Visualizzazione post con etichetta ecologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ecologia. Mostra tutti i post

venerdì 6 febbraio 2026

Se pianto un albero posso mangiare una bistecca?


Era da tempo che avevo in programma di leggere questo saggio di Giacomo Moro Mauretto, il biologo che sta dietro il bellissimo canale Youtube Entropy for life, e finalmente ho potuto leggerlo. Se l'obiettivo di Mauretto era quello di fare chiarezza nel caos di informazioni (e spesso di sensi di colpa) che riguardano l'ecologia e l'ambientalismo, ci è riuscito perfettamente.

A cominciare dal titolo, volutamente provocatorio, che già indica la direzione che intende prendere l'autore: smontare l'ambientalismo da inutili romanticherie e simbolismi. È un testo interamente basato sui dati scientifici, sui numeri, non su slogan. L'ambientalismo che Mauretto mette in discussione è quello appunto fatto di infantili semplificazioni nei confronti di tematiche che invece, per loro natura, sono estremamente complesse. 

Quante volte abbiamo sentito, ad esempio, che per compensare le emissioni di CO2 nell'atmosfera bisogna piantare tanti alberi? È un'immagine che piace, che fa breccia, ma che ha molto di idealistico e ben poco di utile. Quali alberi? Quanti? Dove? Siamo tutti persuasi che riforestare sia la soluzione a ogni male. Il libro spiega perché la piantumazione indiscriminata può essere inutile o addirittura dannosa per gli ecosistemi locali se non gestita con criteri ecologici rigorosi. Un albero non è un credito di carbonio universale. In linea di principio è vero che piante e alberi assorbono CO2, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi la assorbono allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di "trasformare" anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Un altro esempio di cui probabilmente tutti abbiamo sentito parlare riguarda il problema della scomparsa delle api. Mauretto chiarisce che l'ape mellifera (quella da miele) è quasi un animale da allevamento e non è affatto a rischio estinzione. Il vero problema riguarda invece gli impollinatori selvatici e la perdita di biodiversità, un tema molto più complesso del semplice "salviamo le api".

C'è poi il tema del consumo di carne. È vero che, in linea generale, consumare carne è dannoso per la salute e l'allevamento degli animali allo scopo di produrre carne ha impatti molto rilevanti sul consumo di suolo, di acqua e in termini di emissioni globali, ma ci sono molti distinguo da fare perché i tipi di carne sono diversi (rosse, bianche, lavorate ecc.) e non impattano tutte allo stesso modo sulla salute e sull'ambiente. Un allevamento intensivo di pollame destinato alla produzione di carni bianche, ad esempio, è molto meno climalterante in termini di emissioni rispetto a un allevamento estensivo di bovini, oppure a grandi estensioni di terreno per la produzione di soia. Il problema è complesso, articolato, ricco di sfaccettature. 

Mauretto fa proprio questo: spiega quali sono le azioni che pesano davvero sul pianeta e quali sono invece gocce nel mare che servono a poco se non inserite in un cambiamento sistemico. Ciò che rende questo libro estremamente interessante, oltre al fatto di approfondire temi come alimentazione, energia, trasporti, conservazione della biodiversità, è il coraggio di sfatare molti luoghi comuni sull'ecologia e di sfidare alcuni dei pilastri dell'ambientalismo più mediatico, più "pop". Non per spirito di contrarietà, ma con la forza dei dati scientifici. Se questi argomenti vi interessano, questa lettura è imprescindibile.

lunedì 12 gennaio 2026

Mille miliardi di alberi

C’è una narrazione ecologista, ormai molto diffusa, secondo cui piantare alberi sarebbe di per sé un atto risolutivo per salvaguardare l’ambiente. L’idea è semplice e rassicurante: gli alberi, grazie alla fotosintesi – nozione che impariamo già alle medie – assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Dunque, se vogliamo contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale, basta piantare alberi. Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nelle campagne ambientaliste, lo ripetono anche gli scienziati. Ma è davvero così semplice?

In linea di principio sì, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi assorbono CO₂ allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di “trasformare” anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Noi, come è noto, siamo naturalmente portati a cercare spiegazioni semplici e consolatorie e a rifuggire la complessità. Così finiamo per pensare, in modo un po’ romantico, che piantare alberi sia sempre e comunque un gesto virtuoso. Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, in una breve ma densissima lezione, smonta questa convinzione pezzo per pezzo, mettendo in fila tutti i “ma”. E non sono pochi.


venerdì 12 dicembre 2025

Plastica e cervello

Nel corso del tempo ho scritto parecchi post sul problema della plastica che soffoca il nostro pianeta e soffoca noi. Ne aggiungo un altro, anche se non servirà a niente, solo per segnalare questo breve intervento con cui Telmo Pievani riassume gli ultimi studi appena pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche al mondo. In questi lavori si evidenzia come le microplastiche e soprattutto le nanoplastiche facciano ormai parte del nostro organismo, cervello compreso. Ebbene sì: le parti più piccole delle microplastiche presenti nell'ambiente, e ormai entrate nel ciclo alimentare di noi esseri umani, riescono a superare la barriera emato-encefalica e si depositano nel nostro cervello.

