Visualizzazione post con etichetta ambiente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ambiente. Mostra tutti i post

venerdì 6 febbraio 2026

Se pianto un albero posso mangiare una bistecca?


Era da tempo che avevo in programma di leggere questo saggio di Giacomo Moro Mauretto, il biologo che sta dietro il bellissimo canale Youtube Entropy for life, e finalmente ho potuto leggerlo. Se l'obiettivo di Mauretto era quello di fare chiarezza nel caos di informazioni (e spesso di sensi di colpa) che riguardano l'ecologia e l'ambientalismo, ci è riuscito perfettamente.

A cominciare dal titolo, volutamente provocatorio, che già indica la direzione che intende prendere l'autore: smontare l'ambientalismo da inutili romanticherie e simbolismi. È un testo interamente basato sui dati scientifici, sui numeri, non su slogan. L'ambientalismo che Mauretto mette in discussione è quello appunto fatto di infantili semplificazioni nei confronti di tematiche che invece, per loro natura, sono estremamente complesse. 

Quante volte abbiamo sentito, ad esempio, che per compensare le emissioni di CO2 nell'atmosfera bisogna piantare tanti alberi? È un'immagine che piace, che fa breccia, ma che ha molto di idealistico e ben poco di utile. Quali alberi? Quanti? Dove? Siamo tutti persuasi che riforestare sia la soluzione a ogni male. Il libro spiega perché la piantumazione indiscriminata può essere inutile o addirittura dannosa per gli ecosistemi locali se non gestita con criteri ecologici rigorosi. Un albero non è un credito di carbonio universale. In linea di principio è vero che piante e alberi assorbono CO2, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi la assorbono allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di "trasformare" anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Un altro esempio di cui probabilmente tutti abbiamo sentito parlare riguarda il problema della scomparsa delle api. Mauretto chiarisce che l'ape mellifera (quella da miele) è quasi un animale da allevamento e non è affatto a rischio estinzione. Il vero problema riguarda invece gli impollinatori selvatici e la perdita di biodiversità, un tema molto più complesso del semplice "salviamo le api".

C'è poi il tema del consumo di carne. È vero che, in linea generale, consumare carne è dannoso per la salute e l'allevamento degli animali allo scopo di produrre carne ha impatti molto rilevanti sul consumo di suolo, di acqua e in termini di emissioni globali, ma ci sono molti distinguo da fare perché i tipi di carne sono diversi (rosse, bianche, lavorate ecc.) e non impattano tutte allo stesso modo sulla salute e sull'ambiente. Un allevamento intensivo di pollame destinato alla produzione di carni bianche, ad esempio, è molto meno climalterante in termini di emissioni rispetto a un allevamento estensivo di bovini, oppure a grandi estensioni di terreno per la produzione di soia. Il problema è complesso, articolato, ricco di sfaccettature. 

Mauretto fa proprio questo: spiega quali sono le azioni che pesano davvero sul pianeta e quali sono invece gocce nel mare che servono a poco se non inserite in un cambiamento sistemico. Ciò che rende questo libro estremamente interessante, oltre al fatto di approfondire temi come alimentazione, energia, trasporti, conservazione della biodiversità, è il coraggio di sfatare molti luoghi comuni sull'ecologia e di sfidare alcuni dei pilastri dell'ambientalismo più mediatico, più "pop". Non per spirito di contrarietà, ma con la forza dei dati scientifici. Se questi argomenti vi interessano, questa lettura è imprescindibile.

lunedì 12 gennaio 2026

Mille miliardi di alberi

C’è una narrazione ecologista, ormai molto diffusa, secondo cui piantare alberi sarebbe di per sé un atto risolutivo per salvaguardare l’ambiente. L’idea è semplice e rassicurante: gli alberi, grazie alla fotosintesi – nozione che impariamo già alle medie – assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Dunque, se vogliamo contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale, basta piantare alberi. Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nelle campagne ambientaliste, lo ripetono anche gli scienziati. Ma è davvero così semplice?

In linea di principio sì, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi assorbono CO₂ allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di “trasformare” anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.

Noi, come è noto, siamo naturalmente portati a cercare spiegazioni semplici e consolatorie e a rifuggire la complessità. Così finiamo per pensare, in modo un po’ romantico, che piantare alberi sia sempre e comunque un gesto virtuoso. Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, in una breve ma densissima lezione, smonta questa convinzione pezzo per pezzo, mettendo in fila tutti i “ma”. E non sono pochi.


sabato 10 gennaio 2026

Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai


Tempo fa Siu, un'affezionata lettrice di questo blog, mi aveva segnalato questo libro in un commento a un post e mi aveva incuriosito. È un libro interessantissimo ma che lascia l'amaro in bocca, e lo lascia in particolar modo a me, che tra qualche mese diventerò nonno con la consapevolezza che la mia nipotina sarà costretta a vivere nel malridotto pianeta che gli avrò lasciato. 

