"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
domenica 31 maggio 2026
Perché?
sabato 30 maggio 2026
Psicologia dell'ossessione per Sinner
Vado un po' controcorrente rispetto al resto del Paese: sono sostanzialmente indifferente all'epopea di Sinner. Non per snobismo o disfattismo. Non saprei dire il motivo, ma ho sempre avuto il medesimo atteggiamento verso altri campioni sportivi (penso ad esempio a Schumacher) che in tempi passati hanno monopolizzato le cronache. Unica eccezione: Alberto Tomba. Forse perché è della mia terra e quindi magari c'entra un po' il campanilismo; o forse perché all'epoca ero molto giovane; boh, vai a capire.
In virtù di quanto sopra, mi sono dilettato a chiedere all'IA una spiegazione sul bisogno ossessivo che abbiamo di miti simbolici o identitari. Ecco cosa mi ha risposto:
Sì, si può spiegare anche psicologicamente — ma più che “ossessione” in senso clinico, parlerei di investimento simbolico collettivo. E non riguarda solo l’Italia: succede spesso quando emerge una figura sportiva percepita come eccezionale, disciplinata e “rappresentativa” di qualcosa che un paese desidera vedere in sé stesso.
Nel caso di Jannik Sinner, ci sono diversi fattori che si sommano.
1. Il bisogno di identificazione collettiva
Le persone tendono a identificarsi con figure che incarnano qualità desiderabili:
controllo emotivo,
successo meritocratico,
disciplina,
sobrietà,
affidabilità.
Sinner viene percepito come l’opposto di molti stereotipi italiani tradizionali: non teatrale, non “furbo”, non mondano. Per alcuni rappresenta una versione più moderna, efficiente e internazionale dell’italiano di successo. Questo crea una forte proiezione collettiva.
2. I miti servono davvero a riempire vuoti
In parte sì. Le società hanno sempre costruito miti civili o sportivi per compensare:
senso di frammentazione,
sfiducia nelle istituzioni,
mancanza di coesione,
frustrazioni economiche o culturali.
Lo sport offre una narrativa semplice:
“Uno di noi ce l’ha fatta.”
E questa narrativa dà sollievo psicologico perché trasforma ansie diffuse in orgoglio condiviso.
In periodi percepiti come incerti o stagnanti, figure come Sinner diventano contenitori simbolici:
speranza,
riscatto,
prestigio internazionale,
idea di eccellenza.
3. In Italia il fenomeno è amplificato
L’Italia ha alcune caratteristiche culturali che intensificano questo meccanismo:
forte cultura del personaggio,
centralità emotiva dei media,
tendenza alla polarizzazione (“genio” o “fallimento”),
bisogno di appartenenza identitaria.
Inoltre l’Italia, rispetto ad altri paesi europei, spesso fatica a costruire fiducia attraverso istituzioni stabili o progetti collettivi di lungo periodo. Quindi il capitale simbolico si concentra molto sulle persone:
campioni,
imprenditori,
artisti,
allenatori,
leader carismatici.
È più facile investire emotivamente in un volto che in un sistema.
4. Sinner funziona perché è “vuoto” nel senso mediatico
Paradossalmente, il suo stile molto controllato permette a tanti di proiettare su di lui ciò che vogliono:
umiltà,
freddezza nordica,
purezza,
professionalità,
rivincita del talento silenzioso.
Non essendo divisivo o iper-esposto, diventa quasi uno “schermo psicologico” collettivo.
5. C’è anche una dinamica contemporanea di fame di eccellenza
Molte persone percepiscono la vita quotidiana come:
caotica,
mediocre,
precaria,
rumorosa.
Vedere qualcuno che appare impeccabile, metodico e vincente produce una forma di compensazione emotiva. Non è solo tifo: è desiderio di ordine, controllo e possibilità.
Quindi sì: il fenomeno può essere letto anche come bisogno di miti che colmino vuoti simbolici o identitari. Però non necessariamente in modo patologico. I miti collettivi sono una funzione normale delle società umane. Cambiano solo gli oggetti: ieri eroi politici o religiosi, oggi spesso celebrità sportive.
Espiazione
È il primo romanzo di McEwan che leggo e mi è piaciuto tantissimo. Interessante la storia raccontata e affascinante il suo modo di scrivere. Sostanzialmente è un romanzo sull'errore. In questo caso non l'errore tragico dei classici, ma quello piccolo, umano, di una ragazzina di tredici anni che crede di aver capito il mondo e invece lo devasta con un'accusa.
Il romanzo è costruito in tre tempi: l'estate del 1935 nel Surrey inglese, all'interno della grande tenuta in stile georgiano della famiglia Tallis; il fango di Dunkerque nella seconda guerra mondiale; il tempo lungo dell'espiazione, la parte più "densa" del romanzo dove Briony, la protagonista, trascorre il resto della vita a cercare di rimediare a ciò che non si può rimediare.
Credo sia anche un romanzo sulla valenza della letteratura e sul significato dell'arte di scrivere, anche quando si cerca di farlo per dare forma a un dolore che non ha redenzione.
venerdì 29 maggio 2026
Senza fare rumore
Di solito seguo con una certa attenzione la politica (ognuno ha le proprie perversioni), ma l'obbligo di accoppiamento tra pos e registratori di cassa, entrato in vigore il primo gennaio e di cui si parla molto in queste ore, mi coglie abbastanza di sorpresa. Non sapevo niente di questa novità. Poi, pensandoci, ho capito che è normale che non ne sapessi niente, dal momento che il governo ha fatto passare il tutto sotto silenzio. Il motivo va ricercato nel fatto che, notoriamente, buona parte della base elettorale che lo sostiene e lo vota è composta da refrattari alle tasse e questo non è certamente un provvedimento che incontrerebbe il loro favore.
Perché la notizia sta facendo rumore? Perché, stando ai dati pubblicati oggi dall'Agenzia delle Entrate, nei pochi mesi dalla sua entrata in vigore sono emersi circa cinque miliardi di euro di transazioni che altrimenti sarebbero rimasti nascosti al fisco. Cosa dimostra tutto ciò? Che combattere l'evasione fiscale, forse il problema più grande e più incancrenito che da sempre affligge il nostro Paese, si può senza grossi sforzi. Basta volerlo.
giovedì 28 maggio 2026
De Gregori vs Springsteen
Dopo Erri De Luca, De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi se ne frega?, con De Gregori la faccenda cambia. Eh sì, perché De Gregori appartiene a quel gruppo di cantautori che per me, fin da ragazzino, sono stati delle colonne portanti, quindi penso capiate bene la difficoltà che ho a muovergli una critica. Eppure mi tocca muovergliela, perché a differenza sua io penso che sia più che giusto che un artista faccia politica con la sua arte. Poi, per carità, ci sono artisti che non scelgono, non prendono parte, non si sbilanciano, non si pronunciano, e va bene, è legittimo. Ma è altrettanto legittimo che tanti lo facciano. Anzi, è auspicabile.
