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lunedì 7 luglio 2025

Anonimi?

È in corso da un paio di giorni una discussione fiume sul blog di Moz. Tema: cosa resterà dei blog. Tra i tanti argomenti di cui si dibatte ce n'è uno che, diciamo, non è fondamentale per i destini dell'umanità ma è comunque interessante per noi blogger: i commenti anonimi.

Come ho scritto anche là, i commenti anonimi non li capisco. Per carità, va benissimo usarli, almeno sulle piattaforme che ancora lo consentono, ma non ne capisco il senso. Mi riportano sempre alla mente i franchi tiratori in parlamento durante certe votazioni. Uno dovrebbe dire: io mi chiamo così e la penso così, non nascondere il suo voto dietro l'anonimato. Chi ha avuto occasione di assistere a conferenze o a dibattiti pubblici sa che in coda a volte è previsto uno spazio in cui il pubblico può porre domande ai relatori. Chi pone le domande dice sempre come si chiama, e se per qualche motivo lo omette gli viene chiesto dal relatore. Perché sul web non può essere la stessa cosa?

Poi certo, uno può avere motivi suoi per commentare da anonimo, magari motivi di privacy, timori di qualche tipo, ci sta. Ma allora si scelga un nickname, giusto per rendersi riconoscibile ogni volta che commenta. Boh, non so. Come dico, non capisco il senso dell'anonimato.

sabato 22 marzo 2025

Sull'addio ai social

Ieri il buon Mantellini ha pubblicato un lunghissimo post contenente alcune riflessioni a tre anni dal suo addio ai social. Riflessioni interessantissime e condivisibili, per quanto mi riguarda.

venerdì 4 novembre 2022

L'era della disinformazione

 

 

Se andate in edicola, allegato al numero di novembre del mensile Le scienze trovate questo libro, curato da Walter Quattrociocchi. È una interessante raccolta di scritti con cui informatici, psicologi, sociologi, esperti di comunicazione tentano di spiegare i motivi per cui oggi, nei media digitali, ma anche tradizionali, in generale nella società, impera la disinformazione, e anche i motivi che spingono tantissime persone a credere a bufale e complotti più o meno improbabili.

Gran parte della responsabilità è da addebitare a vulnerabilità cognitive proprie della nostra specie, che gli algoritmi che stanno alla base del funzionamento dei social media hanno imparato a sfruttare tendendo a mostrare a ogni utente contenuti in linea con la sua visione del mondo.

A questo c'è da aggiungere un cambio completo di paradigma, indotto dai social, nel processo di accesso alle informazioni, in particolar modo riguardo al fatto che oggi viviamo immersi in fiumi di notizie e abbiamo pochissimo tempo per elaborarle (i social sono strutturati per agevolare la velocità e i dettati ipnotici a scapito della riflessione), e questi fattori fanno sì che si tenda a soffermarsi su quelle che aderiscono alla nostra visione del mondo piuttosto che a quella avversa.

Anche per quanto riguarda la credenza nei complotti hanno una certa responsabilità le tare cognitive di cui sopra, aggravate da alcuni fattori peculiari della nostra epoca. Ad esempio l'ansia. L'autore cita numerosi studi da cui si evince che gli eventi che si stanno verificando nel mondo (pandemia, guerra, aumento di povertà e disuguaglianze, catastrofi climatiche, migrazioni ecc.) favoriscono la crescita di emozioni di fondo che rendono le persone più propense a credere all'esistenza di cospirazioni. In situazioni di forte ansia, rivelano sempre questi studi, le persone sono quindi maggiormente spinte a pensare in modi che si avvicinano di più al complottismo. Questo succede perché credere a un complotto è generalmente poco faticoso (richiede molto più tempo analizzare e approfondire le vere cause di un fenomeno), e in più credere a una cospirazine dà la (falsa) sensazione di fare sembrare il mondo più semplice e di poter meglio controllare ciò che succede.

Un libro veramente avvincente, che spiega in maniera chiara molte delle dinamiche sociali che regolano la società in cui viviamo.

sabato 30 aprile 2022

Le ragioni del dubbio


Ho appena terminato questo libro e ho preso coscienza di una cosa: da adesso in poi il mio modo di scrivere, interagire, approcciarmi agli altri e anche alla lingua non sarà più come quello di prima. Sarà diverso: probabilmente meno supponente e meno "rigido".

Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale che per vent'anni ha collaborato con l'Accademia della Crusca, e ha scritto questo libro in cui, fondamentalmente, suggerisce alcuni metodi per utilizzare al meglio le parole e il linguaggio sui social media ma anche nella vita reale. Non per diventare più bravi, per riuscire a produrre migliori performance, ma per migliorare il proprio modo di comunicare e, di riflesso, migliorare la propria vita. Perché oggi, che viviamo nell'era dell'antropocene e della comunicazione, saper comunicare bene utilizzando il dubbio, la riflessione e il silenzio - anche il silenzio è una forma di comunicazione - migliora la qualità della vita.

Molte cose mi hanno colpito, in questo libro, e mi hanno fatto comprendere tutta una serie di errori che fino ad oggi non mi ero reso conto di commettere.

Un concetto molto interessante riguarda gli approcci che teniamo nei confronti della presunta stupidità altrui (mai la nostra). Scrive a questo proposito l'autrice: "Vedo troppe persone gonfie di sapienza, ricolme di nozioni come granai, che invece di pensare a come perpetuare ciò che sanno si arroccano nelle loro torri d'avorio, disprezzando la ggènte che è stupida. E lo stesso discorso - quello della gente stupida, e quindi dell'inevitabilità di un certo grado di paternalismo in ambito politico - l'ho sentito fare tante volte anche a persone che, per orientamento politico, dovrebbero essere interessate alla sorte degli ultimi, e non considerarli un peso, un impiccio. La gente è stupida? Chi lo dice, stranamente, non fa mai parte dell'entità indistinta così definita. Per quanto mi riguarda, è sbagliato trattare le persone da stupide; casomai, occorrerebbe chiedersi se a tutte le persone - non una di meno, per richiamare le parole di Tullio De Mauro - viene data uguale possibilità di evolversi e di far evolvere il proprio pensiero (e di conseguenza lavorare perché venga loro data)."

Questo concetto mi ha fatto venire in mente ciò che scrisse tempo fa Roberta Covelli commentando l'articolo della Costituzione che recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [...]" La Covelli rimarcava il fatto che la summenzionata "Repubblica" non è un misterioso ente astratto o metafisico che si trova da qualche parte nell'etere, ma siamo noi. Tutti noi comunità. E quegli ostacoli che impediscono a tutti di svilupparsi pienamente siamo noi a doverli rimuovere. Un concetto abbastanza scomodo, se ci si pensa, specialmente in rete, dove allo stupido si usa buttare addosso il crucifige piuttosto che chiedersi perché, eventualmente, sia stupido e quanta parte della stessa stupidità alberghi in noi.

Altro capitolo molto interessante e condivisibile è quello in cui l'autrice critica ferocemente i cosiddetti "grammarnazi", ossia coloro che correggono ossessivamente gli errori linguistici (degli altri) nel linguaggio formale e in rete. Certo, cose come "qual'e" sono errori da 4, non si discute, ma i continui cambiamenti e il modificarsi della lingua potrebbero un giorno portare a considerarlo accettato. Dino Buzzati e Italo Calvino scrivevano "ciliege" e "valige", ad esempio, e ai loro tempi (gli anni Sessanta, non due secoli fa) era corretto mentre oggi non lo è più. E i casi che si potrebbero citare sono tantissimi. Questo succede perché la lingua non è qualcosa di granitico e immutabile ma cambia continuamente col passare del tempo. "Per l'esattezza, ogni lingua sana cambia al mutare della realtà che deve rispecchiare. Dunque, è naturale che la lingua di oggi, il giorno in cui qualcuno legge queste righe, sia diversa dal giorno in cui queste righe le ho scritte, ma magari anche da quella di una settimana fa. [...] Quando ci si irrigidisce sulla norma e ci si abbarbica alle regole, quale sarà l'atteggiamento nei confronti delle novità e di ciò che non si conosce? Non ci vuole molto a immaginarlo: fastidio e repulsa. La mancanza di elasticità porta a un istintivo misoneismo, ossia odio per tutto ciò che è nuovo, inedito, visto come qualcosa che mette in crisi lo status quo. Più in generale, chi è rigido è xenofobo, che etimologicamente non vuol dire 'razzista', ma 'che ha in odio tutto ciò che è straniero, alieno'. [...] I grammarnazi, in ogni caso, non sono mai davvero competenti. Di solito, sono persone che a scuola erano pure bravine, ma che poi, per vari motivi, si sono fossilizzate su quelle posizioni senza evolversi ulteriormente. Il che, in un contesto fluido e per definizione soggetto al cambiamento continuo come quello delle lingue vive, può diventare davvero un problema. E allora, quando si ha la sensazione di cominciare a essere fuori sincrono rispetto al presente, ci si rifugia, impauriti, nella certezza delle regole note, schifando ogni possibile cambiamento, ogni devianza." Insomma, la lingua cambia, le parole mutano, diventano polisemiche, cambiano morfologia, ne nascono di nuove, altre diventano desuete, poi inutilizzate e infine tolte dai vocabolari, per poi magari rientrarci successivamente. È normale che sia così, guai se non fosse così, perché la lingua è viva e in movimento.

