine del documento (pdf qui); riporto quindi, molto brevemente, le impressioni e i pareri che ho trovato in giro. Mi pare che i commenti più interessanti siano quelli di Zambardino e di Gilioli. Il primo scrive:

Il succo della vicenda e di ciò che se ne può pensare, è così riassumibile:
a) La sentenza condanna Google solo per le infrazioni relative alla privacy, non per l’accusa di diffamazione, perché a seguito del ritiro della querela della persona offesa non si è potuto andare avanti su questo punto.

b) Il ragionamento del giudice – siamo in sede di motivazioni – è che Google avrebbe dovuto informare i suoi utenti del fatto che se si pubblica il video che riguarda una terza persona, il consenso di quel terzo è necessario perché non ci sia reato.
Per il giudice questo non è avvenuto e soprattutto il trattamento del video attraverso l’indicizzazione, le classifiche di popolarità e il potenziale inserimento dei programmi pubblicitari di Google indica una “conoscenza” del video e questo complica la posizione dei responsabili.
Nonostante neghi la possibilità di un controllo preventivo, qui è come se il giudice chiedesse che “l’hoster attivo” (è scritto così nel testo) si faccia carico di rendere edotto tutto il suo potenziale pubblico della normativa sulla privacy.

Anche l'analisi di Gilioli, come dicevo, mi pare abbastanza interessante:

Secondo me – lasciando perdere alcune digressioni ideologiche sul Web che il giudice poteva tranquillamente risparmiarsi – è importante che (contrariamente a quanto si pensava) non sia stato stabilito il precedente in base al quale le piattaforme di condivisione hanno l’obbligo di visionare preventivamente il materiale: la responsabilità di Google viene infatti circoscritta a una presunta carenza e genericità, nelle “condizioni di servizio” accettate dall’utente, degli obblighi riguardanti il rispetto della privacy altrui.

Insomma i dirigenti di Google sarebbero colpevoli di non aver messo in guardia abbastanza chiaramente gli uploader sugli obblighi derivanti dalla legge sulla privacy in Italia (la privacy violata è quella del ragazzino vittima di bullismo, di cui nel video emerge la patologia). Il tutto, secondo il giudice, sarebbe il frutto di una policy aziendale spregiudicata, finalizzata ad acquisire pubblico e pubblicità sul proprio sito.

Insomma, alla fine sembra la solita storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda della parte da cui lo si guarda.

Altri articoli: Punto Informatico, ZeusNews, Guido Scorza. Per i palati fini e i cervelli raffinati ci sono invece le dichiarazioni di Gasparri.

venerdì 19 marzo 2010

Un sms? No, grazie...

Domandina facile facile: ma lui non è quello che strilla tutti i giorni contro le intercettazioni perché violano la privacy?

venerdì 5 marzo 2010

Scusi, lei usa l'acqua del rubinetto?

Voi direte: a noi che ci frega delle tue rogne? Beh, avete ragione, ma siccome penso che disavventure simili non capitino solo a me, ve la racconto. Si tratta per la precisione del resoconto di una bella telefonata che ho ricevuto ieri sera verso le 18,30. Vado a memoria, naturalmente, quindi il virgolettato non corrisponde all'esatto svolgimento del dialogo, ma rende bene l'idea. La prima a rispondere è Michela, mia figlia più grande, in quanto in quel momento era la più vicina al telefono.

"Pronto? No, sono la figlia; però c'è mio babbo qui, adesso glielo passo". (Prendo in mano io la cornetta).

"Pronto?"

"Pronto, buonasera, il signor Sacchini?" (tono gioviale e affabile).

"Sì, chi parla?"

"Ah, guardi volevo sapere se lei usa l'acqua del rubinetto oppure..." (a questo punto lo interrompo).

"Scusi, ma lei come ha avuto il mio numero?" (qui il mio interlocutore cambia tono).

"L'abbiamo avuto dalla società tal dei tali [il nome lo tralascio volutamente], perché?"

"Come perché? Io non ho mica autorizzato tale società a cedervi il mio numero privato per le vendite telefoniche..."

