Sono cose che succedono quando non si sa niente di niente (e Trump non sa niente di niente) e si guarda il mondo là fuori esclusivamente con le lenti occidentali. L'Iran non è il Venezuela. Gli iraniani sono i discendenti dell'impero persiano e stanno al mondo da millenni. Non ragionano come ragiona Trump (e come ragioniamo noi), ragionano in modo totalmente diverso e mantengono quell'orgoglio e quella fierezza tipici degli imperi.
La sorpresa di Trump di fronte a 20 milioni di persone, solo a Teheran, che partecipano commosse ai funerali di Khamenei, nasce proprio dal non sapere niente di niente. La sua reazione tocca una delle dinamiche più complesse e spesso fraintese della geopolitica mediorientale: il confine tra il dissenso interno e l'orgoglio nazionalista di un popolo. L'approccio di Trump (e di una parte significativa della politica estera americana e in generale occidentale) tende a leggere le dinamiche internazionali attraverso una lente binaria: "il popolo oppresso dal regime vuole la libertà, quindi sostiene l'Occidente". Questa narrativa si scontra regolarmente con la realtà storica dell'Iran, un Paese che ha sulle spalle secoli e secoli di storia imperiale e un profondo senso di sovranità. Un Paese che disprezza profondamente l'Occidente e che non si sogna neanche lontanamente di voler diventare come noi.
È vero che in Iran esiste un fortissimo dissenso interno contro il regime teocratico (esploso a più riprese con dure proteste di piazza), ma quando il Paese subisce attacchi diretti o minacce da potenze straniere scatta un altrettanto forte riflesso nazionalista. Molti iraniani che criticano aspramente il governo per l'economia o i diritti civili si compattano attorno alle istituzioni quando percepiscono una minaccia all'indipendenza e all'integrità territoriale della nazione.
Questa profonda ignoranza da parte di Trump della storia e delle dinamiche geopolitiche di molte parti del mondo mediorientale è quella che ha portato il tycoon a perdere male la guerra contro l'Iran, nonostante i reiterati e ridicoli proclami di vittoria. Proclami a cui possono credere giusto quei poveretti (sempre meno) che ancora gli danno credito.

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