Chiudo riproponendo i dieci suggerimenti che l'autrice pubblica come riassunto finale del libro, un libro che consiglio caldamente a chiunque, a vario titolo, si interessi di comunicazione, magari perché gestisce un blog o un sito, o anche solo perché ha un account su qualche social. Che poi, in definitiva, sono suggerimenti che hanno una loro utilità anche nelle normali relazioni fuori dalla rete. 

A me questo libro è servito un sacco.

  1. Riconosci e pattuglia i limiti della tua conoscenza. Stana stereotipi e automatismi linguistici. Resisti all'istintiva xenofobia umana.
  2. Poniti dubbi su quello che leggi e senti; chiediti se qualcuno sta provando a manipolarti. Se qualcosa ti infastidisce, chiediti perché.
  3. Pratica l'aikidō della comunicazione: non rispondere a violenza verbale con violenza verbale, non schernire chi sa meno di te o chi sbaglia, ignora l'aggressività e rimani sulla questione.
  4. Costruisci la tua reputazione in un certo ambito: non c'è bisogno, e non è possibile, sapere tutto. Anche il più esperto lo è in un determinato campo.
  5. Pratica l'autoironia, ma non difenderti mai dicendo che eri ironicə.
  6. Sii capace di riconoscere il tuo errore.
  7. Se non capisci, di' che non hai capito; se non lo sai, di' che non lo sai.
  8. Ricordati che sei sempre in pubblico: i nostri spazi privati sono più ristretti di quanto pensiamo e vanno difesi curando bene la "faccia pubblica".
  9. Non smettere mai di studiare e approfondire; la conoscenza non è mai abbastanza. Trova una dieta mediatica varia ed equilibrata. Coltiva la curiosità.
  10. Quando serve, scegli il silenzio.

martedì 5 ottobre 2021

Il collasso della triade

Come forse qualcuno si sarà accorto, ieri è collassata per qualche ora la triade di servizi facenti capo a Zuckerberg: facebook, Instagram e Whatsapp. Non ho account né su facebook e né su Instagram, per cui della faccenda non mi è importato granché. Ho invece Whatsapp, che però uso molto poco; ci starò forse una decina di minuti al giorno, non di più. Diciamo che se non fosse stato per mia moglie e mia figlia non me ne sarei neppure accorto.

Il collasso della triade mi ha permesso di rendermi conto che, tutto sommato, godo ancora di un buon margine di autonomia da queste moderne schiavitù digitali, e penso che potrei addirittura sopravvivere a una loro improvvisa e definitiva dipartita. Forse mi troverei più in difficoltà se sparisse tutto ciò che ruota attorno al blog, ma per il resto...

lunedì 27 settembre 2021

Dietro a facebook

Articoli come quello pubblicato da Paolo Attivissimo sono utili ma, temo, totalmente inefficaci. Inefficaci perché, pur sapendo cosa c'è dietro, chi ha un account su facebook difficilmente lo cancellerà. Si sa da anni chi e cosa c'è dietro la amichevole facciata blu del social di Zuckerberg, e lo scandalo Cambridge Analytica scoppiato nel 2018, in cui si scoprì che facebook aveva acquisito i dati personali di 83 milioni di utenti senza chiedere loro il permesso e li aveva poi usati per fare propaganda politica, è solo l'ultimo in ordine di tempo che certifica il marcio che si nasconde al suo interno. 

Ma, appunto, togliersi da facebook non è facile perché il social di Zuckerberg, ma è caratteristica comune di tutti i social, è congegnato in modo che sia difficilissimo abbandonarlo. Si crea infatti una sorta di sudditanza psicologica che è simile a quella dell'ostaggio in un rapporto sociale di soggezione. Come scrive l'autore nei commenti, chi ne è ostaggio "difficilmente ammette di esserlo e si rassegna a continuare a esserlo. Perché il costo di cercare di liberarsene è troppo alto."

mercoledì 2 giugno 2021

Breve storia triste (di Trump)

Dopo essere stato bannato per sempre sia da Twitter che da Facebook a causa delle troppe, pericolose stupidaggini che vi scriveva, lo staff di Trump aveva convinto l'ex presidente degli USA ad aprire un blog. Il suddetto staff, e in particolare Jason Miller, avrebbero però dovuto mettere in conto che i blog sono ormai vecchi arnesi informatici non considerati più da nessuno e che per esistere, oggi, bisogna essere sui social, e infatti, dopo appena un mese, Miller e soci hanno deciso di chiudere il blog di colui che voleva sconfiggere il coronavirus iniettando disinfettante ai contagiati (anche Reagan, al confronto, appare un gigante) per mancanza di lettori. Probabilmente il sipario definitivo su uno dei figuri più imbarazzanti che abbiano mai varcato le soglie della Casa Bianca.

