Ci sono pagine di questo libro che sono pugni nello stomaco. Eppure quel periodo storico, quella società sono esistiti davvero, e i nostri nonni e in parte i nostri genitori ne sono testimoni. A ben guardare, frammenti sporchi della cultura di quella società sono purtroppo sopravvissuti fino a oggi.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
giovedì 22 gennaio 2026
Manipolazioni affascinanti
Dopo l'intervento fiume di Trump a Davos, stamattina molti quotidiani e siti fanno opera di sbufalamento delle maggiori castronerie enunciate in 72 minuti di sproloqui. Tra le bufale piu evidenti vengono menzionate: "Siamo il paese più attraente del mondo, quest'anno il PIL arriverà al 5,4%"; "Con Biden abbiamo avuto la peggiore inflazione della storia americana"; "Il Venezuela farà più soldi nei prossimi sei mesi rispetto agli ultimi 20 anni, le più grandi compagnie petrolifere del mondo adesso vogliono investire là"; "Dopo la guerra abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca, quanto siamo stati stupidi e quanto sono ingrati i danesi!"; "Washington è il posto più sicuro degli USA, prima di me era il meno sicuro"; "Gli USA pagano il 100% della Nato" e si potrebbe proseguire, queste sono solo le più marchiane. La domanda sorge spontanea: perché molte persone continuano a dare credito e fiducia a chi racconta balle? (Lo fanno da sempre politici di ogni epoca, latitudine e orientamento politico.)
La risposta ha a che fare con la psicologia e col funzionamento del nostro cervello. Questo comportamento è stato studiato e spiegato da vari studiosi. Il libro più recente che mi viene in mente, al riguardo, è di Daniel Kahneman: Pensieri lenti e veloci. In questo testo l'autore spiega in dettaglio i bias cognitivi e i motivi per cui molte persone credono a narrazioni false ma plausibili. Riassumendo all'osso: è una questione di appartenenza.
Per alcuni milioni di anni il nostro genere (Homo) è vissuto in contesti tribali, gruppetti di esseri umani formati da poche decine di persone. Le grandi aggregazioni umane, città, imperi, stati, sono una conquista recentissima nella nostra storia evolutiva. I gruppetti tribali erano in perenne conflitto tra loro e la possibilità di prevalenza sui competitori era direttamente proporzionale al livello di coesione interna. Il nostro cervello, oggi, funziona ancora allo stesso modo, con la differenza che i gruppetti umani di quelle epoche remote si sono trasformati in fazioni politiche, ideologiche, identitarie, anch'esse in lotta le une con le altre.
Quando un politico appartiene al nostro "gruppo" le sue parole rafforzano la nostra identità e la verifica dei fatti raccontati diventa secondaria se non addirittura priva di importanza. Se Trump (o chiunque altro) "parla come me", non importa se sbaglia: sta dalla mia parte. Nel libro, Kahneman esamina anche una particolare impostazione mentale chiamata motivated reasoning. In base a questa impostazione, molte falsità funzionano perché semplificano problemi complessi, danno una spiegazione emotivamente soddisfacente, individuano un colpevole chiaro e, anche se non vere, suonano vere. Il nostro cervello preferisce una storia semplice e sbagliata a una spiegazione complessa e corretta.
In definitiva molte persone stimano politici che mentono perché la politica è diventata identitaria e la verità è secondaria rispetto all’appartenenza. Non è un bug, è il funzionamento del nostro cervello in contesti tribali, anche se a livello di specie in contesti tribali non viviamo più da svariate decine di migliaia di anni (che sono comunque un battito di ciglia rispetto alla totalità della nostra storia evolutiva).
Questo non significa giustificare i politici che mentono, significa solo imparare da dove vengono e come funzionano gli affascinanti meccanismi mentali che ci fanno stimare chi ci prende per i fondelli.
martedì 20 gennaio 2026
CIE e anziani
Ieri mattina sono andato in comune a fare le pratiche per la carta d'identità elettronica (ho ancora il vecchio modello cartaceo), che dal prossimo agosto diventerà obbligatoria e i vecchi modelli cartacei andranno fuori corso. La procedura ha richiesto una decina di minuti ma, mentre espletavo il tutto di fronte all'impiegato dell'anagrafe, pensavo a come faranno gli anziani. Tra le altre cose è infatti obbligatorio fornire un numero di cellulare e un indirizzo mail. Mia mamma (classe '45) non ha mai avuto un cellulare e non ha mai avuto una mail, mio babbo (classe '43) ha uno smartphone ma lo usa, raramente, solo per qualche telefonata e youtube; la mail, che gli attivò anni fa da una delle mie figlie, non l'ha mai usata.
Considerando che l'Italia è uno dei paesi più anziani del mondo (età media vicina ai 50 anni, ci giochiamo il record di vecchiaia col Giappone) e che gli over 65 sono un quarto della popolazione (14-15 milioni), qualcuno di quelli che hanno reso obbligatoria la CIE ha previsto percorsi agevolati o supporto di qualche tipo per chi non ha né cellulare né mail?
lunedì 19 gennaio 2026
Romanzi veloci
Mimica credo sia emblematico del modo in cui vengono scritti i romanzi oggi. Non tutti, ma mi capita di incontrare parecchi. Romanzi veloci, mi verrebbe da definirli. È un ottimo thriller psicologico, intendiamoci, un romanzo che inchioda alle pagine: trama intrigante e colpi di scena a ripetizione. Ma sono troppi, è come se mancasse il respiro, e a me piace "respirare" mentre leggo.
