"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
giovedì 18 giugno 2009
Caso Welby, arrivano le prime condanne per diffamazione
Una battaglia contro l'accanimento terapeutico, insomma, specie quando questo è finalizzato unicamente a mantenere attive funzioni biologiche come contorno di una vita che di questa ha solo il nome. Welby, in sostanza, ha combattuto per ottenere il diritto, dopo molti anni passati immobile in un letto, di andarsene. Sui dettagli della vicenda non mi pare il caso di tornare, anche perché ho già scritto all'epoca molti articoli in merito che se volete potete leggere spulciando gli archivi del blog.
All'epoca la vicenda provocò delle fortissime divisioni tra i sostenitori delle idee di Welby, quelli in pratica favorevoli al distacco del respiratore che lo teneva in vita, e i contrari. Una contrapposizione che ebbe come protagonisti indiscussi i media: giornali, tv, internet. E fu proprio sui media, come del resto è avvenuto più recentemente per il caso Englaro, che la "battaglia" ebbe le sue propaggini più violente, tanto che non furono pochi i giornali e i commentatori che si spinsero a usare termini come "omicidio", "assassinio", spesso riferiti al medico che materialmente staccò a Welby il respiratore, il dottor Mario Riccio. E' superfluo farlo, ma ricordo a tal proposito che il dottor Riccio agì nel pieno rispetto della legge, e cioè sulla base di una sentenza definitiva di un tribunale, tanto è vero che fu poi prosciolto definitivamente da tutti i procedimenti avviati a suo carico.
Oggi, a più di due anni di distanza dai fatti, molti nodi cominciano a venire al pettine, e le prime sentenze per diffamazione per le affermazioni fatte sull'operato del dottor Riccio cominciano a fioccare. Non preoccupatevi, notizie come questa non le troverete sui giornali; può darsi pure che non siano importanti, ma per me, che sulla questione Welby ho scritto molto condividendo in pieno le sue idee e le sue battaglie, lo sono eccome.
Per la precisione, sono stati condannati in primo grado per diffamazione a mezzo stampa Maurizio Belpietro, all'epoca dei fatti direttore de Il Giornale, il giornalista della stessa testata Stefano Lorenzetto e l'associazione politico-religiosa Militia Christi. A riportarlo sono articolo21.info e il sito dell'associazione Luca Coscioni. Articolo, questo, che riporto qui sotto integralmente.
Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.
E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.
L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.
Certo, qualcuno potrà obiettare che in fondo le pene comminate, specialmente a Belpietro e Lorenzetto, sono perlopiù simboliche, vista la loro esigua entità, ma non è questo il fatto importante, quello che conta è il principio. La giustizia italiana avrà certamente i suoi tempi, e questo è noto, ma chi racconta balle o diffama prima o poi ne risponde.
mercoledì 2 maggio 2007
Primo maggio con (inutile) polemica
Leggo oggi sui quotidiani (quelli online, i cartacei non sono in edicola) che tale Andrea Rivera (ma chi è?), uno dei tre conduttori del concertone del 1° maggio, avrebbe fatto una specie di monologo in cui avrebbe tirato in ballo il Papa e altre questioni (ad esempio la non concessione dei funerali religiosi a Welby).
Confesso che, pur avendo seguito praticamente quasi tutto il concerto in tv, l'intervento di Rivera l'ho perso (forse ero in bagno?). Ma non mi dispiace più di tanto: su Welby e sulla sua vicenda ho una mia ben precisa opinione (alla questione ho dedicato più di un post), e il fatto che non condivida molte posizioni della Chiesa è noto.
Tuttavia il mio rammarico è un altro, ed è quello che a un concerto rock non sia protagonista la musica ma le polemiche. Ma anche qui? Invece di parlare del fatto che si sono esibiti alcuni tra i migliori gruppi rock italiani e non solo (cosa che chi è musicista come me considera sicuramente la più importante) pagine e pagine di "questo ha detto, questo ha fatto...".
Ma non ci sono già la tv, i talkshow e i giornali per scannarsi su queste cose? Anche i concerti rock adesso? Lasciamo ogni cosa ai suoi ambiti. A me sta benissimo parlare di tutto quello che volete e polemizzare di tutto quello che si vuole, ma nelle sedi e nei momenti opportuni. Cosa c'entra tirare fuori Ratzinger a un concerto rock? Già ce lo dobbiamo sorbire ogni volta che apriamo un telegiornale...