Un biologo di cui non ricordo il nome disse tempo fa che Homo Sapiens è la prima specie apparsa sul pianeta a cibarsi dei rifiuti che produce. Ed è sempre la stessa specie che poi strilla all'abuso perché qualcuno, appiccicando i tappi alla bottiglie, tenta di fare qualcosa.


mercoledì 22 ottobre 2025

Impronte

La scomparsa in poco più di 60 anni del quarto lago piu grande del mondo, che aveva un'estensione equivalente alle superfici di Piemonte, Lombardia e Veneto messi assieme, spiega più di tanti report scientifici l'entità delle impronte che la nostra specie ha lasciato e lascia continuamente sul pianeta. La storia raccontata dal Post, che non conoscevo, è impressionante. Un lago formatosi circa 18.000 anni fa dallo scioglimento dei ghiacciai alla fine dell'ultima era glaciale è stato reso un deserto in pochi decenni per meri motivi economici, ennesima prova dell'ambivalenza della nostra specie, capace di scolpire la Pietà, dipingere la Gioconda e scrivere la Divina commedia, e nello stesso tempo capace di distruggere un pezzo alla volta la casa in cui abita.

venerdì 23 giugno 2023

Carne e pubblicità


È cosa abbastanza risaputa che uno dei maggiori veicoli di menzogne e illusioni, oggi, è la pubblicità. Per capire fino a che punto, è sufficiente leggere libri come questo. Ma anche senza leggere libri, è sufficiente guardare un qualsiasi spot per capirne la natura menzognera.

Mi sono venuti in mente questi pensieri mentre guardavo su una rivista la pubblicità qui sopra, che reclamizza carne di manzo. Cosa si vede? Due bovini che pascolano tranquillamente e in solitudine in una specie di paradiso terrestre composto di prati verdi, cieli azzurri, mare blu. Il richiamo alla natura è contenuto anche nello slogan che accompagna la pubblicità: "buona per natura". Insomma, il messaggio che passa è che mangiare una bella bistecca di manzo non solo è perfettamente naturale ma è anche un gesto che aiuta la natura. 

La realtà è invece che la produzione e il consumo di carne, e in particolar modo carne bovina, sono tra le attività umane quelle che hanno i maggiori impatti sul clima del pianeta e che producono i maggiori disastri a livello di consumo di acqua, suolo, biodiversità.

Diciamo che se quella pubblicità fosse realistica, come sfondo alla bistecca dovrebbero esserci immagini che ritraggono deserti, inondazioni, alluvioni, migrazioni, fame, guerre, innalzamento degli oceani, eventi meteorologici estremi e quant'altro. Ma allora non sarebbe pubblicità.


giovedì 20 aprile 2023

Possiamo salvare il mondo prima di cena


Sono convinto che libri come questo siano inutili perché l'emergenza climatica non è percepita come una emergenza, non è ancora diventata psiche collettiva. Anche se gli scienziati si sforzano in ogni modo da anni di sollevare questo problema; anche se ci descrivono con accurate proiezioni il mondo problematico, difficile, costoso in cui dovranno vivere i nostri figli e i figli dei nostri figli a causa nostra, non riusciamo a interiorizzare questa cosa.

E uno dei motivi è che non ci crediamo. Razionalmente siamo pure disposti ad ammettere che la situazione è grave, che i dati del disastro elaborati dagli scienziati sono esatti e preoccupanti, ma sotto sotto non ci crediamo. 

Questa tesi è supportata dall'autore del libro tramite l'utilizzo di un piccolo aneddoto.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, partì dalla Polonia occupata dai nazisti e si avventurò in una missione che lo portò prima a Londra, poi in America per informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Dopo alterne vicissitudini, il giovane Karski arrivò a Washington nel giugno del 1943. Qui incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, egli stesso ebreo e uno dei massimi giuristi della storia americana. Dopo aver ascoltato da Jan Karski il racconto dello sgombero del ghetto di Varsavia e degli stermini nei campi di concentramento, il giudice, dopo averci pensato su, gli rispose: "Mister Karski, un uomo come me parlando con un uomo come lei ha l'obbligo della totale franchezza. Quindi devo dirle che non posso proprio credere a quello che mi ha detto." Quando l'uomo che accompagnava Karski supplicò Frankfurter di dare credito al racconto che gli era stato fatto, il giudice rispose: "Non ho detto che questo giovanotto sta mentendo, ho detto che non sono in grado di credergli. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in un modo che non mi permette di accettarlo."

