lunedì 6 dicembre 2021

"Quel ragazzo là"

Le due bariste sono un po' indaffarate. Io sono al tavolino che gusto il mio cornetto. A un certo punto una delle due chiede all'altra: "Di chi è il cappuccino?" L'altra risponde: "Di quel ragazzo là" e mi indica.
La settimana inizia bene. Buona settimana a chi passerà di qui :-)

domenica 5 dicembre 2021

Suicidi

Qualche giorno fa, a Cesena, una ragazza di 16 anni è salita sul tetto di una scuola per suicidarsi, gesto poi sventato dall'arrivo dei carabinieri. Cosa spinga a suicidarsi a 16 anni nessuno lo sa, forse nemmeno lei. Sempre qualche giorno fa, la stessa cosa è successa in un liceo di Bari, dove un quattordicenne si è gettato da una finestra per un'interrogazione andata male. Qua a Rimini, invece, a tentare il suicidio è stato un annetto fa un dodicenne. E così via. Io sono convinto che se ognuno dei 32 lettori di questo blog spulciasse le cronache locali della zona in cui abita, troverebbe notizie di questo genere a cadenza giornaliera. 

Secondo i dati Unicef, i suicidi sono in Europa la seconda causa di morte tra i giovani dopo gli incidenti stradali. In Italia sono circa duecento ogni anno i ragazzi che si suicidano, su un totale di circa 4000 suicidi l'anno. Per una sorta di macabro paradosso, il continente con uno dei più alti livelli di benessere al mondo è anche quello con le maggiori percentuali di suicidi. 

Mentre leggevo queste cose pensavo, con compassione, a quel 40% di italiani che, secondo il Censis, crede che sia in atto un gigantesco complotto di sostituzione etnica chiamato Great Reset, messo in atto attraverso l'immigrazione. Basta guardarsi un po' attorno per capire che non c'è alcun complotto. La sostituzione etnica sta già avvenendo, attraverso il meticciato, in maniera del tutto naturale da almeno vent'anni; un po' perché ci stiamo suicidando in massa, un po' perché, per un insieme di fattori, siamo ormai il continente con la popolazione più anziana al mondo. Invece di inventarsi inesistenti complotti, sarebbe forse più utile spendersi per cercare di capire i motivi di questi drammi.

L'arminuta (film)


Ieri sera, dopo tanto tempo, sono tornato al cinema in presenza. Il film visto è L'arminuta, tratto dall'omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio uscito qualche anno fa (ne avevo accennato brevemente qui). 

Libro e film narrano le vicende, ambientate in Abruzzo in una estate degli anni Settanta, di una ragazzina tredicenne che all'età di sei mesi viene adottata e cresciuta dagli zii, una agiata famiglia piccolo-borghese. All'età di tredici anni la ragazzina viene "restituita" (arminuta, in abruzzese, significa questo) alla famiglia biologica, che vive in un contesto fatto di arretratezza culturale e povertà, e questo cambiamento genererà in lei un trauma che se da una parte la segnerà, dall'altra costituirà un notevole viatico verso il raggiungimento della maturità.

Devo dire che il film non mi ha entusiasmato, a differenza del libro. Seppure sia un film fatto molto bene, l'ho trovato spesso ripetitivo e monotono, anche se molto efficace nella rappresentazione dei rapporti tra le due madri, quella putativa e quella biologica, e la figlia. Forse il film mi sarebbe risultato più coinvolgente se non avessi letto prima il libro. Probabilmente ciò dipende dal fatto che, conoscendo già le vicende, al film è mancato quell'effetto sorpresa che invece investe chi lo guarda senza prima avere letto il libro.

