venerdì 11 febbraio 2022

Dal calzolaio

I miei, nel loro girettino pomeridiano, sono andati a Novafeltria, una ventina di chilometri da qui, a portare ad aggiustare da un calzolaio (l'ultimo calzolaio rimasto in Italia?) un paio di scarpe di mio babbo. Curiosa, questa cosa, a pensarci. Oggi le scarpe rotte si buttano, non si portano ad aggiustare. Forse perché loro (mio padre classe '43, mia madre '45) sono cresciuti in un'epoca in cui avere le cose costava fatica, sacrificio, e una volta che si era riusciti ad averle si faceva il possibile perché durassero e se si rompevano si portavano ad accomodare, spesso anche più volte. Credo che, a loro modo, siano inconsapevoli testimoni di un mondo che non esiste più, dove forse, sotto certi aspetti, si stava anche meglio. Chissà.

14 commenti:

Anonimo ha detto...

Le scarpe rotte e buttate sono una metafora perfetta dei tempi odierni ,perché "calzano" alla perfezione un po in tutto ... sia come aspetto materiale che relazionale.

I tuoi hanno di certo conservato il valore del sacrificio ,sembra strano ma proprio da li giunge il senso pieno dell'amore e del suo valore...


Buonaserata


L.

Gas75 ha detto...

L'unico nonno che ho conosciuto era calzolaio. Non perché fosse mio nonno (materno), ma a detta di chi è stato servito da lui, faceva miracoli, e quando ero bambino e mi portava a passeggio con lui, non c'era istante che qualcuno non lo salutasse dandogli del "Maestro"; e oltre a saper lavorare, aveva anche battute molto "affilate" per clienti che all'atto del pagare accampavano scuse.
I calzolai sono artisti nonché ingegneri delle scarpe, per lo meno quelli che te le sanno riportare a uno stato di nuovo, o riparare difetti di fabbrica.
Adesso non so se abbiamo un calzolaio in paese, ricordo una botteguccia dove l'artigiano si affacciava una mattina e un pomeriggio a settimana, solo per prendere lavori e consegnare scarpe aggiustate. Lì vicino c'è una sarta (quella ce l'abbiamo ancora, ma la nipote non vuole saperne di imparare il mestiere), chiederò a lei se c'è ancora qualcuno che aggiusta scarpe.

Claudia Turchiarulo ha detto...

Qui a Monopoli conosco personalmente due bravissimi calzolai, ma non escludo che ce ne siano anche altri.
Forse al sud i mestieri artigianali di una volta si conservano meglio.

Andrea Sacchini ha detto...

Buona serata a te, L.

Andrea Sacchini ha detto...

Qua a Santarcangelo era rimasto fino a poco tempo fa un calzolaio qua a Santarangelo (se non ricordo male gli avevo dedicato anche un post, qui sul blog); non so se ci sia ancora, a dire il vero. Appena capito in paese ci do un'occhiata. Una sarta, invece, aveva una piccola bottega qui a due passi da casa mia. Qualche mese fa se n'è andata per un infarto e nessuno ha preso il suo posto.

Andrea Sacchini ha detto...

Si, è probabile. Al sud avete ancora, probabilmente, una attitudine e un amore per le attività artigianali che qua al nord abbiamo probabilmente perso. Siete fortunati, è tutto valore aggiunto.

Sara ha detto...

Dalle mie parti ci sono due calzolai giovani, almeno quelli che conosco io.
Ma un giovane oggi come può imparare un mestiere? Le attività artigianali si imparano a bottega, ma l'alternanza scuola lavoro, mi pare che non aggradi molto, devono tutti andare al liceo scientifico!

Andrea Sacchini ha detto...

In effetti, una volta i mestieri si imparavano a bottega, un giovane andava da un artigiano e imparava. Il problema è che pure gli artigiani stanno scomparendo. Se il frigo si rompe e si chiama un tecnico, cosa ci si sente rispondere? Che il costo del pezzo da cambiare equivale al costo di un frigo nuovo, quindi perché farlo riparare? Si butta via tutto e si compra nuovo. Stesso discorso per le scarpe o qualsiasi altra cosa; è anche questo uno dei motivi per cui l'artigianato sta scomparendo.

Sara ha detto...

Anche le borse: se si rompe una borsa firmata, mica la buttiamo via!

Andrea Consonni ha detto...

Nel mio paese ce n'era uno che quando ero piccolo mi veniva l'orticaria ogni volta che mia madre mi ci mandava controvoglia (pure lei lo detestava e certe volte preferiva cambiare scarpe piuttosto che andarci). Indisponente (come sua moglie), antipaticissimo, tirchio sempre a parlar male dello Stato e delle tasse e mai una volta che mi abbia fatto uno scontrino ma fra lui e le sue figlie, operaie tessili, hanno tutte case che io manco vedro' mai in tutta la mia vita. Qui in Svizzera ce ne sono un po' ma praticamente per me è impossibile frequentarli visto i costi che hanno. Ma ho sempre avuto (come il resto della mia famiglia) un rapporto abbastanza conflittuale coi bottegai e gli artigiani.

Andrea Sacchini ha detto...

Ecco, sei arrivato a rompere la "poesia" degli artigiani.
Scherzo :-)

Anonimo ha detto...

Diciamo inoltre che come società abbiamo contribuito alla chiusura di tanti bottegai e artigiani ,la velocità e la catena di produzione hanno preso il posto della "riparazione",vuoi mettere si fa prima ad acquistare un capo nuovo ...

...che poi perdonatemi eh,dal commento di Andrea Consonni si deduce anche che gli artigiani si estinguono anche da un distinguo di "antipatia" e di categoria:)

Un paio di anni fa ho avuto problemi con il frigo ,chiamo il tecnico ( come il tuo esempio più giù) e mi dice che faccio prima a buttarlo perché con i costi di riparazione non conviene,inoltre aggiunge che dovevo ritenermi fortunata per gli anni che aveva funzionato ,perché i nuovi frigo hanno una durata che va dai quattro ai sei anni.Come è andata a finire?Il tecnico non ha guadagnato ne la percentuale su un mio nuovo acquisto e nemmeno il denaro di riparazione ,incapace probabilmente anche di farla.
E il frigo?Giro e rigiro,smonto e rimonto con libretto di istruzione alla mano ...non l'ho più sostituito,va benissimo e temo che si sia affezionato alla mia manutenzione:)

Questo con le cose materiali e con i sentimenti delle persone come siamo messi? Esiste la voglia di rammendare,riparare o i due aspetti vanno avanti in maniera direttamente proporzionale ?

Buona serata e grazie a te!


L.

Andrea Sacchini ha detto...

Credo valga per la stragrande maggioranza degli oggetti di più comune uso.

Andrea Sacchini ha detto...

>inoltre aggiunge che dovevo ritenermi fortunata per gli anni che aveva funzionato ,perché i nuovi frigo hanno una durata che va dai quattro ai sei anni.

Certo, è così per tutto ciò che usiamo (macchine, elettrodomestici, telefonino ecc.). Paradossalmente, la fine delle cose è il fine per cui vengono costruite, altrimenti si interrompe il ciclo produzione/consumo e crolla la società. Questo è il motivo per cui si costruiscono oggetti di breve durata e si rende vantaggiosa la loro sostituzione piuttosto che la loro riparazione. Sulla perversione di questo meccanismo ci sarebbero milioni di cose da dire.
E così rapporti umani credo che, purtroppo, ci siamo incanalati sua stessa strada.
Ciao, L.

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