Tra l'altro, credo non abbia nessun senso domandarsi che titolo abbia Bruce Springsteen per schierarsi contro l'amministrazione Trump. Ci vuole un titolo per parlare di politica? E quale sarebbe questo titolo, di grazia? Dobbiamo essere tutti dei Giovanni Sartori per parlare di politica? Io credo di no. Un artista è giusto che si esponga, che dica la sua, che scriva anche canzoni politiche, se sente che è giusto farlo. De Gregori, oltretutto, dimentica che il concetto che un cantautore deve pensare solo a cantare è uno dei ritornelli più gettonati da vari esponenti di questo governo osceno che abbiano oggi in Italia.
Voglio sperare che sia solo una dimenticanza.
mercoledì 27 maggio 2026
Denominazione di origine inventata
Credo che questo libro si possa considerare un "attentato" ai miti incrollabili della nostra tradizione gastronomica. L'acronimo gioca chiaramente sul famosissimo marchio DOP, ma ribalta la prospettiva: l'autore, che è un professore di storia dell'alimentazione, smonta l'idea che i nostri piatti tipici esistano da secoli immutati, dimostrando che molte "tradizioni" sono in realtà invenzioni recenti, nate dal marketing o da necessità storiche del secondo Dopoguerra. Il suo obiettivo non è naturalmente quello di denigrare la qualità del cibo italiano (che anzi difende), ma criticare il marketing aggressivo e la "nostalgia artificiale".
In sintesi, l'autore critica l'idea che per valorizzare un prodotto si debba per forza inventargli una storia millenaria o un'origine legata magari agli antichi Romani. È un libro che molti potrebbero definire eretico, perché se c'è una cosa su cui noi italiani non accettiamo compromessi è il cibo. Siamo convinti che la nostra tradizione gastronomica affondi le radici nel Rinascimento, che ogni nonna tramandi formule immutabili da secoli e che i marchi DOP o IGP siano scrigni di pura storia. Tutte balle. La cucina italiana, per come la conosciamo oggi, ha quarant’anni scarsi di vita ed è nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Prima c'era una realtà completamente diversa fatta di fame, povertà e piatti che non assomigliavano per niente a quelli attuali.
Alcuni dei miti smontati da Alberto Grandi:
1. Il mito delle radici antiche.
Siamo convinti che i nostri piatti moderni derivino dalla cucina medievale o rinascimentale. Falso. L'autore spiega chiaramente che la cosiddetta cucina italiana attuale non ha alcun rapporto con le tradizioni antiche. La narrazione della cucina come elemento identitario forte (sì, Lollobrigida, sto pensando a te) è in realtà un’invenzione recente, un'operazione di marketing culturale nata per dare un'identità ai territori attraverso i marchi DOC, DOP, IGP ecc., usati come bandiere dietro a cui non c'è sostanzialmente niente.
2. Pasta e Pizza erano "curiosità esotiche".
Oggi pensiamo a pasta e pizza come simboli nazionali per antonomasia, mentre invece nel Settecento e nell'Ottocento erano cibi di strada consumati quasi esclusivamente in alcune città del Mezzogiorno. Nel Centro-Nord la pasta era considerata una curiosità quasi esotica, da mangiare rigorosamente in brodo e una volta ogni tanto. Per non parlare della pizza. Il concetto di un disco di pane condito per renderlo più ricco non è un'esclusiva italiana o napoletana ma è una pietanza diffusa da sempre in tutta l'area mediterranea.
3. Dobbiamo tutto agli emigrati in Nord America.
Buona parte della cucina italiana è stata di fatto inventata, preservata e protetta oltreoceano, nelle comunità dei nostri emigrati in Nord America. È lì che gli italiani emigrati (15 milioni tra la fine dell'Ottocento e la prima guerra mondiale), avendo accesso a materie prime che in patria si sognavano (come la carne o l'abbondanza di farina), hanno creato i piatti simbolo, che solo in un secondo momento sono stati "riportati" in Italia e spacciati per tradizioni locali.
4. La Carbonara? Una colazione americana con la pasta.
Spero che nessuno se ne abbia a male, ma la storia è spietata (e comunque, probabilmente, sono cose che molti sanno già): la carbonara è nata subito dopo la seconda guerra mondiale dall'incontro tra i cuochi italiani e le truppe di occupazione americane. Gli ingredienti base venivano dalle razioni militari: uova in polvere e bacon. In sintesi, la carbonara altro non è che una tipica colazione americana con in più la pasta. Una "mutazione genetica" nata dal boom economico e dal mito dell'America.
5. Il paradosso di Pellegrino Artusi: un successo dilettantesco nato "contro" i francesi.
Se la faccenda della carbonara può avere urtato qualche romano, il modo in cui l'autore smonta nel libro Pellegrino Artusi ha sorpreso molto me. Generalmente lo si considera (lo consideravo anch'io) il padre indiscusso della gastronomia nazionale, ma i retroscena sul suo celebre libro La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene sono a dir poco ironici. Artusi non era infatti né un cuoco né uno storico e i professionisti dell'epoca stroncarono il suo manuale definendolo "l'umoristico capolavoro dell'incompetenza culinaria". Scrive infatti l'autore che l'opera di Artusi nacque in modo totalmente dilettantesco, senza un progetto sistematico o un vero legame con la storia precedente. Fu sostanzialmente un immenso "work in progress" in cui i lettori stessi proponevano e correggevano le ricette inviando lettere ad Artusi. Lui si limitava a selezionare quelle più semplici e "realizzabili da una massaia non professionista". Diciamo che più che un intento nazionalistico o una reale passione per le cucine locali, Artusi propose una cucina sobria e frugale per contrapporla all'opulenza e all'elaborazione tecnica dei francesi, all'epoca dominatori della gastronomia mondiale. Niente di più, niente di meno.
Mettiamola così: se vi piace tutta la narrazione che noi italiani ci siamo costruiti negli ultimi decenni attorno alla nostra cucina, non leggete questo libro. Se invece vi piacciono i libri che smantellano luoghi comuni e narrazioni, accomodatevi pure.
martedì 26 maggio 2026
Erri De Luca
Ho ormai imparato da tempo che anche le persone che stimo possono sorprendermi e deludermi e l'elenco che potrei fare sarebbe piuttosto lungo. Una volta l'atteggiamento che assumevo nei loro confronti era di rottura, nel senso che se si trattava di uno scrittore non leggevo più i suoi libri, se era un cantautore smettevo di ascoltarlo e così via. Poi, col tempo, ho imparato a prendere di ogni persona il buono e a lasciare andare ciò che non mi piace. All'elenco di cui sopra si è aggiunto oggi Erri De Luca, il quale ha dichiarato di essere fieramente sionista e che a Gaza non c'è alcun genocidio.
Ora, intendiamoci, il sionismo in sé non è necessariamente negativo, è la sua degenerazione, semmai, a esserlo, e Israele questa degenerazione se non l'ha portata al parossismo poco ci manca. Per quanto riguarda il genocidio, credo sia inutile stare a cavillare sui lemmi. Vogliamo usare un altro termine (massacro, pulizia etnica, sterminio ecc.)? Va bene, usiamo un altro termine in attesa che un organo ufficiale si pronunci sul termine esatto. Ma la sostanza non cambia, mentre invece De Luca, rifiutandosi di etichettare come genocidio ciò che e in corso a Gaza, sembra quasi volerne sminuire la gravità.