Il giudice, quindi, non metteva in dubbio la veridicità della storia di Karski. Non contestava il fatto che i tedeschi stessero sistematicamente sterminando gli ebrei in Europa. Ammise invece non solo la propria incapacità di credere alla verità, ma anche la propria consapevolezza di quella incapacità, in definitiva lo stesso atteggiamento che adottiamo noi, o almeno gran parte di noi, di fronte al dramma del riscaldamento globale. 
 
Il libro è interessantissimo, esaustivo, completo di dati e fonti; se siete interessati a queste tematiche vi consiglio caldamente di leggerlo. Poi magari non crederete a quanto raccontato, esattamente come il giudice Frankfurter non credette al racconto di Karski, ma almeno vi sarete fatti un'idea di come stanno le cose.

Lascio qui di seguito alcune schermate prese dalle pagine del libro.


domenica 9 aprile 2023

Un'ora di consapevolezza e arricchimento

Durante la mia camminata postprandiale, che ho fatto per attenuare i sensi di colpa generati dalle abbondanti libagioni pasquali, ho ascoltato questa conferenza di Telmo Pievani, e mi è venuto da chiedermi perché queste cose non vengano dette nei telegiornali, non siano oggetto di discussione sui blog, sui social, sui giornali, nelle scuole. Invece di dare spazio alle cretinate dei vari Salvini e compagnia bella, invece di raccontare l'ultimo omicidio, l'ultimo incidente stradale, l'ultima strage, perché non raccontare tutti i disastri che stiamo facendo? Perché non sollevare il problema gigantesco dei nostri figli e nipoti, che a causa nostra dovranno vivere in un mondo più difficile, più costoso, più fragile, più problematico? 

Poi magari non ci si potrà fare niente, ma già sapere, prendere coscienza, avere un'idea di cosa sta succedendo potrebbe essere un punto di partenza. Se si ha consapevolezza di un problema, è difficile che poi i comportamenti non ne siano influenzati. O forse no, chissà.


domenica 4 settembre 2022

Senz'acqua

Ho ascoltato con estremo interesse la bellissima conferenza di Telmo Pievani che linko in calce a questo post. Il tema è la siccità. Come forse ricorderete, durante l'estate in molte zone d'Italia, ma anche fuori (è stata razionata anche in Inghilterra, prima volta nella sua storia), l'acqua è stata razionata e in molti posti lo è ancora, per poter fare fronte alla gravissima crisi idrica che ci ha colpiti (le immagini drammatiche del Po in secca le abbiamo viste tutti).

Ma questa siccità, per la quale in molte zone è stato richiesto lo stato di calamità, in realtà non è una calamità, né una emergenza, è semplicemente normalità. Si sa da almeno vent'anni che l'innalzamento progressivo delle temperature dovuto alle attività umane avrebbe portato a questo, era già stato previsto da tutti i modelli matematici e scientifici, così come si sa da trent'anni che, mediamente, oltre il 40 per cento dell'acqua che circola nei nostri fatiscenti acquedotti va perduta. Quindi non c'è niente di emergenziale in tutto ciò, c'è solamente la tara cognitiva che abbiamo noi umani di non riuscire a porre rimedio a problemi noti che si snodano sul lungo termine.

A partire dal minuto 53 in poi, c'è la parte più interessante della conferenza, che è quella in cui il grande scienziato risponde alle domande dei presenti su argomenti come demografia, spostamenti umani, sostenibilità del nostro modo di vivere, pandemia, deforestazione, il dramma e i danni prodotti dagli allevamenti intensivi, le prospettive per il futuro e ciò che attenderà le generazioni che verranno (i nostri figli e i nostri nipoti). Nel complesso, una bellissima panoramica per riuscire a capire meglio il mondo in cui viviamo e il nostro ruolo in esso.


lunedì 4 luglio 2022

Ancora trent'anni

Secondo diversi e autorevoli studi, il ghiacciaio della Marmolada tra una trentina d'anni (probabilmente meno) non ci sarà più. In passato sono stato spesso in vacanza, durante il periodo estivo, da quelle parti e ne ho dei bei ricordi: camminate in quota, panorami mozzafiato. E lui lassù, imperioso, a guardare tutti e tutto dall'alto. 

Mi verrebbe da consigliare a chi ancora non l'ha visto di andarci almeno una volta. Consiglio rivolto con maggiore enfasi ai negazionisti del climate change e a quelli che in questi anni hanno spernacchiato e dileggiato Greta Thunberg. Andateci adesso, perché poi quando lo potrete guardare solo da vecchi .jpg del passato non sarà la stessa cosa.

venerdì 24 giugno 2022

Collasso


Ci sono libri che cambiano la vita. Oddio, forse cambiano la vita è esagerato, diciamo che consentono di cambiare radicalmente modi di pensare e convinzioni ormai assodati. La gravissima crisi idrica che ci sta flagellando in questo periodo, giusto per fare un esempio, non può venire interpretata allo stesso modo in cui si interpreta normalmente, dopo aver letto questo libro.