I ribaltamenti di situazione ogni tre pagine all'inizio entusiasmano, ma se poi proseguono ininterrotti per 300 pagine, alla fine un po' stancano. In più, è tutto troppo perfetto, le situazioni in cui si muovono i personaggi sono troppo artefatte, tutto capita sempre al momento giusto per fare andare la situazione in quella direzione. Ora, è ovvio che si tratta di un romanzo di fantasia e quindi le invenzioni ci stanno, ma forse un po' di verosimiglianza in più non avrebbe guastato.
In definitiva è un ottimo thriller psicologico, ma è solo thriller ed è tutto troppo... "veloce". Io preferisco i romanzi dove oltre all'azione e ai colpi di scena si divaga un po', dove l'autore si dilunga su qualche situazione, qualche personaggio. Qui invece è tutto troppo... "serrato". Anche il fatto che la maggior parte dei capitoli sia di 2-3 pagine è abbastanza irritante. Per non parlare del fatto che il 90% delle frasi del testo è composto di principali: 5 parole, punto. 6 parole, punto. 4 parole, punto. Qualche frase un po' articolata ogni tanto, qualche subordinata, qualche perifrasi degna di questo nome. No, tutto è veloce: frasi, capitoli, colpi di scena, narrazione. Sembra un romanzo fatto di tweet, dove l'attenzione viene parcellizzata e frammentata, un romanzo perfetto per l'era dei social e delle interazioni veloci tipiche di oggi, ma distante anni luce dalla profondità dei romanzi della nostra epoca.
domenica 18 gennaio 2026
Barbero per il No
Nell'arena della campagna referendaria sulla riforma della giustizia è sceso in campo Alessandro Barbero, il quale ha pubblicato questo breve video in cui spiega perché voterà No. Il suo contributo è interessante perché, da buon ex professore, spiega chiaramente i punti principali di una materia tecnica e complessa come la destrutturazione del CSM, che si realizzerà se vinceranno i Sì.
Per il resto non c'è molto da dire, la stragrande maggioranza dei sondaggi più recenti mostra i Sì in vantaggio sui No, e anche se le percentuali precise variano a seconda dell’istituto demoscopico, in tutte le rilevazioni i contrari sono nettamente inferiori. Dato il poco tempo che manca a marzo ci sono poche speranze che cambierà qualcosa.
Se si prende in considerazione il combinato disposto tra separazione delle carriere, distruzione del CSM, legge elettorale e premierato, è possibile vedere il disegno complessivo con cui questo governo scardinerà le fondamenta costituzionali che hanno retto e regolato fino a oggi il nostro Paese.
Le due reazioni
Ogni volta che accadono fatti di cronaca gravi come l'accoltellamento in classe a La Spezia, generalmente emergono due tipi distinti di reazione: l'annuncio di provvedimenti e i tentativi di fornire spiegazioni. I provvedimenti sono annunciati dai politici, le spiegazioni sono fornite dagli esperti (notare che raramente le due categorie coincidono). Nel caso specifico i provvedimenti sono stati annunciati subito dal sempre solerte Valditara: metal detector agli ingressi delle scuole e stretta sul porto di coltelli prevista nel nuovo decreto sicurezza in arrivo: l'inutile approccio repressivo tipico dei governi di destra, che per usare una metafora è il classico chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.
Gli esperti, invece, spiegano (o tentano di farlo) i motivi che si celano dietro a questi episodi di violenza, motivi che generalmente affondano le radici in vaste carenze educative. Tra queste spiegazioni mi è piaciuta molto quella di Dario Ianes pubblicata stamattina sul Resto del Carlino. La riporto integralmente perché l'ho trovata molto interessante. Chi conosce Galimberti, Crepet, Andreoli e altri e ha letto qualcosa di loro non vi troverà niente di nuovo.
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Ho visto anche i professori piangere, azzardo un modesto consiglio. Lasciate perdere i decreti sicurezza. Se non è un coltello sarà un mestolo, una chiave inglese. Invece rivoluzioniamo le scuole. Negli istituti più a rischio mettiamo gli insegnanti più bravi, paghiamoli il doppio. Anzi già che ci siamo rimescoliamo tutto, distribuiamo le differenze. In ogni classe i casi difficili non possono superare l’8 per cento. Nel biennio delle superiori nessuna separazione, percorso uguale per tutti: figlio di marocchini e figlio di notai insieme, a imparare la stessa lingua del rispetto. Questa potrebbe essere la scuola inclusiva con meno probabilità di morire accoltellati, chissà.
