martedì 8 febbraio 2022

Twitter visto da Umberto Eco :-)




11 commenti:

  1. Caro Eco, come ti capisco! Peccato che te ne sei andato prima del tempo: il meglio o il peggio, a seconda dei punti di vista, deve ancora arrivare. Premetto che anch'io non twitto, perchè non ho né Twitter, nè Facebook, nè altre diavolerie tecnologiche. E, poi, non posseggo nemmeno il cellulare. Però, grazie alla tecnologia che ha inventato i suddetti strumenti, posso commentare un post, che certamente non è meno grave di un twitter. Addirittura posso scrivere anch'io un articolo, perchè ho aperto un blog. Tu diresti che anche il blog è un "bar Sport" dove ognuno dice la sua. Ed è vero. E infatti i miei scritti - come i twitter dei "signori Rossi, Pautasso, Brambilla, Cesaroni ed Esposito" non hanno nessuna rilevanza e non cambiano "la situazione in Medio Oriente" né tantomeno "la storia d'Italia e neppure quella del mondo". E allora perchè scrivo? Forse hai ragione: per sentirmi anch'io come Letta e il Papa che twittano. O addirittura per sentirmi come un grande giornalista, un grande opinionista. Comunque sia, caro Umberto Eco - se mi leggi da qualche parte - sappi che tutti noi che utilizziamo la rete stiamo cambiando, chi più chi meno, e non so se in meglio o in peggio.

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    1. Neppure io ho facebook, l'ho avuto anni fa ma poi me ne sono andato e solo dopo mi sono reso conto, con rammarico, di quanto tempo ci buttavo via. A grandi linee, facebook e un blog non sono poi così differenti, il meccanismo di base che li regola è per alcuni aspetti il medesimo.

      Blog o facebook a parte, è un dato di fatto che noi viviamo nella società in cui si scrive come non si è mai scritto prima in tutta la storia umana. Certo, gli scrittori ci sono sempre stati, ma l'avvento di internet ha fatto sì che l'uso della scrittura si sia diffuso come mai prima. Blog, forum, social, messaggistica; oggi tutta l'umanità passa buona parte della giornata a scrivere, trasformando in una lunga serie di bit le chiacchiere che magari prima faceva al bar o in piazza.

      I miei scritti, come i tuoi e come quelli di chiunque altro, non cambiano né la storia del Medio oriente né quella del mondo, e vanno regolarmente persi nel mare magnum della rete. Ma credo che nessuno scriva per cambiare il mondo, né credo che nessuno aspiri a questo. Si scrive per altri motivi, che sono i più diversi e tutti leciti.

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  2. Quel che scrivo non cambierà il mondo ma cambia me. Scrivendo raduno idee, le vedo con una chiarezza altrimenti impossibile, e solo facendolo scopro di non essere padrona di quel che credevo di sapere e, potendo, porvi rimedio.
    Neppure io sono iscritta ai social ma nel blog posso scrivere, giocare o inoltrarmi a discutere di argomenti che nella vita reale non interesserebbero a nessuno. Trovo che la scrittura sia terapeutica e possa regalare un senso di potenza o quel sentimento che Wislawa Szymborska, nella sua "La gioia di scrivere" ha definito la vendetta di una mano mortale.
    Ciao.

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    1. La scrittura vista come catarsi, in fondo. Perché no? Bello.
      Ciao Sari.

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  3. Non so come sono messa io a questo punto senza arte nè parte:),intendo senza blog e senza mai aver scritto un post,un tweet...però qualcosa faccio ;commento :)e quindi scrivo anche io.E perché scrivo ?Credo di saperlo...forse in fondo in fondo aspiro e mi ispiro a chi il mondo lo ha già cambiato senza nessun cambiamento,sfruttando la tecnologia senza subirla.Potrei essere quella risposta al "per chi scrive?" più che al "perché scrivi?" di Pino che ha commentato...
    Pur trovando molto interessante questo post ,sono certa che a volte non basta un Eco ,per far rimbalzare parole da una parte all'altra mirando alla rete...molte volte è utile affiancarsi all'esperto che analizza la realtà virtuale a partire proprio da facebook.

    "Facebook andrebbe chiuso. Lì abbiamo perso l'individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente. L'individuo non sta nelle cose che mostra ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. I social sono un bisogno di esistere perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate [...] Quando non si sa più distinguere tra virtuale e reale è pericoloso. Si estende l'apprendimento virtuale nella propria casa, nella propria vita."Vittorino Andreoli

    Ti auguro una buona giornata


    L.

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    1. Bellissimo questo scritto di Andreoli (scrittore e psichiatra che adoro e di cui ho letto molto). Forse un tantino troppo tragico ma sicuramente poco lontano dalla verità.
      Grazie per averlo postato.

      Buona giornata a te.

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    2. Beh se per "tragico" intendi il non intravederne alcune eccezioni,posso essere d'accordo e anche questo si avvicina ad una verità che non demonizza i social in se ,ma analizza il male della contemporaneità ,mettendoci in guardia da quel senso di frustrazione oggettiva che scaturisce e sostituisce un infelicità ad una ricercata visibilità ancora più dannosa.

      Puoi capire bene che su facebook stesso sono state contestualizzate le analisi di Andreoli,e non certo in forma costruttiva ,perché in un certo senso Facebook è esattamente la reale traduzione di una nuova "faccia libro" dove perde senso la qualità e il valore di ciò che viene scritto e acquisisce senso e potere la quantità delle persone che scrivono.Peccato solo che Andreoli indirettamente è destinato a non togliersi il camice nemmeno per una pausa nel virtuale per tutto questo dafare:)...scorgere quei casi di "normalità" diventerà perfino un reato verso i perseguitati...cioè il "paradosso dell'identificazione tra norma ed eccezione"!