Lo so, il cambiamento climatico è un tema palloso che non scalda i cuori, anzi spesso infastidisce, irrita, fa sbuffare perché mette in discussione il nostro stile di vita, la nostra identità, le azioni che compiamo ogni giorno, e nessuno vuole interferenze nella propria vita, nessuno vuole sentirsi dire che mangiare carne e utilizzare gli aerei sono i due comportamenti che da soli scaricano la metà delle emissioni di CO2 nell'atmosfera del pianeta. Per capire quanto il cambiamento climatico sia un tema fastidioso basta vedere come vengono trattati gli attivisti climatici e il dileggio che viene riservato a Greta Thunberg, considerata qualcosa meno di una povera cretina che si fa manipolare dalle lobby ecologiste.

Il libro di Motterlini non è però un libro sul clima in senso stretto, ma sulle nostre teste: su come funzionano male quando si tratta di capire problemi complessi, lenti, globali, e su come questi limiti cognitivi, amplificati da interessi economici, ideologie e disinformazione, ci rendano incapaci di reagire in modo adeguato alla crisi climatica. La mia nipotina vivrà su un pianeta dove milioni di persone saranno costrette a migrare e spostarsi per fare fronte agli eventi climatici estremi e alla carenza di cibo provocati dal surriscaldamento del pianeta; un mondo che avrà a che fare con scioglimento di ghiacci e innalzamento dei mari, scarsità d'acqua e siccità, insicurezza alimentare, senza contare l'impatto sulla salute umana dovuto all'aumento delle temperature e delle ondate di calore (negli anni dal 2022 al 2024 in Europa 181.000 decessi sono stati causati dalle ondate di calore, un aumento del 23 per cento rispetto agli anni precedenti).

La tesi di fondo del libro è semplice e inquietante: non è vero che non sappiamo cosa sta succedendo, lo sappiamo benissimo (la documentazione scientifica in questo senso è sterminata). Quello che manca non sono i dati, le ricerche o le evidenze scientifiche, ma la capacità collettiva di tradurle in decisioni coerenti e concrete - per rendersene conto basta guardare i risultati dei simposi annuali sul clima: roboanti dichiarazioni di intenti sempre non vincolanti. Il disastro è sotto i nostri occhi eppure continuiamo a rimandare, minimizzare, razionalizzare. Non perché siamo stupidi, ma perché siamo umani. E non vuole essere una giustificazione, sia chiaro.

Motterlini mostra con chiarezza quanto i nostri bias cognitivi - l’avversione alle perdite, la preferenza per il presente, l’illusione del controllo, il conformismo - giochino contro di noi. Il cambiamento climatico è il nemico perfetto: non ha un volto, non arriva all’improvviso, non colpisce tutti nello stesso momento. Così il cervello lo archivia come un problema lontano, astratto, sempre rimandabile a domani, mentre invece è prossimo, imminente, anzi ci siamo pienamente dentro. Ed è qui che l’amaro in bocca diventa più intenso. Perché se il problema fosse solo convincere i negazionisti, potremmo illuderci che basti spiegare meglio la scienza. Invece il libro ci dice che il vero ostacolo siamo noi, anche noi che ci consideriamo informati, sensibili, razionali. Sapere non basta, e questo è forse l’aspetto più sconfortante.

La domanda implicita del libro diventa quindi personale: che cosa sto facendo - che cosa stiamo facendo - davvero, al di là delle buone intenzioni, per non lasciare a chi verrà dopo di noi un pianeta più fragile, più ingiusto, più inospitale? Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai non offre soluzioni facili, né ricette consolatorie, ma ha il grande merito di spostare il problema nel posto giusto: dentro di noi, nei meccanismi con cui decidiamo, votiamo, consumiamo, scegliamo cosa ignorare. Questo non è un libro catastrofista, ma realista. Gli scienziati che ormai da decenni si sgolano per avvertire che stiamo arrivando al punto di non ritorno non lo fanno perché sono catastrofisti, ma perché sono realisti. Le accuse di catastrofismo sono uno dei pretesti classici per continuare a non fare niente. Sempre.

venerdì 12 dicembre 2025

Plastica e cervello

Nel corso del tempo ho scritto parecchi post sul problema della plastica che soffoca il nostro pianeta e soffoca noi. Ne aggiungo un altro, anche se non servirà a niente, solo per segnalare questo breve intervento con cui Telmo Pievani riassume gli ultimi studi appena pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche al mondo. In questi lavori si evidenzia come le microplastiche e soprattutto le nanoplastiche facciano ormai parte del nostro organismo, cervello compreso. Ebbene sì: le parti più piccole delle microplastiche presenti nell'ambiente, e ormai entrate nel ciclo alimentare di noi esseri umani, riescono a superare la barriera emato-encefalica e si depositano nel nostro cervello.