Ma il vento soffia da un’altra parte: piazzamento sociale, selezione sfrenata. Dario Ianes, psicologo dell’educazione e condirettore del Centro Studi Erickson, insegna all’Università di Bolzano pedagogia e didattica speciale. Se un ragazzo muore ammazzato si dispera, ma è fra i pochi a non dare la colpa ai social, ai cellulari, alle famiglie.
A chi allora?
Al serbatoio di rabbia e solitudine in cui galleggiamo tutti. I social sono un sintomo, non la causa. Se vogliamo vietare i cellulari facciamolo, ma dai tre ai novant’anni. E i poveri genitori lasciamoli stare, sono più disperati dei figli, più fragili e spaventati. In queste condizioni un adulto non sa fare l’adulto.
Suggerisce al ministro di lasciare perdere il metal detector?
Chi è arrabbiato e non ha un coltello trova sempre il modo di fare danni. Le scuole tecniche e professionali sono fondate su un errore clamoroso, raggruppare una percentuale altissima di ragazzi con varie forme di disagio. Questo le rende incubatori formidabili di frustrazione dove la ribellione non è generazionale e contro il potere costituito, ma si scatena sui compagni con le conseguenze che sappiamo. Punire non serve, occorre fare prevenzione sulle relazioni per capire che la rabbia può essere trasformata.
Come si trasforma la rabbia?
Con l’aiuto di un adulto che fa l’adulto. Una presenza empatica e autorevole che sappia dare nome alle emozioni.
Ne vede in giro?
Pochissimi. Siamo persi nei nostri guai, disinteressati alle nuove generazioni che inondiamo di cose per attenuare il senso di colpa. L’eclissi di madri e padri però ha un alibi. La mia famiglia era monoreddito ma due figli hanno potuto studiare in tranquillità e come massimo rischio si sbucciavano le ginocchia sotto il radar di mamma. Oggi una famiglia con un solo stipendio è nella fascia della povertà, nessuno ha il tempo e il coraggio di occuparsi del disagio di un bambino.
Così a casa, così a scuola.
Una professoressa di liceo mi ha confessato di avere visto piangere una ragazzina in corridoio e di essere scappata. Ha detto: ho avuto paura, non ce la faccio a caricarmi addosso anche i suoi problemi. È tragico, ma nel nostro sistema formativo la secondaria di secondo grado contiene bombe di violenza pronte a esplodere come nelle banlieue parigine di qualche anno fa.
L’adulto che oggi arranca è il bambino che mezzo secolo fa si sedeva a tavola e parlava con i genitori. Poi che cosa è successo?
Ha attraversato decenni di progressiva distruzione del senso di collettività e solidarietà. Strapazzato dalla competizione, dalla paura di non farcela. Non ha niente da dire al figlio perché è preoccupato per il lavoro e per il mutuo. Così il grande e il piccolo cercano l’anestesia dentro lo schermo di un cellulare: sempre più potente e ipnotico, però tutto sommato incolpevole. Qualche sera fa al ristorante una coppia di genitori lo ha barattato con un tappo di bottiglia. Si sono messi a giocare per la gioia del figlio di quattro anni e alla fine erano stremati ma ridevano tutti, anche quelli degli altri tavoli.
mercoledì 14 gennaio 2026
Assolta?
Anche se i titoli scrivono "assolta", tecnicamente non si tratta di una assoluzione ma di un proscioglimento. C'è una enorme differenza tra le due cose. Nel diritto penale italiano l'assoluzione è una decisione nel merito che viene presa dopo aver valutato il fatto. Vuol dire che l'imputato ha subito un processo e quel processo ha stabilito la sua innocenza.
Il proscioglimento, invece, avviene prima che il processo arrivi a una sentenza di merito e può avvenire nelle indagini preliminari, nell’udienza preliminare o in altri casi tecnici. Nel caso della Ferragni non si va a processo non perché l’imputata sia stato dichiarata innocente dopo un dibattimento, ma perché il giudice ha stabilito che mancano i presupposti per farlo. I giornali che scrivono "assolta per improcedibilità", scrivono quindi una fesseria in quanto l'assoluzione è sempre nel merito, è il proscioglimento che semmai è causato dall'improcedibilità.
In ogni caso, Chiara Ferragni è felice e contenta. E i suoi 30 milioni di followers pure, immagino.
martedì 13 gennaio 2026
Iran
Una delle domande che tornano più spesso quando si parla dell’Iran è questa: se le proteste sono diffuse, se il malcontento è evidente e se la popolazione è così giovane (l'età media degli iraniani è 34 anni, da noi è 44,5, giusto per dare un'idea) perché il regime degli ayatollah non cade?
Ricordo che scriveva di questi argomenti Dario Fabbri in Geopolitica umana, un saggio molto bello che affronta le questioni geopolitiche del nostro tempo partendo da un approccio psicologico collettivo delle comunità umane, non leaderistico come siamo abituati a fare noi. La domanda che tutti ci facciamo è comprensibile e legittima, ma parte da un presupposto sbagliato: che il consenso sociale, da solo, basti a rovesciare un regime autoritario. La storia dice che non è così. I regimi non cadono quando diventano impopolari, cadono quando perdono il controllo del potere.