Quindi, anche se lo scrittore in questione mi è caduto abbastanza sotto i piedi, non credo che andrò nella mia libreria a prendere gli unici suoi due libri che ho letto per buttarli al macero. Libri che - va detto - non mi hanno neppure cambiato più di tanto la vita.
lunedì 25 maggio 2026
Il buio oltre la siepe
Ho colmato un'altra delle mie tante lacune sui classici, ammesso che Il buio oltre la siepe, scritto più di sessant'anni fa, si possa considerare già un classico. Devo ammettere che la prima metà del romanzo, dove la Lee racconta la vita quotidiana di Maycomb, i giochi dei bambini, i piccoli episodi di paese, le figure eccentriche della comunità, l'ho trovata a tratti piuttosto noiosa. Tutto cambia invece nella seconda parte, quando inizia il processo a Tom Robinson.
Qui la tensione cresce e il romanzo diventa politico, morale, sociale. Pur nella sua apparente semplicità il libro tratta temi enormi come l’ingiustizia, la difficoltà di diventare adulti senza perdere del tutto l’innocenza, l'avversione e la paura del diverso, il pregiudizio. Atticus Finch, con la sua dignità in un contesto sociale che ne è totalmente privo, è il personaggio del romanzo che maggiormente mi è rimasto impresso.
È il classico libro che mi sentirei di consigliare a Salvini o a qualcuno di quei miseri figuri. Ma figurarsi.
sabato 23 maggio 2026
Il senso delle parole
Per lavoro vivo tra i giornali. Ieri mi è caduto l'occhio su questa rivista, una delle più diffuse sul tema della caccia, e ho notato una cosa. Guardate cosa si legge sotto il titolo: "Arte venatoria, cinofilia e ambiente", che sono ovviamente gli argomenti di cui si occupa.
Mi chiedevo: in base a quale principio la caccia si può considerare "arte"? Arte è un pittore che dipinge un quadro, un disegnatore che crea una illustrazione, un poeta che scrive una poesia, un musicista che compone musica, uno scrittore che scrive un libro. Questi sono esempi di arte. Un tizio in mimetica e stivali che se ne va in giro armato per campi e boschi sparando a qualsiasi cosa si muova (compresi altri tizi in stivali e mimetica), quale valenza artistica può avere? Cosa crea? Qual è la sua "arte"? Mi sfugge.
(Anche su cinofilia e ambiente ci sarebbe parecchio da dire, ma mi fermo qui.)
venerdì 22 maggio 2026
Considera gli animali
Riassumendo e semplificando un po’, ogni volta che ci troviamo di fronte alla possibilità di compiere una certa azione, abbiamo almeno due strade: compierla o non compierla. Pensiamo a quando scegliamo cosa preparare per cena. Vogliamo preparare un pasto con un buon apporto proteico e possiamo farlo in due modi: cucinando un piatto che contenga proteine di origine animale o un altro piatto che contiene proteine di origine vegetale. Nel primo caso la nostra azione contribuisce al malessere dell’animale che finirà nel nostro piatto, per esempio, sotto forma di hamburger. Nel secondo caso no. Ovviamente dobbiamo tenere in considerazione anche i nostri interessi per valutare la situazione. Se siamo in Italia e abbiamo un normale accesso al cibo, la nostra sopravvivenza non dipende dal consumo di animali. Per un nativo dell’Artico che non può andare al supermercato, ma deve cacciare una foca per sopravvivere, le cose sono diverse. Ma se escludiamo l’interesse fondamentale a sopravvivere, che cosa rimane? Rimane il nostro interesse a gustare un piatto che forse ci piace molto e magari quello di non perdere troppo tempo per trovare un’alternativa vegetale a un piatto di carne più facile da cucinare. Il piacere di gustare un hamburger e il tempo che risparmiamo sono sufficienti a bilanciare la sofferenza imposta all’animale da cui quella carne è derivata?
Quello citato qui sopra è uno dei passaggi più "problematici" del libro, e uno dei molti dilemmi etici, morali e filosofici in esso contenuti. Quanti di noi, pur riconoscendo la validità logica del ragionamento, continuano a scegliere l'hamburger di carne? Simone Pollo, professore di filosofia morale alla Sapienza di Roma, si infila proprio in questa fessura: la distanza tra ciò che la nostra razionalità riconosce come "giusto" e ciò che le nostre abitudini culturali e sociali ci spingono a fare.
Considera gli animali è un libro che "disturba" perché toglie gli alibi. Smonta l'idea che gli animali siano "oggetti" a nostra disposizione e pone domande sul peso che diamo alla sofferenza. Leggendo questo saggio si capisce chiaramente che la questione animale non è una moda passeggera né un tema "snob" ed elitario. I temi affrontati nel saggio sono molti e tutti interessanti (ovviamente per chi è interessato a questi argomenti), a partire dai capitoli iniziali in cui si parla degli animali da compagnia che tutti amiamo (cani, gatti ecc.) e della storia evolutiva che li ha portati a stare in mezzo a noi.
Altri argomenti trattati sono, inevitabilmente, gli impatti ambientali ed ecologici degli allevamenti intensivi, l'enorme consumo di acqua, suolo e risorse causati da queste pratiche. Uno dei dati sorprendenti, tra i tanti, è che attualmente la maggior parte (circa il 70 per cento) delle superfici coltivabili del pianeta è destinata alla produzione di cibo per gli animali negli allevamenti, non all'alimentazione umana. È paradossale questo dato, se ci si pensa. La maggior parte delle terre coltivate sono destinate ad alimentare animali le cui carni sono poi consumate da una piccola minoranza degli esseri umani a causa dei suoi costi. Senza contare le elevatissime ricadute sul cambiamento climatico, a causa dell'effetto serra, generate dal consumo di carne e derivati animali (gli allevamenti intensivi sono ai primi posti nella produzione di gas serra).
Ma il punto centrale del saggio sta, appunto, nei dilemmi etici e morali che solleva, e sono veramente tanti. È interessante anche perché non ha un tono moralistico o colpevolizzante nei confronti di chi ama cibarsi di animali. Si limita a esporre dati, numeri, evidenze e a sollevare interrogativi, che ognuno può interpretare come crede.
Io, robot
Era da tanto tempo che volevo leggere qualcosa di Asimov, ma avevo sempre rimandato. Non so di preciso perché. In parte questa mia reticenza credo fosse dovuta al fatto che la fantascienza non è mai stata il mio genere preferito, anche se nella mia lunga carriera di lettore onnivoro romanzi di questo genere non sono mancati (ne ho letti un paio anche recentemente). Avendo visto che in edicola hanno cominciato a uscire a cadenza settimanale i libri di Asimov mi sono deciso a buttarmi, cominciando proprio dal lavoro piu celebre del grande scrittore russo-americano.
