domenica 10 ottobre 2021

Dall'empatia alla risonanza emotiva

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"La capacità di leggere le emozioni e i sentimenti altrui dipende da quanto siamo attenti alle nostre emozioni. L'empatia entra in gioco nei rapporti familiari facilitando le relazioni tra genitori e figli, nei rapporti professionali tra dirigenti e subordinati, tra venditori e acquirenti, e in generale nei rapporti interpersonali. Per comprendere i sentimenti altrui occorre fare riferimento alla comunicazione non verbale che consente di percepire l'ansia dal tono di voce, la menzogna dall'espressione del volto, l'irritazione dalla rapidità del gesto. In generale le donne sono più capaci degli uomini a cogliere i messaggi dell'altro che giungono attraverso la comunicazione non verbale. L'empatia si sviluppa in modo naturale a partire dall'infanzia. A pochi mesi dalla nascita i bambini, che non hanno ancora acquisito la separazione tra sé e il resto del mondo, reagiscono al dolore di un altro bambino come se fosse il proprio e perciò piangono alla vista delle sue lacrime. A un anno cominciano a rendersi conto che la sofferenza altrui non è la propria, ma bisogna attendere il secondo anno di vita per vedere un bambino che, di fronte al dolore di un altro bambino, lo consola portandogli, ad esempio, dolci o giochi.

In questa età è molto importante, per la formazione dell'empatia, la sintonizzazione della madre con il bambino, che avviene non imitando i gesti del bambino, perché la semplice imitazione dimostra solo che la madre sa che cosa fa il suo piccolo. Per sintonizzarsi occorre, ad esempio, che quando il bambino piange o ride la madre intoni la propria voce come quella del bambino, o assuma nel suo volto un aspetto mimico che lascia intendere al bambino che non solo sa che cosa lui sta facendo, ma come effettivamente lui si sente mentre lo fa. A questo punto il bambino sa di essere compreso, e da questo vissuto prende via in lui la dimensione empatica. Se i genitori non mostrano alcuna empatia rispetto alle emozioni di gioia, di pianto, di bisogno di essere accarezzato, il bambino evita di esprimerle e successivamente di provarle quando l'espressione dei suoi sentimenti continua a non ricevere alcuna risposta o a essere apertamente scoraggiata. Le conseguenze in età adulta possono essere di due tipi: o un'eccessiva sensibilità per le emozioni negative accompagnata da una vigilanza ossessiva sugli indizi che segnalano una minaccia, oppure un'assenza completa di empatia, con conseguente incapacità di entrare in sintonia con gli altri, che predispone queste persone a potenziali azioni criminali senza senso di colpa, perché incapaci di percepire che cosa le loro azioni possono produrre negli altri.

Chiamiamo risonanza emotiva l'emozione, registrata dalla psiche, che accompagna le nostre azioni, avvertendole come buone o cattive, convenienti o sconvenienti. A questo probabilmente si riferiva Kant là dove scrive che si può evitare di definire il bene e il male perché ciascuno li sente (e usa il verbo 'sentire', in tedesco fühlen) naturalmente da sé. Chi nell'infanzia non ha avuto la possibilità di maturare un sufficiente grado di empatia, e quindi la capacità di 'sentire' la sofferenza per le violenze che infligge agli altri, ha molta difficoltà a distinguere il bene dal male, per non parlare della mancanza assoluta di sensi di colpa e dell'assenza di commozione per le situazioni dolorose in cui possono venire a trovarsi gli altri.