In Iran il dissenso è ampio, ma non è organizzato. Non esiste una leadership riconosciuta, non esiste un’opposizione in grado di trasformare la rabbia in un progetto politico, non esistono strumenti istituzionali per farlo. Il regime, al contrario, concentra nelle proprie mani ciò che conta davvero: le armi, i tribunali, le risorse economiche, la repressione. L’apparato coercitivo è solido e soprattutto leale. I Pasdaran, i Basij, i servizi di sicurezza non si sono mai spaccati né hanno mostrato tentennamenti. Questo è un punto chiave: quando le forze armate restano compatte, le proteste possono essere anche enormi, ma difficilmente diventano rivoluzione. C’è poi la frammentazione. Le proteste iraniane nascono in luoghi diversi e per motivi diversi: economici, culturali, politici. Questa pluralità è un segno di vitalità, ma è anche una debolezza. Senza coordinamento nazionale, il regime può isolare, reprimere, spegnere un focolaio alla volta. La gestione selettiva della violenza, pochi arresti mirati, pene esemplari, qualche esecuzione, è studiata proprio per questo: far capire che il prezzo è altissimo e il risultato incerto.
A tutto questo si aggiunge la paura del "dopo". Molti iraniani non credono più al regime, ma temono il vuoto che potrebbe seguirne la caduta. Siria, Iraq, Libia sono esempi che pesano molto più delle nostre analisi. In assenza di un’alternativa credibile, il cambiamento appare rischioso quanto lo status quo. Infine, un paradosso: le sanzioni, pensate per indebolire il regime, spesso finiscono per rafforzarlo. Colpiscono la società civile, impoveriscono la popolazione, ma consolidano i circuiti economici controllati dai Pasdaran e alimentano la narrativa dell’assedio esterno.
La popolazione iraniana è giovane, è vero. Ma la giovinezza non è automaticamente rivoluzionaria. Senza partiti, sindacati, media liberi, reti organizzative, l’energia si disperde. Resta frustrazione, non potere. Forse, allora, la domanda giusta non è perché il regime, un regime mediamente schifoso, non cade, ma che cosa dovrebbe rompersi al suo interno perché inizi davvero a crollare. Finché quell’equilibrio di forza, paura e controllo regge, il consenso, anche quando è ampio, non basta.
Oltre a questo, c'è un errore concettuale che tendiamo a fare noi: pensare che le proteste anti-regime abbiano un afflato filo-occidentale, cioè che gli iraniani si ribellino al regime perché vogliono diventare come noi. Niente di più sbagliato (su questo punto Dario Fabbri è categorico). La storia dell'Iran, ex impero persiano, è lunga 27 secoli ed è complessissima. I giovani iraniani che scendono in piazza non lo fanno perché vogliono diventare come noi (McDonald, serie tv, jeans, democrazia liberale "chiavi in mano" ecc., una cultura che mediamente schifano), ma perché si fanno portatori di istanze superiori che sono di ogni comunità umana: dignità, autonomia, possibilità di scegliere. Se non smettiamo di leggere le cose del mondo con le nostre categorie filo-occidentali, come se noi fossimo l'ombelico del mondo, faremo sempre molta fatica a capirci qualcosa.
lunedì 12 gennaio 2026
La mestizia di Grazia Deledda
La parola che mi resta in mente dopo aver finito Canne al vento è una sola: mestizia, ma anche tristezza cupa, quel velo di malinconia rassegnata che avvolge ogni cosa: il paesaggio sardo, le case nobiliari che cadono a pezzi, i protagonisti. È il sentimento di chi sa che il tempo passa e che nulla torna come prima.
Tra i protagonisti, quello centrale è sicuramente Efix, il servo fedele, un personaggio immenso nella sua umiltà (ho scoperto che la Deledda l'ha utilizzato come variante di Efisio, il santo più venerato in Sardegna). Efix non è solo un lavoratore, è il custode dei segreti e dei peccati di una famiglia e la sua vita è un lungo cammino di espiazione, un tentativo disperato e silenzioso di riparare le falle del destino con il sacrificio di sé.
È proprio lui a spiegarci il senso del titolo: "Siamo canne, e la sorte è il vento". L'essenza del romanzo è tutta in questa metafora. Siamo esseri fragili, esposti alle raffiche della vita: fortune, lutti o cambiamenti inevitabili. Non possiamo fermare il vento, possiamo solo piegarci con dignità per evitare di spezzarci, accettando che non tutto è sotto il nostro controllo.
A tratti devo ammettere che l'ho trovato di una certa pesantezza e prolissità, ma d'altra parte è un libro d’altri tempi che però ha moltissimo da dire anche oggi, dove impera il modello del forte e del vincente. Diciamo che Grazia Deledda, con questo libro, dà una discreta lezione di fragilità.
Mille miliardi di alberi
C’è una narrazione ecologista, ormai molto diffusa, secondo cui piantare alberi sarebbe di per sé un atto risolutivo per salvaguardare l’ambiente. L’idea è semplice e rassicurante: gli alberi, grazie alla fotosintesi – nozione che impariamo già alle medie – assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Dunque, se vogliamo contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale, basta piantare alberi. Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nelle campagne ambientaliste, lo ripetono anche gli scienziati. Ma è davvero così semplice?