Pubblicato nel 1950, Io, robot è una raccolta di racconti scritti negli anni '40 del secolo scorso, racconti collegati tra loro e pubblicati precedentemente nel corso del tempo su riviste di fantascienza. In questi racconti Isaac Asimov formula le famose Tre leggi della Robotica, concetto che influenzerà poi tutto il genere letterario ispirato alla fantascienza. In particolar modo, Asimov ha cambiato radicalmente il modo di rappresentare i robot nella letteratura. Prima erano generalmente dipinti come mostri, macchine ribelli, minacce all’umanità; Asimov li ha immaginati come esseri regolati logicamente e integrati nella società.
Mentre leggevo, notavo come già negli anni '40 del secolo scorso il grande scrittore avesse immaginato l'intelligenza artificiale. Nel racconto Liar! (Bugiardo!), ad esempio, il robot RB-34 apprende informazioni assimilando enormi quantità di materiale scientifico, in particolare libri di matematica e fisica, e usa quelle conoscenze per ragionare, risolvere problemi e interagire con gli esseri umani, un po' come fanno gli LLM di oggi su cui si basa l'intelligenza artificiale.
In realtà, a volere essere pignoli, Asimov non fu il primo a immaginare una embrionale intelligenza artificiale. Nel 1936, infatti, Alan Turing pubblicò un articolo chiamato Computing Machinery and Intelligence, quello del famoso Test di Turing in cui si poneva la domanda: "Le macchine possono pensare?" Quindi, cronologicamente, Turing si può dire che sia arrivato prima, ma tra i due grandi "profeti" del secolo scorso correva una differenza sostanziale: Turing ha fondato l’IA come problema matematico e computazionale, Asimov ha immaginato l’IA come fenomeno umano e sociale (e soprattutto narrativo).
giovedì 21 maggio 2026
mercoledì 20 maggio 2026
Il fascismo non è mai morto
Un paio di anni fa Luciano Canfora ha pubblicato questo breve ma denso saggio, appena un'ottantina di pagine, in cui spiega perché il fascismo non è mai morto ed è vivo e vegeto ancora oggi. Ovviamente non si riferisce al fascismo degli omicidi, dello squadrismo, delle torture, del manganello e dell'olio di ricino, ma della mentalità e dell'ideologia che li sottendevano allora, mentalità e ideologia riconoscibili negli odierni atteggiamenti xenofobi di questo governo (il razzismo è il comune denominatore dei regimi fascisti sorti nel corso del tempo in molti Paesi), nei decreti legge liberticidi, nell'avversione alle domande dei giornalisti, nella delegittimazione dei poteri di controllo (magistratura, stampa, opposizione), nella costante creazione di un "nemico", che nel ventennio erano gli ebrei e oggi sono gli immigrati. Mentalità e ideologia ravvisabili anche nelle grottesche e imbarazzate arrampicate retoriche degli esponenti di questo governo in occasione di ricorrenze come 25 aprile, 2 agosto, 28 ottobre ecc.
Fascismo ancora vivo per stessa ammissione di alcune figure pubbliche provenienti da quella storia e quella militanza. Canfora cita un paio di esempi.
Il 23 ottobre 2022, nel discorso di investitura davanti alle Camere dopo aver vinto le elezioni, Giorgia Meloni disse: "Vengo da una storia politica che è stata spesso relegata ai margini della storia repubblicana."
Il 29 dicembre 2022, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, dichiarò: "Ho le mie idee e non le rinnego, nel Movimento Sociale Italiano ho militato a lungo."
Cito qui di seguito il commento di Luciano Canfora.
Delle due rivendicazioni è più ricca di contenuto la prima. Ognuno comprende che dire che il Movimento Sociale Italiano era «relegato ai margini della storia repubblicana» significa, al tempo stesso, deplorare tale «emarginazione», additarla come un fatto politico negativo, ma anche come un arbitrio. In quelle parole vi è dunque un giudizio negativo sull’intera vicenda dell’Italia repubblicana, per quanto attiene al neofascismo («emarginato»), cui solo l’arruolamento governativo sotto mutate spoglie (“Alleanza Nazionale”) dovuto al “liberale” Berlusconi (1994) poneva alfine rimedio e risarcimento.
È generalmente riconosciuto che rivendicare significa ribadire la positività: lo si dice, per lo più, in riferimento alle proprie scelte politiche, di vita, ecc. Dunque si tratta di un procedimento mentale che si colloca agli antipodi del ripensamento (o addirittura pentimento).
Anche la loro reiterata richiesta di una «riconciliazione» volta a chiudere la guerra civile del 1943-45 è indicativa della loro persistente fede. Si chiede infatti «riconciliazione» se si presuppone che siano sullo stesso piano (etico e anche politico) le parti a suo tempo in lotta e che si intende appunto “riconciliare” (altra cosa è l’amnistia, ma questa già ci fu).
Ecco, mi pare che non serva aggiungere molto. Ripeto, è un saggio molto agile ma molto ricco ed esaustivo. Ricordo che, in occasione della sua pubblicazione, Canfora tenne molte presentazioni pubbliche. Questa è una delle più interessanti.
martedì 19 maggio 2026
Dio di illusioni
Prima di leggere questo libro non conoscevo Donna Tartt. Ho cercato qualche notizia e ho scoperto che è una di quelle scrittrici "rare ma pesanti", nel senso che ha pubblicato solo 3 romanzi in 30 anni e tutti e 3 sono diventati bestseller e casi letterari. Scrive in modo molto lento e meticoloso e ogni frase è curata, l’atmosfera è densa, i personaggi sono ossessivi. Per questo i suoi libri hanno quella fama di essere "belli ma lunghi". È molto riservata. Non fa quasi mai interviste, non usa i social e fa passare mediamente 10 anni tra un libro e l’altro. È l'autrice de Il Cardellino, romanzo di cui ho sentito molto parlare ma che non ho (ancora) letto.
Dio di illusioni è un thriller psicologico atipico perché parte con un omicidio senza misteri, nel senso che già dalla prima pagina il lettore sa chi è la vittima e chi sono i colpevoli: un gruppo di studenti di greco antico in un college abbastanza isolato sui monti del Vermont. La prima parte del romanzo l'ho trovata coinvolgente, poi, progressivamente, subentra una certa "lentezza narrativa", specie quando si entra nella testa di questo gruppo di studenti ossessionati dal greco antico, tra feste esclusive, rituali dionisiaci e una morale che scivola via piano piano. Molto interessante e coinvolgente l’atmosfera del college innevato del Vermont (in più punti mi ha ricordato il celeberrimo Overlook Hotel di Shining), l’arroganza intellettuale e il senso di colpa che logora i protagonisti fino quasi a condurli all'autodistruzione (non sto spoilerando, gli autori del delitto sono indicati nelle prime pagine).Il punto debole? Forse la lunghezza. Le 600 pagine del romanzo contengono anche digressioni e dialoghi filosofici che rallentano inevitabilmente il ritmo, anche se a me non sono dispiaciuti. Ovviamente, chi cerca un thriller serrato e d'azione può tranquillamente saltare questo libro.