Quand'è che gli autori di queste manifestazioni politiche vestite di musica si decideranno a organizzare un concerto rock in cui sia protagonista la musica e basta?
Ma forse la risposta è già nella domanda.
venerdì 14 novembre 2008
Eluana Englaro, la Cassazione dice finalmente la parola fine
Era da un po' che volevo scrivere qualcosa sulla vicenda di Eluana Englaro (foto), ma ho sempre rimandato in quanto perfettamente conscio dei limiti insiti nel mezzo "blog" quando si tratta di affrontare queste tematiche. Perché la vicenda di Eluana è, nel bene e nel male, espressione di una serie di aspetti (vita, morte, bioetica, religione, libero arbitrio, accanimento terapeutico, ecc...) che non possono, neanche volendo, essere trattati esaustivamente nello spazio di un post. Tuttavia, come feci a suo tempo per la questione Welby, una mia idea in merito ce l'ho ed è giusto che la esprima. E questa idea è che sono (e sono sempre stato) perfettamente d'accordo col padre di Eluana nel rivendicare con giusta ostinazione il suo diritto a decidere della "vita" di sua figlia, e non solo in quanto agli effetti di legge suo unico tutore.Perché ho messo la parola vita tra virgolette? Perché, come per quanto avvenne per Welby, lo stato in cui versa Eluana non si può definire vita, né tanto meno una sua parvenza. E non lo dico io, lo dice la sua storia, di cui vi riporto un estratto qui sotto:
Dimessa dalla rianimazione nell'aprile 1992, viene portata in un altro reparto dell'ospedale di Lecco, dove è sottoposta a una serie di stimoli, nella speranza di un sempre più improbabile "risveglio". Intanto il padre, consigliato dal primario del reparto di rianimazione Riccardo Massei, chiede un consulto a vari specialisti. Ma il verdetto è sempre lo stesso: bisogna aspettare. Il lavoro che stanno facendo all'ospedale di Sondrio - dove Eluana viene trasferita nel giugno 1992 - è ineccepibile. Poi la solita frase: "La speranza è l'ultima a morire". In realtà la speranza si riduce ben presto a zero. Infatti dopo dodici mesi è possibile fare una diagnosi definitiva e sicura di stato vegetativo permanente, ossia irreversibile. La regione superiore del cervello (corteccia), compromessa come nel caso di Eluana da un trauma oppure da un'emorragia, va incontro a una degenerazione definitiva. E con essa tutte le funzioni di cui è responsabile: dall'intelletto agli affetti, e più in generale alla coscienza. Il limite dei dodici mesi è dato per assodato a livello internazionale. Tanto che, passato quel periodo, la British Medical Association e la American Academy of Neurology sostengono la legittimità di sospendere nutrizione e idratazione artificiale. Ma non in Italia, dove la maggior parte dei medici non si azzarda ancora a dire chiaramente che tenere in vita più a lungo questi pazienti possa essere definito accanimento terapeutico. Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l'intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto. Commenta Carlo Alberto Defanti, primario del reparto di neurologia dell'ospedale Niguarda di Milano, che ha visitato Eluana alcuni anni fa: "Malgrado non soffra direttamente per il suo stato, dovrebbe essere chiaro a tutti che la sua condizione è priva di dignità. Di lei rimane un corpo privo della capacità di provare qualsiasi esperienza, totalmente nelle mani del personale che la assiste. La sua condizione è penosa per coloro che la assistono e che hanno ormai perduto da tempo la speranza di un risveglio e per i suoi genitori, che hanno perso una figlia ma non possono elaborarne compiutamente il lutto". La macchina legale si mette in moto tra il '96 e il '97. Defanti, su richiesta del padre, stila una prognosi definitiva: "In considerazione del lunghissimo intervallo trascorso dall'evento traumatico, si può formulare una prognosi negativa quanto a un recupero della vita cognitiva". La corteccia cerebrale di Eluana è sconnessa dal resto del cervello. Per sempre. (fonte e articolo integrale qui)
Possono 17 anni trascorsi in questo stato essere definiti "vita"? A mio parere no, ecco perché condivido in pieno la sentenza della Cassazione di ieri che sostanzialmente dà il via libera all'interruzione delle cure e quindi a quella che molti continuano ostinatamente a definire vita: semplicemente perché non si può uccidere chi è già morto. Ed Eluana era già morta 17 anni fa, dopo che tutti i medici e i più accreditati specialisti internazionali avevano decretato lo stato vegetativo permanente e irreversibile.