Di Jared Diamond, forse uno dei più competenti e autorevoli scienziati in materie ambientali ancora viventi, avevo letto qualche tempo fa Armi, acciaio e malattie (ne avevo parlato qui), che nel 1998 vinse il premio Pulitzer per la saggistica. In questo libro Diamond analizza i motivi che hanno portato, in passato, intere civiltà a collassare, collasso avvenuto sempre, o quasi sempre, in maniera velocissima subito dopo il massimo splendore.

Sono analizzate società e civiltà del passato come i Maya, i Vichinghi, l'isola di Pasqua, e anche paesi del terzo mondo di oggi (Ruanda, Haiti, Repubblica Dominicana). Di tutti questi casi viene fatta la storia e vengono analizzati i motivi che ne hanno determinato il tracollo, alcuni dei quali ricorrono abbastanza costantemente: sfruttamento scriteriato delle risorse disponibili (acqua, legname, terra, allevamento), deforestazione, variazioni climatiche, sovrappopolazione. Tutto ciò legato ad alcune peculiarità tipicamente umane: corruzione, follia, avidità, assenza di lungimiranza.

Una delle parti più interessanti del saggio è quella in cui Diamond, non senza difficoltà, cerca di rispondere alla domanda delle domande. Scrive Diamond: "La mia prima lezione [tenuta all'Università della California - UCLA - a Los Angeles], dopo un incontro introduttivo, riguardava la storia dell'isola di Pasqua. Nella discussione che è seguita alla mia presentazione, la domanda apparentemente semplice che tormentava i miei studenti era in realtà una questione complessa a cui fino a quel momento non avevo dato troppo peso: come era possibile che un popolo prendesse una decisione così apparentemente folle come quella di abbattere tutti gli alberi da cui dipendeva la sua sopravvivenza? Uno studente si è chiesto cosa stesse pensando colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola."

Ovviamente la risposta a questa domanda è complessa, e Diamond cerca di strutturarla in alcuni punti, partendo dal presupposto che a tutti, nella vita, anche a livello individuale, succede di prendere decisioni sbagliate: ci si sposa con la persona sbagliata, si fanno investimenti disastrosi, si sceglie una professione non adatta a noi e così via. Ma qui siamo nel campo delle scelte individuali, quindi le conseguenze ricadono sul singolo, non sulla collettività. Comunque sia, i punti proposti da Diamond sono i seguenti: il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel libro l'autore allarga ognuno di questi punti, cosa che non posso ovviamente fare io qui, e cerca in questo modo di rispondere alla domanda di cui sopra.
 
Ma la parte del saggio che più fa venire il magone è quella relativa all'analisi della società di oggi. Un'analisi che non lascia scampo perché corroborata da montagne di dati che Diamond riporta citando fonti e studi. E da questi dati si evince chiaramente che noi, oggi, ci stiamo comportando quasi esattamente come le società del passato che sono collassate. Ma in più abbiamo un'aggravante. Quando è collassata la società che viveva sulla piccola isola di Pasqua si era nel XV secolo, e quella società, isolata in mezzo al Pacifico a migliaia di chilometri dalla coste dell'attuale Cile, se n'è andata senza che nessuno se ne accorgesse; stesso discorso per i Maya o per i Vichinghi. Oggi, nell'era della globalizzazione (anche delle informazioni), si sa in tempo reale cosa succede in ogni remoto angolo del mondo, si conosce la storia delle civiltà passate, si hanno i dati relativi all'andamento climatico, all'economia, alla variazione della popolazione mondiale. Sappiamo tutto e abbiamo tutti gli strumenti per sapere a cosa andiamo incontro se non cominciamo a prendere provvedimenti seri.

Eppure, in ossequio alla leggendaria stupidità (ma anche altro) di cui siamo impregnati noi Sapiens (mi sono sempre chiesto con quale coraggio ci è stata affibbiata questa denominazione), stiamo facendo poco o nulla per evitare di fare la fine dell'isola di Pasqua e tutti gli altri. Ce ne freghiamo del climate change, noi Occidentali continuiamo a tenere un tenore di vita che non sarebbe più sostenibile neppure se il Terzo mondo con le sue pretese di uguagliarlo non esistesse: continuiamo a deforestare il pianeta, a modificare clima ed ecosistemi inquinando, continuiamo a sfruttare indiscriminatamente le risorse della terra, dei fiumi e dei mari. Siamo esattamente come gli abitanti dell'isola di Pasqua che tagliavano gli ultimi alberi della loro foresta. Potremmo quindi rivolgere a noi la famosa domanda che si ponevano gli studenti di Diamond: cosa pensava colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola?

venerdì 8 aprile 2022

Tra il gas, l'aria condizionata e i sacrifici

Quella di Draghi ("Preferiamo la pace o l'aria condizionata?") è ovviamente una domanda retorica, cioè quel tipo di interrogazione che non viene formulata per ottenere informazioni ma che implica una risposta predeterminata. Si può ovviamente discutere se un capo di governo (ritenuto autorevole e serio) che utilizzi una simile semplificazione di stampo populista, come se fosse un Renzi o un Salvini qualsiasi, ne esca bene o male, ma al di là di questo a me ha colpito un'altra cosa.

