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lunedì 30 marzo 2026

50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne

 


Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.


Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici. 

Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no. 

Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente. 

Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi. 

I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno. 

Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.

I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali. 

Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio. 

Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?

[...]

Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.

I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Cosa c'è sotto


Un aspetto della vicenda che pochi hanno preso in considerazione mi pare sia quello socio-antropologico. Si trova scritto in diecimila libri: le religioni sono da sempre uno dei massimi fattori di divisione degli esseri umani e rappresentano la strada più semplice e veloce per arrivare alla violenza, perché non servono neanche motivazioni reali quando c’è di mezzo la fede negli dei. Chi pensa che la fede unisca più di quanto divida deve solo studiare la storia e fare un po' di conti, troverà tutto ampiamente documentato. 

Molti tentano di giustificare questi episodi asserendo che sono dovuti alla nostra natura ribelle, un inevitabile sottoprodotto del libero arbitrio, mentre è molto più probabile che tante discussioni e lotte tra le religioni siano causate dalla mancanza assoluta di prove per le loro dottrine fondamentali. In assenza di prove credibili, nessuno può vincere o perdere un argomento. Le divergenze sono molto più difficili da risolvere quando nessuna delle parti ha una stampella logica a cui appoggiarsi. Per esempio, chi può decidere oggettivamente che un luterano ha più ragione di un rastafariano sulle questioni di fede? Chi preferisce Allah? I sunniti o gli sciiti? Chi ha ragione nella secolare disputa tra cattolici e protestanti o tra cristiani ortodossi e cattolici? Chi lo sa? Non ci può essere risposta a tale domanda sulla base della ragione e dell’evidenza, perché l’esistenza stessa di Allah o di Javeh o di Dio non è mai stata stabilita sulla base della ragione e dell’evidenza. Le monumentali dispute teologiche che hanno ucciso nei secoli tante persone hanno luogo soltanto nelle menti dei credenti, per cui ogni risoluzione razionale, soddisfacente e logica diventa praticamente impossibile.

La religione può unire alcune persone, ma a un prezzo tragicamente elevato. Ogni religione si crea una base di fedeli sottraendo persone dal resto del consorzio umano. Impegnarsi a creare sottoinsiemi ermeticamente sigillati all’interno della nostra specie non è produttivo e nel lungo termine ci espone a vari pericoli. Dovrebbe essere ormai assodato ed evidente. Non lo è e probabilmente non lo sarà mai.

sabato 28 marzo 2026

Smontare il fulcro

"Una delle storie più famose di tutti i tempi narra di un dio che ha inviato il suo unico figlio in missione per salvare il mondo, permettendo che venisse ucciso per dare pace e salvezza a tutte le persone della Terra. Dopo la sua morte brutale, il figlio è magicamente asceso al cielo dove oggi vive con suo padre. Potremo andare tutti in paradiso e stare con lui dopo la nostra morte, ma soltanto se crediamo in lui e ci pentiamo dei nostri peccati. Naturalmente, questa è la dottrina centrale del cristianesimo. Dev’essere proprio una bella storia, perché il cristianesimo è attualmente la religione più popolare del pianeta, con più di due miliardi di seguaci. Nonostante quattro miliardi di persone ancora non credano in questa storia, è pur sempre la religione numericamente di maggior successo di tutti i tempi. Come tale, ho pensato meritasse un commento, anche se questa motivazione per credere è specifica di una religione particolare. 

La storia di Gesù affascina molte persone che trovano in essa il più perfetto esempio di amore, sacrificio e della sovrabbondante misericordia di Dio. Molti credenti mi hanno detto di sentirsi profondamente toccati e ispirati da essa. Si comprende la sua particolare forza, se si considera l’amore che tipicamente un padre prova per il figlio. Dio deve amarmi davvero, dicono alcuni cristiani, se è disposto a lasciar soffrire e morire il suo unico figlio per me. Tuttavia, se si riflette in modo un po’ più approfondito su questa storia, emerge qualche problema. 