Un biologo di cui non ricordo il nome disse tempo fa che Homo Sapiens è la prima specie apparsa sul pianeta a cibarsi dei rifiuti che produce. Ed è sempre la stessa specie che poi strilla all'abuso perché qualcuno, appiccicando i tappi alla bottiglie, tenta di fare qualcosa.


giovedì 11 dicembre 2025

La bellezza dello smog

Tra le pieghe della recente manovra finanziaria si trova un taglio del 75% ai fondi che ogni anno vengono destinati per combattere lo smog nella Pianura padana. Uno magari dice: Vabbe', che sarà mai? Invece la cosa è grave e per chi, come lo scrivente, in questa specie di camera a gas ci vive è ancora più grave. Per la precisione, se erano previsti 105 milioni di euro per il 2026 e il 2027 e 110 milioni per il 2028, ora per il 2026 saranno assegnati 35 milioni, per il 2027 20 milioni e per il 2028 25 milioni. Passando così da un totale di 320 milioni di euro a 80 milioni circa.

 

Per chi non lo sapesse, la Pianura padana è una delle aree più densamente popolate in Europa, è sede di gran parte delle attività produttive e industriali del nord Italia e ci vivono circa 20 milioni di persone (quasi 1/3 della popolazione italiana). È uno dei posti più inquinati d'Europa, sia per la concentrazione di attività produttive e sia per la particolare composizione geografica (è chiusa per tre lati da Alpi e Appennini e ha un solo sbocco sul Mare Adriatico). Più di un terzo delle persone che vivono nella valle e nelle aree circostanti respirano aria con livelli di particolato quattro volte oltre il limite delle linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità. La Pianura padana detiene il triste primato di morti premature e numero di decessi per 100.000 abitanti a causa della concentrazione del suddetto particolato nell'atmosfera.

I tagli sono ancora più incomprensibili perché, come spiega Legambiente, arrivano proprio nel momento in cui si cominciano a vedere i primi risultati positivi dopo anni di politiche ambientali e interventi mirati messi in campo proprio grazie a quei fondi. Evidentemente qualcuno, dalle parti di palazzo Chigi, ha pensato che se milioni di persone tornano a vivere nella loro confortevole camera a gas, in fondo non è così grave. Magari quei soldi servono per necessità più impellenti, come finanziare i centri di detenzione in Albania, il ponte sullo stretto, il riarmo. E chi siamo noi per mettere in dubbio queste priorità?

mercoledì 22 ottobre 2025

Impronte

La scomparsa in poco più di 60 anni del quarto lago piu grande del mondo, che aveva un'estensione equivalente alle superfici di Piemonte, Lombardia e Veneto messi assieme, spiega più di tanti report scientifici l'entità delle impronte che la nostra specie ha lasciato e lascia continuamente sul pianeta. La storia raccontata dal Post, che non conoscevo, è impressionante. Un lago formatosi circa 18.000 anni fa dallo scioglimento dei ghiacciai alla fine dell'ultima era glaciale è stato reso un deserto in pochi decenni per meri motivi economici, ennesima prova dell'ambivalenza della nostra specie, capace di scolpire la Pietà, dipingere la Gioconda e scrivere la Divina commedia, e nello stesso tempo capace di distruggere un pezzo alla volta la casa in cui abita.

venerdì 23 giugno 2023

Carne e pubblicità


È cosa abbastanza risaputa che uno dei maggiori veicoli di menzogne e illusioni, oggi, è la pubblicità. Per capire fino a che punto, è sufficiente leggere libri come questo. Ma anche senza leggere libri, è sufficiente guardare un qualsiasi spot per capirne la natura menzognera.

Mi sono venuti in mente questi pensieri mentre guardavo su una rivista la pubblicità qui sopra, che reclamizza carne di manzo. Cosa si vede? Due bovini che pascolano tranquillamente e in solitudine in una specie di paradiso terrestre composto di prati verdi, cieli azzurri, mare blu. Il richiamo alla natura è contenuto anche nello slogan che accompagna la pubblicità: "buona per natura". Insomma, il messaggio che passa è che mangiare una bella bistecca di manzo non solo è perfettamente naturale ma è anche un gesto che aiuta la natura. 

La realtà è invece che la produzione e il consumo di carne, e in particolar modo carne bovina, sono tra le attività umane quelle che hanno i maggiori impatti sul clima del pianeta e che producono i maggiori disastri a livello di consumo di acqua, suolo, biodiversità.

Diciamo che se quella pubblicità fosse realistica, come sfondo alla bistecca dovrebbero esserci immagini che ritraggono deserti, inondazioni, alluvioni, migrazioni, fame, guerre, innalzamento degli oceani, eventi meteorologici estremi e quant'altro. Ma allora non sarebbe pubblicità.


giovedì 20 aprile 2023

Possiamo salvare il mondo prima di cena


Sono convinto che libri come questo siano inutili perché l'emergenza climatica non è percepita come una emergenza, non è ancora diventata psiche collettiva. Anche se gli scienziati si sforzano in ogni modo da anni di sollevare questo problema; anche se ci descrivono con accurate proiezioni il mondo problematico, difficile, costoso in cui dovranno vivere i nostri figli e i figli dei nostri figli a causa nostra, non riusciamo a interiorizzare questa cosa.