Se c'è una cosa che a me personalmente dispiace - oltre alla vicenda stessa, naturalmente - è il fatto che il prolungarsi del tira e molla giuridico ha permesso a una moltitudine di soggetti senza alcun titolo di continuare a sputare sentenze che in realtà altro non erano che mere intrusioni di carattere esclusivamente ideologico. In definitiva, la decisione del padre la condivido perché è esattamente quanto vorrei che fosse fatto a me se mi trovassi nei panni della ragazza.
sabato 16 dicembre 2006
Il tribunale respinge il ricorso di Welby, tanto soffre lui...
E invece no, devo aspettare ancora, perché il Tribunale si è pronunciato oggi dichiarando inammissibile il ricorso col quale Piergiorgio chiedeva semplicemente che fosse messa fine alla tortura legalizzata alla quale è costretto. Poco importa che il giudice abbia espresso, nelle pagine in cui spiega la motivazione della sentenza, l'auspicio che venga al più presto colmato il vuoto legislativo in merito a questa delicata materia, perché Piergiorgio non può più aspettare. Fa ridere che leviamo gli scudi e ci indigniamo per quei paesi in cui la tortura è prassi quotidiana, quando per mancanza di legislazione ce l'abbiamo anche noi in casa nostra.
E fa ridere che un uomo, solo perché immobilizzato in un letto, non possa vedere soddisfatta la sua legittima richiesta (il diritto a chiedere l'interruzione del trattamento medico è garantito dalla nostra costituzione) di smettere di patire come un cane. Gesto che, se non fosse per il fatto di essere completamente immobilizzato, potrebbe fare tranquillamente da sé.
venerdì 22 maggio 2009
In Svizzera il testamento biologico è legge (senza gli isterismi della Chiesa)
Certe notizie andrebbero messe in home page a caratteri cubitali, e non relegate in qualche piccolo trafiletto interno. Ma si sa come vanno queste cose: il Vaticano sta sempre sul chi va là ed è meglio evitare altri polveroni, ne abbiamo già a sufficienza.Tutto questo per segnalare che in Svizzera è stata approvata la legge sul testamento biologico. Là non si chiama così, l'hanno battezzata "direttive anticipate", ma non fa differenza, il succo è quello. Succo che si ritrova in due semplici, chiare e illuminanti righe contenute all'interno dell'articolo 370.
«Chi è capace di discernimento, può designare i provvedimenti medici ai quali accetta o rifiuta di essere sottoposto nel caso in cui divenga incapace di discernimento».
Ecco qua: quello che da noi ha provocato estenuanti battaglie, polemiche, scontri tra cattolici e laici e politici di tutte le risme, là è stato approvato velocemente e senza colpo ferire. Legge che riconosce e sancisce in maniera inequivocabile il sacrosanto diritto all'autodeterminazione, un diritto che qua da noi è ostaggio di mille controversie e distinguo, pricipalmente di natura religiosa ed etica.
Una legge, scrive La Stampa, che obbliga il medico a rispettare senza se e senza ma le direttive impartite dalla persona. Ve l'immaginate da noi? Sarebbe una rivoluzione paragonabile a quella copernicana, specialmente se si pensa che là il referendum abrogativo indetto per abrogare tale legge, nei tre mesi di tempo previsti per legge non ha neppure raggiunto il quorum necessario di 50.000 firme.
Ma la cosa che, specialmente dalla nostra prospettiva, stupisce di più, è la sostanziale accondiscendenza delle componenti religiose della società elvetica, magnificamente racchiuse nelle parole del teologo protestante Frank Mathwig («Le norme morali non possono essere estranee alle situazioni concrete. Si tratta di tollerare le situazioni estreme») e dai giuristi della Commissione Bioetica Svizzera, secondo i quali "casi come quelli di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Terri Schiavo non sarebbero stati nemmeno casi."