Innanzitutto, in cosa consiste esattamente il grande sacrificio fatto da Dio? È stato davvero un sacrificio, nel modo in cui lo sarebbe per un padre umano che abbandona il figlio? Io ho un figlio piccolo e non riesco a immaginare il dolore che proverei se, per qualche straordinario motivo, dovessi lasciarlo soffrire e morire. È più di quanto potrei sopportare. Ma Dio non ha perso suo figlio; almeno non nel modo in cui io o qualsiasi altro essere umano potrebbe perdere un figlio. Dio non ha fatto un sacrificio. Dio non ha perso nulla. Secondo il dogma cristiano della Santa Trinità, Dio esiste in tre forme: il Padre (il Dio di Abramo), il Figlio (Gesù), e lo Spirito Santo. Nonostante molti cristiani ne parlino e li adorino come se fossero tre dei separati, il cristianesimo si considera una religione monoteista, il che significa che ha un solo dio. Quindi se uno accetta la dottrina della Trinità, deve ammettere che Dio (il padre) non ha davvero sacrificato suo figlio (Gesù). Al limite, ha sacrificato se stesso o una parte di sé – ma non proprio. Anche se in qualche modo fosse morto un figlio distinto e separato, non avrebbe molto senso come sacrificio, perché Dio Padre conosce il futuro. E allora come si può sostenere che abbia “donato a noi il suo unico figlio”, quando sapeva che Gesù sarebbe risorto e si sarebbe unito a lui in paradiso poco dopo? Dove sta il sacrificio? 

Io amo mio figlio tanto quanto qualsiasi altro padre, o anche un po’ di più. Non c’è nulla di sovrumano o di soprannaturale in me, ma io credo che farei esattamente ciò che molti credenti dicono che Dio Padre abbia fatto duemila anni fa. Accetterei di sacrificare mio figlio se mi trovassi nella bizzarra situazione di doverlo lasciar morire per salvare miliardi di esseri umani di oggi e di tutte le generazioni successive dal tormento eterno dell’inferno. In qualità di Dio, avrei saputo che mio figlio si sarebbe comunque salvato e sarebbe tornato da me qualche giorno dopo. Quindi la giusta decisione da prendere è ovvia. Mi turberebbe profondamente farlo soffrire, ma dovrei comunque accettare la proposta. Mettendo le cose in prospettiva – miliardi di vite salvate, inclusa quella di mio figlio, che ritorna felice e in salute da me – non c’è il minimo dubbio su quale sia la cosa migliore da fare. E certamente non penserei di meritare l’epiteto di eroe o di divinità per aver preso quella decisione. Molti cristiani pongono l’accento sulle sofferenze patite da Gesù prima della morte. Secondo la storia, Gesù fu torturato dalle guardie romane e poi inchiodato alla croce. Una giornataccia, decisamente. Il dolore e il terrore che ha provato dev’essere stato inimmaginabile. Chiunque abbia visto il film morbosamente cruento di Mel Gibson, La Passione di Cristo , non può prendere alla leggera la crocifissione. La coraggiosa accettazione della sofferenza da parte di Gesù contribuisce fortemente all’appeal di questa vicenda. 

I credenti dicono che avrebbe potuto scegliere di non farlo. Avrebbe potuto essere egoista, lasciar perdere questa storia del salvare le anime e sottrarsi alla crocifissione, ma non lo ha fatto. Invece si è fatto carico di tutto quel dolore per noi, sostengono i credenti. È legittimo però far notare che molte altre persone hanno sopportato un destino altrettanto orribile, o anche peggiore, di quello attribuito a Gesù. E la loro sofferenza non è neppure servita a salvare miliardi di persone per tutte le generazioni successive. In media, più di cento vigili del fuoco perdono la vita sul lavoro ogni anno negli Stati Uniti, secondo la Fire Administration. Muoiono cercando di salvare le vite e le proprietà di estranei. I vigili del fuoco non intervengono solo in casi di enormi disastri come gli attacchi al World Trade Center, o drammatiche esplosioni di impianti chimici. Più spesso si lanciano all’interno di piccole abitazioni invase dal fumo, nella speranza di estrarre uno o due occupanti che hanno perso conoscenza. A volte i vigili del fuoco muoiono. Lo fanno senza poteri divini e senza conoscere il futuro. Sono persone molto meno potenti degli dei, eppure trovano il coraggio e la compassione necessari per rischiare tutto per persone che nemmeno conoscono. Nel corso della storia sono esistiti guerrieri disposti a sacrificare la vita per i propri compagni. Naturalmente, i soldati non sono diversi dalle altre persone: come tutti, desiderano vivere. Preferirebbero essere eroi sopravvissuti che eroi morti. Si aspettano o si augurano che le loro gesta eroiche a favore di qualcun altro non li portino alla morte. Ci sono comunque stati molti casi negli ultimi secoli in cui i soldati si sono trovati in situazioni in cui sapevano che sarebbero morti, ma hanno lo stesso agito con lealtà nei confronti di un amico o della società. Queste persone reggono il confronto con Gesù? Non hanno dato la vita per miliardi di persone e di certo non avevano la garanzia assoluta che poi sarebbero risuscitati. Hanno sofferto e sono morti per un pugno di vite, o magari per una sola. Molti di loro avranno creduto di andare in paradiso per questo, ma non potevano saperlo con la certezza di un dio. Quindi, come possiamo descrivere questi coraggiosi mortali che si sono sacrificati? In confronto a Gesù, hanno donato così tanto per così poco. Non dobbiamo ammettere che il loro sacrificio è di gran lunga superiore a quello di un dio? 