giovedì 29 aprile 2021

L'era della suscettibilità

Ho appena terminato questo gustosissimo saggio di Guia Soncini, uscito per i tipi di Marsilio. Il libro è sostanzialmente un atto di accusa e di ribellione contro gli eccessi del cosiddetto politically correct e la dittatura degli offesi in modalità permanente. 

Parallelamente alla nascita e al proliferare dei social network si è diffusa quella che viene definita "cancel culture", ossia la rimozione di pensieri e scritti, vergati appunto sui social anche da personaggi pubblici (politici, artisti, uomini di cultura ecc.), perché tali scritti hanno urtato la sensibilità di qualcuno. Il qualcuno in questione, poi, col suo bel cancelletto (#) seguito dal motivo dell'indignazione ha radunato masse di ugualmente indignati che hanno portato il malcapitato autore dell'avventato pensiero a profondersi in tentativi di spiegazione oppure - azione molto più veloce e meno dispendiosa in termini di energie - a rimuovere direttamente lo scritto in questione.

Nel libro, Guia Soncini elenca numerosissimi esempi: Cesare Cremonini che impone alla sua governante moldava il nome Emilia in omaggio alla sua terra, provocando le reazioni indignate dell'internet tutta; Antonella Clerici che nel suo Portobello tiene legato il povero pappagallo al trespolo invece di lasciarlo libero di scorrazzare per lo studio, provocando le reazioni degli animalisti e via di questo passo.

Ma la "cancel culture" non agisce solo nell'ambito della contemporaneità, si sposta anche nel passato, ad esempio obbligando la Disney a ripubblicare alcuni suoi film cartoni animati degli anni Settanta o Ottanta mondati di certe scene o certi dialoghi che oggi, nell'era del politically correct, potrebbero risultare offensivi per qualcuno; oppure obbligando HBO a rimuovere Via col vento dalla sua piattaforma perché troppo pieno di pregiudizi etnici e razziali e via di questo passo.

Ha controindicazioni questo eccesso indiscriminato di politically correct? Sì, perfettamente evidenziate nella domanda cardine che si pone la giornalista: "Quante cose ci stiamo perdendo? Quanti romanzi, quante canzoni, quanti film vengono lasciati tra le idee incompiute perché l’autore poi non vuole passare le giornate a chiarire equivoci?"

Domanda a cui sarebbe interessante avere risposta dagli offesi in modalità permanente.

venerdì 9 aprile 2021

WhatsApp e noi

"Ti ho mandato un messaggio su WhatsApp, perché non mi hai risposto?" Oppure: "Ti avevo fatto un audio, ma tu l'hai ascoltato tardi." A voi non capita mai di chiedervi se WhatsApp sia solo uno strumento a nostra disposizione o se siamo noi a essere semplici strumenti al suo servizio? A me ogni tanto viene da chiedermelo. Dico WhatsApp per indicare tutto l'armamentario di comunicazione tecnologica che ha fagocitato più o meno le vite di tutti e che ci ha fatto entrare a tutti gli effetti nell'era della velocizzazione del tempo.

Ricordo una conferenza di Paolo Crepet in cui il noto psichiatra, per cercare di far capire ai suoi ascoltatori la differenza tra essere padroni o essere succubi della teconologia, raccontava di quando nell'appartamento in cui abitava sua nonna fu installato per la prima volta il citofono. Per l'anziana signora fu una rivoluzione il fatto di poter sapere chi fosse a suonare il campanello sollevando la cornetta e di poter aprire la porta semplicemente spingendo un pulsante, ma il ruolo del citofono si esuriva lì e la nonna, pur felice di questa rivoluzionaria novità, non passava l'intera giornata attaccata alla cornetta.

L'esempio del citofono è naturalmente una forzatura, ma mi sembra che abbia una sua efficacia nel far capire la differenza tra le due situazioni.

domenica 8 novembre 2020

WhatsApp è al nostro servizio o noi al suo?

