lunedì 30 marzo 2020

La normalità della morte

Mi ha colpito questo passo dal libro Danubio, di Claudio Magris, che sto leggendo in questi giorni:

"C'è una poesia di Novomesky dedicata a un cimitero slovacco. In molti villaggi, fra le montagne, i cimiteri non hanno recinto o ne hanno uno che quasi non si nota, sono aperti e si allargano nell'erba del prato, corrono lungo la strada, come a Matiašovce, verso il confine polacco, o si trovano all'inizio del villaggio, come un giardino davanti alla porta di casa. Questa familiarità epica con la morte - che si ritrova ad esempio nelle tombe musulmane in Bosnia, tranquillamente collocate nell'orto di casa, e che il nostro mondo tende invece sempre più nevroticamente a rimuovere - ha la misura della giustizia, è il senso del rapporto fra l'individuo e le generazioni, la terra, la natura, gli elementi che la compongono e la legge che presiede al loro combinarsi e disgregarsi.
Nelle devrenice [povere abitazioni prevalentemente costituite da legno, tipiche della zona mitteleuropea, ndr] accanto a questi cimiteri s'affacciano visi larghi e miti, simili al buon legno delle loro case. Quei cimiteri privi di tristezza dicono quanto sia ingannevole e superstiziosa la paura della morte. Forse, così come questi cimiteri sono collocati davanti o accanto alla quotidianità, anziché in una sezione appartata e rimossa, bisognerebbe imparare a guardare la morte dall'altro lato. Dice una poesia di Milan Rùfus: 'Solo davanti la morte fa paura. / Di dietro / è tutto bello innocente all'improvviso. / Maschera di carnevale, nella quale, / dopo la mezzanotte acqua raccogli / per bere o, sudato, lavarti'."

Magari potrà sembrare irriverente parlare di morte e cimiteri in questo periodo, in cui la morte entra nelle nostre case tutti i giorni con la sua drammatica conta, ma d'altra parte questo passo del libro mi è capitato sotto gli occhi oggi, per cui...

Pensavo che noi non siamo abituati a intendere la morte come un fatto naturale, la morte come parte della vita (perché ci sia vita ci dev'essere necessariamente la morte), tendiamo ad allontanarne il pensiero o a esorcizzarne la paura spesso ricorrendo anche a ridicoli gesti scaramantici. Ci è stato inculcato che con la morte finisce tutto e quindi guardiamo questo traguardo con timore, altre volte con senso di superiorità, altre con rassegnazione, altre ancora con tutti questi sentimenti assieme. Ma in genere preferiamo non pensarci, è la soluzione migliore.

Ogni tanto mi viene in mente che, essendo a un passo dai cinquanta, è più la strada fatta rispetto a quella da fare. Essendo io convinto che tutto finisca una volta esalato l'ultimo respiro, e non avendo quindi il sollievo di chi crede che ci sia una continuazione dall'altra parte, dovrei cominciare a preoccuparmi seriamente, forse ad avere pure un po' di paura. Invece no, almeno al momento, poi andando avanti chissà. Forse perché, avendo letto qualche libro sulla cultura greca antica e vedendo il rapporto che avevano loro con la morte, esemplificato mirabilmente dall'episodio della dipartita di Socrate, non vedo il motivo per cui dovrei preoccuparmi: l'uomo, al pari di ogni altro essere vivente, nasce, cresce, vive, muore. Punto.

Adesso dico così, poi magari verso la fine mi prenderà una strizza indescrivibile, chissà.

Forse dovrei smettere di leggere certi libri.

10 commenti:

  1. Non so se cambierai idea più avanti, ma per ora mi sembra che il tuo sia l'atteggiamento giusto. La morte dopotutto è un evento perfettamente naturale, per quanto ci spaventi in prima persona o ci rattristi quando ci fa perdere chi amiamo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero. Ma è comunque difficile interiorizzare questa cosa.

      Elimina
  2. Bella quella citazione del libro. In effetti noi allontaniamo la morte coi cimiteri come se fosse una cosa da nascondere mentre invece la morte fa parte della vita.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È un libro strano, metà saggio e metà romanzo, ma molto bello.

      Elimina
  3. La morte è il più misterioso e importante esame che dovremo affrontare tutti, il non pensarci, fare finta di niente, nasconderla non serve certo a prepararci a quell’esame o a esorcizzarlo. Il pensiero della morte ci aiuta a vivere meglio, appieno e a godere di ogni attimo che ci è donato o concesso, secondo il nostro credo. Saluti.
    sinforosa

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo. Come ho scritto nel post, nel mio caso non c'è un non pensarci o un fare finta di niente, semplicemente non c'è preoccupazione o timore, almeno per ora.
      Ciao sinforosa.

      Elimina
  4. Mi fa piacere che tu renda omaggio al mio illustre e amato concittadino Magris. Oltre a "Danubio" per quanto mi riguarda ho apprezzato particolarmente "Microcosmi" e "Un altro mare", prendili se vuoi come consigli per tue prossime letture...
    E riguardo all'attuale contingenza, sempre per restare in questa città con uno sguardo aperto sul mondo, segnalo gli articoli "da casa" di Paolo Rumiz (su Repubblica il 19, 23 e 27 marzo).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per le dritte, specie riguardo a Magris. Il libro che sto leggendo, Danubio, offre molti scorci e occasioni di riflessione. Se non erro, anni vinse anche lo Strega con un suo romanzo...

      Elimina
  5. Sì, credo proprio con Microcosmi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Perfetto: non appena riaprirà la biblioteca correrò a prenderlo :)

      Elimina

Urlare (quando si è opposizione)

Giulio Cavalli fa notare come sia facile, dai banchi dell'opposizione, strillare cose come "la pacchia è finita", l'Italia...