In linea di principio sì, ma con molti distinguo. Non tutti gli alberi assorbono CO₂ allo stesso modo, e soprattutto non lo fanno per tutta la loro vita. La capacità di “trasformare” anidride carbonica in ossigeno è legata alla fase di crescita: una volta raggiunta la maturità, il bilancio cambia, e in determinate condizioni può persino invertirsi. Insomma, il meccanismo è molto più complesso di quanto suggerisca la versione da slogan.
Noi, come è noto, siamo naturalmente portati a cercare spiegazioni semplici e consolatorie e a rifuggire la complessità. Così finiamo per pensare, in modo un po’ romantico, che piantare alberi sia sempre e comunque un gesto virtuoso. Giacomo Moro Mauretto, di Entropy for Life, in una breve ma densissima lezione, smonta questa convinzione pezzo per pezzo, mettendo in fila tutti i “ma”. E non sono pochi.
domenica 11 gennaio 2026
Pietro Zantonini
Al momento, dire che il povero vigilante "è morto di freddo" è una semplificazione giornalistica, non una conclusione medica. La procura ha disposto l'autopsia proprio per chiarire le cause della morte. Ma al di là di questo, viene da chiedersi quanti Pietro Zantonini ci siano nel nostro paese.
Il vigilante era arrivato nel settembre scorso a Cortina da Brindisi con un contratto a termine, lasciando il suo paese e la sua famiglia per un lavoro precario e notturno in condizioni climatiche molto dure. Trascorreva le notti di guardia, con temperature comprese tra -10° e -15°, in un gabbiotto riscaldato da una stufetta e ogni ora usciva per un giro di ispezione del cantiere.
Per carità, sicuramente sarà stato tutto a norma e tutto in regola, ma il punto non è solo la norma. È la normalità. È normale che nel 2026 un uomo di 55 anni debba attraversare l’Italia per un contratto a termine, lavorare di notte, al freddo, in solitudine, per sorvegliare un cantiere di un grande evento?
Anche se l’autopsia dovesse dire che non è stato il freddo, anche se ogni procedura fosse formalmente rispettata, resterebbe una domanda che non è medica né giudiziaria, ma politica e morale: quanto vale una vita quando diventa solo una voce compatibile in un piano di lavoro?
Forse non sapremo mai se Pietro Zantonini è morto per il freddo. Ma sappiamo che è morto dentro un sistema che considera accettabile esporre persone fragili, lontane da casa, a condizioni estreme in nome della necessità, dell’urgenza, del "si è sempre fatto così". Ed è questo, più di ogni titolo, che dovrebbe farci sentire a disagio.
A pensare male...
Notare il trucco semantico del Corriere della Sera. Messa giù così sembra che negli ultimi 100 anni un'ondata di freddo come quella di questo periodo sia capitata poche volte. Ma "questo secolo" inizia nel 2001, non 100 anni fa. Chi ha suppergiù la mia età (sono nato nel 1970) sa benissimo che negli anni '70 e '80, ma anche '90, del secolo scorso freddi del genere erano del tutto normali, si presentavano regolarmente ogni anno e duravano a volte mesi, non una settimana.
Poi, con l'impennata delle temperature dovuta al riscaldamento climatico, negli ultimi trent'anni abbiamo cominciato ad avere inverni generalmente sempre più miti, tanto che oggi si fanno titoloni su titoloni per una settimana di freddo che ai tempi in cui ero giovane io era assolutamente normale. Però vuoi non farlo un po' di clickbait?
sabato 10 gennaio 2026
Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai
Tempo fa Siu, un'affezionata lettrice di questo blog, mi aveva segnalato questo libro in un commento a un post e mi aveva incuriosito. È un libro interessantissimo ma che lascia l'amaro in bocca, e lo lascia in particolar modo a me, che tra qualche mese diventerò nonno con la consapevolezza che la mia nipotina sarà costretta a vivere nel malridotto pianeta che gli avrò lasciato.
Lo so, il cambiamento climatico è un tema palloso che non scalda i cuori, anzi spesso infastidisce, irrita, fa sbuffare perché mette in discussione il nostro stile di vita, la nostra identità, le azioni che compiamo ogni giorno, e nessuno vuole interferenze nella propria vita, nessuno vuole sentirsi dire che mangiare carne e utilizzare gli aerei sono i due comportamenti che da soli scaricano la metà delle emissioni di CO2 nell'atmosfera del pianeta. Per capire quanto il cambiamento climatico sia un tema fastidioso basta vedere come vengono trattati gli attivisti climatici e il dileggio che viene riservato a Greta Thunberg, considerata qualcosa meno di una povera cretina che si fa manipolare dalle lobby ecologiste.