E uno dei motivi è che non ci crediamo. Razionalmente siamo pure disposti ad ammettere che la situazione è grave, che i dati del disastro elaborati dagli scienziati sono esatti e preoccupanti, ma sotto sotto non ci crediamo. 

Questa tesi è supportata dall'autore del libro tramite l'utilizzo di un piccolo aneddoto.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, partì dalla Polonia occupata dai nazisti e si avventurò in una missione che lo portò prima a Londra, poi in America per informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Dopo alterne vicissitudini, il giovane Karski arrivò a Washington nel giugno del 1943. Qui incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, egli stesso ebreo e uno dei massimi giuristi della storia americana. Dopo aver ascoltato da Jan Karski il racconto dello sgombero del ghetto di Varsavia e degli stermini nei campi di concentramento, il giudice, dopo averci pensato su, gli rispose: "Mister Karski, un uomo come me parlando con un uomo come lei ha l'obbligo della totale franchezza. Quindi devo dirle che non posso proprio credere a quello che mi ha detto." Quando l'uomo che accompagnava Karski supplicò Frankfurter di dare credito al racconto che gli era stato fatto, il giudice rispose: "Non ho detto che questo giovanotto sta mentendo, ho detto che non sono in grado di credergli. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in un modo che non mi permette di accettarlo."

Il giudice, quindi, non metteva in dubbio la veridicità della storia di Karski. Non contestava il fatto che i tedeschi stessero sistematicamente sterminando gli ebrei in Europa. Ammise invece non solo la propria incapacità di credere alla verità, ma anche la propria consapevolezza di quella incapacità, in definitiva lo stesso atteggiamento che adottiamo noi, o almeno gran parte di noi, di fronte al dramma del riscaldamento globale. 
 
Il libro è interessantissimo, esaustivo, completo di dati e fonti; se siete interessati a queste tematiche vi consiglio caldamente di leggerlo. Poi magari non crederete a quanto raccontato, esattamente come il giudice Frankfurter non credette al racconto di Karski, ma almeno vi sarete fatti un'idea di come stanno le cose.

Lascio qui di seguito alcune schermate prese dalle pagine del libro.


lunedì 23 gennaio 2023

Perché gli devo pagare lo stipendio?

 

 

Di solito non amo generalizzare. Ci sono politici e politici, tra cui molti appassionati, onesti e competenti, ma perché coi soldi delle mie tasse si deve pagare lo stipendio a chi non sa niente? Non distinguere il concetto di meteo dal concetto di clima significa non sapere l'ABC di queste tematiche. Tematiche fondamentali su cui si basa la qualità del futuro nostro e delle generazioni a venire.

E non è meno grave l'ipotesi che Malan questa differenza la sappia ma abbia voluto lo stesso scrivere una scemenza del genere, magari per lisciare il pelo ai tanti negazionisti climatici che trovano nel becerume e nell'ignoranza di questa destra il loro ambiente naturale. No, non è meno grave, anzi forse è addirittura peggio.

domenica 20 novembre 2022

COP27

Di fronte all'ennesimo nulla di fatto del COP27 appena conclusosi a Sharm el-Sheick, dove in sostanza si è faticosamente e genericamente deciso, non si sa bene con quali modalità, che i paesi più ricchi risarciranno i paesi più poveri dei danni prodotti dai cambiamenti climatici, viene da chiedersi perché si continuino ad allestire questi inutili carrozzoni mediatici dove, regolarmente, il punto nodale di tutta la questione, ossia l'impegno vincolante a ridurre le emissioni, viene accuratamente evitato. Rimane un mistero. Per il resto - ai più questa cosa è ormai nota - il punto nodale di cui sopra viene evitato semplicemente perché manca la volontà politica di attuarlo, e perché limitare le emissioni e l'impatto sul pianeta delle attività umane implica una decrescita, concetto che tutti rifuggono per le sue infauste implicazioni (decrescere significa, per i paesi ricchi, diminuire il tenore di vita, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ciò comporta).

Quindi, alla fine, la cosa più coerente sarebbe smetterla di fare queste inutili sceneggiate dove puntualmente si decide di non decidere; o al limite, se proprio si vogliono fare, visto che siamo nell'era della comunicazione digitale globale si facciano almeno in videoconferenza ognuno da casa propria.

domenica 4 settembre 2022

Senz'acqua

Ho ascoltato con estremo interesse la bellissima conferenza di Telmo Pievani che linko in calce a questo post. Il tema è la siccità. Come forse ricorderete, durante l'estate in molte zone d'Italia, ma anche fuori (è stata razionata anche in Inghilterra, prima volta nella sua storia), l'acqua è stata razionata e in molti posti lo è ancora, per poter fare fronte alla gravissima crisi idrica che ci ha colpiti (le immagini drammatiche del Po in secca le abbiamo viste tutti).