I tramonti di maggio
Leggendo questo post di Romina mi è venuto in mente che venerdi scorso avevo scattato alcune foto mentre camminavo di sera nelle campagne qui attorno a casa. Io sono un fotografo molto scarso, non ho alcuna dimestichezza con le macchine fotografiche, mi limito a qualche scatto con lo smartphone. Venerdì sera, però, ho scattato alcune foto che non mi sembrano male, forse perché c'era una luce particolare, boh, va' a capire. Non certo per merito mio né del mio datato smartphone, sono venute e basta.
domenica 17 maggio 2026
Il re degli sciacalli
sabato 16 maggio 2026
Il prezzo che paghiamo alla interconnessione
Stamattina La Stampa pubblica un elenco dei generi alimentari che sono aumentati di più (e che aumenteranno ancora) in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz, causato dell'aggressione dell'Iran da parte di Trump, e riflettevo su come sia possibile che il singolo atto (l'aggressione ad un Paese) di una singola persona (Trump) possa avere effetti su miliardi di altre persone sul pianeta. Forse abbiamo sbagliato qualcosa nel costruire un tale tipo di società.
Il mondo moderno è diventato profondamente interdipendente e energia, trasporti, finanza, catene alimentari, mercati agricoli, logistica sono tutti collegati su scala globale. Tutto molto bello, apparentemente. Ma basta una crisi in un punto strategico - guerra, sanzioni, blocchi commerciali, crisi energetica - perché gli effetti si propaghino rapidamente anche molto lontano. Allora, forse, non è tutto così bello.
Una delle grandi questioni della modernità, già messa in evidenza da filosofi e sociologi, è che le comodità e i vantaggi di questa interconnessione globale li paghiamo poi in termini di una sua maggiore fragilità strutturale. In tempi passati, neppure tanto lontani, le decisioni di un singolo impattavano nel bene o nel male al massimo su una comunità locale e il resto del mondo andava avanti tranquillamente. Oggi non è più così, e tutto questo genera giocoforza una sensazione di frustrazione e impotenza, perché l'esistenza di ognuno è vincolata a decisione lontanissime e incontrollabili.
Forse Edward Lorenz, quando negli anni '60 del secolo scorso postulò la teoria dell'Effetto farfalla ("Il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas"), aveva già capito dove saremmo finiti.
venerdì 15 maggio 2026
La democrazia non esiste
Se tra i miei 32 lettori c'è qualcuno che si reca al seggio elettorale di malavoglia, magari pensando che in fondo votare non serva a niente e che la nostra sia una democrazia formale piuttosto che sostanziale, allora è meglio che eviti questo libro.
Si tratta infatti di un saggio provocatorio (lo si vede già dal titolo) in cui Piergiorgio Odifreddi mette in discussione l’idea di democrazia così come viene raccontata nelle società contemporanee. La sua tesi, semplificando molto, è che la "democrazia pura" praticamente non esista nella realtà. E non esiste perché i sistemi democratici sono per loro natura pieni di disuguaglianze, condizionamenti economici, manipolazioni mediatiche, limiti strutturali. Il potere, quindi, non viene esercitato attraverso i meccanismi democratici che tutti conosciamo, ma semmai da élite economiche, finanziarie, politiche, culturali, più che dal "popolo" in senso pieno. Ovviamente non sta dicendo che è meglio una dittatura, cerca solo di mostrare i limiti interni delle democrazie reali e la distanza tra ideale democratico e funzionamento concreto delle società moderne.
In questo libro Odifreddi, col suo stile matematico e logico, smantella pezzo per pezzo il mito del sistema perfetto, dimostrando come la volontà dei cittadini venga costantemente resa vana, filtrata e annacquata dagli stessi ingranaggi istituzionali. L'autore fa notare che il volere dei cittadini, prima di trasformarsi in azione, deve subire una serie di passaggi a maglie sempre più strette: viene filtrato dai partiti, dal parlamento, dal governo e infine dal presidente della Repubblica. A ogni singolo snodo, la distanza tra il popolo e il potere effettivo aumenta, riducendo il voto a una sorta di "cambiale in bianco a scadenza quinquiennale" priva di qualsiasi vincolo di mandato. Una volta espresso il voto, l'elettore rimane passivo e impotente per l'intera legislatura. Con esempi chiari e inoppugnabili l'autore mostra come, sul piano puramente teorico, le preferenze collettive vengano manipolate o distorte attraverso dinamiche che sono sotto gli occhi di tutti, come ad esempio l'avallo obbligato di candidati scelti dai segretari di partito, leggi truffa "maggioritarie" che consegnano il paese a minoranze elette, listini bloccati senza possibilità di scegliersi i propri candidati, "cambi di casacca" dei voltagabbana, che in parlamento finiscono per costituire l'unica vera maggioranza assoluta.
Molto interessante, tra gli altri, il capitolo sulla (finta) separazione dei poteri. La democrazia moderna, scrive l'autore, soffre infatti di un grave deficit strutturale nella suddetta separazione. Invece di avere un legislativo che fa le leggi e un esecutivo che le applica, si assiste ogni giorno a un ribaltamento sistematico, e il governo in carica non fa eccezione. In pratica, oggi è il governo che propone in prima persona le leggi dall'esterno, imponendole alle camere attraverso il ricatto, spesso reiterato, del voto di fiducia. Openpolis, ad esempio, ha calcolato che da ottobre 2022 il governo Meloni ha varato 130 decreti legge, una media di tre al mese, un numero maggiore di quasi tutti quelli precedenti, compresi il Conte II e il governo Draghi attivi nel periodo pandemico. In pratica siamo una repubblica parlamentare solo formalmente.
Il volume è ricco di esempi reali, tratti dalla vita politica nel nostro Paese a partire dal dopoguerra a oggi, con cui si dimostra l'imperfezione strutturale del sistema democratico. È un libro lucido, cinico al punto giusto e supportato da una ferrea logica, che toglie il velo di ipocrisia dai nostri rituali elettorali. Questo, ovviamente, non significa che si può smettere di andare a votare (col risultato poi di trovarsi al governo gentaglia come quella che abbiamo oggi); significa che è possibile andare a votare con un po' di consapevolezza in più.
giovedì 14 maggio 2026
Hantavirus
mercoledì 13 maggio 2026
Ieri e oggi
Ogni volta che spulcio la home page del Corriere della Sera non riesco a togliermi l'impressione che oggi sia diventato una specie di Novella 2000. È il fenomeno che molti critici chiamano "tabloidizzazione" del giornalismo serio. Vale la pena ricordare che nel corso della sua lunghissima storia sul quotidiano di via Solferino hanno scritto Pirandello, Montale, Buzzati, Pasolini, Calvino, Montanelli, Fallaci, Biagi. Un tempo il Corriere della Sera era il "notiziario ufficiale" della borghesia italiana e la gerarchia delle notizie era ferrea.
