domenica 25 gennaio 2026

Marginalità

Pare che questa volta la signora urlante si sia incazzata veramente con Trump (la sospetta forma dubitativa "pare" è d'obbligo perché, specie quando si ha a che fare con la nostra capa di governo, è sempre difficile stabilire se ciò che enuncia urbi et orbi corrisponde a ciò che pensa realmente). L'incazzatura nasce da quanto ha detto lo squinternato inquilino della Casa Bianca relativamente al contributo fornito dalle truppe Nato nel ventennale pantano Afghanistan, cioè che sarebbe stato un supporto limitato e circoscritto alle retrovie. Apriti cielo! 

In realtà, almeno in questo caso, pare che lo squinternato tycoon non abbia tutti i torti, anche se la questione è ovviamente complessa. Si trova su youtube una interessantissima lezione di Dario Fabbri totalmente dedicata alla guerra in Afghanistan in cui, in due ore, il noto analista geopolitico approfondisce vari aspetti di quel conflitto, aspetti poi confluiti in maniera più ampliata nel libro Geopolitica Umana. Per capire bene la questione occorre distinguere tra il piano geopolitico-strategico (quello di cui parla Fabbri) e il piano simbolico-politico (quello della polemica su Trump). 

È oggi largamente assodato che gli USA non volevano alleati nella fase iniziale dell'invasione e consideravano gli europei (Italia inclusa) militarmente marginali. Ma non li volevano sul serio, ritenevano che quella fosse una faccenda seria, delicata, di pertinenza esclusivamente americana, e la presenza di eventuali comprimari costituisse più un intralcio che una utilità. I contingenti Nato, però, appellandosi al famoso art. 5, che è quello dei moschettieri del Re (Tutti per uno, uno per tutti), non sentirono ragioni e nonostante le resistenze americane si gettarono lancia in resta nella mischia. Visto che però ormai erano lì, il contingente italiano fu stanziato a Herat, un'area effettivamente periferica rispetto al cuore strategico dell’Afghanistan: Kandahar, Helmand, confine pakistano, aree, queste, saldamente sotto controllo americano.

Naturalmente, anche se Harat, zona ovest dell'Afghanistan, era tutto sommato marginale rispetto al cuore del conflitto, non significava che fosse meno pericolosa e il tributo di sangue dei soldati italiani sta lì a dimostrarlo. Le ragioni di fondo di questa marginalizzazione va ricercata nel modo di ragionare tipico degli imperi. Gli USA non hanno mai amato condividere la guerra vera e gli alleati sono tollerati semmai successivamente, per stabilizzare, legittimare, ricostruire. Nella fase iniziale post-11 settembre Washington non voleva intralci, caveat politici, catene di comando multiple e agli italiani (e ad altri europei) fu detto in sostanza: "Voi state fuori, se abbiamo bisogno vi chiamiamo". Questo non per disprezzo personale, come evidenzia Fabbri nel suo libro, ma per logica imperiale. Per la dottrina strategica americana il contributo dei "clientes" era secondario in quanto la vera guerra era condotta da forze speciali, aviazione, intelligence, il resto serviva più a copertura politica che a necessità militare.

Quindi, caso più unico che raro, forse per la prima volta in vita sua lo squinternato ha detto qualcosa di (parzialmente) vero. Per quanto riguarda la ventennale vicenda Afghanistan, dopo quasi cinque lustri dall'invasione americana sono tanti gli studiosi che ancora si interrogano sul senso di quella guerra e, ancora di più, sul senso della nostra presenza là.

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