Parlandone stamattina con alcuni conoscenti, mi è rimasto impresso questo commento di uno di essi: "Draghi non può chiederci altri sacrifici dopo due anni di pandemia", e questa frase mi ha fatto pensare alla nostra generale allergia al concetto di sacrificio. 

In genere si tende a dare per scontato che il livello di benessere raggiunto dalla nostra civiltà sia qualcosa di definitivamente acquisito, che non può essere messo in discussione in alcun modo e che col passare del tempo crescerà sempre di più. Ma non è così, purtroppo. Economisti e studiosi vanno da tempo ripetendo, nell'indifferenza generale, che il nostro tenore di vita, il tenore di vita di noi occidentali, non è più sostenibile. La nostra piccola parte di mondo per tenere questo tenore di vita consuma infatti l'80% delle risorse del pianeta, e un sistema così sballato non potrà durare ancora a lungo.

La soluzione, che ci piaccia o no (e a noi non piace, ovviamente), sarà inevitabilmente una decrescita, che tradotto significa sacrifici, cioè rinunciare a qualcuna delle nostre infinite comodità, di cui l'aria condizionata di cui parla Draghi sarà solo quella minore. Una bestemmia, oggi, naturalmente, perché dietro alle nostre comodità (automobili, telefonini, aria condizionata, acqua calda, lavatrici, lavastoviglie, industria alimentare, energia, trasporti ecc.) c'è un giro economico immenso, e la nostra civiltà si regge sull'economia. Se questa non funziona, c'è il collasso.

Noi, purtroppo, non siamo abituati a ragionare e a valutare le cose in termini globali ma locali, pensiamo che il nostro fortunato Occidente sia il centro del mondo, sia intoccabile, forte, grande, che fuori non ci sia nulla di rilevante e chi sta fuori si arrangi. Non è così. Siamo piccoli, siamo fragili e il sistema in cui viviamo è squilibratissimo. E i sistemi squilibrati non durano in eterno, prima o poi si riequilibrano, e quando lo fanno sono dolori.

sabato 26 marzo 2022

Microplastiche (nel sangue)

Uno studio olandese ha per la prima volta dimostrato che le microplastiche possono essere assorbite dal sangue ed entrare in circolazione nel corpo umano. In particolare, nel sangue dei soggetti analizzati sono state trovate tracce di vari polimeri (le molecole di cui è costituita la plastica), la cui parte del leone la fa il famoso/famigerato Pet (polietilene teraftalato), ossia il costituente delle normali bottiglie di plastica. 

Ricordo una conferenza di qualche tempo fa di Telmo Pievani in cui il grande biologo documentava come le microplastiche, ossia le piccole parti di plastica inferiori a un terzo di millimetro, siano ormai da tempo presenti all'interno della maggior parte delle specie di pesci marini, e avvertiva che se non si modificherà il trend attuale, nel 2050 la massa totale della plastica presente nei mari avrà superato la massa totale di tutta la fauna ittica, giungendo alla conclusione che noi Sapiens siamo la prima specie di questo pianeta a cibarsi dei rifiuti che produce.

domenica 21 novembre 2021

Giornata nazionale degli alberi

Gli Homo Sapiens sono quella curiosa specie di animali capaci di istituire la Giornata nazionale degli alberi e allo stesso tempo distruggere ogni anno, solo nella foresta amazzonica, una superficie boschiva pari a quella dell'intero Trentino Alto Adige.

giovedì 28 ottobre 2021

Plastica

Ho letto in questi giorni un paio di articoli sul problema della plastica e del fatto che, probabilmente, se non si modifica il trend di utilizzo di questo derivato del petrolio, a breve il nostro pianeta ne sarà letteralmente sommerso, e noi con lui. Così, a sensazione, mi sembra che questo problema sia generalmente sottovalutato, come d'altra parte tendiamo sempre a sottovalutare le grandi questioni che pensiamo non ci riguardino personalmente. Diceva Telmo Pievani, in una sua conferenza di qualche tempo fa, che tenendo questi ritmi di utilizzo, entro il 2050 la massa totale della plastica presente nei mari avrà superato la massa totale di tutta la fauna ittica. In altre parole, ci sarà nei mari più plastica che pesce. I due articoli di cui parlavo sono qui e qui.

