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sabato 2 maggio 2026

Genitori e insegnanti


Ovviamente io non sono un esperto, ma ho avuto alcune letture su questi argomenti e, se c'è una cosa che ho capito, è che dal punto di vista pedagogico e psicologico l'affermazione di Valditara è parecchio problematica e in vistoso contrasto con quanto affermano molti esperti di scienza dell'educazione e psicologia dello sviluppo.

La pedagogia moderna distingue infatti nettamente tra la funzione genitoriale e quella docente. La famiglia, quindi il ruolo genitoriale, si fonda su un legame affettivo primario, biologico ed emotivo. È una relazione incondizionata: il genitore ama e accetta il figlio a prescindere dal suo rendimento o comportamento. La scuola, quindi il ruolo del docente, si fonda invece su una relazione oggettiva e istituzionale. Il docente valuta le competenze e il comportamento in base a criteri condivisi e ha il compito di traghettare il ragazzo verso la società, non verso il nucleo privato.

​Sovrapporre i due ruoli rischia di generare confusione nel bambino o nell'adolescente. Ricordo che Umberto Galimberti scriveva spesso che il passaggio dalla famiglia alla scuola comporta la prima vera divaricazione affettiva del bambino. L'affettività, prima è esclusivamente "verticale" (la famiglia), poi diventa "orizzontale" (insegnanti e amici), e se questi due ruoli vengono confusi si rischia di generare nell'alunno sfiducia sia verso i genitori che verso gli insegnanti.

Ora, io mi chiedo come un ministro dell'Istruzione che si definisca tale possa non essere a conoscenza di questi concetti. Poi guardo il livello medio di competenza dei ministri di questo governo e tutto si spiega.

domenica 16 novembre 2025

Come è realmente


Tra gli aspetti interessanti di questo romanzo c'è il fatto che uno dei protagonisti, d'Artagnan, viene descritto come è realmente. Nell'immaginario collettivo si pensa - o almeno io pensavo - al valoroso moschettiere come a una persona dall'animo nobile, il classico cavaliere senza paura e senza macchia. Nella realtà, cioè nel racconto, Dumas ci mette invece davanti a un personaggio che ha sì i tratti dell'eroe altruista, ma è anche profondamente umano. Porta quindi con sé tutte le contraddizioni dell'essere umano. Ecco allora che d'Artagnan è all'occorrenza anche meschino, opportunista, manipolatore, una persona che non si fa troppi scrupoli a usare altre persone, a giocare coi loro sentimenti per perseguire i suoi scopi, per quanto nobili possano essere. Anche Dumas, quindi, spinge chi legge a riflettere sull'antico dilemma: il fine giustifica i mezzi?

Per il resto, il romanzo è una esaustiva carrellata di tutte le passioni e i sentimenti umani, dagli abissi alle vette, espressi da una fitta rete di personaggi caratterialmente ben definiti e delineati. Come dice sempre Umberto Galimberti, i sentimenti si imparano e il veicolo privilegiato per impararli è la letteratura; ecco perché, dice sempre l'utopista filosofo, bisognerebbe togliere i computer dalle scuole per riempirle di libri.

Interessante anche la valenza storica del romanzo. È vero che i personaggi principali, i leggendari d'Artagnan, Athos, Porthos, Aramis, sono figure di fantasia, ma le vicende del romanzo poggiano su solide basi storiche, frutto delle maniacali e appassionate ricerche dell'autore. Il cardinale di Richelieu, ad esempio, era davvero il potente consigliere di Luigi XIII di Borbone, sovrano di Francia dal 1610 al 1643; Anna d'Austria era davvero la moglie del sovrano, col quale ebbe un matrimonio complicato e freddo; la guerra di La Rochelle, di cui si parla nel libro, è stata una guerra realmente combattuta tra cattolici e protestanti francesi. Anche il corpo dei Moschettieri è realmente esistito e nel romanzo di Dumas è impersonato dalla compagnia di soldati a guardia del cardinale di Richelieu e di Luigi XIII. Una volta aggiunto che il concatenarsi di vicende e intrighi di cui è costellato il romanzo incolla il lettore alle pagine, il cerchio su questo poderoso romanzo, inspiegabilmente etichettato come letteratura per ragazzi, si chiude.

mercoledì 27 agosto 2025

Il troppo grande annichilisce

Avevo già letto questo concetto da qualche altra parte, ma qui Galimberti lo approfondisce molto bene: il troppo grande annichilisce e porta all'indifferenza. È un concetto che ha a che fare con la nostra psiche. 