Ma questa siccità, per la quale in molte zone è stato richiesto lo stato di calamità, in realtà non è una calamità, né una emergenza, è semplicemente normalità. Si sa da almeno vent'anni che l'innalzamento progressivo delle temperature dovuto alle attività umane avrebbe portato a questo, era già stato previsto da tutti i modelli matematici e scientifici, così come si sa da trent'anni che, mediamente, oltre il 40 per cento dell'acqua che circola nei nostri fatiscenti acquedotti va perduta. Quindi non c'è niente di emergenziale in tutto ciò, c'è solamente la tara cognitiva che abbiamo noi umani di non riuscire a porre rimedio a problemi noti che si snodano sul lungo termine.

A partire dal minuto 53 in poi, c'è la parte più interessante della conferenza, che è quella in cui il grande scienziato risponde alle domande dei presenti su argomenti come demografia, spostamenti umani, sostenibilità del nostro modo di vivere, pandemia, deforestazione, il dramma e i danni prodotti dagli allevamenti intensivi, le prospettive per il futuro e ciò che attenderà le generazioni che verranno (i nostri figli e i nostri nipoti). Nel complesso, una bellissima panoramica per riuscire a capire meglio il mondo in cui viviamo e il nostro ruolo in esso.


mercoledì 17 agosto 2022

Perché odiano Greta

Mi sono imbattuto in un interessante video del sempre bravo Massimo Polidoro in cui si spiega perché Greta Thunberg sia stata avversata, demonizzata, ridicolizzata da vasta parte dell'opinione pubblica, da politici, intellettuali e anche scienziati. Una avversione che arriva quasi esclusivamente da una sola parte politica: la destra, sia qui in Italia che in Europa che negli USA.

Qui a casa nostra, tra i capofila del dileggio ci sono gli immancabili Il Giornale, Libero, La Verità e Il Foglio (quando c'è da stare dalla parte sbagliata, in questo caso tra i negazionisti del riscaldamento globale, state pure tranquilli che Il Foglio c'è sempre. D'altra parte come dimenticare il sempre pregevole Giuliano Ferrara che a luglio, durante una delle ondate di caldo più intense da molti anni a questa parte, si limitò a dire che in luglio ha sempre fatto caldo?).

Ma il video di Polidoro è interessante perché spiega i motivi per cui una precisa parte politica, la destra appunto, ha sempre negato, e nega tuttora, il climate change. Il video è qui.

lunedì 4 luglio 2022

Ancora trent'anni

Secondo diversi e autorevoli studi, il ghiacciaio della Marmolada tra una trentina d'anni (probabilmente meno) non ci sarà più. In passato sono stato spesso in vacanza, durante il periodo estivo, da quelle parti e ne ho dei bei ricordi: camminate in quota, panorami mozzafiato. E lui lassù, imperioso, a guardare tutti e tutto dall'alto. 

Mi verrebbe da consigliare a chi ancora non l'ha visto di andarci almeno una volta. Consiglio rivolto con maggiore enfasi ai negazionisti del climate change e a quelli che in questi anni hanno spernacchiato e dileggiato Greta Thunberg. Andateci adesso, perché poi quando lo potrete guardare solo da vecchi .jpg del passato non sarà la stessa cosa.

venerdì 24 giugno 2022

Collasso


Ci sono libri che cambiano la vita. Oddio, forse cambiano la vita è esagerato, diciamo che consentono di cambiare radicalmente modi di pensare e convinzioni ormai assodati. La gravissima crisi idrica che ci sta flagellando in questo periodo, giusto per fare un esempio, non può venire interpretata allo stesso modo in cui si interpreta normalmente, dopo aver letto questo libro.

Di Jared Diamond, forse uno dei più competenti e autorevoli scienziati in materie ambientali ancora viventi, avevo letto qualche tempo fa Armi, acciaio e malattie (ne avevo parlato qui), che nel 1998 vinse il premio Pulitzer per la saggistica. In questo libro Diamond analizza i motivi che hanno portato, in passato, intere civiltà a collassare, collasso avvenuto sempre, o quasi sempre, in maniera velocissima subito dopo il massimo splendore.

Sono analizzate società e civiltà del passato come i Maya, i Vichinghi, l'isola di Pasqua, e anche paesi del terzo mondo di oggi (Ruanda, Haiti, Repubblica Dominicana). Di tutti questi casi viene fatta la storia e vengono analizzati i motivi che ne hanno determinato il tracollo, alcuni dei quali ricorrono abbastanza costantemente: sfruttamento scriteriato delle risorse disponibili (acqua, legname, terra, allevamento), deforestazione, variazioni climatiche, sovrappopolazione. Tutto ciò legato ad alcune peculiarità tipicamente umane: corruzione, follia, avidità, assenza di lungimiranza.