Il libro di Motterlini non è però un libro sul clima in senso stretto, ma sulle nostre teste: su come funzionano male quando si tratta di capire problemi complessi, lenti, globali, e su come questi limiti cognitivi, amplificati da interessi economici, ideologie e disinformazione, ci rendano incapaci di reagire in modo adeguato alla crisi climatica. La mia nipotina vivrà su un pianeta dove milioni di persone saranno costrette a migrare e spostarsi per fare fronte agli eventi climatici estremi e alla carenza di cibo provocati dal surriscaldamento del pianeta; un mondo che avrà a che fare con scioglimento di ghiacci e innalzamento dei mari, scarsità d'acqua e siccità, insicurezza alimentare, senza contare l'impatto sulla salute umana dovuto all'aumento delle temperature e delle ondate di calore (negli anni dal 2022 al 2024 in Europa 181.000 decessi sono stati causati dalle ondate di calore, un aumento del 23 per cento rispetto agli anni precedenti).
La tesi di fondo del libro è semplice e inquietante: non è vero che non sappiamo cosa sta succedendo, lo sappiamo benissimo (la documentazione scientifica in questo senso è sterminata). Quello che manca non sono i dati, le ricerche o le evidenze scientifiche, ma la capacità collettiva di tradurle in decisioni coerenti e concrete - per rendersene conto basta guardare i risultati dei simposi annuali sul clima: roboanti dichiarazioni di intenti sempre non vincolanti. Il disastro è sotto i nostri occhi eppure continuiamo a rimandare, minimizzare, razionalizzare. Non perché siamo stupidi, ma perché siamo umani. E non vuole essere una giustificazione, sia chiaro.
Motterlini mostra con chiarezza quanto i nostri bias cognitivi - l’avversione alle perdite, la preferenza per il presente, l’illusione del controllo, il conformismo - giochino contro di noi. Il cambiamento climatico è il nemico perfetto: non ha un volto, non arriva all’improvviso, non colpisce tutti nello stesso momento. Così il cervello lo archivia come un problema lontano, astratto, sempre rimandabile a domani, mentre invece è prossimo, imminente, anzi ci siamo pienamente dentro. Ed è qui che l’amaro in bocca diventa più intenso. Perché se il problema fosse solo convincere i negazionisti, potremmo illuderci che basti spiegare meglio la scienza. Invece il libro ci dice che il vero ostacolo siamo noi, anche noi che ci consideriamo informati, sensibili, razionali. Sapere non basta, e questo è forse l’aspetto più sconfortante.
La domanda implicita del libro diventa quindi personale: che cosa sto facendo - che cosa stiamo facendo - davvero, al di là delle buone intenzioni, per non lasciare a chi verrà dopo di noi un pianeta più fragile, più ingiusto, più inospitale? Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai non offre soluzioni facili, né ricette consolatorie, ma ha il grande merito di spostare il problema nel posto giusto: dentro di noi, nei meccanismi con cui decidiamo, votiamo, consumiamo, scegliamo cosa ignorare. Questo non è un libro catastrofista, ma realista. Gli scienziati che ormai da decenni si sgolano per avvertire che stiamo arrivando al punto di non ritorno non lo fanno perché sono catastrofisti, ma perché sono realisti. Le accuse di catastrofismo sono uno dei pretesti classici per continuare a non fare niente. Sempre.
giovedì 8 gennaio 2026
Trump e il "bias di conferma"
Lo smartphone e noi
martedì 6 gennaio 2026
Neve
lunedì 5 gennaio 2026
Da che parte si sta
Questa mattina Repubblica ha messo in prima pagina foto dei manifestanti pro-Maduro scesi in piazza per protestare contro la sua cattura da parte degli americani; il Foglio (e anche il Giornale) hanno messo in prima pagina foto di manifestanti che festeggiano invece la sua cattura. Le due testate sono emblematiche delle modalità con cui l'informazione, e di riflesso l'opinione pubblica, si approcciano alle vicende storiche del nostro tempo: per partigianeria. Le testate di destra sono filo-trumpiane, appoggiano il rapimento di Maduro (anche la Meloni ha detto che l'intervento è stato legittimo) e quindi cercano di far passare l'idea che tutto il paese e tutti i venezuelani avallino l'intervento militare USA. Repubblica, invece, fa l'opposto. Ognuno tira acqua al suo mulino.
Nella realtà l'opinione pubblica venezuelana è profondamente divisa su quanto è successo. Molti cittadini venezuelani all’estero, per esempio nella comunità Little Caracas di New York, hanno manifestato gioia per la rimozione di Maduro, mentre dentro il Venezuela la situazione è molto incerta e controversa. I sostenitori di Maduro si sono schierati apertamente contro l’intervento statunitense, vedendo l’azione militare come un’aggressione ai danni della sovranità nazionale. Altri cittadini sono spaventati o confusi, preoccupati per la violenza e l’incertezza del futuro. Poi c'è la parte di opinione pubblica venezuelana critica verso il governo che, pur lieta dell'allontanamento del presidente venezuelano, non celebra l'aggressione militare esterna e teme l'instabilità che sicuramente genererà tutta l'operazione.