Più o meno tutti sappiamo che a Gaza siamo di fronte a un genocidio ormai conclamato, un genocidio per la prima volta nella storia trasmesso via social, ma allo stesso tempo siamo coscienti che non possiamo fare niente e io, francamente, credo servano a ben poco le tante e lodevoli iniziative pubbliche di sensibilizzazione verso questa tragedia. Così come sono cosciente che non serve a niente che io e altri quasi ogni giorno scriviamo di questo sulle nostre pagine. 

Chi sta portando avanti questo genocidio ha delle motivazioni che sono molto più forti di tutte le iniziative che a livello globale vengono intraprese e non si fermerà davanti a niente. Le uniche armi che potrebbero avere una qualche efficacia sarebbero sanzioni e blocco della vendita di armi a Israele, cose che l'Europa si guarda bene dal fare visto che Israele è nostro partner e amico.

Quindi si va avanti nell'indifferenza, quella psicologica e quella strategica. Fino a quando il genocidio sarà completato e il popolo palestinese non esisterà più.


martedì 29 luglio 2025

Figlio di Dio?

Mentre ascoltavo questo breve intervento di Galimberti pensavo che se l'avesse pronunciato appena un po' di tempo fa probabilmente non l'avrebbe scampata. Magari non sarebbe stato mandato al rogo, ma un bel processo per eresia non gliel'avrebbe tolto nessuno. Mi sembra comunque che almeno un paio di punti siano interessanti. 

Il primo è quello in cui il filosofo afferma che Gesù non ha mai detto di essere figlio di Dio, quindi non lo è. A supporto di questa sua affermazione cita il dialogo tra Gesù e Pilato nella parte in cui quest'ultimo gli chiede se è figlio di Dio e Gesù gli risponde: "Tu lo dici", a significare che questa affermazione l'ha fatta Pilato, non Gesù. Ora, intendiamoci, io non sono un teologo ma tra le mie perversioni passate c'è stata quella di aver letto alcuni libri su questi argomenti. Ma anche senza leggere libri, è sufficiente una breve googlata per vedere come invece ci sono alcuni passi del nuovo testamento in cui Gesù fa capire di esserlo, figlio di Dio, anche se non lo dice mai in maniera esplicita ma sempre implicita, racchiudendo il concetto all'interno di perifrasi, parabole o discorsi. Quindi diciamo che qui Galimberti potrebbe avere in parte ragione e in parte no. In ogni caso, sulla natura del rapporto tra Gesù e il suo presunto padre celeste dibattono da secoli pensatori, filosofi e teologi, spesso con morti e feriti, quindi non sarò certo io in questo post a mettere la parola fine alla secolare diatriba.

L'altro punto interessante, e qui mi pare che Galimberti abbia ampi margini di ragione, è quello in cui afferma che Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione che porti il suo nome, né ha mai avuto intenzione di farlo. A questo proposito ricordo un libro di Remo Cacitti, Inchiesta sul cristianesimo (Cacitti è stato ordinario di Storia del cristianesimo antico all'Università degli studi di Milano), nel quale lo studioso esprime il medesimo concetto, e cioè che Gesù è venuto per rinnovare, non per creare una nuova religione, e il cuore della sua predicazione è l'annuncio del Regno di Dio, non l'istituzione di una "Chiesa" nel senso moderno. Poi vabbe', le cose sono andate come sono andate e ancora oggi ci ritroviamo sul groppone il cristianesimo inteso come religione, ma anche come cultura e inconscio collettivo, tutte cose che ovviamente non hanno nulla a che fare con la spiritualità.

sabato 26 luglio 2025

Riconoscimenti

Non so se la mossa di Macron di riconoscere lo stato di Palestina avrà effetti sulla fine della mattanza a Gaza. Se l'iniziativa fosse seguita da altre nazioni, forse sì. Ma è comunque un passo di una certa rilevanza.