sabato 10 luglio 2021

Orgogliosamente fragili e incoscienti

Il vulcanologo Bill McGuire, citato dal filosofo Giulio Giorello in un suo articolo del 2012, scrive che noi che viviamo "su uno dei più attivi corpi del sistema solare, dobbiamo sempre ricordare che esistiamo e prosperiamo solo per un fortuito caso geologico. Studi recenti sul DNA umano hanno rivelato che la nostra specie è arrivata a un pelo dall'estinzione a causa dell'ultima supereruzione 73.500 anni fa, e se fossimo stati in circolazione già 65 milioni di anni fa, quando un asteroide di 10 chilometri di diametro colpì la Terra, saremmo scomparsi insieme con i dinosauri."

Il filosofo Telmo Pievani, citato sempre da Giorello, aggiunge che "la fine del mondo c'è già stata, e molte volte, ed è grazie a queste deviazioni della storia che noi siamo qui, ora, a scriverne. Le grandi catastrofi che marcano le ere geologiche sono state come incendi nella foresta che spazzano via il sottobosco vecchio, e liberano spazio per future diversificazioni. E se l'intero genere umano finirà 'bruciato' per colpa di qualche asteroide o si scoprirà addirittura che il vero asteroide killer siamo noi stessi, non ci sarà più nessun rifugio da cui contemplare la vita nuova che sgorgherà dal disastro."

Il sotteso di tutto questo discorso è che, a differenza di quanto avvenuto in passato, dove l'estinzione del grosso delle forme di vita è stato causato da eventi geologici (eruzioni) o astrali (asteroide), il prossimo catastrofico evento che potrebbe portare alla estinzione degli umani sarà causato, paradossalmente e verosimilmente, dagli umani stessi, come conseguenza di ciò che stanno facendo al pianeta.

A tal proposito mi viene in mente che Luca Mercalli, in un suo bellissimo libro intitolato Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali scriveva che la Terra non ha alcun bisogno di noi, ma siamo noi ad avere bisogno di lei. Il problema è che non ne siamo consapevoli. Oppure ne siamo consapevoli ma, in fondo, chi se ne frega...

sabato 5 settembre 2020

Contemplare la natura

Pur non essendo cristiano apprezzo spesso alcune delle cose che dice Bergoglio, oggettivamente una delle ultime voci di una certa rilevanza che un giorno sì e l'altro pure si leva contro la mentalità mercantile e capitalista su cui è ormai imperniata la nostra società, tanto da essere apostrofato da molti come l'ultimo comunista rimasto (in realtà Bergoglio non c'entra nulla col comunismo, molto più semplicemente mette le persone prima dei princìpi, contrariamente ai suoi predecessori).
 

Poi, certo, ogni tanto qualche incongruenza salta fuori. Quando ad esempio esorta con fervore a un ritorno alla comprensione e alla contemplazione della natura, dimentica di dire che la visione della natura come materia prima e non come oggetto di contemplazione è anche un lascito del cristianesimo, che origina dalla famosa direttiva data all'uomo da Dio di soggiogare la Terra e dominare sui pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni altro essere vivente (qui il cristianesimo va inteso come cultura, inconscio collettivo e modo di pensare, ossia ciò che ha fatto da collante dell'Occidente per più di un migliaio di anni, non come religione). È piuttosto difficile, infatti, a meno di non prodursi in azzardate acrobazie semantiche, rendere compatibile la categoria del dominio con quella della preservazione e custodia della natura.
 

Se c'è insomma una cultura che intende la natura come oggetto di contemplazione e non come mera materia prima non è certo quella occidentale originata dal cristianesimo, sono semmai quella greca antica o certe culture orientali, come scrive ad esempio Galimberti in Cristianesimo, la religione dal cielo vuoto, ammesso che pure di queste sia oggi rimasto qualcosa. Ma è una piccola incongruenza che si perdona volentieri, dal momento che, come dicevo, papa Bergoglio è rimasto forse l'ultima voce autorevole a spendersi con lodevole ostinazione contro lo sfruttamento, il consumismo, la riduzione dell'uomo a merce e lo scempio economico e sociale originato dal capitalismo.

sabato 29 agosto 2020

Non si consuma? Crolla tutto





Ho appena terminato il saggio Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell'economia circolare, dell'economista Antonio Massarutto. Un libro estremamente istruttivo ma allo stesso tempo abbastanza inquietante e capace di suscitare più di una riflessione. Una di queste nasce dall'ormai noto fenomeno produttivo denominato obsolescenza programmata, descritto molto bene negli estratti che leggete qui sopra, ossia la pratica di costruire gli oggetti di consumo che utilizziamo ogni giorno in modo che si usurino o si danneggino il prima possibile, cosicché si sia costretti a sostituirli con altri. Perché è in uso ormai da molti anni questa pratica? Perché la nostra società è basata sui consumi, sopravvive e non collassa solo se si consuma, perché il calo dei consumi significa calo della produzione, calo della produzione significa calo dell'occupazione, calo dell'occupazione significa povertà (ho sintetizzato brutalmente per chiarire il meccanismo).