Mi sono spesso sentito rimbrottare amichevolmente perché non ho replicato tempestivamente a un messaggio arrivatomi su WhatsApp. Perché devo rispondere tempestivamente? WhatsApp è uno strumento che è comodo, certo, ma tale comodità non deve rendere schiavi dello strumento, è lo strumento che è al nostro servizio, non noi al suo. Ho citato WhatsApp a mo' di esempio, ma il discorso vale per ogni altro sistema di comunicazione elettronica, comprese le mail, ad esempio (quante volte dopo l'arrivo di una mail arriva una telefonata in cui l'estensore chiede perché non gli sia ancora arrivata risposta?). 

Anche per i commenti al blog vale lo stesso discorso. Non mi sono mai sentito in obbligo di replicare tempestivamente ai commenti che chi passa di qui lascia in calce ai miei post. A volte, se notate, passano diverse ore, anche giorni, prima che replichi, ma non per snobismo o altro, semplicemente perché cerco di evitare in ogni modo che un passatempo si trasformi in ossessione. E comunque perché, in generale, il tempo che dedico al blog è largamente minoritario rispetto a quello che dedico ad altre attività che per me sono più gratificanti e interessanti. Tornando a WhatsApp, a chi mi fa notare l'assenza di risposte tempestive, generalmente replico chiedendo perché non mi abbia telefonato, se la faccenda era urgente.

Ricordo una bella conferenza di Paolo Crepet di qualche tempo fa in cui il noto psichiatra metteva in guardia contro i pericoli derivanti dal diventare succubi di questi tipi di tecnologie, e uno di questi pericoli è rappresentato dal fatto che nella nostra epoca si è perso il tempo per riflettere e pensare. La costante urgenza di essere sempre online, di interagire necessariamente in tempo reale coi nostri interlocutori, ha fatto accantonare l'abitudine di pensare a ciò che si risponde. La comunicazione elettronica si è ridotta a uno scambio di slogan e dettati ipnotici non supportati da adeguate elaborazioni.

Finché questa abitudine rimane circoscritta all'ambito di una chattata su WhatsApp, tutto sommato può anche andare bene, ma una volta che si è radicata la propensione a scrivere e a dire cose prive di elaborazione preventiva, poi lo si fa sempre, in qualsiasi altro ambito. Provate a seguire per dieci minuti un dibattito televisivo; non è nient'altro che una lunga sequela di battibecchi fatti di frasi fatte, veloci, e generalmente sempre prive di un ragionamento retrostante a supporto. Perché ciò che conta, oggi, è la velocità, non la riflessione.

Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordo che quando ero giovane io e ancora non esistevano i telefonini, c'era l'abitudine, all'interno della scuola, di instaurare rapporti epistolari con alunni di altre scuole. Ci si scambiavano lettere di carta, vergate a penna, che viaggiavano per posta e impiegavano parecchi giorni, a volte settimane, per giungere a destinazione. E l'attesa della lettera con cui in nostro interlocutore replicava era carica di trepidazione. Siccome trascorreva molto tempo tra l'invio e la risposta, quando si vergava la lettera la si faceva lunga, articolata, cercando di utilizzare una una bella calligrafia ed eleganza di esposizione; mano a mano si aggiungevano cose che venivano in mente sul momento e che in un primo tempo non ci si era ricordati di menzionare. C'era tutto un lavoro di elaborazione e riflessione che oggi non esiste più. E c'è da ipotizzare che la mancanza generalizzata di pensiero, di analisi critica di ciò che accade intorno a noi, delle cose che leggiamo o ci sentiamo raccontare, mancanza di pensiero critico che caratterizza la nostra epoca e che produce i danni che sono sotto gli occhi di tutti, sia anche un cascame dell'utilizzo delle tecnologie comunicative di oggi.

lunedì 1 giugno 2020

Dialogo

Tra mia figlia maggiore (classe '96) e me (classe '70).

"Ba', ma quando non c'era internet come si ascoltava la musica?"

"Coi CD."

"E prima ancora?"

"Beh, c'erano musicassette e vinili, oppure la radio."

"Ah. Ma se volevi ascoltare una canzone che in casa non avevi, come facevi? Adesso vai su Youtube e ascolti quello che vuoi."

"Beh, quando non c'era internet non si ascoltava quello che si voleva ma quello che si poteva."

"Si rinunciava, in pratica."

"Non è che si rinunciava, semplicemente c'era un'altra concezione di fruizione della musica. In primo luogo la musica non era considerata una merce usa e getta come oggi ma aveva un valore che durava nel tempo. Io, ad esempio, compravo gli album dei cantautori che mi piacevano e li ascoltavo e riascoltavo per lungo tempo. Stesso discorso per le singole canzoni che oggi i giovani ascoltano su Youtube; allora si comprava il 45 giri e si ascoltava in casa, oppure si riversava su musicassetta magnetica e si ascoltava in macchina. Poi, magari, capitava che si fosse a corto di soldi per comprare un disco o un CD, allora ce lo si faceva duplicare da un amico che ce l'aveva."