Una cosa impensabile in un paese come il nostro, dove la Chiesa esercita in maniera bellicosa e arrogante il suo potere, specialmente sui temi etici, negando di fatto quella libertà dell'individuo che nei paesi meno retrogradi è tale a tutti gli effetti.
lunedì 14 ottobre 2013
Concludendo
sabato 19 dicembre 2015
Per Dominique Velati

Dominique Velati, la signora 59enne di Borgomanero affetta da un tumore incurabile, domani andrà in Svizzera a morire. Ci andrà perché stanca e sfibrata dalla sofferenza, dal dolore, dagli inutili interventi chirurgici e dalla chemioterapia. Ci andrà perché il tumore al colon e le metastasi al fegato, scoperti a settembre, non concedono appello: sorte segnata. Ci andrà perché ritiene che quella che sta vivendo non sia sufficientemente dignitosa per essere etichettata come vita. La signora Dominique, come tantissime altre persone prima di lei, andrà in Svizzera perché il nostro cazzo di paese, a differenza di tutti gli altri, non ha ancora uno straccio di legge che regoli il fine vita, e non ce l'ha nonostante del testamento biologico si parli da decenni e in tutto questo tempo sia stato chiesto a gran voce da cittadini, associazioni e pure parlamentari.
Niente da fare, una qualche forma di regolamentazione del fine vita in Italia non si fa, perché il governo che lo portasse in porto perderebbe il voto dei cattolici. E allora niente, si soffre, come ha sofferto il Piergiorgio Welby di allora e tutta la schiera di malati terminali fino alla signora Dominique oggi, perché una certa cultura, di cui purtroppo è impregnato chi dovrebbe legiferare per tutti, ci spiega che la vita non è nella nostra disponibilità ma in quella di terzi.
Siete mai stati a un funerale in chiesa? Se sì, avete sentito il celebrante lodare il Signore perché il poveretto di turno ha finalmente lasciato le tribolazioni e le sofferenze di questo miserando passaggio terreno per approdare finalmente alla vita vera. Bello, no? Però se il poveretto vuole arrivarci quando desidera lui, allora no: anatema! Cioè, prima ci sfiniscono con la storiella che la nostra mèta ultima è di là, e poi di qua ti obbligano a stare incatenato a un letto fra tremila tubicini e magari attaccato a una macchina per poter restare in vita, cioè restare di qua. Stronzi e ipocriti.
Noi siamo ancora nel 2015, in pieno terzo millennio, forse l'ultimo paese al mondo in cui i suoi abitanti devono andare all'estero per vedersi riconoscere il diritto di morire dignitosamente, per vedersi riconosciuto il diritto di sposare chi si vuole, per vedersi riconosciuto il diritto di procreare con le modalità più confacenti alle proprie esigenze. Siamo il paese di chi non ha diritti, a meno che non si abbiano le disponibilità finanziarie per procurarseli altrove. Aberrante.
Bion viaggio, signora Dominique, con l'augurio e l'auspicio che la sua storia serva a smuovere qualcosa in questo cimitero.
domenica 28 novembre 2010
Censurati i gruppi pro-life?
Fabio Fazio si oppone con una giustificazione a mio parere piuttosto sensata: "accettare la replica dei gruppi 'pro-vita' equivale ad acconsentire all’idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata pro-morte, mentre abbiamo raccontato due storie di vita, sottolineando la pari dignità, di fronte alla prosecuzione artificiale della vita, di chi sceglie di accettarla e di chi sceglie di rifiutarla". Il problema è che gli autori hanno già concesso la replica a Maroni. A Maroni sì e ai pro-vita no? O si fa per tutti o per nessuno, se effettivamente si vogliono fare le cose uguali per tutti.
Ma non è questo il punto che mi premeva evidenziare, quanto quello della censura di cui, secondo molti, sarebbero vittime i gruppi pro-vita. Un ottimo esempio ci viene fornito da Libero di questa mattina:

"La censura alle associazioni pro-life", scrive il quotidiano di Belpietro in prima pagina. Censura? Scusate, ma c'è veramente qualcuno che pensa che nel nostro paese, e specialmente nel nostro sistema dell'informazione, i gruppi contrari all'eutanasia non abbiano spazio? Ma avete mai visto, solo per fare un esempio, il tg1 di Minzolini?
Ieri il papa si è rivolto alla politica e ai media (ai media, badate bene) chiedendo di promuovere il rispetto per la vita. Un semplice e breve appello. Ecco, qui di seguito, alcuni dei titoli che tutte le testate online (oggi seguiranno quelle cartacee e i telegiornali) hanno messo in bella evidenza nelle home page.