Un appunto, però, mi sento decisamente di farlo, e riguarda la scelta di lasciare che alcuni dei personaggi parlino utilizzando una inflessione dialettale di difficile comprensione per chi non è originario dell'Abruzzo. In ogni dialogo tra l'arminuta e la madre biologica, ad esempio, io capivo solamente ciò che diceva la ragazzina, di ciò che diceva la madre ci capivo poco o niente, giusto qualche parola qua e là, tanto è vero che ogni tanto mi giravo verso mia moglie per chiederle se lei capisse. Poi, certo, il contesto in cui il dialogo era inserito e le parole che qua e là riuscivo a capire mi consentivano alla fine di capire il senso della frase, ma questa incomprensibilità lessicale mi ha abbastanza infastidito. 

Per qualche motivo che non so spiegare, il film in questione non è distribuito nelle grandi multi-sale come l'UCI a Savignano o il Multiplex a Rimini, ma solo in qualche sala abbastanza anonima sparsa qua e là, come il piccolo cinema in quel di Gambettola in cui siamo andati ieri sera, che ricorda un po' il "cinemino di periferia" di cui parla Battiato in Venezia-Istambul. La sala era abbastanza spartana, tutta su un piano e con le file di sedie imbullonate a terra e lo schermo in alto. Niente a che vedere coi moderni cinema con i posti modello gradinate dello stadio e schermo in basso. Ricordava un po' i vecchi cinema che frequentavo quand'ero bambino. E non c'era neppure il tipo col carrello, con tanto di divisa, che all'intervallo si presenta in sala per vendere popcorn e bibite. Bevande e popcorn erano vendute direttamente dalla stessa signora che all'entrata faceva il biglietto (intero: 4 euro) e il tipo che all'entrata della sala strappava il biglietto, la cosiddetta "maschera" (si chiama ancora così? Chissà...), era un simpatico e anziano signore che, a giudicare dal tremolio di una mano, doveva avere una qualche familiarità col Parkinson. La sala era comunque riscaldata, e viste le premesse non era scontato.

La cosa, tutto sommato, non mi è dispiaciuta. Anzi. Fa piacere che, sparsi qua e là, ci siano cinema in stile un po' retrò che ancora conservano quella sorta di... "genuinità" che i grandi complessi multi-sala hanno forse un po' perso.

sabato 4 dicembre 2021

Utilitarismi artistici

Un concetto interessante espresso nel libro Manifesto del libero pensiero (avevo già citato un altro passo qui) riguarda la "dittatura dell'utile", secondo cui, nella società odierna, l'arte acquista un suo valore nella misura in cui è utile a veicolare messaggi positivi, edificare gli animi, promuovere il Bene. Diventa sempre più difficile, ad esempio, accettare che qualcosa possa non servire a niente e valere di per sé, che sia soltanto un piacere fine a se stesso, o mera espressione di una bellezza. 

Cito dal testo: "La letteratura, per esempio: o la releghiamo agli ultimi posti dell'istruzione oppure, ben peggio, ci arrampichiamo sugli specchi per trovarle un'utilità sociale, snaturandola così nella sua sostanza. Nella scuola è più che altrove evidente: tolleriamo che sia ancora materia d'insegnamento solo perché le abbiamo inventato degli scopi e l'abbiamo piegata a "servire". La letteratura sì, ma solo in quanto educa alla cittadinanza, è strumento di democrazia, è utile ad acquisire competenze poi spendibili nel mondo del lavoro. Non la accettiamo per quel che è, come una delle più alte espressioni dell'ingegno umano, nonché fonte di personale e non spendibile godimento. Tutto dev'essere speso, finalizzato e usato. Nulla può rimanere al fondo del forziere come un tesoro nascosto, il cui mero possesso arricchisca il senso, impalpabile, della nostra vita. Anche di questa triste sostanza utilitaristica è fatta la cappa che ci sovrasta."

Questo estratto mi ha fatto venire in mente un vecchio post di una blogger che amo molto, Galatea Vaglio, là dove spiega, come solo lei sa fare, cosa significa leggere per il gusto di leggere.

