Dopo Erri De Luca, De Gregori. Il problema è che se una delusione da De Luca tutto sommato la posso archiviare nel nutrito gruppo del chi se ne frega?, con De Gregori la faccenda cambia. Eh sì, perché De Gregori appartiene a quel gruppo di cantautori che per me, fin da ragazzino, sono stati delle colonne portanti, quindi penso capiate bene la difficoltà che ho a muovergli una critica. Eppure mi tocca muovergliela, perché a differenza sua io penso che sia più che giusto che un artista faccia politica con la sua arte. Poi, per carità, ci sono artisti che non scelgono, non prendono parte, non si sbilanciano, non si pronunciano, e va bene, è legittimo. Ma è altrettanto legittimo che tanti lo facciano. Anzi, è auspicabile.
Tra l'altro, credo non abbia nessun senso domandarsi che titolo abbia Bruce Springsteen per schierarsi contro l'amministrazione Trump. Ci vuole un titolo per parlare di politica? E quale sarebbe questo titolo, di grazia? Dobbiamo essere tutti dei Giovanni Sartori per parlare di politica? Io credo di no. Un artista è giusto che si esponga, che dica la sua, che scriva anche canzoni politiche, se sente che è giusto farlo. De Gregori, oltretutto, dimentica che il concetto che un cantautore deve pensare solo a cantare è uno dei ritornelli più gettonati da vari esponenti di questo governo osceno che abbiano oggi in Italia.
Voglio sperare che sia solo una dimenticanza.