C’è un aspetto ancora più problematico in questa drammatica storia di amore, morte e risurrezione. Se davvero è successo, perché doveva accadere in quel modo? Ho posto per la prima volta questa domanda quando ero bambino, molti anni fa, e ancora non ho sentito una risposta accettabile. Perché mai qualcuno, chiunque, deve essere inchiodato a una croce perché io possa andare in paradiso? Davvero è la soluzione migliore che Dio è riuscito ad escogitare? Non ha senso, perché è lui stesso a scrivere le regole. Non sapeva come sarebbe venuta la sua stessa creazione? E allora, perché rendere questa faccenda della redenzione così barbara e crudele? Perché mai un Dio dovrebbe mettere in piedi un sistema che richiede che qualcuno sia torturato e ucciso? Io certamente non vorrei che nessuno soffrisse e morisse per me. È strano che oggi molti cristiani, se non tutti, considerino i sacrifici di animali un rituale ripugnante con cui nessuno dovrebbe avere a che fare. Ma quando la storia del sacrificio umano di Gesù viene presentata come prova della grandezza morale di Dio, due miliardi e mezzo di persone la applaudono. E poi com’è possibile che tu e io siamo nati già peccatori? I cristiani mi ripetono fino alla nausea che ero già peccatore alla nascita. Non importa quanto mi sforzi di essere buono, sono cattivo, mi dicono. È ingiusto che il solo fatto di nascere implichi immediatamente di dover essere salvato. Cosa c’entriamo noi con i crimini di Adamo ed Eva? Io non ho mai mangiato alcuna mela nel Giardino dell’Eden, e allora perché ce l’ho sulla mia fedina penale? I cristiani si chiedono mai se il loro dio non avrebbe potuto trovare un altro modo per regalarci un biglietto per il paradiso, che non fosse un sacrificio umano? Perché non possiamo semplicemente dire tutti in coro che ci dispiace, o pagare una multa, o lavorare ai servizi sociali? Perché Dio non può semplicemente perdonarci e chiudere così la faccenda? 

Tutti noi sapremmo certamente immaginare modi diversi per salvare l’umanità, senza ricorrere alla tortura e alla crocifissione. Come reagirebbero i cristiani se una storia simile si ripetesse oggi? Immaginate se il re di un piccolo Paese annunciasse di voler far picchiare, frustare, inchiodare a un albero il proprio figlio, e infine perforarlo con una lancia. In una intervista alla CNN, il re ammette di rammaricarsi tantissimo che suo figlio debba soffrire e morire, ma è indispensabile perché è l’unico modo che ha per perdonare i cittadini del suo Paese per i loro sgarri morali e garantire loro accesso al servizio sanitario e al welfare l’anno successivo. Il re ama il suo popolo e vuole che questi crimini siano perdonati. Per questo motivo, suo figlio deve morire. Che cosa pensereste di questo re? Che è strano? Crudele? Cattivo? Pazzo? Perché allora aspettarsi uno standard morale più alto da parte del re umano di un piccolo Paese di quello che ci si aspetta dal dio dell’universo? 

Un’altra obiezione alla storia di Gesù è che potrebbe non essere così unica come pensano i credenti. Gli studiosi conoscono molte antiche narrazioni che suonano straordinariamente simili. Randel Helms, autore di Fiction Gospels , ne presenta una: Nel primo secolo dell’Era Comune, apparve nel Mediterraneo orientale un grande leader religioso che predicava un dio unico e affermava che la religione non aveva bisogno di sacrifici animali, ma della carità e della pietà, per allontanare l’odio e l’inimicizia. Si narra che facesse miracoli, esorcizzando i demoni, guarendo i malati, risuscitando i morti. La sua vita esemplare portò alcuni suoi seguaci a sostenere che fosse il figlio di Dio, anche se lui si definiva figlio dell’uomo. Accusato di sedizione nei confronti dell’impero romano, fu arrestato. Dopo la sua morte, i suoi discepoli affermarono che era risuscitato dai morti, che era apparso vivo al loro cospetto e poi era asceso al cielo. Chi era questo insegnante e operatore di miracoli? Si chiamava Apollonio di Tiana; morì intorno al 98 d.C. e la sua storia si può leggere nella Vita di Apollonio di Tiana di Flavio Filostrato. (Helms 1988, 9) 

