Avevo intenzione di scrivere una recensione abbastanza esaustiva di questo splendido saggio, poi mi sono reso conto che il modo migliore di farlo era semplicemente citare alcuni brani dell'ultimo capitolo. Non serve aggiungere altro.
Nessun credente ha mai ammesso, almeno di fronte a me, di aver paura ad abbandonare la sua fede in un dio. Spesso, però, è proprio questa l’impressione che mi è rimasta alla fine della conversazione. È comprensibile che molte persone si sentano riluttanti, persino impaurite, a concedere alla loro mente la libertà di criticare la fede. Non per tutti è facile mettere in discussione l’esistenza di un dio che si è abituati a considerare il bene ultimo e più perfetto, oltre che un potente protettore in un mondo pericoloso. Per alcuni credenti, negare l’esistenza di dio equivale a un terribile tradimento della propria famiglia e degli amici.
Un altro motivo per cui i credenti rifuggono lo scetticismo e l’analisi critica è la paura della punizione di un dio irato. Forse i leader religiosi li hanno messi in guardia dal terribile destino che li attende se decidono di abbandonare il loro dio. Alcuni arrivano addirittura a dichiarare che coloro che smettono di credere nel loro dio non dovranno neanche attendere l’aldilà per soffrire, ma saranno puniti già in questa vita, con problemi di salute, difficoltà familiari, al lavoro, o peggio ancora. Il predicatore televisivo cristiano Pat Robertson, ad esempio, è famoso per i suoi ripetuti moniti a tutte le persone che non sono sufficientemente religiose per i suoi gusti. Più volte ha ripetuto che il suo dio impartirà loro una dura lezione, con tornado, terremoti, o altre piaghe divine. Gli atei ridono, quando sentono queste minacce, ma molti credenti no.
Un altro ostacolo che a volte blocca i credenti, impedendo loro di rimettere in discussione l’esistenza del loro dio/dei è l’impatto negativo che diventare atei potrebbe avere sulle loro vite personali. I rapporti in famiglia o con gli amici potrebbero cambiare. È triste dirlo, ma a volte addirittura finiscono, quando due persone non hanno più un dio in comune. Non per tutti la transizione è difficile, però. Molti atei hanno la fortuna di avere alle spalle una famiglia che li ama incondizionatamente e amici che, pur credenti, sono abbastanza sofisticati da rispettare il diritto di ognuno di pensare con la propria testa. A volte questi atei fortunati potrebbero non capire fino in fondo quanto sia difficile e spaventoso in circostanze più complicate ammettere apertamente di non credere più nell’esistenza degli dei. Può essere un percorso molto duro, e un ateo non dovrebbe mai prendere alla leggera le ansie di un credente.
Alcune religioni arrivano a scoraggiare di frequentare gli atei. Alcuni seguaci del cristianesimo, dell’islam e dell’ebraismo si macchiano di questa colpa, e non se ne scusano. Non riesco a farmi una ragione di come possano passarla liscia nel ventunesimo secolo, in società cosiddette sviluppate, dove qualsiasi altra forma di pregiudizio viene fortemente condannata. Quando credere negli dei smette di avere un senso, la minaccia di essere espulsi da una rete sociale o da una famiglia può essere molto concreta. Per questo motivo, non consiglio mai a un credente di sottovalutare i potenziali problemi. La famiglia e gli amici sono importanti. Il lavoro è importante. La sicurezza personale è importante. Ma è importante anche pensare con la propria testa e rispettare se stessi.
I credenti a volte evitano di mettere in discussione l’esistenza degli dei anche perché non vogliono ammettere di aver sempre sbagliato. Ma questo non è un grosso problema, perché tutti sbagliamo su molte cose, nel corso della vita. Non c’è da vergognarsi di aver preso un granchio, specialmente sulla fede religiosa, considerando con quanta forza viene impartita ai bambini, a un’età in cui sono troppo vulnerabili e ingenui per criticarla. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di aver creduto in un dio, per quanto questo possa apparire imbarazzante, col senno di poi. Per molti di noi, fa parte di un patrimonio culturale, del nostro crescere in una civiltà umana. Non mi vergogno di aver pregato un dio quando avevo dieci anni. È quello che mi era stato detto di fare da persone di cui mi fidavo e che la sapevano più lunga di me, e così ho fatto. Oggi lo considero un rito di passaggio, parte di un percorso di crescita di cui vado orgoglioso. Mi sono fidato, ho creduto, ho ragionato, e adesso non credo più. L’unica vergogna per un credente dovrebbe essere rifiutarsi di pensare in modo critico. Non c’è scusa per non ragionare sulle cose che ci dicono e per non porsi domande importanti, cosa che si può fare anche nei pensieri privati, dove non c’è alcun rischio di ripercussioni da parte dal mondo esterno.
Forse abbiamo una naturale predisposizione a credere negli dei, ma decisamente siamo anche dotati di una forte curiosità. Negare questo tratto umano significa negare la nostra identità. A mio avviso, mettere in discussione l’esistenza di un dio non significa necessariamente tradire quel dio. Se credi che il tuo dio abbia creato te e il grosso cervello che hai nel cranio, perché questo dio dovrebbe arrabbiarsi se lo usi per criticare la verità più importante di tutte? Il dio in cui credi ti ha fatto membro di una specie pensante. E allora pensa! Perché un dio si sarebbe preso il disturbo di dotarci di potenti cervelli analitici se non intendeva che li sfruttassimo al massimo? Se il tuo dio esiste davvero, è più facile che tu sia premiato, non condannato, per aver messo al lavoro quel cervello così sofisticato. Se il tuo dio non esiste, invece, non hai nulla di cui preoccuparti. E se hai paura che il tuo dio sia il tipo da arrabbiarsi per la sincera curiosità umana e l’onesto studio intellettuale, forse ti conviene cercare un dio un po’ più maturo. Dopotutto, ce ne sono migliaia fra cui scegliere.