In ambito psicologico essere riconosciuti è importantissimo, in ambito geopolitico probabilmente è lo stesso. Umberto Galimberti scriveva che la condizione indispensabile per esistere è il riconoscimento degli altri; l'identità, infatti, non l'abbiamo per natura o in virtù della nostra nascita ma perché qualcun altro ci riconosce.

Per la Palestina potrebbe essere la stessa cosa. Essere visti, riconosciuti, sia come comunità che come singoli, potrebbe essere una delle precondizioni indispensabili per proteggersi da chi aspira alla nostra eliminazione.

sabato 29 marzo 2025

Galimberti, cosa dici?

A me Umberto Galimberti è sempre piaciuto, come del resto sa chi mi legge da piu tempo. La mia libreria trabocca di suoi libri, ho assistito a sue conferenze, seguo suoi interventi su youtube. Poi, certo, non è che abbia sempre preso ciò che diceva come se fossero le pronunce dell'Oracolo di Delfi, e devo dire che spesso ho trovato alcune sue esternazioni eufemisticamente discutibili. 
Devo riconoscere però che l'uscita sulla eccessiva patologizzazione della scuola, come ha fatto giustamente notare Gwendalyne, non sta né in cielo né in terra. Cosa peraltro che mi aveva già fatto notare mia figlia maggiore, educatrice in una scuola media.

venerdì 20 settembre 2024

Distruttività e autodistruttività

Mi sono imbattuto in queste interessanti riflessioni di Umberto Galimberti (le riflessioni di Galimberti sono in genere sempre interessanti, ma qui io sono di parte) sulla componente antropologica della distruttività e autodistruttività dell'essere umano. Riflessioni che contengono in nuce alcune possibili risposte ai motivi della violenza dilagante nella nostra società, di cui le cronache forniscono ampi resoconti praticamente ogni giorno.

lunedì 6 maggio 2024

San Gennaro

Si è ripetuto il "miracolo" di San Gennaro, come forse avrete letto. Una volta di fronte a queste cose la mia reazione istintiva era una risata mista a un po' di commiserazione verso chi ci crede. 

Poi mi è capitato di ascoltare questa interessante riflessione di Umberto Galimberti e ho un po' modificato ciò che pensavo. In fondo non ha tutti i torti. Se uno per stare bene e trovare un po' di sollievo ha bisogno di queste cose, perché no?

giovedì 22 febbraio 2024

Galimberti da Augias

Nell'ultima puntata de La torre di Babele Corrado Augias ha avuto ospite Umberto Galimberti, filosofo che a me piace molto. Hanno parlato per un'oretta di nichilismo, giovani, insegnamento, scuola, società. Avendo letto quasi tutti i suoi libri e avendo visto millemila sue conferenze sapevo già come avrebbe risposto alle domande di Augias, ma è comunque stata una puntata molto interessante.

Sia i libri di Augias che quelli di Galimberti affollano da sempre la mia libreria, quindi è stato un po' come ritrovare in video due vecchi amici.

La puntata integrale, per chi fosse interessato, è qui.

sabato 23 dicembre 2023

L'ultimo libro

Umberto Galimberti non scriverà più libri e smetterà di fare conferenze, ritirandosi dalla vita pubblica. Mi spiace, ma credo sia coerente con l'etica del limite di cui ha sempre parlato. 

E comunque i suoi libri saranno sempre lì, a portata di mano nella mia libreria.

domenica 30 aprile 2023

Punti di vista differenti

Mi piacciono i punti di vista differenti da quelli in cui siamo immersi fin da quando siamo nati, gli sguardi oltre, le altre visioni. 

La nostra civiltà occidentale ha due radici, la tradizione giudaico-cristiana e la tradizione greca (oltre metà delle parole che sono nei nostri dizionari derivano dal greco), e queste due culture hanno visioni antitetiche sul senso della vita, sulla vita stessa, sulla natura, sull'anima, sulla morte, su Dio. A meno che non si sia studiata un po' di filosofia al classico, noi conosciamo solo il punto di vista della tradizione cristiana (qui intendo il cristianesimo come inconscio collettivo, cultura, non religione), ma in genere conosciamo poco relativamente alla visione dell'altra metà delle nostre radici. E invece è affascinante conoscere anche l'altra metà e uscire un po' dal nostro guscio. Anche perché più si conoscono le altre visioni del mondo e più, di riflesso, si conosce quella a cui apparteniamo. 