Il difetto forse maggiore della storia di Gesù è che il piano non ha funzionato molto bene. I cristiani dicono che Gesù è morto per i nostri peccati, perché tutti possiamo essere salvati. Il problema è che oggi, duemila anni dopo, la maggior parte delle persone, di ogni generazione, non vengono affatto salvate e i cristiani sono ancora una minoranza, nel mondo. La maggior parte delle persone semplicemente non crede che la storia di Gesù sia vera. Oggi ci sono 2,2 miliardi di cristiani e 4,5 miliardi di non cristiani. Un numero straordinario di anime perdute ad ogni generazione. Se davvero tutto ciò è successo, non solo il sacrificio di Gesù è strano e raccapricciante, ma è stato per lo più un inutile spreco, dal momento che non è riuscito a salvare la maggior parte delle persone."


50 ragioni per cui si crede in Dio, 50 motivi per dubitarne

Guy P. Harrison

domenica 8 aprile 2012

Riflessioni (semi)serie sulla Pasqua

Oggi è Pasqua. Secondo la tradizione (mitologia?) cristiana, in questo giorno Cristo risorge dopo essere stato ucciso, venerdì scorso. Quindi, per i cristiani, oggi è la giornata "clou", diciamo così. La giornata delle giornate. Se infatti Cristo non fosse risorto, sarebbe stato inutile il suo sacrificio attraverso cui passa anche la nostra salvezza. Questo, grosso modo, è il significato della Pasqua per chi è credente.

Chi non crede, ad esempio lo scrivente, e analizza tutta la questione in maniera meno emotiva e più razionale, non può però non farsi qualche domanda, invece di accettare acriticamente come giusto e bello tutto ciò che ci dicono essere giusto e bello. Una, ad esempio, potrebbe essere questa: ma se Dio voleva "salvare" il genere umano, c'era bisogno di mettere insieme tutta questa sceneggiata? Insomma, c'era bisogno che (a) mandasse il figlio sulla Terra; (b) lo facesse andare in giro in lungo e in largo per le terre del medioriente a predicare alcune cose giuste e parecchie assurdità; (c) lo facesse uccidere sulla croce come un cane; (d) lo facesse poi risorgere per poter poi dire: "visto? se fate i bravi anche voi risorgerete"?
Insomma, se questo famoso Dio che - racconta la chiesa - ci vuole così bene avesse voluto salvarci (da cosa, poi, non è ben chiaro), avrebbe potuto fare un paio di cose molto più semplici e meno arzigogolate: eliminare il male, farci tutti bravi, buoni e fedeli così da avere il paradiso garantito. Lo so, conosco già la risposta: Dio ci lascia liberi di scegliere.

Questa cosa della libera scelta, o libero arbitrio, come si suol dire, io l'ho sempre considerata un comodo alibi su cui la chiesa si è sempre appoggiata, e con la quale ha da sempre potuto giustificare le molteplici "falle" presenti nel famoso progetto salvifico. Insomma, se Dio ci voleva tutto 'sto popo' di bene da mandarci addirittura il figliolo, perché rischiare che qualcuno (cioè la stragrande maggioranza del popolo umano) restasse con le pive nel sacco grazie al famoso libero arbitrio? Io al suo posto avrei fatto una cosa con più garanzie di successo, non trovate?

