Stamattina La Stampa pubblica un elenco dei generi alimentari che sono aumentati di più (e che aumenteranno ancora) in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz, causato dell'aggressione dell'Iran da parte di Trump, e riflettevo su come sia possibile che il singolo atto (l'aggressione ad un Paese) di una singola persona (Trump) possa avere effetti su miliardi di altre persone sul pianeta. Forse abbiamo sbagliato qualcosa nel costruire un tale tipo di società.
Il mondo moderno è diventato profondamente interdipendente e energia, trasporti, finanza, catene alimentari, mercati agricoli, logistica sono tutti collegati su scala globale. Tutto molto bello, apparentemente. Ma basta una crisi in un punto strategico - guerra, sanzioni, blocchi commerciali, crisi energetica - perché gli effetti si propaghino rapidamente anche molto lontano. Allora, forse, non è tutto così bello.
Una delle grandi questioni della modernità, già messa in evidenza da filosofi e sociologi, è che le comodità e i vantaggi di questa interconnessione globale li paghiamo poi in termini di una sua maggiore fragilità strutturale. In tempi passati, neppure tanto lontani, le decisioni di un singolo impattavano nel bene o nel male al massimo su una comunità locale e il resto del mondo andava avanti tranquillamente. Oggi non è più così, e tutto questo genera giocoforza una sensazione di frustrazione e impotenza, perché l'esistenza di ognuno è vincolata a decisione lontanissime e incontrollabili.
Forse Edward Lorenz, quando negli anni '60 del secolo scorso postulò la teoria dell'Effetto farfalla ("Il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas"), aveva già capito dove saremmo finiti.

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