"Sì, ma che scomodo."

"Beh, rapportato a oggi sì, era più scomodo, ma era più serio, più vero, meno usa e getta. Ascoltare musica era come una specie di rito, aveva una sua "religiosità". E poi il fatto che per procurarsela fosse necessario fare a volte dei sacrifici (i dischi costavano) te la faceva apprezzare molto di più, sentivi che aveva più valore. E c'era anche più soddisfazione. Vuoi mettere quanto fosse più gratificante riuscire a comprare un album intero, portarlo a casa, togliere il cellophane dalla confezione, tirarlo fuori e metterlo sul piatto del giradischi, piuttosto che avere tutto e subito con un clic sullo smartphone?"

"Mah, sarà, comunque secondo me è molto meglio adesso."

"Mah, sarà, ma non ne sono così sicuro."

venerdì 8 maggio 2020

Vent'anni di Iloveyou

Il sempre attento Paolo Attivissimo segnala, in questo bell'articolo sul suo blog, la ricorrenza dell'attacco informatico chiamato Iloveyou, dal titolo di una mail truffaldina che esattamente vent'anni fa fece disastri in mezzo mondo. Mentre leggevo il post di Paolo pensavo che nel 2000, quando esplose Iloveyou, io non ero ancora informatizzato, se così si può dire, cioè non avevo ancora messo le mani su un pc.

Il primo lo acquistai un anno dopo, nel 2001; Windows 2000 era appena stato collocato in pensione e i pc nuovi venivano venduti con preinstallato Windows Xp, uno dei più longevi (e bacati) sistemi operativi di tutta la storia dell'informatica, tanto che una certa quota di utenza lo utilizza ancora oggi nonostante Microsoft abbia interrotto ormai da anni il rilascio degli aggiornamenti.

Quel pc fisso, che assemblai con l'aiuto di un amico in quanto io ero totalmente a digiuno di collegamenti, aveva, ricordo, 512 MB di RAM e un disco fisso da ben 40 GB, due parametri che oggi fanno quasi sorridere ma che all'epoca facevano del mio pc l'equivalente informatico di una Ferrari. Niente prese usb, mi pare, ma un bel lettore di floppy disk, oggi pura archeologia informatica. Credo ci fosse nella dotazione anche un masterizzatore di cd, ma non sono sicuro.

Di adsl, all'epoca, neppure a parlarne, in quanto la mia zona sarebbe stata coperta solo nel 2007. Con cosa navigavo, quindi, all'epoca? Sfruttando la linea del telefono fisso alla velocità di 56K (se non sapete cosa sia, qui trovate un'ottima spiegazione), e utilizzando una specie di router preistorico (in realtà era un modem analogico) che permetteva una navigazione lentissima convertendo il segnale della linea telefonica fissa da analogico a digitale e viceversa.

All'epoca non esistevano tariffe flat come siamo abituati ora, e quindi navigare aveva un costo notevole, un po' come telefonare, senza contare che con la navigazione a 56K il pc non era perennemente collegato alla rete, come succede ora con l'adsl, ma ogni volta che si voleva utilizzare internet bisognava collegarsi e poi, una volta terminata la navigazione, scollegarsi. Naturalmente, quando il modem era collegato alla rete il telefono diventava muto, cosa questa che è stata all'origine di non poche litigate con mia moglie (all'epoca i cellulari erano ancora lontani), e vabbe'. Ah, volete sentire il suono caratteristico di un modem a 56K che si collegava a internet? Eccolo qui. Ecco, quando mia moglie sentiva questa sequenza di suoni gracchianti e incomprensibili cominciava ad alzare gli occhi al cielo.

Scampai Iloveyou perché, come detto, misi le mani sul mio primo pc un anno dopo la sua deflagrazione, quando già gli antivirus lo riconoscevano perfettamente e lo neutralizzavano. Feci comunque una discreta collezione di altri virus, di tutte le tipologie, finché un giorno mi stancai e abbandonai Windows per passare a Linux, passaggio pieno di difficoltà, allora - oggi la maggior parte dei sistemi operativi Linux è estremamente user-friendly, forse addirittura più dei vari Windows - che attuai grazie all'aiuto di Maurizio Antonelli, che con una pazienza da premio Nobel mi supportò ad ogni mia difficoltà.

Era finito l'incubo dei virus, finalmente (gli eseguibili .exe non giravano su Linux), e potei dire addio ad antivirus, antidialer, antispyware e quant'altro, navigando in tutta tranquillità. Inutile dire che, da allora, non ho più abbandonato i sistemi operativi del pinguino.