I credenti non hanno ragione di preoccuparsi neanche per il falso pregiudizio che esistano solo due opzioni, essere un felice credente o un rancoroso ateo militante in guerra contro la religione. Io sono ateo e sono tutto tranne che rancoroso e militante. Mi considero una persona positiva e un ottimista. E nonostante gli odiosi atteggiamenti di certi credenti, non voterei mai per mettere fuori legge la religione, né appoggerei alcuna discriminazione contro i credenti sulla base di ciò che pensano. Io credo che la libertà di pensiero debba essere un diritto umano di base. Sì, penso che sarebbe una bella cosa se la ragione, il libero pensiero e la scienza fossero un domani abbastanza diffusi e rispettati da far scomparire gradualmente la fede negli dei. Ma non appoggerei mai l’imposizione dell’ateismo con atti di bullismo o per vie legali.
Vorrei che la mia vita fosse un esempio luminoso di come si può passare da credente devoto ad ateo ed essere ancora una persona felice. Non posso farlo, però, perché credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo. Ho sinceramente cercato un dio in cui credere anche da adulto, ma la mia ricerca si è rivelata ancora una volta vana. Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitandone i luoghi più sacri. Ho toccato la terra santa, ho strofinato pietre sacre, inalato incensi, ascoltato canti religiosi, ho persino cantato e pregato insieme ai credenti. Sono stato toccato dalle mani dei taumaturghi e ho sfiorato la roccia sacra sopra la tomba di Adamo. Credo di aver cercato gli dei più sinceramente e in modo più approfondito della maggior parte delle persone. Ma nonostante tutti i miei viaggi e ricerche, ho trovato solo credenti e nessun dio.
Probabilmente sono sempre stato ateo, anche da bambino, ma ero così concentrato a sforzarmi di credere che non me ne ero neanche accorto. Una volta mi preoccupavo che non credere negli dei in cui credevano i miei compagni facesse di me una brutta persona e che mi avrebbe in qualche modo ostacolato nella vita. Ora so che si può avere una vita stupenda anche senza credere negli dei. Sono ancora altrettanto curioso di quando ero ragazzino. Potrei vivere mille anni e non restare mai a corto di cose da fare. I veri credenti possono dire la stessa cosa? Chi crede profondamente in un dio può continuare a sentirsi felice e soddisfatto una volta persa la fede?
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Infine, i credenti possono stare tranquilli: non saranno ingoiati dalle fiamme dell’inferno se decidono di fare il salto, abbracciare la ragione e respirare un po’ di aria fresca sulle sponde dell’ateismo. Molti milioni di atei, oggi, vivono vite felici e positive. Sono medici, insegnanti, poliziotti, pompieri, muratori, soldati, attivisti pacifisti, madri e padri. Sono persone normalissime. L’unica differenza è che non si rivolgono agli dei per trovare la forza di vivere. La cercano invece in se stessi oppure chiedono aiuto alla famiglia e agli amici. Gli atei non corrono a piangere dagli dei nei momenti di crisi. È più probabile che chiedano appoggio ad altri esseri umani, e che in virtù di questo li apprezzino di più. Non c’è assolutamente nulla che dimostri la tesi dei credenti secondo cui gli atei farebbero vite tristi, in qualche modo mutilate dall’assenza degli dei. Personalmente, penso che sia vero il contrario. È più facile per gli atei godersi ogni istante delle loro preziose vite. È possibile che si trovino in una posizione migliore per apprezzare il profumo dei fiori e abbracciare i figli un po’ più forte rispetto a chi crede di vivere all’ombra di un dio. Forse sono gli atei a sentirsi un po’ più vivi degli altri, anche se, bisogna ripetere, il solo fatto di non credere non è garanzia di nulla. Una persona che diventa atea può cambiare molto, come anche pochissimo.
I credenti possono tranquillamente respingere l’idea che diventare atei li renda diversi da chiunque altro. Gli atei sono più comuni di quanto generalmente li si immagini, e per lo più sono persone molto più noiose e normali di quanto si possa sospettare. Il tipico credente che diventa ateo scoprirà probabilmente di essere sempre la stessa persona, almeno inizialmente. Diventare atei significa semplicemente smettere di credere nell’esistenza degli dei. Niente di più. È l’universo tutto attorno a te che all’improvviso comincia a cambiare, perché finalmente riesci a vederlo per quello che realmente è: un luogo grande, bellissimo, spaventoso, ma pieno di ispirazione. L’ateismo non fa altro che aprirti gli occhi e tenerti con i piedi incollati a terra. Tutto il resto dipende da te.

Ammiro la pacatezza, insieme all'altruistico atteggiamento di attenzione, apertura e comprensione di cui l'Autore dà qui una prova esemplare. E di cui personalmente credo che non sarò mai capace.
RispondiElimina(sperando di avere una minima scusante nel fatto che almeno un paio di decenni della mia giovane vita mi sono costati un'enorme sofferenza proprio in quanto connotati, impregnati dalla religione e dai relativi sensi di colpa; e oltretutto al contrario di Harrison non posso dire "credo di non essere mai stato completamente convinto dell’esistenza degli dei. Anche da bambino, quando la mia cara mamma mi trascinava in chiesa la domenica, mi ponevo delle domande e dubitavo", in quanto il mio era invece un atteggiamento del tutto acritico e che non esito a definire bigotto, al punto che io in nome della religione mi ponevo con forza e testardaggine contro i miei, che invece ne erano assolutamente alieni)