Per fortuna che c'è la censura...
venerdì 2 febbraio 2007
Mario
C'è vita intelligente nell'Ordine dei Medici di Cremona. Battuta a parte. Come sicuramente avrete appreso da qualche media, Mario Riccio (foto), il medico anestesista che ha "staccato la spina" a Pergiorgio Welby, si è visto archiviare il procedimento disciplinare da parte appunto dell'Ordine dei Medici della provincia di Cremona.Non nego che la cosa mi abbia fatto piacere; sono infatti dell'idea, come ho già scritto in altri post, che Piergiorgio avesse il pieno diritto di chiedere la fine dell'accanimento terapeutico, e il fatto che il dott. Riccio abbia avuto annullato il procedimento disciplinare con l'unanimità dei voti dimostra che non sono il solo a pensarla così.
Mi auguro solo che tutta questa storia spinga i nostri parlamentari a smetterla di scannarsi a vicenda su questioni ridicole, e a darsi da fare per colmare il vuoto legislativo che è stato la causa prima del prolungarsi dell'agonia di Piergiorgio.
sabato 24 aprile 2010
Come fa Di Pietro a costruirsi le case?
Non è vero che Antonio Di Pietro abbia fatto pasticci con i rimborsi elettorali dell’Italia dei Valori e con l’acquisto di case. L’ha stabilito il Tribunale civile di Monza, che in tre sentenze ravvicinate spazza via anni e anni di campagne del Giornale, condannando in primo grado il quotidiano della famiglia Berlusconi a risarcire l’ex pm per un totale di 244 mila euro, avendolo più volte diffamato con una serie di articoli. Soccombenti l’ex direttore Mario Giordano, i giornalisti Gian Mario Chiocci, Massimo Malpica e Felice Manti, oltre all’ex deputato Elio Veltri. Ma, al di là dei nomi, il punto è un altro. Le denunce penali e civili sono rischi del mestiere di giornalista e può capitare a tutti di incappare in una parola di troppo, un’inesattezza dovuta alla fretta, un eccesso di sintesi o di critica, insomma in un errore in buona fede. Qui invece i giudici hanno accertato un modus operandi di assoluta malafede: quello delle sistematiche campagne diffamatorie di chi sa di avere le spalle coperte da un editore pronto a investire milioni di euro per screditare, sui giornali e le tv che controlla in conflitto d’interessi, i propri avversari politici. Qui non si parla di cronisti che sbagliano, ma di killer che mentono sapendo di mentire.
Ora, che il Giornale di Feltri raccontasse qualche balla era noto a tutti - ci ho fatto pure una rubrica fissa. Che queste balle si trasfomassero in soldi da versare a Di Pietro un po' meno. Per la precisione, gli articoli ritenuti diffamatori nella sentenza di primo grado emessa dal tribunale civile di Monza, sono ben tre: "I trucchi di Di Pietro per sfuggire alle intercettazioni", "L’Italia dei Valori. Immobiliari. Di Pietro ha investito quattro milioni di euro in case. Ecco il suo patrimonio" e "Vi racconto i maneggi del mio ex amico Di Pietro. Quando tesserò 241 criminali". Tutti questi articoli sono stati ritenuti pieni di balle e lesivi della reputazione del leader dell'Italia dei Valori. La somma totale che Di Pietro si vedrà risarcire è di circa 344 mila euro.
Già che siamo in tema, vale la pena ricordare alcuni fatti che riguardano Il Giornale. Il primo è che il suo attuale direttore, Vittorio Feltri, è stato sospeso un mesetto fa dall'ordine dei giornalisti della Lombardia per tutte le balle relative all'ormai famoso caso Boffo. Poi, forse qualcuno ricorderà, all'inizio della scorsa estate Maurizio Belpietro, allora direttore del Giornale, si beccò una bella condanna per diffamazione per le dichiarazioni nei confronti del medico Mario Riccio, colui che staccò la spina a Piergiorgio Welby.