La politica era fatta di analisi, discorsi parlamentari e scenari internazionali. La vita privata dei politici era considerata irrilevante, quasi tabù, a meno che non avesse risvolti penali o istituzionali e il linguaggio era formale, asciutto, scritto per un pubblico che cercava comprensione dei fatti, non intrattenimento.
Oggi è diventato qualcos'altro e basta scorrere la prima pagina del suo sito per capirlo. Immagino che questo deterioramento della sua qualità sia andato di pari passi col deterioramento qualitativo della società italiana nel suo complesso.
lunedì 11 maggio 2026
La prima luce
Ho voluto provare a leggere questo libro perché sono argomenti affascinanti, ma per gran parte l'ho trovato molto difficile e fuori della mia portata. Credo che sia un testo indicato maggiormente per chi ha già le mani in pasta su questi argomenti. In ogni caso, uno degli argomenti che da sempre mi affascinano, e che l'autrice affronta esaustivamente, riguarda la finitezza della velocità della luce. Ciò comporta che più lontano riusciamo a guardare un oggetto, più indietro nel tempo lo vediamo. Se, ipoteticamente, un alieno ci osservasse da Andromeda non vedrebbe noi ma vedrebbe i nostri antenati australopitechi, vissuti grosso modo 2,5 milioni di anni fa.
Scrive l'autrice:
A causa della velocità finita della luce, più lontano osserviamo qualcosa, più indietro nel tempo lo stiamo vedendo. Quando osserviamo la superficie del Sole, l'eruzione solare che vediamo è già vecchia di otto minuti. Quando guardiamo una delle stelle più vicine a noi, Alfa Centauri, la luce che ci arriva ha più di quattro anni. Ciò che rende questo fatto stupefacente, per me, è che se la Terra fosse davvero osservata da ricercatori alieni nel sistema di Andromeda non ci starebbero vedendo fare un giro sull’ottovolante. Piuttosto, starebbero annotando che il terzo pianeta roccioso di questa stella ordinaria ospita specie come Paranthropus aethiopicus e Australopithecus africanus, arcaici rami ancestrali dell’essere umano vissuti più di 2,5 milioni di anni fa. Andromeda è così lontana che la vediamo com’era 2,5 milioni di anni fa, e viceversa. Man mano che la distanza aumenta, la luce diventa un portale per guardare indietro nel tempo.
Emma Chapman è una pluripremiata astrofisica britannica e ricercatrice della Royal Society presso l'Imperial College di Londra. È una delle massime esperte mondiali della cosiddetta "Era dell'Oscurità" (l'epoca precedente all'accensione delle prime stelle). In questo (difficile) saggio non si limita a elargire nozioni, ma spiega come leggere l'universo come un immenso libro di storia. Più i nostri telescopi diventano potenti, più diventiamo "archeologi cosmici", capaci di spingerci verso quel momento in cui le prime stelle hanno sconfitto il buio.
Dai piani alti alla pancia
Uno dei paradossi dell'era digitale è che abbiamo a disposizione strumenti incredibili con cui potremmo, che ne so?, approfondire la fisica delle stelle o la fusione nucleare, documentarci in maniera approfondita sulla storia, su argomenti scientifici, sulla musica, sulle biografie di grandi personaggi. Invece tanta parte di questi strumenti digitali vengono usati per veicolare slogan che riducono la complessità a un tifo da stadio. Un po' come usare una Ferrari per trasportare sacchi di spazzatura.
La signora qui sopra, nota militante leghista, probabilmente (anzi, sicuramente) neppure sa cosa è stato il comunismo, le sue implicazioni, le differenze tra il "messaggio", le idee che veicolava e le sue degenerazioni e storture. Lei fa tutto un fascio riducendo la complessità della storia a uno slogan con cui sollazzare la pancia dei suoi ignoranti seguaci.
Il dramma - un dramma vero - della nostra epoca è tutto qui.
domenica 10 maggio 2026
Roberto Scaini all'inferno
Roberto Scaini è un medico riminese che fa parte di Medici senza frontiere. Ogni tanto lascia il suo lavoro e va nell'inferno di Gaza ad aiutare come può i palestinesi che non sono ancora stati massacrati dall'esercito israeliano. Questa mattina Il resto del Carlino pubblica una sua intervista che occupa un paio di trafiletti a pagina 15, mentre invece dovrebbe trovarsi in prima pagina con titoli a caratteri cubitali, prima pagina occupata invece dall'asfissiante vicenda Stasi/Sempio. Purtroppo del genocidio dei palestinesi non frega niente a nessuno. Se ne parlava poco prima, durante la sua fase più cruenta e "rumorosa", non se ne parla più adesso che lo sterminio prosegue a "bassa intensità".
La riporto qui di seguito integralmente. Così, giusto per ricordare che una delle pagine storiche più vergognose scritte da noi occidentali si sta ancora scrivendo.
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La Striscia di Gaza non è più sexy, ha perso appeal. È scivolata nel silenzio, fuori dalle aperture dei telegiornali e dalle prime pagine. È arrivato il tempo di altre guerre. Ma chi è stato lì, chi ha lasciato fra gli ultimi quella terra a fine febbraio, dopo le nuove restrittive norme di registrazione imposte da Israele alle organizzazioni non governative internazionali, sa che la catastrofe ha solo cambiato tono di voce. Roberto Scaini, medico riminese e operatore umanitario di Msf, conferma che i bombardamenti continuano. Che i pazienti ricoperti di scabbia soffrono come gli amputati. E che le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. A Gaza si continua a morire di freddo, di malattia. Anche di nostalgia. Secondo le stime disponibili, dal cessate il fuoco sono state uccise almeno 460 persone e un centinaio erano bambini. Con il suo racconto di un orrore dimenticato troppo in fretta, Scaini oggi sarà protagonista del Festival Vicino/Lontano e del Premio Terzani di Udine in corso a Udine.
Dottore, l'inferno di Gaza si è addolcito o siamo diventati miopi?
«La chiamerei assuefazione. È successo con altre tragedie, penso all'epidemia di Ebola che a un certo punto ha smesso di essere notizia. A Gaza i riflettori si sono spenti anche per interessi politici, chi ha raccontato quelle atrocità ha sempre dato fastidio».
E gli accordi di pace?
«Una bugia enorme. La tregua di fatto non c'è mai stata. Certo gli attacchi sono meno intensi, ma non sono mai cessati. Come i soprusi sulla famosa linea gialla che si sposta in maniera arbitraria e senza preavviso spingendo la popolazione verso la costa: due milioni di persone in pericolo, ammassate in uno spazio troppo esiguo».
Lei è stato laggiù due volte.
«Nel 2024 e a novembre dello scorso anno, con l'obiettivo di rimanere due mesi che poi sono diventati quattro. Faccio il medico di base e ho dovuto farmi sostituire, ma non potevo salutare tutti e tornare a casa».
E non è cambiato niente.
«Esatto. Il famoso Board of peace doveva prendere piede il giorno dopo, ma settimana dopo settimana l'anno è finito e non si è visto nessuno. D'altra parte dove sarebbero andati questi tecnocrati? Non c'è un posto in cui dirigersi, a Gaza, è tutto distrutto».