La società irrazionale

Il rapporto annuale del Censis fotografa quella che viene definita "La società irrazionale". Il 5,9% degli italiani interpellati, circa 3 milioni di persone, è convinto ad esempio che il covid non esista. Non è che lo sottovaluta, lo minimizza, pensa che sia niente di più di una influenza o simili: no, non esiste proprio, è una invenzione. Il 10,9% pensa che il vaccino sia inutile, il 31,4% pensa che sia sperimentale e noi cavie su cui testarlo. Poi, dopo il covid, c'è tutto il repertorio fantastico già tristemente noto di cui ogni tanto parlano le cronache: il 5,8% degli italiani che pensa che la Terra sia piatta, il 10% convinto che sulla Luna non ci siamo mai andati; il 20%, un italiano su dieci, che pensa che la tecnologia 5G sia un sofisticato strumento per il controllo delle persone. C'è poi un sorprendente 40% di italiani che crede al Great Reset, un complotto europeo, scientemente studiato a tavolino, che ha come obiettivo la sostituzione etnica degli italiani e degli europei autoctoni con lo strumento dell'immigrazione.

In termini assoluti, chi crede a questi complotti rappresenta una percentuale tutto sommato minoritaria rispetto a una ben più cospicua maggioranza che pensa razionalmente e che è in grado di "vedere" la realtà così com'è. In realtà il pensiero magico, il pensiero religioso, il complottismo, la capacità di immaginare cose che non esistono e tutta la serie di comportamenti collegabili alla sfera dell'irrazionalità sono perfettamente umani, sono caratteristiche peculiari della nostra specie e, evolutivamente parlando, sono quelle cose che hanno contribuito a fare sì che noi Sapiens diventassimo i signori assoluti del pianeta (che poi questo sia stato un bene o un male, è un'altra faccenda).

Sulle cause di questa dilagante irrazionalità non c'è naturalmente convergenza di punti di vista. Molti ricercatori, scienziati, psicologi ritengono che il ricorso al pensiero magico sia causato da problemi contingenti come la crescente insicurezza, riscontrabile ad esempio nel fatto che oggi un titolo di studio non è più sufficiente a garantire un lavoro stabile e ben retribuito; c'è poi l'incertezza nel futuro, gli stipendi sempre più bassi, la povertà dilagante, tutti fattori che hanno concorso a produrre la società irrazionale di cui parla il Censis e a cercare rifugio nel pensiero magico.

In realtà questa impostazione non è nuova. Già Marx, ad esempio, a metà del 1800, faceva questo discorso relativamente alla religione, forse la massima espressione dell'irrazionalità, con la famosa frase in cui la definiva "oppio dei popoli". Con questa espressione Marx non intendeva dire che la religione fosse una droga, come molti comunemente credono, ma intendeva assegnare ad essa una valenza consolatoria. Siccome era convinto che la società capitalista era marcata da una profonda ingiustizia (una "valle di lacrime"), quanti la abitavano avevano bisogno di conforto e consolazione, e lo trovavano nella religione. Se ci si pensa, qualsiasi ricorso all'irrazionalità ha forti motivazioni di questo genere. Perché le bufale, i complotti, il pensiero magico, il pensiero religioso sono così diffusi e allettanti? Perché sono rassicuranti, offrono consolazione, consentono di poter trovare (e potersi creare) punti di riferimento e appigli a cui aggrapparsi nell'incertezza generale dilagante. 

Sulla sindrome dei complotti Umberto Eco ha scritto pagine bellissime e forse ancora ineguagliate. In alcune di queste, ad esempio, spiegava che i complotti non sono per definizione immaginari. La storia è piena di complotti reali, a partire da quello per uccidere Giulio Cesare in qua. Ma come si distingue un complotto reale da uno immaginario? Quello reale viene smascherato subito, quello immaginario è destinato a perpetuarsi negli anni e a volte nei secoli. Il fatto ad esempio che a distanza di vent'anni si parli ancora del complotto undicisettembrino secondo il quale gli americani si sarebbero buttati giù da soli le torri gemelle per avere il pretesto per invadere l'Afghanistan; il fatto che dopo più di cinquant'anni si parli ancora del complotto che vuole che sulla Luna non ci siamo mai andati; il fatto che a distanza di quasi un secolo dai quei terribili fatti ci siano ancora i negazionisti dell'Olocausto, e altri, sono la migliore dimostrazione che non si trattava di complotti (purtroppo, nel caso dell'Olocausto).

