I commenti che più frequentemente si leggono in giro riguardo a questa proposta di legge sono generalmente di entusiasmo e giustificati dall'assunto che i social rimbambirebbero i giovani e creerebbero dipendenza. Negli USA è alle battute iniziali - guarda a volte le coincidenze - il primo processo della storia che dovrà stabilire se i social creino dipendenza. In particolare stabilirà se le grandi piattaforme social adottino pratiche e meccanismi particolari per generare dipendenza - a questo proposito mi viene da pensare che forse per stabilire questo non serve un processo, tanto la cosa è palese. Comunque, aspetteremo gli esiti e vedremo.
Per il resto, non so se i social rimbambiscano i giovani, probabilmente rimbambiscono in egual misura chiunque li usi, indipendentemente dall'età. Ma il problema, a mio avviso, non è tanto quello del rimbambimento, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, è qualcosa di più subdolo su cui vari studiosi ed esperti hanno scritto molto: le modalità con cui si approcciano alla complessità. I social tendono a disabituare alla complessità e all’approfondimento perché sono progettati per altro: funzionano su frammenti brevi, stimoli rapidi, gratificazione immediata, scorrimento continuo, e questo ovviamente favorisce reazioni, semplificazioni e posizioni nette penalizzando i processi lenti e le argomentazioni lunghe. Il nostro cervello è già "programmato" di suo per semplificare e allontanare i ragionamenti complessi, i social tendono a esasperare questa impostazione. Da qui la nascita di gruppi pro-Ucraina contro gruppi pro-Russia; gruppi pro-vaccini contro gruppi no-vax; terrapiattisti contro "terrasferisti"; negazionisti del clima contro sostenitori. O di qua o di là, bianco o nero, niente mezze misure. Credo che questo sia il vero problema dei social, non tanto il rimbambimento.
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