"E a me cosa importa? Il suo numero telefonico è o no sull'elenco? Quindi è pubblico..." (capisco subito che col tipo tentare di ragionare è un'impresa ardua, quindi lascio perdere e torno sulla fantomatica società).

"Va bene, mi può dare per cortesia gli estremi di questa società? un indirizzo, un sito, un recapito telefonico..."

"Ma che cavolo ne so io di questa società? Loro ci hanno venduto in blocco i numeri degli abbonati dell'elenco telefonico, mica è affar nostro chi sono..." (a questo punto cambio tono anch'io, anche perché comincia a salire la pressione pure a me).

"Scusate, voi comprate in blocco da un'azienda numeri privati di abbonati telefonici e non sapete nemmeno chi è?"

"Te l'ho detto [abbandona il 'lei'], si chiama tal dei tali, non so altro". ( butta giù e chiude la comunicazione).

A questo punto per me la cosa era finita lì: una "normale" telefonata da aggiungere alla folta schiera di maleducati che un giorno sì e l'altro pure ti vogliono rifilare qualcosa. E invece mi sbagliavo; tempo circa 3 minuti e il telefono suona di nuovo. Stavolta rispondo io.

"Pronto?" (è di nuovo lui, come mi aspettavo).

"Senti, ma tu ce l'hai un lavoro? Beh, questo è il mio."

"Sì, ce l'ho un lavoro - faccio io - ma non consiste nel rompere le palle alla gente a casa che se ne sta per i fatti suoi. Adesso, per l'ultima volta, mi dai il telefono dell'azienda che ti ha dato il mio numero?"

"Beh, cosa sei, handicappato? Cercatelo da solo!" (chiude di nuovo e butta giù, stavolta per sempre).

La storia finisce qui. Ovviamente ho fatto poi le mie ricerche in rete e ho scoperto che la società che ha venduto il mio numero all'altra fa proprio questo di mestiere: vendere numeri telefonici alle aziende. E non è la sola: ce ne sono almeno altre tre o quattro attive in questa "specialità"; e, cosa più importante, si tratta di aziende a cui è stato espressamente proibito dall'Autorità garante per la protezione dei dati personali di continuare a farlo. Non che l'attività in sé sia illegale, intendiamoci, ma da quello che ho capito spulciando il sito dell'Agcom, prima di cedere a terzi numeri di telefono per questo genere di attività occorre il consenso dell'interessato, che ovviamente io non ho mai dato a nessuno.

Insomma, alla fine, sommando tutto, non so se ci sia da arrabbiarsi di più per il fatto che questi continuino a "lavorare" in barba alle regole, o per la loro maleducazione. A quando anche in Italia una Robinson list?

giovedì 25 febbraio 2010

Google condannata, insieme al buon senso

Correva l'anno 2006, e io scrivevo questo breve post. Me la sono presa con quei ragazzi, con i genitori, ma non mi è mai venuto in mente, neppure per un minuto, di incolpare Google per quel fattaccio. Ieri un giudice ha deciso diversamente. Non ho molto da aggiungere rispetto a tutto quello che si è scritto e si sta scrivendo in rete in queste ore; soprattutto non do giudizi, perché prima voglio aspettare le motivazioni della sentenza, cosa che richiederà dai 60 ai 90 giorni.

Nell'immediato mi limito a prendere atto principalmente di due o tre cose. La prima, che pochi mi sembra abbiano evidenziato, è che si tratta di una sentenza di primo grado; manca ancora l'appello e l'eventuale Cassazione, quindi mi pare che sia un po' presto per fasciarsi la testa. In secondo luogo c'è da registrare che il giudice ha negato la diffamazione e ha condannato Google "semplicemente" per la violazione della privacy. Cosa vuol dire questo? Che Google non è stato considerato come un editore, come fa giustamente notare Luca De Biase, ma semplicemente un fornitore di servizi web che ha violato le regole sulla privacy. Ecco quindi che la soluzione potrebbe essere molto semplice: Google inserisca nelle sue pagine un bottone, come avviene adesso quando l'utente dichiara che non sta violando il copyright, in cui obbliga chi immette qualche video a dichiarare che ciò che carica non viola la privacy altrui.