Una delle parti più interessanti del saggio è quella in cui Diamond, non senza difficoltà, cerca di rispondere alla domanda delle domande. Scrive Diamond: "La mia prima lezione [tenuta all'Università della California - UCLA - a Los Angeles], dopo un incontro introduttivo, riguardava la storia dell'isola di Pasqua. Nella discussione che è seguita alla mia presentazione, la domanda apparentemente semplice che tormentava i miei studenti era in realtà una questione complessa a cui fino a quel momento non avevo dato troppo peso: come era possibile che un popolo prendesse una decisione così apparentemente folle come quella di abbattere tutti gli alberi da cui dipendeva la sua sopravvivenza? Uno studente si è chiesto cosa stesse pensando colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola."

Ovviamente la risposta a questa domanda è complessa, e Diamond cerca di strutturarla in alcuni punti, partendo dal presupposto che a tutti, nella vita, anche a livello individuale, succede di prendere decisioni sbagliate: ci si sposa con la persona sbagliata, si fanno investimenti disastrosi, si sceglie una professione non adatta a noi e così via. Ma qui siamo nel campo delle scelte individuali, quindi le conseguenze ricadono sul singolo, non sulla collettività. Comunque sia, i punti proposti da Diamond sono i seguenti: il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel libro l'autore allarga ognuno di questi punti, cosa che non posso ovviamente fare io qui, e cerca in questo modo di rispondere alla domanda di cui sopra.
 
Ma la parte del saggio che più fa venire il magone è quella relativa all'analisi della società di oggi. Un'analisi che non lascia scampo perché corroborata da montagne di dati che Diamond riporta citando fonti e studi. E da questi dati si evince chiaramente che noi, oggi, ci stiamo comportando quasi esattamente come le società del passato che sono collassate. Ma in più abbiamo un'aggravante. Quando è collassata la società che viveva sulla piccola isola di Pasqua si era nel XV secolo, e quella società, isolata in mezzo al Pacifico a migliaia di chilometri dalla coste dell'attuale Cile, se n'è andata senza che nessuno se ne accorgesse; stesso discorso per i Maya o per i Vichinghi. Oggi, nell'era della globalizzazione (anche delle informazioni), si sa in tempo reale cosa succede in ogni remoto angolo del mondo, si conosce la storia delle civiltà passate, si hanno i dati relativi all'andamento climatico, all'economia, alla variazione della popolazione mondiale. Sappiamo tutto e abbiamo tutti gli strumenti per sapere a cosa andiamo incontro se non cominciamo a prendere provvedimenti seri.

Eppure, in ossequio alla leggendaria stupidità (ma anche altro) di cui siamo impregnati noi Sapiens (mi sono sempre chiesto con quale coraggio ci è stata affibbiata questa denominazione), stiamo facendo poco o nulla per evitare di fare la fine dell'isola di Pasqua e tutti gli altri. Ce ne freghiamo del climate change, noi Occidentali continuiamo a tenere un tenore di vita che non sarebbe più sostenibile neppure se il Terzo mondo con le sue pretese di uguagliarlo non esistesse: continuiamo a deforestare il pianeta, a modificare clima ed ecosistemi inquinando, continuiamo a sfruttare indiscriminatamente le risorse della terra, dei fiumi e dei mari. Siamo esattamente come gli abitanti dell'isola di Pasqua che tagliavano gli ultimi alberi della loro foresta. Potremmo quindi rivolgere a noi la famosa domanda che si ponevano gli studenti di Diamond: cosa pensava colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola?

sabato 11 giugno 2022

Negazionisti climatici in televisione

Credo che Luca Mercalli abbia fatto benissimo ad alzarsi e ad andarsene. Anzi, io, al suo posto, forte di curriculum simile, non mi sarei neppure presentato per dibattere con Francesco Borgonovo e una imbarazzante Bianca Berlinguer coi suoi "si dice" (ma si dice cosa? Non sei una giornalista?). Più in generale, episodi come questo dimostrano ancora una volta il livello infimo raggiunto dal giornalismo televisivo in Rai e più in generale nella televisione italiana. 

Per come la vedo io, le trasmissioni che danno spazio ai negazionisti del climate change andrebbero abbandonate a sé stesse, gli scienziati non dovrebbero parteciparvi e lasciare che i cretini se le cantino e se le suonino da sé.

(Piccolo consiglio non richiesto: Luca Mercalli ha scritto per i tipi di Einaudi un libro bellissimo intitolato Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali. Se volete imparare qualcosa su questi argomenti e sapere come stanno le cose, spegnete la televisione, o almeno certe trasmissioni, e al loro posto leggete quello.)

martedì 1 marzo 2022

Altre pandemie

Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, uno che in televisione si è visto molto poco, ha dichiarato che ci saranno altre pandemie. Detta così, sembra una delle tante frasi che ogni tanto fanno capolino nel mare magnum delle cose, più o meno credibili, che si dicono da due anni e mezzo in qua. Ma non è da prendere sottogamba. Anthony Fauci, forse il maggiore virologo vivente, già due anni fa definiva il periodo storico in cui viviamo l'"era pandemica". Con questa espressione ha voluto dire che, a differenza di quanto avveniva in passato, oggi le probabilità che si verifichino pandemie, anche a distanza ravvicinata tra loro, sono molto più alte.