Questo meccanismo, descritto da Massarutto, è stato raccontato altrettanto bene da Umberto Galimberti in un suo bellissimo libro, di cui consiglio la lettura, chiamato I miti del nostro tempo. Qui, il noto filosofo, si spinge in considerazioni che vanno oltre la mera descrizione del fenomeno e abbracciano riflessioni di tipo più sociale e filosofico. In quanti, ad esempio, si sono mai interrogati relativamente al modo in cui abbiamo costruito e impostato la nostra società? È possibile che una società stia in piedi solo se consuma e che crolli se smette di farlo? Viene da pensare che questo modello non abbia basi e fondamenta molto solide. Una prova di questa fragilità l'abbiamo avuta ad esempio col lockdown di marzo e aprile: due mesi di chiusura della maggior parte delle attività ed ecco che milioni di persone si sono trovate dall'oggi al domani senza mezzi di sussistenza col rischio di precipitare nel baratro della povertà, perché il crollo dei consumi significa crollo dei mezzi di sussistenza.

Ecco allora l'importanza dell'obsolescenza programmata, una strategia per cui la fine delle cose diventa il fine per cui vengono costruite, in una sorta di circuito schizofrenico-nichilistico da cui non si esce e pensato per fare in modo che gli oggetti vengano il più velocemente possibile sostituiti da altri nuovi e la catena in cui siamo imprigionati (consumo = produzione = occupazione) non abbia a interrompersi, pena il crollo del nostro sfavillante castello. Naturalmente non è che da questo meccanismo è ormai possibile uscire, neanche a pensarci, chi lo pensa è un illuso; ci siamo dentro, abbiamo plasmato su di esso il nostro vivere e ce lo teniamo. Ciò che magari può essere utile sapere è che non è un meccanismo ineluttabile piovuto dal cielo o che ci è stato imposto da qualche entità superiore, no, ce lo siamo scelto noi, l'abbiamo costruito noi, per circa un secolo ne sono state pure decantate le lodi dai profeti del capitalismo, e ora ce lo teniamo, con tutte le sue pericolose e inquietanti fragilità.

sabato 4 luglio 2020

Acqua, plastica e ghiacciai


Mi è caduto l'occhio su questa pubblicità, stampata sul retro di una di quelle riviste usa e getta che è possibile trovare nelle sale d'aspetto del medico o della parrucchiera. Notate anche voi qualcosa che stride in questa immagine? Probabilmente sì, anche perché salta agli occhi abbastanza facilmente: la plastica delle bottiglie col ghiacciaio sullo sfondo.

Perché stridono questi due elementi? Perché la plastica (produzione, lavorazione, trasporto, smaltimento ecc.) genera il 17% delle emissioni di CO2 che ogni anno vengono rilasciate nell'atmosfera dalle attività umane. Nel 2015, ad esempio, i dati più recenti che ho trovato, l'utilizzo della plastica ha immesso nell'atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate di CO2, cioè di anidride carbonica, il composto responsabile del progressivo riscaldamento della Terra (effetto serra) e del conseguente scioglimento dei ghiacchiai (solo una delle molteplici disastrose conseguenze di questa assurda deriva).

Gli scienziati, sulla base di calcoli e proiezioni correlati all'attuale velocità con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai, hanno pronosticato che fra appena cento anni l'intero arco alpino che va dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia sarà completamente privo sia di nevi che di ghiacciai. E tutto questo col contributo determinante delle bottiglie di plastica che vedete qui sopra, che una subdola pubblicità definisce "Un dono della natura."

Ironico, no?

