martedì 12 ottobre 2021

Cellulari





(da Il libro delle emozioni, Umberto Galimberti - Feltrinelli)

11 commenti:

Andrea Consonni ha detto...

Col lavoro che faccio praticamente non posso quasi piu' spegnere il telefono. E mi dispiace moltissimo. Anche perché, come te, sono cresciuto in un mondo senza cellulari e mi ricordo ancora la bellezza di muoversi in libertà. Adesso quando non rispondo, lo tengo spento o sono in luoghi dove non c'è campo mi trovo poi sempre a litigare, spiegare. Tendono a farti sentire in colpa perché non rispondi subito a quel messaggio o a quella telefonata.

Luigi ha detto...

Tutto vero eppure al cellulare non si può rinunciare, è inutile girarci attorno.

Andrea Sacchini ha detto...

È così, c'è poco da fare. Quante volte mi sento dire: "Ti avevo mandato un messaggio, perché ci hai messo così molto a rispondermi?"
Se non è schiavitù questa...

Andrea Sacchini ha detto...

No, abbiamo già passato il no-return-point.

Gas75 ha detto...

Usare ossessivamente il cellulare in presenza di altre persone per me è semplicemente ineducazione.
Ci può stare la telefonata cui rispondere, ma la conversazione va ridotta al minimo perché c'è qualcuno lì che sta condividendo il proprio tempo e la propria presenza fisica con te! Messaggini e social ancora meno scusanti! Ci può stare il "Ti faccio vedere un post trovato oggi" o "Guarda che foto mi ha mandato Luca!", ma poi non dev'essere - come spesso succede - un pretesto per scorrersi tutte le notifiche estraniandosi dagli altri presenti.

Per me il cellulare/smartphone è un potenziale mezzo di lavoro, per un anno l'ho usato anche come firma digitale, mi tiene collegato ai miei contatti e interessi quando non ho esseri umani vicini per farlo (durante i lockdown e i coprifuochi, ma anche ora che vivo solo in un paesino morente). Per questo ho una certa apprensione se non funziona bene, senza per questo precipitarmi a comprarne uno nuovo.
Non sono mai stato un cultore della telefonata, perché la voce vola, una lettera/mail/messaggio resta... Ma se sto con altre persone, l'amico cellulare finisce spontaneamente in secondo piano; sennò non dimostrerei piacere né interesse alla compagnia.

Pino ha detto...

Sento dire in giro che non si può vivere senza telefonino: è la cosa più sciocca che si possa dire. Io non ne possiedo e vivo come si viveva, bene o male, solo una ventina di anni fa, mica nel medioevo? Per fare una telefonata mi servo del telefono fisso di casa. Certo, capisco che così facendo rinuncio a quel piacere impagabile che solo una telefonata con uno smartphone riesce a darti, per strada o su un autobus affollato di gente nell’ora di punta. Spero che il telefonino, nel prossimo futuro, non provochi nuove malattie, ma io penso che già da ora contribuisca ad accrescere le patologie che uno già possiede, le evidenzia e le fa conoscere a tutti. Con un telefonino in mano abbiamo l’illusione di poter risolvere qualsiasi problema e la pretesa di poter controllare tutti a cominciare dai nostri familiari. Intanto la nostra capacità di gestire l’ansia si va progressivamente indebolendo: si cade in preda al panico se il telefonino resta muto per molto tempo, o se la figlia, che è uscita con gli amici, non telefona da più di mezz’ora. In compenso cresce l’esibizionismo: diamo volutamente in pasto ai presenti i nostri fatti personali, anche i più intimi e segreti, come se fosse un diritto/dovere farsi sentire. Da quando esiste questo strumento siamo peggiorati e sono peggiorati gli adolescenti che stanno sempre con quel coso in mano. Basta vederli quando stanno in gruppo. L'altro giorno ne ho visti sei/sette che stavano seduti al bar: ognuno stava da solo, collegato con un altrove indefinito. Non erano importanti quelli vicini, ma gli altri, lontani che magari neanche conoscono, virtuali. E’ la schiavitù del terzo millennio. Per me in certi luoghi andrebbero vietati perchè disturbano, come il fumo passivo delle sigarette

Andrea Sacchini ha detto...