Una delle più belle lezioni di Umberto Galimberti (qui).

giovedì 16 marzo 2023

Il pastore delle macchine e le invasioni della Russia da parte dell'Italia

Giornate lavorative come quella di oggi, lunga, infinita, ripetitiva, mi fanno venire in mente il filosofo Günther Anders, allievo di Heidegger, il quale negli anni '40 fuggì dalla Germania e riparò negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni naziste (storia raccontata da Galimberti qui). Una volta arrivato andò a lavorare alla Ford. Dopo qualche tempo scrisse al suo maestro Heidegger e gli disse: "Maestro, lei mi ha insegnato che l'uomo è il pastore dell'essere, io qui sono il pastore delle macchine." Ecco, io oggi mi sento il pastore delle macchine.

Mentre tornavo a casa mi è capitato di sentire questo breve intervento di Alessandro Barbero in cui si racconta che l'Italia negli ultimi duecento anni ha invaso la Russia tre volte, che uno dice: l'Italia ha invaso la Russia? Sì. Poi, vabbe', è andata male tutte e tre le volte ma questo è un altro discorso.

Ah, se ai miei tempi avessi avuto un professore di storia come Barbero...

domenica 12 febbraio 2023

Due cose belle di oggi

Una cosa bella è questo spettacolare saggio di Umberto Galimberti che ho letteralmente divorato. Un libro da cui non si esce uguali a come si era quando si è iniziato, perché i libri dei grandi pensatori, siamo essi contemporanei o del passato, cambiano chi legge, aiutano a modificare i propri punti di vista, a scrostare i propri pregiudizi, a leggere e a vedere il mondo e l'uomo da punti di vista differenti, ad ampliare e aggiornare il background culturale del lettore. E questo libro lo fa in maniera esemplare.

 


 

La seconda cosa bella di oggi è questa incredibile, seppur breve (dura appena mezzora), lezione di Dario Fabbri, analista geopolitico e giornalista che non conoscevo e che ho scoperto per caso girovagando su Youtube. Mi ha ipnotizzato con la sua competenza e la sua cultura. Da brividi. Se avete mezzoretta di tempo provate a darci un'occhiata, merita veramente.


Tra scuola ed emozioni

"La tendenza all'oggettivazione, che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato da quello economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti. Siccome la quantità è misurabile col calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche, perché, libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione, e più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.

Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emoziona vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni di abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi. Se c'è da dar ragione ad Aristotele che distingue tra cause prime e cause seconde, verrebbe da chiedersi se prima di quelle cause seconde che si chiamano sesso, alcol e droga non ci sia come causa prima del disagio giovanile quel vuoto emotivo ed esistenziale che la scuola crea attorno agli studenti, a cui offre una cultura così disanimata per cui alla fine è indifferente all'animo del giovane non coinvolto studiare i logaritmi o i Sepolcri del Foscolo. Eppure, diceva Paolo di Tarso: Non intratur in veritate nisi per charitatem: Non si entra nella verità senza l'amore. Nelle nostre scuole l'amore si risolve nella miseria delle simpatie. L'identità degli studenti bravi si costruisce sulle disfatte di quelli non bravi, o, come si dice nel gergo scolastico, insufficienti; le valutazioni avvengono sulla base di impressioni soggettive, dove le proiezioni sfuse di studenti e professori si mescolano e approdano a un giudizio di maturità costruito in un colloquio di trenta minuti che si svolge tra due sconosciuti.

Vi risparmio poi quel lessico impreciso al limite dell'insignificanza che alimenta i colloqui tra genitori e professori, con espressioni: 'Dovrebbe metterci più buona volontà', 'Dovrebbe impegnarsi di più', 'È sempre disattento', 'Lega poco in classe' in cui c'è un precipitato di ignoranza che sarebbe motivo sufficiente per espellere dalla scuola quanti non sanno che la volontà non esiste ad di fuori dell'interesse, che l'interesse non esiste separato da un legame emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra professore e studente è di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione.