Insomma, una situazione caotica e complessa, che andrebbe affrontata con cautela, ponderazione e approfondimento, nel mondo dell'informazione e dei social (figurarsi!) si trasforma nel solito "o di qua o di là". Niente di nuovo sotto il sole.
domenica 4 gennaio 2026
Sopra eroi e tombe
Difficile definire un romanzo come questo. Direi oscuro, intenso, complesso, dove si intrecciano gotico, poesia, dramma, follia, introspezione, storia. Un romanzo che esplora le pieghe più profonde della psiche umana. La narrazione è visionaria ed estremamente psicologica e si concentra sulla mente tormentata di Fernando e sul destino della decadente famiglia argentina Vidal Olmos.
La storia d'amore impossibile, drammatica e tragica tra il giovane Martín e Alejandra, donna che si porta dentro un lacerante segreto che non svelerà mai a Martín, si svolge sullo sfondo dell'Argentina degli anni '50, in concomitanza col culmine e successivo declino della prima fase peronista. Ma non è un romanzo politico o storico, questo, gli elementi di storia contemporanea argentina sono solo un sottofondo degli avvenimenti; il fulcro narrativo si concentra più sui conflitti psicologici e personali dei personaggi.
Fino a una decina di giorni fa, prima di questo post di Massimo, non conoscevo né questo romanzo né il suo autore, solo in corso di lettura ho scoperto che Ernesto Sábato è stato uno dei più grandi scrittori dell'America Latina e che questo romanzo è universalmente considerato - a ragione, direi - uno dei suoi capolavori.
sabato 3 gennaio 2026
Letture digitali
Il 2026 appena iniziato per me rappresenterà una specie di rivoluzione per quanto riguarda la lettura. In 55 anni di vita non ho mai letto un e-book, sempre e solo libri di carta, e ho sempre cercato di ritardare il più possibile l'ingresso nel mondo della lettura digitale. Finché ho ceduto e ho scaricato sul mio smartphone le due applicazioni che vedete qui sopra.
Quella a sinistra è Google Play Libri, l'app di Google per leggere gli e-book; quella a destra, MLOL Ebook Reader, è l'applicazione che consente di leggere in formato digitale i libri reperibili nel circuito bibliotecario dell'Emilia-Romagna. Precisazione: la lettura di libri cartacei sarà sempre la mia prima scelta, la lettura di libri digitali sarà la via d'uscita in caso non riesca a reperire fisicamente quelli che mi interessano. A questo proposito, l'app per leggere i libri reperibili in biblioteca l'ho scaricata perché, purtroppo, in Romagna il servizio del prestito interbibliotecario è disponibile solo a pagamento ed è anche piuttosto costoso. Siccome mi sono stancato di fare chilometri per andare a prendere (e poi restituire) i libri nelle biblioteche della Romagna, se un libro non sarà disponibile fisicamente nella biblioteca di Santarcangelo lo scaricherò e lo leggerò in formato digitale.
L'app di Google probabilmente non la userò mai perché, in genere, è molto difficile che un libro non sia reperibile nel circuito delle biblioteche. Da anni, ormai, la maggior parte dei libri che leggo li prendo in prestito in biblioteca e anche questa è stata una sorta di scelta obbligata perché in casa comincio ad avere problemi di spazio. Siccome non ho la possibilità né lo spazio per allestire una biblioteca libirintica come quella di Umberto Eco, devo giocoforza ripiegare su altri sistemi. Provo quindi a entrare nel mondo degli e-book, pur con più di una titubanza, e vedo cosa succede.
Oggi tocca al Venezuela
Per chi fosse sorpreso dall'aggressione militare, e relativi bombardamenti, degli USA al Venezuela, ecco un breve elenco di precedenti storici in cui gli Stati Uniti hanno compiuto azioni militari contro altri Paesi senza un mandato formale delle Nazioni Unite, operazioni spesso giustificate come autodifesa, lotta al terrorismo o protezione di cittadini ma secondo il diritto internazionale considerate aggressioni unilateralmente decise:
1) Invasione dell’Iraq (2003). Contesto: Gli USA e una coalizione guidata da Londra hanno invaso l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e che fosse legato al terrorismo internazionale. ONU: Non c’era un mandato diretto del Consiglio di Sicurezza per l’invasione. Conseguenze: Crollo del regime di Saddam, occupazione decennale, guerre civili interne, crisi umanitaria massiva. Rilevanza: Precedente di invasione senza mandato ONU con giustificazione unilaterale.
2) Attacchi in Libia (2011) Contesto: Durante la guerra civile libica, gli USA hanno condotto bombardamenti aerei contro le forze di Gheddafi, principalmente con la NATO. ONU: Il Consiglio di Sicurezza ONU aveva autorizzato una no-fly zone e la protezione dei civili (Risoluzione 1973), ma gli attacchi sono stati interpretati da alcuni critici come oltrepassaggio del mandato perché hanno contribuito al rovesciamento del regime. Conseguenze: Instabilità prolungata, guerra civile, crescita di milizie e terrorismo in Libia.
3) Attacchi in Kosovo (1999) Contesto: Gli USA e la NATO bombardano la Serbia per fermare la repressione dei kosovari albanesi. ONU: Non c’era mandato ONU diretto per l’intervento militare. Conseguenze: Cessate il fuoco e ritiro delle truppe serbe, ma controversie sul rispetto della sovranità nazionale.