      Comunque si,il blog sia per chi scrive (credo)sia per chi legge ha la "pretesa" di una lentezza ancora ...almeno spero.

      Grazie a te Andrea e buona serata


      L.

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    3. Buona serata a te, L., e grazie.

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  4. Molto bello questo scritto di Eco che, da ex utente social (su cui peraltro scrivevo pochissimo) non posso che condividere tutto. Certo, Bergoglio ecc... sanno che la gente si illude di avere un filo diretto tramite social con loro e questo porta voti o fedeli o, per le star, maggior numero di fans. Ed è anche vero che Rossi e Brambilla si illudono di poter essere altrettanto importanti, visti e amati se si espongono sui social, e di avere quel filo diretto con "chi conta". Ma quale è il bisogno che spinge a questo? Credo sia la solitudine, l'insicurezza, il bisogno di approvazione e vari altri motivi psicologici e sociali di una società che punta molto sulla visibilità e sempre meno sul merito, che spinge alla competizione e poco alla condivisione, che strizza l'occhio all'aggressivita invece che al rispetto e alla gentilezza. Una volta Presa Diretta mostrò che nella tecnologia dei social ci sono algoritmi (non chiedermi cosa sono) finalizzati a far cassa tramite l'arroganza e il bisogno di essere notato a qualsiasi costo. I like, i follower/amici, i commenti numerosi, diventano la droga mentale che ti illude di contare qualcosa.
    E i blog? Forse sono l'unico strumento rimasto per chi vuole semplicemente condividere qualcosa, oppure scrivere a scopo terapeutico come diceva Sari. Non sei costretto a leggere anche cose che non ti interessano come sulla home page dei social, non sono invasivi, sono più creativi poichè vanno costruiti, non ci sono like, non sono immediati come i social (due righe al volo) per cui molte persone scrivono solo quando c'è qualcosa da dire in merito al motivo/argomento per cui ha il blog, e dato che tutti sanno che ormai i social hanno fagocitato tutto, chi usa solamente il blog lo fa senza aspettative di folle adoranti, e quindi a tempo perso, per piacere o per gioco, e senza stress. C'è anche chi li usa come un'appendice della sua pagina FB, ma questo è un'altro discorso.
    Io ho un blog per la creatività, che condivido con poche amiche che hanno blog sulle stesse cose: una sorta di piccolo circolo del punto croce. Raramente metto più di un post al mese e solo se non ho niente altro da fare. Per me è solo un gioco privo di alcuna pretesa da condividere con poche persone. Non mi piace che il mondo virtuale si beva il mio tempo, come si suol dire "preferisco vivere", e preferisco poter guardare negli occhi le persone con cui parlo, o sentirne la voce al telefono.
    Purtroppo l'insicurezza di se porta le persone a preferire un mondo illusorio e virtuale dove tutti possono far credere di essere più di quello che sono senza essere smentiti o messi alla prova, dove poter dire ciò che non direbbero mai al vicino di casa né a nessun'altro nella realtà, o a mostrarsi come non farebbero mai quando escono di casa, e se scoprissero che il peso sul mondo di tutto quel ciarlare è zero dopo che si erano convinti di aver trovato dove sentirsi importanti, dove contare qualcosa, potrebbero avere qualche crisi esistenziale. Non è facile oggi ammettere e accettare di essere nessuno, o meglio uno fra tanti e come tanti, in questa società che lascia al palo chi non si mette in mostra, che arricchisce persone senza meriti e nasconde il ricercatore che può cambiare il futuro della medicina, che premia chi e disposto a far di tutto pur di mostrarsi anche a discapito della sua dignità. Per quanto mi riguarda invece, essere una persona fra le tante mi fa sentire libera di non dover dimostrare niente pur facendo quello che posso e dando sempre il meglio di me, e il mondo virtuale è solo, per me, utile tecnologia che ci aiuta per tante cose (pagare bollette, scrivere ad un amico, trovare siti specifici per avere info che ci servono, ecc..). Posso dire con certezza che si vive benissimo anche senza social e senza sgomitare per farsi notare e farsi largo nella realtà virtuale. Fosse per me i social potrebbero anche chiudere, personalmente penso che portano più danno che utilità.

    Nivy

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    1. Bellissimo questo commento. Non posso replicare come meriterebbe perché sono al lavoro, lo farò appena avrò un attimo.

      Ciao Nivy.

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  5. Sai, ci ho ripensato, non aggiungo niente perché lo condivido interamente. Aggiungo solo una cosa riguardo ai blog. Credo che la loro attrattiva sia proprio quella di godere di una maggiore libertà rispetto alla "frenesia" dei social. Non si ha, cioè, quella sorta di... ansia da prestazione tipica dei social. Si scrive un post quando si ha voglia, quando si ha tempo, senza aspettarsi riscontri.
    Poi, certo, avere persone che leggono ciò che scriviamo fa sempre piacere, ma non c'è quella rincorsa sfrenata al consenso.
    Ricordo che anni fa, quand'ero su fb, c'erano miei contatti che a volte si lamentavano pubblicamente di avere uno scarso numero di followers, oppure che il tale post aveva avuto pochi like e cose simile, e ci rimaneva malissimo per queste cose.
    No grazie, c'è vita anche fuori da fb.

    Ciao Nivy.

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