Concordo con alcune delle riflessioni che hai fatto. Ne aggiungo alcune mie (qui), lasciate l'altro ieri sul blog di Claudia.

Anonimo ha detto...

Io toglierei il — forse — a quell' "abbiamo perso il soliloquio dell'anima" ,perché il cellulare ha sostituito tutto con
un altro tipo di connessione .

Un po di tempo fa avevo letto un intervista al professor Vittorino Andreoli che documenta proprio quella che Pino ha giustamente chiamato "schiavitù del terzo millennio" e integra in gran parte quel tuo commento scritto altrove.

– Professore gli insegnanti, a scuola, impongono di lasciare fuori il cellulare. Un bene o un male?

«Secondo me è inutile. Per i ragazzi il telefonino è la vita: obbligandoli a lasciarlo fuori dall’aula è come chiedergli di sospendere la vita vera per entrare in una dimensione finta
. Meglio allora educarli a usarlo. Per esempio, affidando loro un monte ore, un tempo settimanale o mensile che possono spendere collegati. Così li si responsabilizza e imparano a gestire il tempo. Attenzione però a mettere in pratica queste imposizioni. Posso raccontarle un caso che ho seguito? Conoscevo un ragazzo che non riusciva a staccarsi dalla console, completamente immerso nei suoi giochi. La madre, esasperata, gliela buttò dalla finestra. Quel ragazzo si buttò a sua volta nel vuoto».

Professore, come vede il futuro?
«Temo che l’industria robotica avrà maggior successo nel fare di un uomo un robot piuttosto che, al contrario, nell’avvicinare un robot a un essere umano».

Buona giornata


L.

Andrea Sacchini ha detto...

Mi piace Andreoli e ho letto alcuni libri suoi. Sono pessimista sulla questione della responsabilizzazione, per il semplice motivo che l'invasività della tecnologia ha raggiunto livelli talmente alti che credo sia ormai impossibile gestirla.

Buona giornata.

Anonimo ha detto...

Comprendo quel pessimismo soprattutto se è assente il senso di responsabilizzazione negli adulti/genitori, che dovrebbero dare un esempio educativo ai figli ,attraverso il dialogo e il desiderio continuo all' ascolto vero . Se questo viene a mancare già di base ,ci ritroveremo dinanzi a quel "mutismo affettivo" e a famiglie digitalizzate,come lo stesso Andreoli scrive nel suo saggio.

Il rischio che corriamo però diventando troppo pessimisti è che entriamo in una nuova e triste realtà,quella della rassegnazione/accettazione conseguentemente passiva verso un cambiamento distruttivo.

Io invece sarei un tantino più ottimista sentendo di poter fare di meglio di un assuefazione che danneggerà inevitabilmente le persone care per la responsabilità che sento di avere verso le stesse.

Forse da qui dovrebbe o potrebbe partire la spinta giusta per ognuno,adulti in primis ... sono certa che chi vuole anche nel suo piccolo lo fa ,per i figli,per i nipoti ,per una società migliore.E se questo necessita di staccare quel benedetto telefonino lo si fa ,lo si Deve fare..

A volte mi viene il dubbio se non ci stiamo deresponsabilizzando un po tutti venendo meno a dei doveri educativi ,e non credo possa mai esistere telefonino così all'avanguardia da rivelarcelo aprendo un app,questo è il vero dilemma su cui individualmente dovremmo interrogarci.

Grazie e buon fine settimana


L.

Andrea Sacchini ha detto...

Grazie a te per le tue riflessioni, che condivido.

Buon fine settimana.

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