venerdì 29 ottobre 2021

Pensioni

Lo so, ho solo 51 anni e quindi è prematuro che mi preoccupi del momento in cui andrò in pensione. Forse, però, è prematuro fino a un certo punto. Qualche tempo fa avevo fatto la simulazione sul sito dell'Inps e avevo scoperto che mi mancano ancora una dozzina d'anni scarsi. Alla data di oggi, con le regole della Fornero dovrebbero essere circa 11. Molti? Pochi? Dipende. Comunque sia, ogni tanto butto l'occhio alle varie riforme (in realtà riforme è una parola grossa, diciamo che si tratta di aggiustamenti in corsa) delle pensioni che ogni governo mette in campo. 

Archiviata la famosa Quota 100 di salviniana memoria, una misura essenzialmente propagandistica che è costata un botto di soldi alle casse dello stato (quasi 19 miliardi di euro fino al 2030) e non ha dato neppure lontanamente i risultati sperati in tema di crescita dell'occupazione, arriva adesso la Quota 102, fortemente voluta da Draghi: dal primo gennaio prossimo si potranno levare le tende dal lavoro con 64 anni di età e 38 di contributi. Quota 102 vale solo per il 2022, poi, dal 2023, se non interverranno altre modifiche, si tornerà alla tanto odiata riforma Fornero, quella in base alla quale dovrebbe andare in pensione lo scrivente.

La ratio di tutti questi aggiustamenti in corsa è naturalmente quella di cercare di spendere il meno possibile e di rendere sostenibile il costo delle pensioni per lo stato. Il problema della sostenibilità del sistema pensionistico non si porrebbe, oggi, o comunque si porrebbe in maniera molto più limitata se in passato il sistema pensionistico non fosse stato usato dalla politica come mezzo per ottenere consenso e rinsaldare il potere. Mi riferisco, naturalmente, al fenomeno delle cosiddette "baby pensioni". Ne parla, seppure in maniera eccessivamente sintetica, Il Post in questo articolo. In pratica, in concomitanza con l'inizio dell'esplosione incontrollata della spesa pubblica, a partire dai primi anni Settanta si cominciarono a mandare in pensione centinaia di migliaia di dipendenti pubblici (Poste, Ferrovie, Enel ecc.) dopo appena vent'anni di servizio. 

Il fenomeno delle "baby pensioni" si inserisce nel capitolo più ampio e generalizzato dell'aumento sistemico della spesa pubblica. Cito da un mio post in cui ne avevo già parlato: "A partire dal 1970 è scattato una specie di delirio collettivo che ha visto nella spesa pubblica fuori controllo un sistema gestionale che - si pensava - avrebbe alla lunga avuto ricadute positive sull'economia e sul welfare del paese (qui il craxismo ha avuto la parte del leone). Non solo da noi, certo; questa nuova religione della spesa aveva convertito quasi tutti i paesi europei, con la differenza che mentre in Europa la spesa pubblica raddoppiava, da noi quadruplicava. Nessuno esponente politico, destra o sinistra che fosse, si tirò fuori da questa follia collettiva. O meglio, quasi nessuno. E qui vale la pena citare due parlamentari di quegli anni: Beniamino Andreatta (Democrazia Cristiana) e Ugo La Malfa (partito Repubblicano). Furono gli unici due, in parlamento in quegli anni, a implorare che si fermasse quella follia collettiva perché "stiamo mettendo una bomba sotto il futuro delle prossime generazioni." Furono ascoltati? No, spernacchiati. Per cosa si spendevano questi soldi? In quali settori veniva convogliata la maggior parte della ricchezza prodotta dal boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta? Nel consenso politico. Gran parte di questa ricchezza è stata usata ad esempio per mandare in pensione a quaranta o cinquant'anni i dipendenti pubblici di Poste, Ferrovie ecc. Io ti mando in pensione a quarant'anni e alle prossime elezioni mi voti (ho sintetizzato brutalmente ma è per rendere l'idea). In Italia, oggi, secondo i dati dell'Inps, abbiamo 400.000 pensionati che sono a riposo da 40 anni, e ben 1,7 milioni che lo sono da 30 anni. Avete presente cosa significa, no? Questo è uno dei tantissimi motivi per cui negli anni Ottanta si stava bene: perché si spendeva scriteriatamente accumulando quel debito che oggi è sulle nostre spalle e domani su quelle dei nostri figli."