Di fronte all'incomprensione, che scatta non appena la psicologia dello studente esce dagli schemi della psicologia del professore, ci si attiene ai dati oggettivi che sono le prestazioni di profitto. Ma siccome il profitto è l'ultimo risultato di quella catena che, percorsa a ritroso, indica comprensione, interesse, sollecitazione emotiva, non è difficile demotivare, anche in modo grave, studenti giudicati in base all'esito che può scaturire solo da premesse che la scuola ha evitato di curare. Non vale l'obiezione che compito della scuola è di istruire la mente e non prendersi cura dei fattori emotivi, perché, dal topo nel labirinto al giovane studente a scuola, non si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, e l'incuria dell'emotività, o la sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi uno studente, andando a scuola, corre. E non è un rischio da poco, perché se è vero che la scuola è l'esperienza più alta in cui si offrono i modelli di secoli di cultura, se questi modelli restano contenuti della mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare. Causa prima di devianza, rispetto a tutte le cause seconde che la scuola offre con quel volto irresponsabile di chi si tiene fuori dai problemi connessi ai processi di crescita, e, limitando consapevolmente il suo spazio operativo, manifesta quella falsa innocenza che l'oggettività del trattamento (profitto-giudizio) è sempre disposta a concedere a chi non si prende cura della soggettività dei giovani, perché mettervi le mani non garantisce di poterle togliere fuori davvero pulite e disinfettate."

(da Parole nomadi, Umberto Galimberti, Feltrinelli)

sabato 4 febbraio 2023

Alcune cose dette da Andreoli


Vittorino Andreoli ha senz'altro il dono della originalità e anche della stravaganza, se così si può dire. I suoi capelli bianchi e lunghi e le ciglia foltissime, che danno la (falsa) impressione di trovarsi davanti a un 83enne un po' trasandato, ne fanno uno di quei personaggi che riconosci subito. Cioè, tu lo vedi e dici: Ma quello è Andreoli! Tra le tante cose che mi hanno colpito di lui, la maggiore è sicuramente la vivacità e la lucidità. Ha tenuto un'ora e mezza di lezione con una verve e una energia che, forse, molti docenti universitari con metà dei suoi anni non hanno più.

Come avevo scritto in un post precedente, sabato scorso ho assistito a una sua interessantissima conferenza alla Biblioteca Malatestiana di Cesena. Mentre parlava ho preso un po' di appunti. Impossibile riportare tutto, e comunque gran parte delle cose che ha detto sono allargamenti di concetti che un anonimo lettore di questo blog ha riportato nei commenti qui e qui.
 
Personalmente, tra le tante cose che ha detto, mi ha colpito la sua convinzione secondo cui, oggi, si tende a psichiatrizzare tutto e troppo, anche in ambito scolastico e giovanile, e questa cosa detta da uno psichiatra fa sicuramente un certo effetto. Un adolescente ha un problema? Subito dallo psicologo! Perché? Un adolescente non ha un babbo, una mamma, un nonno con cui parlare, prima di andare da uno psicologo? Il dialogo nelle famiglie che fine ha fatto? È stato per caso esautorato dai cellulari dietro cui si nasconde ogni familiare? Fa riflettere questa cosa, se ci si pensa. Tramite le chat e i social parliamo per ore con perfetti sconosciuti che magari stanno dall'altra parte del mondo e non parliamo più all'interno della famiglia. 

Molto interessante, poi, l'analisi dei fenomeno novax e dei negazionisti del covid visti da un punto di vista psichiatrico. Alla luce della psiche, chi nega l'evidenza, come appunto i novax che negano l'utilità dei vaccini o addirittura i negazionisti del covid, cioè quelli che pensano che la malattia non esista, dà sfogo a un bisogno difensivo. È una persona che ha paura, e per eliminare la paura elimina quelle che secondo lei ne sono le cause, arrivando fino al punto di negare la razionalità. Questa analisi non vuole naturalmente essere una forma di giustificazione delle idee di queste persone, è appunto solo una analisi che spiega questi comportamenti dal punto di vista della nostra psiche.
 