Perché questo excursus storico-informatico originato da Iloveyou? Mah. Forse perché, per dirla alla De Gregori, "vent'anni [passati] sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più." Sì, sarà per questo.

lunedì 17 febbraio 2020

Scrivo ma non penso

Il meccanismo è sempre il medesimo: scrivono una scempiaggine su facebook e pensano che la cosa sia finita lì. Quando si accorgono che invece la cosa non finisce lì ma ha un seguito che travalica la bolla dei propri contatti e diventa di dominio pubblico, con un certo imbarazzo ritrattano, a volte si scusano, a volte l'una e l'altra cosa assieme. L'unica giustificazione che immancabilmente ricorre, e il caso della maestra di Gubbio è solo l'ultimo esempio degli infiniti che si potrebbero portare, consiste nell'affermare di avere scritto cose che in realtà non si pensano. Il problema è che ammettere di scrivere cose che in realtà non si pensano equivale a mettere la proverbiale pezza peggiore del buco.

Io non ho mai scritto su questo blog cose che non penso. I quasi ottomila post che dal 2006 riempiono queste pagine riflettono esclusivamente il mio pensiero. Poi, certo, posso avere scritto stupidaggini, inesattezze, corbellerie, anzi sicuramente ne ho scritte, ma nel momento in cui scrivevo ogni post le singole parole riflettevano esclusivamente il mio pensiero. E in quattordici anni di blog non mi è mai successo di ammettere di aver scritto cose che non penso.

Anche perché, come si intuisce facilmente, ammettere di scrivere cose che non si pensano autorizza l'eventuale lettore a porsi qualche interrogativo circa la sanità mentale di chi esterna tale ammissione. La maestra di Gubbio che ha vergato quel post, invece di giustificarsi pateticamente arrampicandosi sugli specchi del ridicolo, avrebbe fatto ben più onesta figura a non replicare, oppure ad ammettere che ciò che ha scritto lo pensa con l'unico errore di averlo reso pubblico. Ne sarebbe uscita forse un pelino più dignitosamente, ammesso che abbia un senso tirare in ballo la dignità di fronte a certe affermazioni.

giovedì 7 novembre 2019

La scorta a Liliana Segre

Così, istintivamente, penso che la scorta concessa a Liliana Segre sia inutile. Voglio sperare che sia inutile. Lo penso perché le minacce di morte via social sono generalmente inviate dai famosi leoni da tastiera, i quali, come indica il nome stesso, sono leoni finché pestano coi loro ditini sulla tastiera di un computer nel chiuso di una stanza. Nella vita reale, di fronte alle persone in carne e ossa, ritornano i timidi agnellini un po' frustrati di sempre. 

Credo comunque che questa storia debba far pensare, soprattutto relativamente alla strada imboccata ormai da tempo dalla nostra società.

mercoledì 6 novembre 2019

Cosa vuol dire essere blogger alle soglie del 2020

Sollecitato da Sinforosa, che ha avuto la bontà di taggarmi in questo suo post, provo a rispondere alle sei domande in questione.

1) Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Aprii questo blog nel 2006, in un periodo in cui il fenomeno dei blog esplodeva (ne nascevano di nuovi con la stessa frequenza con cui oggi ci si iscrive a un social). Precedentemente avevo già un sito mio, ospitato sulla piattaforma Libero.it (non c'entra niente col giornalaccio di Feltri, non facciamo confusione). Era un sito statico che aggiornavo scrivendo manualmente testi e pagine in html tramite un apposito editor html che mi pare fosse OpenOffice o qualcosa del genere, non ricordo più. L'evoluzione dal sito statico al blog fu naturale, e la nascita di tutto ciò avvenne come risposta a un bisogno di comunicare e raccontare in rete le cose di cui ero appassionato, ma anche per commentare vicende e fatti di cronaca e attualità, e per dire la mia su ciò che mi accadeva intorno.

2) Come nasce l'idea dietro ai tuoi post?

In modo totalmente casuale, almeno la maggior parte delle volte. Un pensiero qualsiasi mi frulla per la testa? lo butto giù, senza programmare niente. Naturalmente nei limiti del tempo e delle possibilità.

3) Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Principalmente lo smartphone per una questione di comodità, specie quando sono spaparanzato sul divano. Ma non disdegno il mio pc fisso che ho in casa.

4) Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?

Dipende. Se si tratta solo di vergare un pensiero mi bastano anche due minuti. Per post più articolati mi ci vuole ovviamente di più, anche tre quarti d'ora o un'ora, ma in genere prediligo i post veloci per non sottrarre troppo tempo ai libri.