Qual era il primo pensiero che le passava per la testa quando apriva gli occhi?
«Cercare di fare il massimo con pochissimo in quel disastro immenso. Gaza è una trappola e questo la rende diversa da altri conflitti, nessuno può scappare. In altri contesti definiamo la nostra immaginaria linea rossa da non oltrepassare, ma lì stavamo esattamente sotto le bombe».
Ci è arrivata l'eco delle esplosioni. Forse il silenzio di un bambino che ha smesso di piangere per fame fa più paura.
«Il silenzio calato su Gaza è irreale, ipnotico come una nevicata. L'aria è piena di pulviscolo e i fantasmi scavano tra le macerie. Sembra impossibile in una località di mare animata da una cultura chiassosa, lo dico in senso positivo, come quella di tutto il Medio Oriente. Gli strilli dei bambini che giocano, il richiamo degli ambulanti. Non c'è più nulla. Una situazione post-apocalittica».
Voi di Medici senza frontiere accusate Israele di utilizzare l'acqua come arma di punizione contro i palestinesi. Distrugge le infrastrutture idriche a Gaza e impedisce l'ingresso di rifornimenti. Come fate a operare in queste condizioni?
«Grazie ai desalinizzatori, in un anno abbiamo distribuito milioni di litri di acqua potabile. Ma adesso non si può importare più nulla, nemmeno le medicine. I farmaci per la tiroide sono finiti da un pezzo, la situazione alimentare è disastrosa. È stato pubblicato in questi giorni un report drammatico: il 90% delle donne gravide erano malnutrite e hanno partorito bambini prematuri che non trovano assistenza perché le terapie intensive sono scomparse. Quanto si può andare avanti così? Non lo so, si vive alla giornata».
E quelle belle immagini dei camion umanitari carichi di cibo?
«Per il cibo bisogna pagare. I video della propaganda mostrano i mercati pieni come gli scaffali della Coop ma io ho visto i bambini portati via di peso dai genitori senza soldi mentre guardavano in lacrime le scatolette di tonno».
E voi lì, impotenti.
«In lacrime anche noi. Se smetti di commuoverti devi cambiare lavoro. Sono rimasto straziato dai piccoli che facevano lo scivolo sul tetto collassato di una casa. Il gioco, che salvezza. Ma dov'è la giustizia? Quel tetto sembrava di pongo, i piani crollati stratificazioni geologiche. Si è normalizzato l'assurdo. Sembra normale vedere la gente raccogliere la plastica per ricavarci gocce di carburante, ma normale non è. Gaza è stata Rimini, con il suo traffico di alberghi e runner sul lungomare. Ora quel lungo viale che porta alle spiagge è pieno di zombie».
Il talismano
Finito, dopo una full immersion di quasi una settimana. Paul Sweeney diceva che capisci di aver letto un buon libro quando chiudi l'ultima pagina e ti sembra di aver perso un amico. Mi è successo qui con Jack. Una volta un critico letterario paragonò King a Dickens (paragone che King ha sempre rifiutato) per la sua capacità di raccontare l'infanzia e l'adolescenza. Dopo It, forse questo è il miglior romanzo in cui il grande scrittore americano ne dà prova.
In realtà si è trattato di una rilettura - l'avevo già letto molti anni fa - e mi è venuta voglia di rileggerlo dopo aver appreso la notizia che in ottobre uscirà un altro romanzo della saga di Jack Sawyer: Other worlds than these, terzo capitolo della saga del Talismano, collegato a Il Talismano e La casa del buio (che non ho mai letto).
E niente, è sempre bello tornare a King, ogni tanto.
50 anni di Maiden
Esce in questi giorni il film Burning Ambition, che celebra i 50 anni di attività degli Iron Maiden. Magari qualcuno tra i miei 32 lettori si stupirà, ma io sono da sempre un grandissimo fan della band capitanata da Bruce Dickinson. È vero, come ho scritto in tanti post, che fondamentalmente sono cresciuto a pane e cantautori, ma dopo i libri la mia più grande passione è la musica, sia ascoltata che suonata, e in questo fiume di musica ci sono anche loro, gli inossidabili Maiden.
Non amo particolarmente l'heavy metal, un genere che non mi ha mai detto molto, ma gli Iron Maiden sì (anche gli AC/DC non sono male), a partire da quando, giovanissimo, un amico di allora mi fece ascoltare l'album Powerslave. Uscì nel 1984 (io avevo 14 anni) e vendette oltre 10 milioni di dischi. Nel giugno del 2017 la rivista Rolling Stone ha collocato l'album alla trentottesima posizione dei 100 migliori album metal di tutti i tempi.
Rimasi folgorato, lo ascoltai e riascoltai fino a consumare la musicassetta (sì, sono abbastanza vecchio da essermi avvicinato alla musica tramite musicassette magnetiche). Da lì in avanti comprai i dischi precedenti e quelli successivi, tanto che oggi ho a casa la loro discografia quasi completa. Mi piacerebbe andare a San Siro il prossimo 17 giugno per l'unica data italiana del loro tour, ma sono da molti anni allergico al casino e alla calca. Riuscii a vederli a Pesaro quando avevo vent'anni, mi faccio bastare quel concerto lì.
Tre canzoni che a mio parere sono rappresentative dello stile della band britannica.
Infinite Dreams è uno dei brani più profondi e filosofici degli Iron Maiden (contenuto nel concept album Seventh Son of a Seventh Son del 1988). Il testo esplora temi esistenziali e metafisici, allontanandosi dalle classiche battaglie o figure storiche per cui la band è famosa. Il protagonista vive una condizione di tormento perché i suoi sogni sono talmente vividi e spaventosi da confondersi con la realtà. Si chiede se ciò che vede durante il sonno sia una visione del futuro o un riflesso di vite passate. La canzone affronta direttamente il timore dell'ignoto dopo la morte. Una strofa recita: "Even though it's reached new heights, I'd rather like the rest of my nights, to be dreamless and lose the fear of dying" (Anche se [la mia mente] ha raggiunto nuove vette, preferirei che le mie notti fossero senza sogni per perdere la paura di morire).
C'è una forte componente di ricerca spirituale. Il protagonista non si accontenta delle risposte religiose o dogmatiche standard; vuole capire se la coscienza sopravviva al corpo o se siamo solo parte di un ciclo infinito.
Terzo frammento della infinita storia degli Iron Maiden che a mio giudizio merita una menzione è Fear of the dark. A differenza di molti brani epici, questa canzone è profondamente psicologica. Parla della nictofobia (la paura del buio), ma non in modo infantile. Descrive quella sensazione ancestrale di quando cammini da solo di notte e hai l'impressione che "qualcosa" ti stia osservando o seguendo, anche se sai benissimo che non c'è nessuno. Già l'inizio ("I am a man who walks alone...") descrive perfettamente l'ansia di un uomo razionale che però non riesce a controllare i propri sensi quando calano le ombre.