Altra questione. Questa sembrerà un pelino più banale, ma forse non lo è: e quelli che sono venuti prima? Se stiamo a quello che ci raccontano le sacre scritture, il famoso tipo di Nazareth sarebbe nato e vissuto grosso modo 2000 anni fa, quindi la famosa buona novella l'hanno potuta conoscere solamente quelli che sono venuti dopo di lui. Siccome non mi risulta che il messaggio salvifico di Cristo abbia valenza retroattiva, cosa ne è di tutti i miliardi di individui che sono vissuti prima? Loro, poverini, non potevano sapere che dopo di essi sarebbe arrivato un tipo che avrebbe spiegato come comportarsi e cosa fare per avere diritto alla vita eterna, e quindi giocoforza non hanno potuto mettere in atto gli insegnamenti. Probabilmente questi avranno diritto a una specie di "sanatoria", per usare un termine molto in voga oggi, ma la cosa rimane comunque dubbia, anche perché non mi pare che Ratzinger e soci abbiano mai detto niente al riguardo. Certo che se questa immensa massa di appartenenti al genere umano non si è potuta salvare per la sola colpa di essere vissuta prima dell'arrivo del predicatore, beh, direi che il famoso Dio, con figlio al seguito, ha toppato alla grande.

Ma forse siamo noi che ci facciamo troppe domande.

sabato 7 gennaio 2012

Grandi uomini

Fino al 1921 il diabete era una malattia incurabile. Poi arrivarono due medici, Fredrick Banting e Charles Best, che riuscirono a isolare e produrre l'ormone dell'insulina.
Qualcuno spieghi a Bagnasco che sono questi i grandi uomini, non quelli che si inginocchiano davanti a Dio.

giovedì 27 ottobre 2011

Sono arido e non lo sapevo

Mons. Betori dice che il diffuso sentimento di "autodeterminazione [...] mal si accorda con la presenza di un Altro" e che la "totale autonomia fa il paio con una sostanziale aridità". In effetti è vero: essere autonomi da qualcosa che non esiste, quindi dal nulla, è sempre abbastanza fastidioso e soprattutto inquietante. E' molto più gratificante sentirsi autonomi da qualcuno o qualcosa di reale.

Ah, dimenticavo; anche il papa, oggi, in gita ad Assisi, se l'è presa con gli atei e gli gnostici. Certo che a quelli della chiesa dobbiamo stare proprio sulle scatole, dal momento che un giorno sì e l'altro pure se la prendono con noi. Ma la cosa non stupisce: da che mondo è mondo, infatti, papi, vescovi e preti hanno sempre visto in cagnesco chi osava mettere in dubbio certe cose e certe "verità".

Per la questione "aridità" vi farò sapere.

martedì 25 ottobre 2011

Credere "un po' di più"

Steve Jobs dopo la scoperta della malattia che l’ha portato alla morte credeva "un po’ di più". Questo avalla una mia (e non solo mia) teoria riguardo alla religione.

martedì 4 ottobre 2011

Rinunciare al protettore

La risposta di Carlo Bernardini all'articolo di Leonardo Servadio su Avvenire merita di essere riportata per intero.

Non credevo ai miei occhi leggendo l'articolo di Servadio su l'Avvenire. Siamo nel 2011 e qualcuno tira fuori stupidaggini epistemologiche di questa dimensione; penso, solo per poter parlare male di Margherita Hack, che non crede in dio come me e molti altri. Certo, rinunciare a un fantomatico protettore come dio pesa a molti illusionisti ancora oggi; ma si rassegnino: il dubbio è nostro e non lo molleremo per un vantaggio inesistente. Servadio farebbe meglio a evitare i bolliti misti improponibili come quelli tra marxismo, economia, fisica, cosmologia e relatività. Pensi a studiare, piuttosto.

sabato 23 aprile 2011

Il papa sulla tragedia del Giappone: "non abbiamo risposte"

Alla bambina che chiedeva al papa il perché della catastrofe giapponese, quest'ultimo ha risposto per due volte: "non abbiamo risposte". Certo, la conclusione del pontefice può sembrare un po' paracula, ma è sempre meglio dei deliri di De Mattei, il quale, incurante di essersi ripetutamente coperto di ridicolo, aveva detto prima che la disgrazia Giapponese "è una voce paterna della volontà di Dio", e poi che i terremoti di Messina e Varsavia sono stati causati rispettivamente dall'ateismo della prima e dagli aborti della seconda.

Siccome il papa, nonostante tutto, un po' di raziocinio e di senso del ridicolo ancora lo conserva, ha preferito rimanere sul vago, e in questa vaghezza complessiva che permea tutta la sua risposta ha riesumato il ritornello tipico per queste occasioni. Cose tipo "un giorno potremo anche capire perché" e "dietro di essa [la sofferenza, ndr] c'è un progetto buono". Ecco, fateci caso: ogni volta che succede una disgrazia, un lutto, un evento triste che come prima reazione istintiva ti fa chiedere "perché Dio lo permette?", insomma ti insinua il dubbio che questo benedetto Dio sia una balla o magari proprio in quel momento si sia girato dall'altra parte, zac!, la risposta: non ti preoccupare, c'è un disegno dietro che adesso noi non capiamo, ma lo capiremo dopo.