Meritano un cenno anche alcune considerazioni sulla vecchiaia, argomento particolarmente caro al relatore, come si intuisce. La nostra civiltà, nell'arco di nemmeno due generazioni, ha raddoppiato la lunghezza della vita. Ancora nel primo dopoguerra l'aspettativa media era di poco superiore ai quarant'anni, oggi è quasi ottanta. Il problema è che adesso siamo pieni di vecchi e non sappiamo cosa farcene, e se in terapia intensiva c'è un solo respiratore ci si domanda: lo diamo a un giovane o un vecchio? Beh, i protocolli prevedono di darlo a un giovane. Ma è la domanda a essere sbagliata, dice Andreoli, perché in una società sana, attenta e progredita ci dovrebbero essere respiratori per tutti, giovani e vecchi. Ma il problema dell'invecchiamento esiste ed è oggi drammatico, e le considerazioni di Andreoli mi fanno venire in mente quanto dice Umberto Galimberti, e cioè che in realtà la tecnologia e la scienza medica non hanno allungato la vita, ma hanno allungato la vecchiaia. È una provocazione, naturalmente, ma che serve a fare riflettere su questi problemi.
 
Alla fine della conferenza mi sarebbe piaciuto andare dal professore e stringergli la mano, perché io mi sento sempre riconoscente nei confronti delle persone che sanno e che aiutano a pensare e a capire le cose, ma c'era ressa e ho lasciato perdere. Magari la prossima volta.

giovedì 15 dicembre 2022

Passioni umane (per il denaro)

Il cosiddetto Qatargate mi ha fatto venire in mente una bellissima lezione di qualche tempo fa di Umberto Galimberti sul denaro, o meglio sulla passione che gli umani nutrono per esso, lezione che chi vuole può ascoltare qui. Il livello di diffusione della corruzione nel mondo, di cui i fatti di questi giorni sono solo l'ultima propaggine venuta alla luce, nasce da questa passione tutta umana per il denaro. Abbiamo costruito una società globale che ha ormai i soldi come valore predominante e quindi è logico che piacciano e si faccia di tutto per averli e averne sempre di più.

Non voglio fare il moralista ipocrita. Anche a me piacciono, anche se non ne ho e la mia vita si trascina da sempre all'insegna del tanti presi, tanti spesi. Ma la mia credo sia tutto sommato una passione dettata da necessità più che da ingordigia, nel senso che mi piace averne per poter vivere, non per accumularne, tanto che i pochi che ho li spendo spesso in maniera abbastanza scriteriata. Quella per il denaro è quindi una passione umana ed è anche ecumenica, se così si può dire, perché abbraccia sia i poveri, che lo desiderano per poter vivere, sia i ricchi, che lo desiderano per accumularne sempre di più. A tal proposito, come scriveva recentemente Massimo Recalcati, il desiderio di accumulare denaro per il mero gusto di accumularlo, atteggiamento riconducibile al vizio capitale dell'avarizia, è una delle passioni più stupide che ci sia, perché se da una parte l'accumulo dei soldi dà il potere di poter comprare ciò che si vuole, nel momento in cui si spendono per esercitare questo potere, tale potere viene meno assieme ai soldi stessi, quindi l'avaro gode di un potere che però non può esercitare perché nel momento in cui lo esercita lo perde, conseguenza, questa, della perversione cognitiva che considera i soldi un fine invece che un mezzo (su questa perversione Marx aveva scritto parecchio, tra l'altro).

Tutto questo fa in fondo un po' sorridere anche in virtù del fatto, a cui generalmente non si pensa, che i soldi sono un'invenzione della nostra immaginazione, come scriveva Yual Noah Harari nel bellissimo Sapiens, da animali a dèi. Le mazzette di banconote in valigie e armadi di cui vediamo le immagini sui giornali hanno valore perché siamo noi umani ad averglielo dato. Una banconota di quelle che usiamo tutti i giorni per acquistare cose ha valore perché c'è una legge che ne stabilisce l'entità (non a caso denaro in greco si traduce con nomisma, che appunto significa legge). Se domani una legge dicesse che il valore di quella banconota è zero, avremmo in mano solo cartaccia senza alcun valore. In pratica, la passione tutta umana per il denaro è una passione per un frutto della nostra immaginazione.