Tutto questo per dare un'idea di come si sia arrivati a questo squilibrio e del perché oggi si tenda, coi vari ritocchini spacciati per riforme, a spostare sempre più in là il tempo di andare a riposo. Forse farei meglio a smettere di pensarci.

17 commenti:

  1. Ho conosciuto una tizia che è andata in pensione a 36 anni. Ti rendo conto?

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    1. Allora dillo che hai deciso di farmi incazzare, stasera.

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  2. Io credo ad un futuro roseo per le casse dell'Inps, considerando che il mondo dei lavoratori occasionali e delle partite iva percepirà pensioni da fame, quando non una misera pensione sociale. A quel punto per i vertici dell'Inps non servirà nemmeno fare investimenti accorti con i contributi dei lavoratori per garantire qualche reddito ai pensionati.

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    1. Io credo che tu abbia ragione, anche se spero che non sarà così.

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  3. Ho letto anch'io quell'articolo ieri, dire che è utilissimo ricordare come sono andate le cose. Sono tua coetanea, ho iniziato a lavorare con continuità a 30 anni, ho circa due anni e mezzo fuori di contributi figurativi come lsu ( il pacchetto Treu!).

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    1. Io ho iniziato prima. Allo stato attuale ho circa 33 anni di contributi e se non cambia niente (ma ci credo poco) dovrei andare a riposo nel 2032. Meglio che non ci pensi, va'...

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    2. Ti ho citato per Andreatta

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    3. Grazie per la citazione. Avevo letto questa cosa di Andreatta e di La Malfa in un saggio di Paolo Mieli letto qualche anno fa, di cui però non ricordo il titolo.

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  4. Credo che il più grande problema sia che i nostri contributi non sono accantonati per le nostre rendite future ma vengano usati "oggi" per pagare le pensioni odierne. Questa cosa è in pratica un gigantesco schema Ponzi che normalmente è considerato come truffa. Il fatto che lo Stato dichiari che il sistema pensionistico attuale funzioni così rende lo schema Ponzi legale. Io non sono affatto ottimista, probabilmente noi in pensione ci andremo ma alla lunga non è un modo sostenibile e il castello di carte prima o poi crollerà.

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    1. Non so se sia solo una questione di schema Ponzi. Ci sono due fattori che devono fare preoccupare circa la tenuta del sistema. Il primo è il rapporto Debito/PIL che ormai ha raggiunto entità spaventose, il secondo è l'inarrestabile invecchiamento della popolazione. Nel 2039 gli over 65 avranno superato gli under 35. Mi pare che bastino questi due dati a fare preoccupare.

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  5. Qui in Svizzera si va in pensione a 65 anni e 64 x le donne ma già si parla di equiparare tutti a 66. Facendo un conto ipotetico, fra lavoro in Italia e quello in Svizzera ci andrei con 44 anni di lavoro e la mia compagna con 45 anni di lavoro.

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  6. Lo squilibrio attuale è indubbio. Resta il fatto che tra gestioni allegre, baby pensioni e pensioni assurdamente alte, si sia giunti al collasso. Coi miei sessantadue anni ho approfittato della quota cento, ringraziando anche quel pazzoide di Salvini, e come me anche la consorte. Diciamo che sarebbe cosa buona e giusta la pensione a sessant'anni, magari sanando mille altre perdite e mille altri sprechi facilmente individuabili. L'evasione fiscale su tutti. Ma non si vuole. E si continuano a buttare soldi.

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    1. Infatti tu hai fatto benissimo. Cosa credi, che se fossi stato al tuo posto non ne avrei approfittato? Il problema purtroppo sta a monte, non a valle, e lo vedo difficilmente risolvibile.

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  7. intanto, grazie ai 5 star, al prossimo giro abbiamo dimezzato il numero dei gaudenti.
    un granello di sabbia rispetto ai 3000 miliardi di buffi.
    non dimentichiamo che poi tutto va a finire nei conti inps: pinzioni sociali, invalidi, accompagni, casse previdenza private in fallimento, vitalizi, sostegno al clero, ossi gettati ai guardiani (vedi leggi per pensioni alla Bonanni) etc.
    tra non molto ci sarà il grande botto se la pandemia non riprende a far fuori i vecchietti

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    1. Spero di no, a me i vecchietti stanno estremamente simpatici.

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