venerdì 26 giugno 2020

Una lettera dal pianeta Terra

Cari umani, non l'ho mai fatto prima, ma quest'anno ho deciso di scrivervi. Per voi inizia un nuovo anno, per me non ha importanza, di questi capodanni ne ho già visti quattro miliardi e mezzo. Duecentomila anni fa siete comparsi voi autonominati Homo Sapiens, ora siete diventati tantissimi, formicolate in 7 miliardi e mezzo sulla mia pelle, mi pungete con trivelle per succhiarmi olio che io avevo sigillato in innocue vesciche, scavate gallerie per estrarmi preziosi elementi che poi buttate come rifiuti disperdendoli per sempre e avvelenandovi da soli, abbattete le foreste che mi coprono di una verde peluria, esaurite i pesci degli oceani e sterminate le creature della mia biosfera che ci ha messo tre miliardi di anni per evolversi; asfaltate, cementate, bruciate, fumate, inquinate qualsiasi cosa passi per le vostre mani, e da un secolo a questa parte sembra non abbiate più alcun rispetto per me, mi succhiate ogni forza e mi intossicate con i vostri gas, cambiate il clima, mi fate venir la febbre che fonde i ghiacci e aumenta il livello dei mari, mi riempite di plastica, una roba che avete inventato voi, senza curarvi di riciclarla come ogni cosa che faccio io. Mai nessuna specie aveva osato tanto e danneggiato così gravemente i miei processi vitali. Avete cosparso pure la mia orbita con un sacco di ferraglia e Marte mi ha detto preoccupato che avete mandato oggetti anche sulla sua superficie. Ora state esagerando, e alcuni di voi l'hanno capito: avete battezzato Antropocene quest'epoca geologica per via della vostra invasività. Ho visto che quindicimila scienziati hanno firmato l'ennesimo appello che bene interpreta la mia sofferenza, avete capito benissimo quali siano i limiti fisici da non superare per non farmi collassare, avete convocato conferenze per rispettare clima e ambiente, ma nei fatti non siete sulla strada giusta, continuate a inseguire la crescita economica infinita sapendo che io non sono affatto infinita! Le vostre televisioni ridono e scherzano mentre io soffoco e vomito: attenti, che un mio scrollone vi spazza via come fuscelli! Ricordatevi che io non ho bisogno di voi, ma voi avete bisogno di me. Un vostro scrittore, Francois Mauriac, che avete premiato con il Nobel, ha detto: "È inutile per l'uomo conquistare la luna, se poi finisce per perdere la terra". Pensateci! Io che vedo più in là di voi, vi assicuro che per molti anni luce qui attorno non c'è posto migliore per vivere, cercate di conservarlo e di passare ancora qualche centinaio di migliaia di anni insieme a me. Ogni tanto infatti, quando non vi ammazzate o fate rumore con le vostre macchine, siete anche capaci di belle cose: ascolto con gioia la vostra musica, una novità dopo milioni di anni nei quali avevo udito solo il canto degli uccelli, osservo stupende interpretazioni della mia natura e delle mie stagioni - prima che cambiaste voi il clima - come la Primavera di un certo Botticelli, mi piace quando usate la mia pietra per costruire torri, teatri, templi, e ci sono storie che ascolto volentieri, composte con un metodo tutto vostro, unico a quanto ne so in buona parte di questa Galassia: la poesia. Mentre giro attorno al sole sorrido leggendo un tal Dante che parla del nostro gran dispensatore di energia come un carro che sbanda su una "strada che mal non seppe carreggiar Fetòn". Ecco, queste cose di voi mi divertono, e poi siete bravi a scoprire le leggi fisiche che mi fanno funzionare, a costruire apparecchi per comunicare lontano e far calcoli complessi, curare la vostra salute, generare energia con il sole senza affumicarmi. Ma accidenti, usatela bene questa conoscenza! È il vostro jolly: o saprete sbarazzarvi della stupidità, dell'arroganza, dell'indifferenza verso di me, e con un grande scatto evolutivo culturale farete della vostra civiltà un membro sostenibile del mio ambiente, oppure - l'ha scoperto uno di voi che si chiamava Darwin - l'evoluzione vi eliminerà perché non adatti, e io guarirò presto dalle vostre ferite. Però mi dispiacerebbe che dopo così tanta fatica per avervi fatto emergere falliste così miseramente. Vostra madre terra.

(da Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali - Luca Mercalli, Einaudi editore)

giovedì 10 marzo 2011

Rinnovabili: "faremo presto"


Sì, non c'è fretta. In fondo si tratta solo del destino di 100.000 famiglie. Curiosa la dichiarazione del cavaliere in proposito: "Il 'boom' del settore fotovoltaico determina sulle bollette dei cittadini un aggravio che era necessario calmierare". Un aggravio? Cioè, non ho capito, uno installa sul suo tetto un impianto fotovoltaico e tutto ciò determina un aggravio sulle bollette? Probabilmente ho capito male io, come al solito.

Però penso che tutti quelli che aspettano risposte dal governo sulle modalità del ripristino degli incentivi sulle rinnovabili, possono stare tranquilli. "Entro poche settimane il governo stabilirà il nuovo quadro di incentivi che consentirà alle aziende del settore la programmazione di investimenti", ha detto lui. Capito? Poche settimane. Viene in mente quando Scajola si dimise in seguito alla vicenda della casa pagata da qualcuno a sua insaputa. Berlusconi assicurò la nomina del successore al ministero dello sviluppo economico in capo a pochi giorni. Arrivò Paolo Romani dopo 5 mesi.

Vabbè, in fondo non è che si può pretendere più di tanto da un governo che ha fatto del nucleare la sua bandiera.

Due Kit Carson

Cosa che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...