Beh, mi spiace, tenetevi pure il vostro non capire. Tenetevi pure il vostro disegno che capiremo dopo. Tenetevi pure le vostre illusioni. Preferisco di gran lunga avere a che fare con la realtà, sia pure una realtà che provoca indignazione, senza cullarmi e cercare riparo e risposte dietro un improbabile progetto a lunga scadenza, buono solo per cercare di lenire le nostre tribolazioni. Sarà sempre meglio delle non-risposte del papa.

giovedì 31 marzo 2011

Avere il numero della bestia 666 nelle mani e non essersene mai accorti


La vicenda De Mattei sta avendo risvolti che da una parte possono anche essere definiti comici, dall'altra, invece, la dicono lunga su come siano messi certi illustri esponenti della chiesa cattolica.

Breve riassunto. Roberto De Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, aveva rilasciato giorni fa, a Radio Maria (e dove sennò?), alcune dichiarazioni in cui sostanzialmente affermava che il terremoto in Giappone era una sorta di castigo di Dio.

Sono quindi piovute in massa le richieste di dimissioni, sia da parte di molti appartenenti allo stesso ente di ricerca, sia da parte di ogni persona che non ha ancora mandato il cervello in rottamazione. Oggi apprendiamo che a perorare la causa del povero De Mattei è intervenuto niente meno che don Livio Fanzaga, direttore della prestigiosa emittente radiofonica - tanto per intenderci, è il tipo che ha detto che il terremoto in Abruzzo "è stato voluto" dal Signore affinché quei poveri disgraziati partecipassero alla sua Passione (non sto scherzando).

Vi riporto qui di seguito alcuni stralci delle dichiarazioni di Fanzaga.

"I soliti laicisti, quelli che hanno sulla mano il numero della bestia, 666, adesso chiedono le dimissioni di De Mattei perché ha detto queste cose a Radio Maria".

"Ma queste sono panzanate che si potevano risparmiare [...] se uno non ha il 666 sulla mano non può parlare in pubblico. Questa è la dittatura dei cornuti".

Ovviamente, per "cornuti" il solerte padre non intende le vittime del consorte fedifrago, ma appunto quelli che in qualche modo hanno una qualche affinità con la suddetta bestia, la quale, notoriamente, viene raffigurata dall'iconografia cristiana, e non solo, con le corna. Ma andiamo avanti, perché con la storia delle corna non è mica finita qui. Eh no.

"...sono sempre gli atei e gli agnostici, questo gruppetto qui, che... spero di strappare dalle unghie del cornuto [e dagli! ndr], ma è difficile con questa gente qua: non vuole essere salvata".

Vi risparmio il resto (se siete forti di stomaco il video è qui di seguito). Vi dico solo che nel prosieguo del delirio, il pio Fanzaga se l'è presa, oltre che con i "cornuti", anche con l'UAAR, colpevole di registrare ("col magnetofono", pensate un po') le trasmissioni dell'emittente, manipolarle e poi metterle su YouTube; e con La Stampa di Torino, colpevole di avere pubblicato un articolo sulla vicenda ("d'altra parte si sa che la città di Torino è la più satanista d'Italia").

Sono sincero, non sono riuscito ad ascoltarlo fino alla fine. Abbiate pazienza, e pensate a come siamo messi. Ah, dimenticavo: io sono tra quelli che pensano che De Mattei si debba dimettere, ma le mie mani sono pulite.

martedì 4 gennaio 2011

Risvegli


Negli USA si stanno piano piano svegliando. Attendiamo fiduciosi analogo risveglio anche qui da noi.

giovedì 30 dicembre 2010

Il credente doc


Chissà se un giorno qualcuno si prenderà la briga di raccogliere e catalogare tutte le cretinate di Gasparri. Ieri ha auspicato che i cattolici prendano le distanze da Fini perché ateo. Evidentemente, pensa che il credente doc sia il suo presidente. Quello del bunga bunga.

sabato 25 dicembre 2010

Uccidere per niente

Non mi indigno per i cristiani perseguitati e uccisi in Nigeria. Così come non mi indigno per i 75 milioni di indios (1/4 della popolazione mondiale dell'epoca) uccisi in nome di Dio dai conquistadores spagnoli nel centro America. Quello che mi indigna è che si possa uccidere in nome di Dio. Cioè per niente.

domenica 24 ottobre 2010

Noi, gli atei, quelli brutti, sporchi e cattivi

Il ministro degli esteri Franco Frattini scrive un articolo per l'Osservatore Romano, l'organo ufficiale della Santa Sede. Un articolo - lo potete leggere qui - in cui auspica una sorta di "santa alleanza" tra le religioni per sconfiggere la piaga dell'ateismo.