Mi rendo conto, però, che questi sono ragionamenti a naso. Finché non saranno note le motivazioni, anche per vedere se il giudice ha tenuto o meno in considerazione questi aspetti, si tratterà solo di chiacchiere e ipotesi. Al di là di questo, però, non si può non rilevare come questa sentenza, quali che siano le motivazioni, ha sancito abbastanza chiaramente che Google è responsabile di ciò che combinano gli utenti. Questo concetto è sinonimo a mio avviso di una certa arretratezza culturale rispetto alle nuove tecnologie. La cosa era già nota, intendiamoci, ma vederla applicata a una sentenza penale crea una certa inquietudine. Anche perché se passa il principio che un fornitore di servizi - in questo caso servizi internet - è responsabile di ciò che combinano gli utenti, domani qualcuno potrebbe incolpare Telecom perché un utente ne molesta un altro per telefono; qualcun altro potrebbe incolpare un'azienda di trasporti pubblici perché su un suo autobus un utente ne ha molestato un altro (questo esempio è un po' forzato, ma è solo per rendere l'idea), e si potrebbe continuare. Insomma, non mi sembra un bel segnale. E naturalmente all'estero se ne sono già accorti.

lunedì 25 gennaio 2010

Sulla privacy di Facebook

Sta facendo piuttosto rumore un articolo pubblicato alcuni giorni fa da therumpus.net. Si tratta di un'intervista rilasciata, naturalmente sotto anonimato, da una dipendente americana di Facebook. Lo so, fidarsi di interviste anonime non è mai deontologicamente corretto, ma d'altra parte è piuttosto difficile che, specialmente di questi tempi, qualcuno sia contento di farsi licenziare su due piedi. A questo va aggiunto che l'attendibilità di quanto dichiarato potrà essere valutata nel breve/medio termine.

Di questa intervista, oltre a techcrunch e cnet, ha parlato Marco Calamari nella sua consueta rubrica su Punto informatico. In sostanza, questa fantomatica impiegata avrebbe fatto alcune dichiarazioni che la dicono lunga su molti aspetti della gestione della privacy e dei dati degli utenti che bazzicano nel noto social network. Per la verità la questione privacy non è nuova in Facebook, e ha sempre accompagnato, spesso con polemiche e proteste - ricordate ad esempio la questione della permanenza sui server dei dati anche dopo la cancellazione di un account? -, lo sviluppo e la sempre crescente notorietà del portale. Scrive Calamari:

Ma la notizia più importante, riferita testualmente nell'intervista, ma che permea anche ogni singola parola e fatto riferito, è che tutto, tutto, quello che un utente fa o carica su Facebook viene memorizzato permanentemente, permanentemente, in una struttura di database facilmente ricercabile e di cui vengono frequentemente salvati snapshot ed effettuate repliche tra i datacenter.

I punti salienti dell'intervista - scrive sempre Calamari - in merito alle presunte pratiche messe in atto da Facebook sono:

  • l'esistenza di una master password per qualsiasi account di Facebook;
  • impiegati licenziati per aver abusato dell'accesso agli account;
  • il vero numero e le abitudini più strane degli utenti di Facebook
  • numero, dimensioni e caratteristiche dei datacenter;
  • future evoluzioni tecnologiche della piattaforma (HyperPHP);
  • peculiarità ed abitudini degli sviluppatori;
  • l'immenso database di immagini che Facebook sta accumulando.

Come dicevo, l'attendibilità di questa intervista potrà essere valutata per alcuni aspetti nel prossimo periodo. Si parla infatti, ad esempio, di alcune future evoluzioni tecnologiche della struttura della piattaforma. Se ciò effettivamente avverrà, sarà segno che qualcosa di vero c'è. Nel frattempo non mi sembra comunque il caso di allarmarsi più di tanto; nel senso che è vero che molti utenti questi problemi non se li pongono neppure, e forse quindi sottovalutano un po' la questione, ma è anche vero che la maggior parte di chi decide di utilizzare i vari Facebook, Google e simili, a un pezzo della sua privacy ha comunque rinunciato in partenza.

giovedì 7 gennaio 2010

Chi ha paura del body scanner?

