Esce in questi giorni il film Burning Ambition, che celebra i 50 anni di attività degli Iron Maiden. Magari qualcuno tra i miei 32 lettori si stupirà, ma io sono da sempre un grandissimo fan della band capitanata da Bruce Dickinson. È vero, come ho scritto in tanti post, che fondamentalmente sono cresciuto a pane e cantautori, ma dopo i libri la mia più grande passione è la musica, sia ascoltata che suonata, e in questo fiume di musica ci sono anche loro, gli inossidabili Maiden.
Non amo particolarmente l'heavy metal, un genere che non mi ha mai detto molto, ma gli Iron Maiden sì (anche gli AC/DC non sono male), a partire da quando, giovanissimo, un amico di allora mi fece ascoltare l'album Powerslave. Uscì nel 1984 (io avevo 14 anni) e vendette oltre 10 milioni di dischi. Nel giugno del 2017 la rivista Rolling Stone ha collocato l'album alla trentottesima posizione dei 100 migliori album metal di tutti i tempi.
Rimasi folgorato, lo ascoltai e riascoltai fino a consumare la musicassetta (sì, sono abbastanza vecchio da essermi avvicinato alla musica tramite musicassette magnetiche). Da lì in avanti comprai i dischi precedenti e quelli successivi, tanto che oggi ho a casa la loro discografia quasi completa. Mi piacerebbe andare a San Siro il prossimo 17 giugno per l'unica data italiana del loro tour, ma sono da molti anni allergico al casino e alla calca. Riuscii a vederli a Pesaro quando avevo vent'anni, mi faccio bastare quel concerto lì.
Tre canzoni che a mio parere sono rappresentative dello stile della band britannica.
Infinite Dreams è uno dei brani più profondi e filosofici degli Iron Maiden (contenuto nel concept album Seventh Son of a Seventh Son del 1988). Il testo esplora temi esistenziali e metafisici, allontanandosi dalle classiche battaglie o figure storiche per cui la band è famosa. Il protagonista vive una condizione di tormento perché i suoi sogni sono talmente vividi e spaventosi da confondersi con la realtà. Si chiede se ciò che vede durante il sonno sia una visione del futuro o un riflesso di vite passate. La canzone affronta direttamente il timore dell'ignoto dopo la morte. Una strofa recita: "Even though it's reached new heights, I'd rather like the rest of my nights, to be dreamless and lose the fear of dying" (Anche se [la mia mente] ha raggiunto nuove vette, preferirei che le mie notti fossero senza sogni per perdere la paura di morire).
C'è una forte componente di ricerca spirituale. Il protagonista non si accontenta delle risposte religiose o dogmatiche standard; vuole capire se la coscienza sopravviva al corpo o se siamo solo parte di un ciclo infinito.
Terzo frammento della infinita storia degli Iron Maiden che a mio giudizio merita una menzione è Fear of the dark. A differenza di molti brani epici, questa canzone è profondamente psicologica. Parla della nictofobia (la paura del buio), ma non in modo infantile. Descrive quella sensazione ancestrale di quando cammini da solo di notte e hai l'impressione che "qualcosa" ti stia osservando o seguendo, anche se sai benissimo che non c'è nessuno. Già l'inizio ("I am a man who walks alone...") descrive perfettamente l'ansia di un uomo razionale che però non riesce a controllare i propri sensi quando calano le ombre.
Buon cinquantesimo compleanno, vecchie glorie del rock.


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