La differenza con quanto accadeva in passato è che oggi lo sappiamo. Sappiamo di essere in questa situazione di pericolo ma non facciamo niente per evitare che si verifichi di nuovo. La pandemia che ci ha colpiti oggi si sapeva che sarebbe arrivata. Chi ha letto Spillover, di David Quammen, lo sa, perché Quammen, dieci anni fa, aveva fatto in quel libro una previsione in otto punti in cui descriveva la prossima pandemia che ci avrebbe colpito (sarebbe stato un coronavirus, sarebbe partito da un wet market, probabilmente dalla Cina ecc.) e li ha azzeccati tutti. L'unica incognita era solo il quando. Quammen non è un mago o un indovino, è semplicemente un giornalista scientifico che gira il mondo e studia queste cose.

Il modo in cui viviamo e abbiamo organizzato il mondo lo ha trasformato nell'ambiente ideale perché un virus faccia il salto di specie, esattamente ciò che ha fatto il Sars-CoV-2 passando dai pipistrelli all'uomo. Diciamo che, nella sfortuna, siamo stati fortunati, dal momento che il Sars-CoV-2 ha un indice di mortalità dell'1%, ma la prossima volta potrebbe non andare così bene. L'OMS, a proposito di future pandemie, già da qualche tempo sta mettendo in guardia sul fatto, molto preoccupante, che ci sono sempre più batteri (non virus), come ad esempio quello della tubercolosi, che stanno diventando resistenti a tutti gli antibiotici conosciuti. Questa cosa è nota da tempo, e in qualche modo si cerca di sensibilizzare, ma con poco successo.

Purtroppo noi umani siamo affetti da una sorta di... tara cognitiva, se così si può dire, che non ci permette di adottare provvedimenti per impedire il verificarsi di un evento avverso se poi non vediamo il risultato del provvedimento preso. È il motivo, giusto per fare un esempio, per cui un'amministrazione comunale preferisce costruire una bella fontana nella piazza del paese piuttosto che pulire i fossi per evitare un'alluvione. La fontana si vede, fa figura; la pulizia dei fossi non la nota nessuno e, se fatta, magari evita l'alluvione, ma una alluvione che non si verifica autorizza a pensare che non si sarebbe verificata neppure se i fossi non si fossero puliti, quindi perché pulirli? Siamo fatti così, siamo animali strani, noi. E la prossima pandemia, come quella attuale, farà sicuramente tesoro di questa nostra stranezza.

giovedì 28 ottobre 2021

Plastica

Ho letto in questi giorni un paio di articoli sul problema della plastica e del fatto che, probabilmente, se non si modifica il trend di utilizzo di questo derivato del petrolio, a breve il nostro pianeta ne sarà letteralmente sommerso, e noi con lui. Così, a sensazione, mi sembra che questo problema sia generalmente sottovalutato, come d'altra parte tendiamo sempre a sottovalutare le grandi questioni che pensiamo non ci riguardino personalmente. Diceva Telmo Pievani, in una sua conferenza di qualche tempo fa, che tenendo questi ritmi di utilizzo, entro il 2050 la massa totale della plastica presente nei mari avrà superato la massa totale di tutta la fauna ittica. In altre parole, ci sarà nei mari più plastica che pesce. I due articoli di cui parlavo sono qui e qui.

sabato 10 luglio 2021

Orgogliosamente fragili e incoscienti

Il vulcanologo Bill McGuire, citato dal filosofo Giulio Giorello in un suo articolo del 2012, scrive che noi che viviamo "su uno dei più attivi corpi del sistema solare, dobbiamo sempre ricordare che esistiamo e prosperiamo solo per un fortuito caso geologico. Studi recenti sul DNA umano hanno rivelato che la nostra specie è arrivata a un pelo dall'estinzione a causa dell'ultima supereruzione 73.500 anni fa, e se fossimo stati in circolazione già 65 milioni di anni fa, quando un asteroide di 10 chilometri di diametro colpì la Terra, saremmo scomparsi insieme con i dinosauri."

Il filosofo Telmo Pievani, citato sempre da Giorello, aggiunge che "la fine del mondo c'è già stata, e molte volte, ed è grazie a queste deviazioni della storia che noi siamo qui, ora, a scriverne. Le grandi catastrofi che marcano le ere geologiche sono state come incendi nella foresta che spazzano via il sottobosco vecchio, e liberano spazio per future diversificazioni. E se l'intero genere umano finirà 'bruciato' per colpa di qualche asteroide o si scoprirà addirittura che il vero asteroide killer siamo noi stessi, non ci sarà più nessun rifugio da cui contemplare la vita nuova che sgorgherà dal disastro."

Il sotteso di tutto questo discorso è che, a differenza di quanto avvenuto in passato, dove l'estinzione del grosso delle forme di vita è stato causato da eventi geologici (eruzioni) o astrali (asteroide), il prossimo catastrofico evento che potrebbe portare alla estinzione degli umani sarà causato, paradossalmente e verosimilmente, dagli umani stessi, come conseguenza di ciò che stanno facendo al pianeta.

