Al momento, dire che il povero vigilante "è morto di freddo" è una semplificazione giornalistica, non una conclusione medica. La procura ha disposto l'autopsia proprio per chiarire le cause della morte. Ma al di là di questo, viene da chiedersi quanti Pietro Zantonini ci siano nel nostro paese.
Il vigilante era arrivato nel settembre scorso a Cortina da Brindisi con un contratto a termine, lasciando il suo paese e la sua famiglia per un lavoro precario e notturno in condizioni climatiche molto dure. Trascorreva le notti di guardia, con temperature comprese tra -10° e -15°, in un gabbiotto riscaldato da una stufetta e ogni ora usciva per un giro di ispezione del cantiere.
Per carità, sicuramente sarà stato tutto a norma e tutto in regola, ma il punto non è solo la norma. È la normalità. È normale che nel 2026 un uomo di 55 anni debba attraversare l’Italia per un contratto a termine, lavorare di notte, al freddo, in solitudine, per sorvegliare un cantiere di un grande evento?
Anche se l’autopsia dovesse dire che non è stato il freddo, anche se ogni procedura fosse formalmente rispettata, resterebbe una domanda che non è medica né giudiziaria, ma politica e morale: quanto vale una vita quando diventa solo una voce compatibile in un piano di lavoro?
Forse non sapremo mai se Pietro Zantonini è morto per il freddo. Ma sappiamo che è morto dentro un sistema che considera accettabile esporre persone fragili, lontane da casa, a condizioni estreme in nome della necessità, dell’urgenza, del "si è sempre fatto così". Ed è questo, più di ogni titolo, che dovrebbe farci sentire a disagio.
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