Il passaggio più interessante mi pare sia questo: "I cristiani dovranno essere consapevoli anche di ricercare con i musulmani un'intesa su come contrastare quegli aspetti che, al pari dell'estremismo, minacciano la società. Mi riferisco all'ateismo, al materialismo e al relativismo. Cristiani, musulmani ed ebrei possono lavorare per raggiungere questo comune obiettivo".

Questo ragionamento di Frattini, che io trovo aberrante, non è nuovo, non contiene elementi inediti. Appartiene al già trito e ritrito luogo comune secondo cui chi crede è bravo, è buono, sta dalla parte del giusto, del bene e contribuisce alla crescita della società. Chi non crede, invece, rappresenta una "minaccia" - Frattini su questo punto è piuttosto esplicito.

Naturalmente io rifiuto questo concetto e questa idea. Ritengo che sia il frutto da una parte di una forma piuttosto grave di ignoranza (ovviamente intesa come "non conoscenza" delle cose), e dall'altra il frutto di preconcetti stantii e ormai obsoleti totalmente sganciati da qualsiasi riferimento alla realtà delle cose.

Ovviamente, e io per primo sono consapevole di questo, non è che da Frattini o da qualche altro politico come lui ci si possa aspettare qualcosa di diverso. E, del resto, il fatto stesso che a partorire una scemenza di questo genere sia proprio colui che passerà alla storia per avere proposto di togliere i termini "genocidio" o "terrorismo" dai motori di ricerca perché considerati pericolosi, è in parte tranquillizzante.

Che poi tranquillizzante è un termine da usare con una certa cautela, in questi casi, non fosse altro per il fatto che questa gente è al governo. E la cosa più grave che Frattini non ha ancora capito - e che dubito arriverà mai a capire - è che la vera minaccia per la società non è l'ateismo, ma sono quelli che (s)ragionano come lui. Che Dio ce la mandi buona.

mercoledì 13 ottobre 2010

Contro la secolarizzazione (e la perdita del potere) arriva Fisichella

Si danno da fare, in Vaticano. Si danno un gran da fare. Monsignor Rino Fisichella, come riportava la stampa già nei giorni scorsi, ha presentato ieri, infatti, la lettera del Papa che istituisce il Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Si tratta, facendo un parallelo con la politica, di una sorta di nuovo dicastero con l'obiettivo di dare un'accelerata vigorosa all'opera di evangelizzazione, anche utilizzando le nuove tecnologie.

I motivi di questa solerzia sono in gran parte noti: la fuga in massa dei fedeli. Non solo dalla religione cattolica, intendiamoci. Ne scriveva proprio ieri Piergiorgio Odifreddi sul suo blog: "A fronte di 2,1 miliardi di cristiani e 1,5 di musulmani, nel mondo ci sono ormai 1,1 miliardi di non credenti: dunque, più dei 900 milioni di induisti, 380 milioni di buddhisti, 300 milioni di animisti, 23 milioni di sikh, 14 milioni di ebrei e 4 milioni di shintoisti. Inoltre, sembra che il numero di atei e agnostici aumenti al ritmo di otto milioni e mezzo l’anno: più nei paesi più avanzati, e meno in quelli islamici".

Insomma, si capisce bene perché il Vaticano ha fretta (e Ahmadinejad pure). E, a mio parere, è bene non farsi incantare troppo dagli allarmi sui rischi a cui andrebbe incontro una società che si allontana da Dio o dalla religione (qualunque essa sia). L'unico rischio di cui si preoccupano infatti i movimenti religiosi e i loro leader, è solo ed esclusivamente la perdita del potere (compreso quello economico).

giovedì 2 settembre 2010

"Dio è superfluo" (dice Hawking)


"Poiché esiste una legge chiamata gravità", scrive lo studioso, noto per le sue posizioni eterodosse anche in campo scientifico, "l'universo può e ha potuto crearsi dal nulla. La creazione spontanea è la ragione per cui c'è qualcosa invece che il nulla, il motivo per cui l'universo esiste, il motivo per cui noi esistiamo". Di conseguenza "è inutile chiamare in causa Dio per fargli toccare il cielo e caricare la molla del meccanismo dell'Universo".