4) Invasione dell’Afghanistan (2001) Contesto: Dopo l’11 settembre 2001, gli USA invadono l’Afghanistan per colpire Al Qaeda e i talebani che li ospitavano. ONU: L’ONU ha approvato alcune risoluzioni contro il terrorismo, ma non c’era un mandato diretto per l’invasione. Conseguenze: Guerra ventennale, instabilità regionale, oltre 2 milioni di vittime civili e militari.
5) Interventi in America Latina e Caraibi (varie decadi). Granada (1983): Operazione “Urgent Fury” senza mandato ONU per rimuovere un governo filo-comunista. Panama (1989): Operazione “Just Cause”, arresto del presidente Manuel Noriega, giustificata dagli USA come protezione dei cittadini americani e lotta al narcotraffico. Conseguenze: Entrambi gli interventi hanno violato formalmente il diritto internazionale, ma hanno avuto conseguenze politiche limitate a livello internazionale.
Riassumendo, gli USA hanno sempre agito unilateralmente quando ritenevano che la loro sicurezza nazionale e/o i loro interessi strategici fossero a rischio. Sempre. Non è questione di Trump o di chi c'era prima o di chi verrà dopo, è una questione di politica degli imperi. Qui, a dire il vero, non sembra neppure tanto una questione di sicurezza quanto di interessi economici (il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo) e geopolitici (estensione dell'influenza americana in Sudamerica). Poi vabbe', tra qualche ora Trump ammanterà tutta l'operazione con una patina di nobili motivi, che sono sempre quelli: rimozione di un regime corrotto, criminale e autoritario, lotta al narcotraffico, al terrorismo ecc. Niente che non si sia già visto e sentito.
(Ovviamente aspettiamo un commento della signora Meloni o di qualcun altro del governo, e anche di tutti quelli che da anni propongono ossessivamente, in altri contesti, il mantra dell'aggressore e dell'aggredito.)
venerdì 2 gennaio 2026
Promesse
giovedì 1 gennaio 2026
Il discorso di Mattarella
I discorsi di fine anno di Mattarella, ma anche dei suoi predecessori, sono sempre esercizi di retorica. Sono anche esercizi di sincretismo politico che hanno lo scopo di fare un po' il punto della situazione, ma che per loro natura non sono graffianti per non scontentare o irritare nessuno. L'arte della retorica consiste anche nel riuscire a nascondere messaggi o indicazioni tra le locuzioni, e chi redige i discorsi dei presidenti è maestro in questo.
La retorica non racconta quasi mai lo stato delle cose come è realmente - non è suo compito farlo. Per rendersene conto basta leggere alcune delle cose che ha detto Mattarella ieri sera. A questo riguardo ci sarebbe molto da eccepire, ad esempio, relativamente ai livelli di "libertà e democrazia" nel nostro Paese. Formalmente siamo una democrazia, è verissimo, ma sostanzialmente non si tratta di una democrazia di qualità così come la racconta Mattarella, specie se la si rapporta al concetto di emancipazione sociale a cui, obbligatoriamente, la qualità della democrazia è legata.
Ma anche la funzione sociale del lavoro e del Sistema sanitario nazionale non sono nella realtà come li ha descritti Mattarella nel suo discorso. Siamo così sicuri, poi, che "l’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale"? Conosco più di un analista geopolitico che avrebbe parecchio da ridire su questa affermazione. Magari in passato di più, oggi questo fantomatico rilievo appare parecchio ridimensionato. Anche la frase "Non vanno ignorate, ovviamente, lacune e contraddizioni ma eravamo una società con un basso livello di istruzione, con alti tassi di emigrazione" mi pare presenti qualche criticità. È vero che 80 anni fa, all'alba della nostra Repubblica, la situazione era quella descritta, ma mi sembra che anche oggi, pur con le evidenti differenze rispetto ad allora, il livello generale di incultura e l'emigrazione di italiani verso lande più favorevoli non siano esattamente problemi di poco conto.
Il passaggio che però mi ha lasciato più perplesso è quello sulle guerre in corso. Dice Mattarella: "Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte."
Messa giù così sembra - ma magari è solo un'impressione mia - che l'Ucraina sia sotto le bombe e Gaza nella morsa del freddo. Nel primo caso Mattarella nomina in maniera chiara i bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, nel secondo caso sembra più voler derubricare il tutto a una faccenda climatica. È vero che i bambini di Gaza muoiono di freddo, ma muoiono di freddo per le condizioni disumane in cui Israele li costringe a vivere: villaggi fatti di tende in balia delle intemperie. Attualmente nella striscia di Gaza ci sono circa 30.000 bambini orfani perché genitori e familiari sono stati uccisi dall'esercito israeliano. Bambini di cui nessuno riesce più a prendersi cura, abbandonati a loro stessi nel fango delle tendopoli. I responsabili della loro morte per assideramento si sa benissimo chi sono, caro presidente Mattarella: ci voleva poco a dirlo. Così come ci voleva poco a imbastire un discorso più realista, onesto e meno sfocato, retorico e compiaciuto. Anche a costo di irritare qualcuno.
Pugni nello stomaco
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