A tal proposito mi viene in mente che Luca Mercalli, in un suo bellissimo libro intitolato Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali scriveva che la Terra non ha alcun bisogno di noi, ma siamo noi ad avere bisogno di lei. Il problema è che non ne siamo consapevoli. Oppure ne siamo consapevoli ma, in fondo, chi se ne frega...

sabato 29 agosto 2020

Non si consuma? Crolla tutto





Ho appena terminato il saggio Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell'economia circolare, dell'economista Antonio Massarutto. Un libro estremamente istruttivo ma allo stesso tempo abbastanza inquietante e capace di suscitare più di una riflessione. Una di queste nasce dall'ormai noto fenomeno produttivo denominato obsolescenza programmata, descritto molto bene negli estratti che leggete qui sopra, ossia la pratica di costruire gli oggetti di consumo che utilizziamo ogni giorno in modo che si usurino o si danneggino il prima possibile, cosicché si sia costretti a sostituirli con altri. Perché è in uso ormai da molti anni questa pratica? Perché la nostra società è basata sui consumi, sopravvive e non collassa solo se si consuma, perché il calo dei consumi significa calo della produzione, calo della produzione significa calo dell'occupazione, calo dell'occupazione significa povertà (ho sintetizzato brutalmente per chiarire il meccanismo).

Questo meccanismo, descritto da Massarutto, è stato raccontato altrettanto bene da Umberto Galimberti in un suo bellissimo libro, di cui consiglio la lettura, chiamato I miti del nostro tempo. Qui, il noto filosofo, si spinge in considerazioni che vanno oltre la mera descrizione del fenomeno e abbracciano riflessioni di tipo più sociale e filosofico. In quanti, ad esempio, si sono mai interrogati relativamente al modo in cui abbiamo costruito e impostato la nostra società? È possibile che una società stia in piedi solo se consuma e che crolli se smette di farlo? Viene da pensare che questo modello non abbia basi e fondamenta molto solide. Una prova di questa fragilità l'abbiamo avuta ad esempio col lockdown di marzo e aprile: due mesi di chiusura della maggior parte delle attività ed ecco che milioni di persone si sono trovate dall'oggi al domani senza mezzi di sussistenza col rischio di precipitare nel baratro della povertà, perché il crollo dei consumi significa crollo dei mezzi di sussistenza.

Ecco allora l'importanza dell'obsolescenza programmata, una strategia per cui la fine delle cose diventa il fine per cui vengono costruite, in una sorta di circuito schizofrenico-nichilistico da cui non si esce e pensato per fare in modo che gli oggetti vengano il più velocemente possibile sostituiti da altri nuovi e la catena in cui siamo imprigionati (consumo = produzione = occupazione) non abbia a interrompersi, pena il crollo del nostro sfavillante castello. Naturalmente non è che da questo meccanismo è ormai possibile uscire, neanche a pensarci, chi lo pensa è un illuso; ci siamo dentro, abbiamo plasmato su di esso il nostro vivere e ce lo teniamo. Ciò che magari può essere utile sapere è che non è un meccanismo ineluttabile piovuto dal cielo o che ci è stato imposto da qualche entità superiore, no, ce lo siamo scelto noi, l'abbiamo costruito noi, per circa un secolo ne sono state pure decantate le lodi dai profeti del capitalismo, e ora ce lo teniamo, con tutte le sue pericolose e inquietanti fragilità.

sabato 4 luglio 2020

Acqua, plastica e ghiacciai


Mi è caduto l'occhio su questa pubblicità, stampata sul retro di una di quelle riviste usa e getta che è possibile trovare nelle sale d'aspetto del medico o della parrucchiera. Notate anche voi qualcosa che stride in questa immagine? Probabilmente sì, anche perché salta agli occhi abbastanza facilmente: la plastica delle bottiglie col ghiacciaio sullo sfondo.

Perché stridono questi due elementi? Perché la plastica (produzione, lavorazione, trasporto, smaltimento ecc.) genera il 17% delle emissioni di CO2 che ogni anno vengono rilasciate nell'atmosfera dalle attività umane. Nel 2015, ad esempio, i dati più recenti che ho trovato, l'utilizzo della plastica ha immesso nell'atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate di CO2, cioè di anidride carbonica, il composto responsabile del progressivo riscaldamento della Terra (effetto serra) e del conseguente scioglimento dei ghiacchiai (solo una delle molteplici disastrose conseguenze di questa assurda deriva).

Gli scienziati, sulla base di calcoli e proiezioni correlati all'attuale velocità con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai, hanno pronosticato che fra appena cento anni l'intero arco alpino che va dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia sarà completamente privo sia di nevi che di ghiacciai. E tutto questo col contributo determinante delle bottiglie di plastica che vedete qui sopra, che una subdola pubblicità definisce "Un dono della natura."

Ironico, no?

De Gregori vs Springsteen

Dopo Erri De Luca , De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi s...