Ieri, poi, per chiudere in bellezza, è arrivata la notizia che Emergency ha sporto denuncia contro Libero e il Giornale per come hanno "gestito" tutta la vicenda del rapimento dei tre cooperanti dell'organizzazione di Gino Strada. E' il giornalismo di casa nostra.
sabato 20 novembre 2010
I comuni pensino ad altro (dice il Vaticano), che a dire come si deve morire ci pensiamo noi
Oggi è arrivata una circolare da parte del governo nella quale si dice che questi registri sono privi di valore, in quanto manca una legge di riferimento (la famosa legge sul fine vita, da tempo immemorabile sepolta da qualche parte in Parlamento). Il sottosegretario Eugenia Roccella, infatti, dice: "è evidente che non essendoci una legge in materia, il medico non può ottemperare ad alcuna richiesta di tipo eutanasico indicata nei registri. Il medico, cioè, non può che riferirsi alle normative esistenti, che vietano ogni attività eutanasica".
Non entro nel merito della questione prettamente tecnico-legislativa, della quale non può fregarmi di meno, ma entro volentieri all'interno del "messaggio" che si cela dietro a tutto questo via vai di circolari: ossia la negazione della libertà per l'individuo di poter disporre della sua vita, e nella fattispecie della sua morte. Non è una novità, intendiamoci; basta solo ricordare cosa è successo coi casi Welby ed Englaro per sapere come la pensa questo governo sull'autodeterminazione della persona.
E, d'altra parte, la circolare in questione non potrebbe essere più chiara. Vi è scritto infatti: "occorre considerare che la materia del 'fine vita' rientra nell'esclusiva competenza del legislatore nazionale". In uno stato normale, laico, libero, che ha veramente - non a parole - a cuore la libertà dei cittadini, la dicitura dovrebbe essere questa: "occorre considerare che la materia del 'fine vita' rientra nell'esclusiva competenza della singola persona". Questo dovrebbe essere il perno su cui fare appoggiare anche tutto l'impianto legislativo attualmente arenato in Parlamento.
Ma, si sa, siamo in Italia. Non vorrete mica togliere a Sacconi, Fazio, Maroni e al Vaticano, che naturalmente si è felicitato della circolare, il diritto di decidere come dobbiamo morire?
martedì 3 aprile 2018
Mi voglio suicidare. Posso?
Vedremo cosa deciderà la Consulta. Nell'attesa mi chiedo come prima cosa perché ci debba essere una legge che vieti il suicidio assistito, ma sopratutto mi chiedo perché il governo si sia apertamente schierato per la sua difesa. Per come la vedo io sarebbe sacrosanto che il suicidio assistito fosse previsto dalla legge, se non altro per far finire quel viavai verso la Svizzera indecente e discriminatorio, dal momento che solo chi se lo può permettere vi ricorre.
Mi voglio suicidare perché ritengo che quella che sto vivendo non possa più essere considerata vita. Ma a parte questo. Mi voglio suicidare semplicemente perché sono stanco di vivere, per diecimila motivi: perché non posso farla finita in maniera dignitosa senza per forza essere costretto a gettarmi da una rupe o sotto un treno?
Se la legge che lo permette ci fosse, che danno procurerebbe ai suoi detrattori? Nessuno. Prendiamo ad esempio un cattolico e un ateo (o agnostico, ché è lo stesso). Entrambi, per una serie di sfortune, sono immobilizzati su un letto come lo è stato Welby o Dj Fabo. Se la legge ci fosse, il cattolico potrebbe continuare a scegliere di soffrire, come gli intima la sua religione, l'ateo potrebbe chiedere di farla finita. Entrambi avrebbero la possibilità di fare ciò che credono tranquillamente, e tutti felici e contenti (si fa per dire, ovviamente).
Chissà, forse è tutto troppo semplice e viviamo in un paese in cui la semplicità e la libertà di fare ciò che si vuole è mal vista, anche quando la suddetta libertà di agire riguarda esclusivamente sé stessi. Altre spiegazioni non ne vedo.
giovedì 20 agosto 2015
Funerale e funerale
lunedì 23 luglio 2007
L'ultima vittoria di Piergiorgio
giovedì 21 dicembre 2006
Ciao Piergiorgio
Una cosa è sicura: Welby è finalmente uscito di prigione; una prigione rappresentata dal suo stesso corpo, reso immobile dalla distrofia. Non so cosa troverà dall'altra parte, se il nulla assoluto o un altro mondo (nel caso, comunque, sarebbe sicuramente migliore di questo).
Ho scritto parecchio in questo blog riguardo alla vicenda di Piergiorgio. Sono convinto infatti che la sua sia stata una battaglia giusta, combattuta per rivendicare un diritto fondamentale ma ancora non riconosciuto dalla legge: la possibilità di dire no a una sofferenza e un'agonia atroci, irreversibili e inutili. Una lotta per la libertà, combattuta alla luce di una totale e comprovata lucidità mentale.