Sono sincero: un po' capisco le prese di posizione contro la decisione del governo di adottare anche negli aereoporti italiani, inizialmente Fiumicino e Malpensa, i body scanner; ma mi pare che forse si stia un tantino esagerando.

Per chi non sapesse di cosa si sta parlando, quelli che vengono definiti body scanner altro non sono che degli apparecchi in grado di trasmettere onde radio ad elevatissima frequenza. L'energia di queste onde viene riflessa dal corpo umano ed utilizzata per costruire immagini tridimensionali. Questi apparecchi sono in funzione in moltissimi aereoporti del mondo perché consentono di vedere in profondità qualunque tipo di oggetto il passeggero che si sta per imbarcare porti addosso.

Le lamentele più frequenti riguardano ovviamente la questione della privacy. Il motivo è molto semplice: se passiamo attraverso uno di questi marchingegni l'addetto ci vede come mamma ci ha fatti. Capisco che la cosa possa creare imbarazzo, ma provate a chiedere a uno dei passeggeri miracolosamente scampati all'attentato terroristico del volo Amsterdam-Detroit se avrebbe preferito farsi "scannerizzare" piuttosto che passare quello che ha passato. Perché la questione è tutta qui, è inutile girarci intorno. Gli aereoporti, oggi, dal punto di vista della prevenzione al terrorismo sono dei colabrodi. L'ha ammesso lo stesso Obama pochi giorni fa. E allora c'è poco da fare: se si vuole viaggiare un tantino più sicuri - neppure il body scanner offre garanzie assolute - il prezzo da pagare è questo. Cosa credete, che sia facile per me essere d'accordo con Frattini?

mercoledì 25 novembre 2009

Google deve essere condannata

Non è un auspicio, intendiamoci, anzi, come ho già scritto più volte in passato, a mio avviso l'ultimo che dovrebbe andarci di mezzo è proprio Google. Per il semplice motivo che, al di là del fatto specifico, non può essere ritenuto responsabile un fornitore di servizi di quello che combinano gli utenti. Il ogni caso si tratta di opinione mia. Tutto questo solo per segnalare che il processo in corso contro Google ha visto oggi il pubblico ministero chiedere la condanna di 4 alti dirigenti del motore di ricerca in seguito alla vicenda, accaduta nel 2006 in un liceo torinese, del disabile vessato da alcuni idioti che avevano poi caricato il video della bravata su GoogleVideo - ne parlai all'epoca in questo mio vecchio post -.

Le richieste di condanna vanno da un minimo di 6 mesi a un anno per concorso in diffamazione e violazione della privacy. Questa, naturalmente, è solo la richiesta. La sentenza è prevista per gennaio. I pm titolari dell'inchiesta hanno argomentato sostenendo che "La tutela dei diritti fondamentali non può essere calpestata sulla base soltanto del diritto d'impresa" e che Google avrebbe dovuto "lanciare un sevizio responsabile, che non può calpestare i diritti fondamentali". La difesa, invece, si muove sostanzialmente sostenendo (a mio avviso giustamente) che "il comportamento di Google è pienamente legittimo secondo il diritto italiano. Le contestazioni a Google sono del tutto infondate e si arriva a una richiesta di condanna basata di fatto su una responsabilità oggettiva di Google che nulla ha a che vedere coi fatti contestati".

venerdì 6 novembre 2009

Google e la dashboard


Dando un'occhiata alla nuova creatura di Google, la Google Dashboard, quello che salta all'occhio subito, come probabilmente molti si saranno già accorti, è la quantità di cose che Google sa di noi, o perlomeno di quelli che hanno un account attivo. Certo, la cosa bene o male era nota, si sa che il motore raccoglie un certo numero di informazioni, dati e abitudini di navigazione, ma vederle tutte insieme spiattellate in un'unica pagina ha sicuramente un non so che di inquietante.

Chi poi, come me, ha praticamente il 99% della sua attività online nelle mani di Google (Blogger, YouTube, GoogleDocs, AdSense, Reader, Alert, Picasa e altri), forse ha anche qualche pensierino supplementare. Altre info qui.

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...