5) Qual è il tuo rapporto coi social network e come sono legati al tuo blog?

Coi social ho chiuso, quindi non sono legati in alcun modo al mio blog, ovviamente. Ho ancora aperto il mio canale YouTube ma non so se si possa definire social in senso stretto.

6) Vedi questa crisi del blogging in prima persona, tanto da aver avuto la tentazione di  trasferirti in pianta stabile suo social?

La crisi dei blog è palese e bloggare è ormai un'attività di nicchia, pur avendo innegabilmente, questa nicchia, una certa propria vitalità. Per quanto mi riguarda, questo blog non ha grandi numeri (se non gli anni) né grande seguito, ma della cosa mi importa relativamente poco, dal momento che scrivo principalmente per me stesso (lo trovo terapeutico). Chiudo citando parte della risposta di Sinforosa: "Finché avrò il desiderio e il tempo di continuare questa mia comunicazione con voi continuerò a farlo, indipendentemente dalle mode del momento, dal numero di lettori, dal numero di commenti; anche se i miei post facessero piacere a un solo lettore questo sarebbe sufficiente per continuare a fare blogging".

Chi vuole partecipare a questo "gioco" tra blogger, ed eventualmente taggare qualcuno, può fare riferimento a Nino o a Miki.

venerdì 9 marzo 2018

Tutti medici e veterinari (su Google)

Il cartello ironico che il veterinario di Rimini ha appeso nella sala d'aspetto del suo studio, al di là dell'ironia credo sia il sintomo di una piaga che sta prendendo piede e che forse merita di non essere sottovalutata: la convinzione di essere tutti esperti di tutto tramite Google. E il povero dott. Moretti, da tempo alle prese con padroni di quadrupedi che arrivano in studio con già diagnosticata diagnosi e formulata terapia, naturalmente gran parte delle volte errate, quando fa notare l'irritazione generata dal fatto di dover mettersi a discutere con gente che crede di saper tutto dopo dieci minuti su Google o su un forum, ricorda un po' il professor Burioni.

Il professor Roberto Burioni, del quale lessi l'anno scorso l'ottimo saggio Il vaccino non è un'opinione, è lo scienziato che è sceso in rete per cercare di contrastare le bufale e le stupidaggini messe in circolazione dagli antivaccinisti, e una delle sue affermazioni più note ha molte similitudini coi concetti espressi dal veterinario di Rimini.

In generale, credo che serva a tutti un buon ridimensionamento e la capacità di riappropriarsi di una certa dose di umiltà. È comprensibile che, anche senza avere mai aperto un libro, la facilità con cui oggi si ha accesso a informazioni che fino a qualche anno fa richiedevano una visita in biblioteca possa dare quella sensazione di poter competere alla pari, specie su materie scientifiche e mediche, con chi ha studiato per decenni, ma non è così. E prima riusciremo a capire questa cosa, prima smetteremo di sbatterci il muso.

lunedì 12 marzo 2012

Bastava la frase

Non so se avete seguito la vicenda. Ve la riassumo brevemente. Qualche tempo fa un giudice particolarmente zelante aveva disposto l'oscuramento dell'intero sito vajont.info a causa di un paio di frasi, lasciate da altrettanti commentatori del sito, ritenute ingiuriose nei confronti dell'on. Paniz e dell'on. Scilipoti.

Il Tribunale della Libertà di Belluno, dopo il ricorso presentato dal provider, ha disposto oggi il ritorno online del sito; rimangono oscurate solo le frasi incriminate (per le quali il gestore del sito è stato comunque condannato a risarcire Paniz).
Alla fine, quello che a me stupisce della vicenda è che la decisione di oscurare solo le frasi incriminate sia arrivata solo dopo un ricorso e non sia stata presa dal Gip in prima battuta, come sarebbe stato logico aspettarsi. Mah.

giovedì 16 febbraio 2012

Un traduttore al MIUR, grazie

"Non potete nemmeno immaginarvi quanto sia grande ed estesa la struttura amministrativa del ministero dell'Istruzione, dell'Universita' e della Ricerca. Sono grandi numeri: oltre 10mila scuole, quasi un milione d'insegnanti, circa 8 milioni di studenti, migliaia di dirigenti, centinaia di migliaia di personale non docente e amministrativo, uffici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Senza contare gli atenei, i professori universitari, gli enti di ricerca, i ricercatori e, anche in questo caso, tutto il personale delle amministrazioni".

E in mezzo a tutto questo ben di Dio non si trovava un traduttore con la grazia?

Competenze linguistiche

Nel programma ufficiale di Futuro Nazionale leggo: " Riforma della cittadinanza italiana : ripristino del corretto significato della ci...