Ho un'unica paura adesso: che la faccenda possa rapidamente cadere nel dimenticatoio rendendo sostanzialmente inutile la sua battaglia, portata avanti per cercare di spronare il Parlamento e le istituzioni a muoversi per colmare il vuoto legislativo attorno a una faccenda così delicata. Sono convinto che lo Stato debba riconoscere il diritto ad ognuno di decidere cosa fare in casi come questo: chi sceglie di continuare a vivere e a soffrire, liberissimo, chi sceglie di voler porre fine alla sua agonia, deve poter essere messo in condizione di farlo.
Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano.
Ciao Piergiorgio.
martedì 28 novembre 2006
Vivi e lascia... morire
Calma. Non mettetevi in testa strane idee dalla lettura di questo titolo (lo ammetto, un pò forte): adesso spiego tutto.L'argomento è di quelli delicati, e non so, sinceramente, né come impostare il discorso, né se questo blog sia la sede più adatta. Ma io su questa vicenda mi sono fatto una mia idea, e visto che questo è il posto in cui "butto fuori" quello che ho dentro, ve la voglio dire.
Dunque, penso che più o meno tutti conosciate (magari anche solo per sentito dire) la storia di Piergiorgio Welby (ne hanno parlato spesso sia i tiggì che i giornali). Piergiorgio è co-presidente dell'associazione Luca Coscioni, un movimento che si batte per la libertà della ricerca scientifica. A 20 anni gli viene diagnosticata la Distrofia Muscolare Progressiva, una malattia genetica "crudele", come viene definita dal personale medico e scientifico che la studia. E questo perché la sua progressione non intacca le facoltà intellettive di chi ne è vittima, ma solamente il fisico, provocando via via la claudicanza, la paraplegia, la tetraplegia, fino ad arrivare all'insufficienza respiratoria.
Questa è la situazione in cui versa oggi Piergiorgio. Costretto in maniera permanente in un letto nell'immobilità più assoluta: impossibilitato a muoversi, a parlare, a scrivere al suo pc, perfino a respirare (lo aiuta uno speciale ventilatore polmonare).
Il 22 settembre di quest'anno, Piergiorgio scrive una lettera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo l'eutanasia, cioè il diritto a farla finita, ottenendo una (vaga) risposta appena l'indomani. Va detto che l'eutanasia non è permessa nel nostro paese dalla vigente legislazione, ed è equiparata all'omicidio.
Tuttavia io ritengo che sia perfettamente legittima la sua richiesta, e se la legge non lo consente, allora va cambiata la legge. Pergiorgio, pur nelle condizioni fisiche in cui si trova, è intellettualmente perfettamente lucido, e ha semplicemente fatto una richiesta: finire di soffrire e interrompere quella che secondo lui non è più possibile definire vita. Questi sono alcuni passi della lettera che Piergiorgio ha inviato al Presidente della Repubblica:
[...] "Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà." [...]
Cosa spinge chi ama la vita a chiedere la morte? Semplice, la constatazione che quella che comunemente si definisce vita in realtà non lo è più. Ed è proprio perché Piergiorgio ama la vita, che ha preso questa decisione.
Purtroppo noi ci portiamo dietro una vecchia eredità cattolica secondo la quale l'uomo ha bisogno di una specie di "tutela morale" che lo accompagni da quando nasce a quando muore. E invece no. L'uomo, specialmente quando è perfettamente in grado di capire, deve avere il diritto di poter scegliere quello che ritiene meglio per sé, che è poi quello che avviene da tempo in quasi tutti gli altri paesi europei. Riporto un altro passo preso sempre dalla lettera di Piergiorgio:
[...] "Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui." [...]
L'argomento, mi rendo conto, è molto complesso e non pretendo di averne colto tutti gli aspetti e le sfumature. Proprio in virtù di questa complessità, che implica valori etici, morali e giuridici, ognuno avrà sicuramente (e giustamente) opinioni e pareri diversi. Io la penso così, e ho quindi sottoscritto la relativa petizione indirizzata al Parlamento Italiano perché si attivi nell'introduzione alla discussione di questo tipo di legge.
Se qualcuno vuole dire la sua, lo spazio dei commenti è come al solito aperto a tutti.
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