La loro psiche è apatica, e per questo la psichiatria li nomina psicopatici, o anche, per i danni che possono produrre nella società, sociopatici. Tali sono ad esempio i bulli che si accaniscono sui loro compagni più deboli, o gli adolescenti che non sanno cogliere la differenza tra corteggiare una ragazza o stuprarla, tra passare con indifferenza davanti a un mendicante o dargli fuoco mentre dorme su una panchina. Queste non sono esagerazioni, basta ascoltare le risposte che questi ragazzi danno sui loro comportamenti. Immancabilmente dicono: "ma cosa abbiamo fatto di male?", "stavamo scherzando", "era solo un gioco". A questi ragazzi manca la risonza emotiva delle loro azioni e delle conseguenze dolorose che tali azioni hanno sugli altri, perché la loro psiche non le registra. Perché nasca una risonanza emotiva è necessaria una cura della psiche che prende avvio quando il neonato si attacca al seno materno e, insieme al latte, assapora l'accoglienza, l'indifferenza o il rifiuto. Poi si struttura nella prima infanzia quando i genitori, oltre a un'educazione fisica e un'educazione intellettuale, provvedono anche a un'educazione psicologica, che è poi l'educazione delle emozioni e dei sentimenti, in assenza della quale il bambino si organizza da sé con gli strumenti che non ha. Infine una funzione essenziale è svolta dalla scuola che, oltre all'intelligenza mentale, dovrebbe curare anche l'intelligenza emotiva, perché l'emozione è essenzialmente relazione, che promuove quelle capacità interpersonali dalla cui qualità dipende il nostro modo adeguato o inadeguato di vivere in società.

L'empatia è alla base dell'altruismo, e per questa ragione può essere considerata una condizione favorevole a disposizioni morali indotte da sentimenti di compassione per i poveri, gli oppressi, gli emarginati, che consentono di avviare pratiche di aiuto e di soccorso alle persone bisognose allo scopo di alleviare la loro sofferenza e in alcuni casi indignarsi per l'ingiustizia sociale che li ha costretti in quella situazione. Se ne deduce che l'empatia porta alla all'azione morale, come nel caso dello spettatore che, in presenza di una violenza, interviene a favore della vittima, e influenza giudizi morali in ordine alla tutela della terra da non sacrificare in nome del profitto, o alla distribuzione della ricchezza a vantaggio delle popolazioni che vivono in condizioni di estremo bisogno."

(da Il libro delle emozioni - Umberto Galimberti - Feltrinelli editore)

6 commenti:

  1. Vedendo i tuoi interessi ti consiglio i libri di Steven Pinker. Magari li hai già letti.

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    1. No, ma ho sentito parlare di lui. Reperirò qualche suo libro.
      Grazie.

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  2. Il tuo post mi ha dato molto da pensare. So che i figli, di qualsiasi età sono e saranno sempre spugne pronte a imparare da noi adulti che ne siamo (nel bene e nel male) il loro esempio.
    Ma questa dell'empatia e del saper provare emozioni non mi aveva mai sfiorato l'idea. Mi ritengo abbastanza empatica, percepisco gli stati d'animo di chi mi sta di fronte e spesso mi ci immedesimo nella speranza di trovare come confortare o essere d'aiuto. Ma viceversa tendo a non mostrare i miei mettendo tutti "fuori dalla porta" dei sentimenti.
    Noto che mia figlia fa lo stesso. Capricci e monellerie non mancano, ma quando non sta bene o è triste c'è da scavare le ore per farle aprire bocca.
    Diversamente quando è arrabbiata è la fotocopia del padre, lo capiscono persino in fondo alla via...
    Chissà se si è sempre in tempo per correggerla questa "cosa" delle emozioni...

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    1. Vorrei dire sempre ma sono realista e dico: al 99%.

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    2. Sinceramente, io non avrei saputo rispondere a questa domanda. Ma c'è chi, con la sua competenza, l'ha fatto per me. Grazie Giorgio.

      Comunque, Tienne, se l'estratto che ho ripubblicato ti è piaciuto, ti suggerisco di leggere tutto il libro. È uscito in questi giorni. A me sta piacendo un sacco e fornisce tantissimi spunti di riflessione.

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    3. Wow 99% più di quanto potessi pensare.

      Grazie Andrea, sicuramente lo prenderò, è un argomento che mi interessa da sempre ma non volevo imbattermi nel classico libro scritto per essere venduto e basta!

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