Ok, il 9 settembre tutti in libreria (e senza aspettare le recensioni del Vaticano ^_^).

mercoledì 4 agosto 2010

L'invasione di campo del calcio


Mons. Mazza è preoccupato. I nuovi orari degli anticipi delle partite di serie A, stabiliti dalla Lega Calcio, sono deleteri per i calciatori (?) e per la famiglia.

Credo che quest'anticipo alle 12.30 sia veramente deleterio, in tutti i modi, sia per i calciatori, sia per la famiglia. Mettersi davanti agli schermi alle 12.30, quando si va a pranzo o ci si prepara per andare a pranzo, a me pare un'invasione di campo

Eh già, una invasione di campo. Già alla messa ci va sempre meno gente, se poi ci mettiamo in mezzo anche gli anticipi delle partite, è finita. Sta a vedere che il tanto bistrattato calcio, alla fine, è destinato a diventare l'ultimo baluardo di difesa della laicità.

lunedì 7 giugno 2010

La mia vita di inferno sulla Terra

Se riuscite a resistere ai deliri di questo signore (Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR) fino al min. 3,20 circa, sentirete cose come "l’ateo che non crede nella vita eterna dovrebbe coerentemente vivere alla giornata come un animale, un animale infelice, un uomo che vive come in un inferno la sua vita sulla terra".

Ecco, più io sento gente (s)ragionare in questo modo, più sono felice - al punto che se esistesse Dio lo ringrazierei - di pensarla diametralmente all'opposto.

Ah, dimenticavo, vado a riprendere la mia vita (animalesca) di inferno sulla Terra che ho momentaneamente interrotto per ascoltare le scempiaggini di questo signore.



(via uaar.it)

domenica 30 maggio 2010

"Per i pedofili l'inferno sarà più duro"

Probabilmente molti di quelli che hanno letto le parole di ieri di tale mons. Scicluna, hanno archiviato il tutto come una delle tante dichiarazioni, fioccate in questo ultimo periodo da parte di più o meno importanti portavoce ecclesiastici, in merito allo scandalo chiesa/pedofilia.

Da parte mia solo alcune brevi riflessioni. La prima riguarda la presa in giro ìnsita in tutta la questione paradiso/inferno, ovviamente per chi non crede. L'idea infatti che un eventuale e ipotetico (molto ipotetico) dio distribuisca premi o punizioni a seconda che si faccia quello che dice lui o meno, è una di quelle cose che fa a pugni non solo con il buon senso e la logica, ma anche con quel livello minimo di razionalità che ogni essere umano dovrebbe avere.

Ma quanto affermato dal suddetto prelato, è un nonsenso anche per altri motivi. Non mi risulta, infatti - eventualmente correggetemi -, che nella Bibbia o nei Vangeli siano indicati diversi gradi di severità dell'inferno. O ci vai o non vi vai. Non è che se la fai meno grossa avrai una pena più blanda e se la fai più grossa più pesante. O vogliamo credere veramente che esista una sorta di 41bis anche per l'inferno? Suvvia.

Altra cosa. Il monsignore pensa veramente che la sua minaccia spaventi qualcuno dei preti che si è macchiato di tale infamia? A quelli che fanno queste cose non frega niente già in partenza della questione paradiso/inferno. O vogliamo credere che un prete pedofilo pensi che, eventualmente, abbia ancora qualche chance di guadagnarsi il paradiso? Ma manco per niente. La realtà è che la chiesa, di fronte all'enormità dello scandalo che la coinvolge non sa che pesci pigliare, è un po' come se fosse allo sbando. E allora, per cercare di rabbonire un po' il gregge, ridà vigore e nuova linfa alla favoletta dell'inferno e del paradiso che ci raccontava il prete quando eravamo bambini.

Appunto, quando eravamo bambini.

sabato 22 maggio 2010

Checking in on Saturn


"L’uomo che ha inventato il telescopio ha scoperto di più del paradiso di quanto gli occhi chiusi in preghiera abbiano mai scoperto". (R. G. Ingersoll).

(Galleria completa qui).

Ninna nà per Emma :-)

Quando ero giovinetto frequentavo la parrocchia e ricordo con simpatia un prete, don Giancarlo, che era fissato col movimento dei Focolarini...