Buon cinquantesimo compleanno, vecchie glorie del rock.
sabato 9 maggio 2026
Non si può
giovedì 7 maggio 2026
Cuba muore
Nell'indifferenza generale, Cuba sta morendo a causa delle sanzioni americane. L'embargo commerciale ed economico nei confronti della piccola isola caraibica non è una novità, va avanti da oltre 60 anni, ma dal 2017, in concomitanza con l'arrivo di Trump, c'è stato un forte inasprimento delle sanzioni economiche, finanziarie e commerciali nei suoi confronti, che ha generato nel tempo una grave crisi umanitaria. Il colpo di grazia è arrivato col blocco della fornitura di combustibili voluto dal criminale di guerra che siede alla Casa Bianca. Combustibili indispensabili per fare funzionare gli ospedali, per i trasporti, i servizi, l'agricoltura.
Una delle conseguenze di queste sanzioni è un aumento del 148% della mortalità infantile dal 2018 a oggi. Senza l'embargo americano, oggi Cuba avrebbe 1.800 bambini in più, bambini che invece sono morti e di cui al criminale di guerra americano non importa niente. D'altra parte non gli è mai importato niente neppure dei 20.000 bambini massacrati a Gaza, figurarsi se gli può importare di quelli cubani.
L'embargo imposto dagli Stati Uniti, noto a Cuba come "el bloqueo" (il blocco), è uno dei sistemi di sanzioni più longevi e complessi della storia moderna. Le ragioni della sua durata (oltre 60 anni) affondano le radici nella guerra fredda e, seppure inizialmente in forme piuttosto leggere, presero avvio nel '59 dopo la rivoluzione castrista. Nel 1962, con Kennedy, in seguito alla nazionalizzazione di aziende e società anche di proprietà americana, l'embargo divenne totale.
Dal 2017, e ancora di più con l'attuale amministrazione, Trump ha inasprito, fino a livelli intollerabili per la fragile economia cubana, le sanzioni con lo scopo di provocare il collasso del sistema socialista cubano (ci sono anche altri motivi ma questo è il principale). Se poi, per raggiungere lo scopo, occorre decimare la popolazione e provocare una crisi umanitaria, pazienza. Il mondo capirà.
martedì 5 maggio 2026
Parti fai da te
Posto che ognuno è libero di fare ciò che crede, anche se in questo caso la libertà di certe scelte può essere limitata dalla loro influenza sulla vita di terzi (il nascituro), io non vedo quale senso abbia, oggi, la decisione di partorire senza assistenza. L'abbaglio più grosso è pensare che siccome il parto è un accadimento naturale, allora non ci sono pericoli. Non è così.
Noi esseri umani siamo l'unica specie di mammiferi in cui il parto è enormemente doloroso e pericoloso, mentre non lo è per tutti gli altri mammiferi. Un cucciolo di antilope, venti minuti dopo il parto è già in piedi e in grado di camminare dietro la madre. Una cucciolata di gatti, dopo neppure 24 ore è in grado di reggersi in piedi da sé. Noi no. Per ragioni evolutive (quando, tra cinque e sei milioni di anni fa, i nostri progenitori si sono alzati in piedi alle femmine si sono ristretti i fianchi e il canale del parto) la messa al mondo della prole è per noi uno degli eventi più pericolosi, dolorosi e traumatici. Ecco perché una tale scelta non ha senso da qualsiasi parte la si guardi.
In altri tempi articoli come questo non avrebbero probabilmente attirato la mia attenzione, ma leggendolo non ho potuto fare a meno di pensare alle preoccupazioni di mia figlia maggiore, Michela, che tra poco più di un mese e mezzo dovrà vivere questo evento, per il quale vorrebbe essere assistita dal maggior numero di medici possibile :-)
lunedì 4 maggio 2026
Siamo tutti contro natura
La peste
Mi ripromisi di leggere questo libro ai tempi del covid, quando Telmo Pievani lo citava in ogni sua conferenza e in ogni intervista. La storia raccontata è inventata, ma è ambientata in una città reale, Orano, in Algeria, paese natale dello scrittore.
Quello che sorprende è il racconto delle dinamiche umane, praticamente identiche a quelle generate dal covid. Camus descrive con lucidità l’incredulità iniziale, la paura che cresce, le resistenze verso le restrizioni, fino alla gioia collettiva per la fine dell’epidemia. E poi, forse la cosa più inquietante: la tendenza a dimenticare, a rimuovere tutto una volta che il pericolo è passato, esattamente come è successo a noi. L'autore, nelle ultimissime pagine, rimarca come l'agente patogeno, mentre la comunità festeggia, è già in viaggio per guastare la serenità di un'altra comunità.
Il dottor Rieux, uno dei protagonisti principali del romanzo, chiude infatti il racconto ricordando che la fine di un'epidemia non corrisponde alla morte dell'agente patogeno che l'ha generata, il quale, se noi gliene diamo la possibilità, può sempre dare inizio ad altri disastri. Difficile non rivedere in queste pagine ciò che abbiamo vissuto durante il covid. Cambiano i contesti, ma le reazioni e i comportamenti umani restano sempre uguali.
sabato 2 maggio 2026
Genitori e insegnanti
Ovviamente io non sono un esperto, ma ho avuto alcune letture su questi argomenti e, se c'è una cosa che ho capito, è che dal punto di vista pedagogico e psicologico l'affermazione di Valditara è parecchio problematica e in vistoso contrasto con quanto affermano molti esperti di scienza dell'educazione e psicologia dello sviluppo.
La pedagogia moderna distingue infatti nettamente tra la funzione genitoriale e quella docente. La famiglia, quindi il ruolo genitoriale, si fonda su un legame affettivo primario, biologico ed emotivo. È una relazione incondizionata: il genitore ama e accetta il figlio a prescindere dal suo rendimento o comportamento. La scuola, quindi il ruolo del docente, si fonda invece su una relazione oggettiva e istituzionale. Il docente valuta le competenze e il comportamento in base a criteri condivisi e ha il compito di traghettare il ragazzo verso la società, non verso il nucleo privato.
Sovrapporre i due ruoli rischia di generare confusione nel bambino o nell'adolescente. Ricordo che Umberto Galimberti scriveva spesso che il passaggio dalla famiglia alla scuola comporta la prima vera divaricazione affettiva del bambino. L'affettività, prima è esclusivamente "verticale" (la famiglia), poi diventa "orizzontale" (insegnanti e amici), e se questi due ruoli vengono confusi si rischia di generare nell'alunno sfiducia sia verso i genitori che verso gli insegnanti.
Ora, io mi chiedo come un ministro dell'Istruzione che si definisca tale possa non essere a conoscenza di questi concetti. Poi guardo il livello medio di competenza dei ministri di questo governo e tutto si spiega.
Panchine
venerdì 1 maggio 2026
Cristo si è fermato a Eboli
Ho dei ricordi di questo libro legati alla mia infanzia, perché lo trovai casualmente a casa di mia nonna Tina un giorno che andai a trovarl...
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