Ma queste sono tutto sommato speculazioni antropologiche che lasciano il tempo che trovano. La realta, molto più prosaica, è che il denaro piace perché averne rende più facile e comodo vivere, e anche per quella sensazione di onnipotenza che genera in chi ne possiede, tutto qua. Tutto qua per modo di dire, non è che sia poco.

sabato 26 novembre 2022

Schizofrenia e depressione

Confesso senza problemi che dei primi dieci minuti di questa conferenza di Umberto Galimberti, che ho ascoltato oggi pomeriggio mentre passeggiavo, non ho capito niente, a causa della mia mancanza di un adeguato background culturale. L'argomento trattato è complesso e riguarda i modi con cui il nostro corpo si relaziona alla propria soggettività e al mondo in cui vive. L'unico concetto che mi pare (ribadisco: mi pare) di avere capito è che esiste un accoppiamento corpo-io che a volte si realizza e altre volte no. Quando siamo stanchi, ad esempio, non diciamo "ho un corpo stanco" ma "sono stanco", segno di una perfetta corrispondenza tra corpo e soggettività. Oltre a questo, il buio. 

A partire dal min. 13, invece, Galimberti affronta l'interessantissimo tema della nascita della psichiatria, menzionando i contributi e le intuizioni di grandi pionieri come Eugenio Borgna e Franco Basaglia. Il discorso si sposta poi su due delle maggiori patologie che oggi affliggono la nostra società: la schizofrenia e la depressione. Riguardo alla schizofrenia mi ha colpito molto il fatto che si tratta di una patologia episodica, cosa che io non sapevo. Non è come avere ad esempio un'ulcera o un'anemia, patologie di cui si soffre in maniera "continuativa". Lo schizofrenico ha le sue crisi, anche violente, per un breve periodo di tempo e poi, per un altro periodo di tempo, torna a essere una persona normale, con cui si può tranquillamente parlare e con cui relazionarsi. Uno schizofrenico non è schizofrenico sempre. Ha le sue crisi, i suoi parossismi, poi tutto torna a posto fino alla crisi successiva. 

Riguardo alla depressione, invece, mi ha colpito molto il fatto che oggi, rispetto al passato, ha cambiato forma. Fino ad alcuni decenni fa, quando ancora si viveva nella società delle regole in cui c'era permesso/proibito, giusto/sbagliato ecc., la depressione era organizzata sul senso di colpa. Oggi, che le regole non esistono più, la depressione è organizzata sul senso di inadeguatezza. Ce la faccio o non ce la faccio a tenere i ritmi imposti dalla società, dal mondo del lavoro, dall'apparato di appartenenza? Una volta, dice il filosofo, chi lavorava con me era un mio compagno, oggi è un mio competitore, perché chi va meglio manda a casa l'altro. Ce la faccio o non ce la faccio a sopportare questo livello ansiogeno generato dalla sfrenata competitività della società in cui vivo? Se non ce la faccio, ecco la depressione. Ed ecco il motivo per cui nel nostro paese il 55% delle persone fa uso di psicofarmaci. Perché non ce la facciamo a tenere i ritmi che ci impongono la società e l'apparato a cui apparteniamo. E, a questo punto, qualche domanda sul modo in cui abbiamo organizzato la società in cui viviamo sarà il caso che cominciamo a farcela.

domenica 13 novembre 2022

Desiderio

Leggo nel libro Le cose dell'amore, di Umberto Galimberti, che la parola desiderio deriva da de-sidera, dove "sidera" è riferito alle stelle.

Ai tempi dei romani i "desiderantes" (da cui "desiderio"), termine citato per la prima volta da Giulio Cesare nel De bello Gallico, erano le sentinelle che di notte si mettevano ai margini dell'accampamento ad aspettare i soldati che ancora non erano rientrati dalla battaglia. Trascorrevano quindi la notte sotto le stelle ("sidera") ad aspettare chi mancava. Da qui il connubio desiderio-mancanza. Perché io desidero ciò che non ho, ciò che mi manca. Una volta che ce l'ho non lo desidero più e mi limito a godere del suo possesso.

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...