Con la faccenda di oggi del covid, i negazionisti e i complottari avranno conferma o smentita dei loro deliri utilizzando lo stesso parametro indicato da Eco: il tempo. Se fra dieci o venti o cento anni si parlerà ancora della pandemia come di un gigantesco complotto, sarà la prova provata che non si trattava di un complotto. Sempre ammesso che, nel frattempo, i suddetti complottari non siano già stati fatti fuori dal tempo o da quello che pensavano fosse un complotto.

venerdì 3 dicembre 2021

Prima del covid

Pagine e pagine e pagine e pagine, su ogni sito e ogni giornale. Capisco che una pandemia è una situazione nuova, inedita per le nostre generazioni, ma ogni tanto mi viene da chiedermi di cosa parlassero i giornali prima del suo arrivo. Con cosa riempivano tutto lo spazio che riempiono adesso con la pandemia? E quanto dello spazio che viene ad essa dedicato ha una sua reale utilità?

giovedì 2 dicembre 2021

[...]

Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, anche grazie al femminismo e alle lotte sull'aborto e sui diritti LGBT, le cose cominciano a cambiare. La mentalità dominante non è più né bigotta, né conservatrice. Nel 1978 passa la legge Basaglia, che chiude i manicomi. Nel medesimo anno passa la legge sull'aborto, nel 1981 viene abolito il reato di plagio, nel 1982 viene approvata la prima legge che consente il cambiamento di sesso. La stagione delle lotte sociali cede il passo a quella dei diritti civili, le idee progressiste penetrano sempre più nella coscienza collettiva.

È in quegli anni che, anche in Italia, prima in modo appena avvertibile, poi in modi sempre più massicci e pervasivi, prendono piede i princìpi del politicamente corretto. Essere progressisti comincia a significare, per molti, ergersi a legislatori del linguaggio.
Parte una furia nominalistica che, con ogni sorta di eufemismo e neologismo, si premura di stabilire come dobbiamo chiamare le cose e le persone, in totale spregio del linguaggio e della sensibilità della gente comune.
Dopo gli anni del marxismo e dello strutturalismo, i custodi del pensiero progressista paiono convertiti a un neoidealismo che conferisce alle parole un potere quasi magico. Come ha notato recentemente Walter Siti: "Gli scrittori di sinistra sembrano credere che siano le parole a generare i comportamenti: il contrario dell'idea marxiana che siano invece le condizioni materiali a generare le idee."

La lotta si accentra così sul mero linguaggio. Anziché provare a cambiare davvero le cose, si punta a cambiare le parole, trovando a ogni cosa il nome giusto, come se questa fosse la mossa decisiva e di per sé benemerita. Dopo la messa al bando della parola "negro" (tranquillamente usata da Pavese, Calvino e infiniti altri scrittori, progressisti e non), a favore di "nero", i ciechi diventano ipovedenti, gli spazzini operatori ecologici, gli handicappati diversamente abili, i bidelli collaboratori scolastici, le donne di servizio collaboratrici familiari, i becchini operatori cimiteriali, e così via. Nascono le "parole giuste". E di conseguenza le "parole sbagliate", impronunciabili.
Curiosamente, non ci si rende conto che nessuna delle parole messe al bando era usata in modo spregiativo, e che, al contrario, creando per ogni parola precedentemente neutra la sua controfigura corretta si fornisce un meraviglioso armamentario di parole contundenti, di parole-proiettili, a chiunque desideri offendere e riversare disprezzo sul prossimo. Gli odiatori, che oggi imperversano in rete, sentitamente ringraziano.
E, ancor più stranamente, alla puntigliosa individuazione delle categorie da proteggere con parole-scudo non si accompagna alcun serio tentativo di cambiarne o migliorarne la condizione.

(da Manifesto del libero pensiero - Paola Mastrocola, Luca Ricolfi - ed. La nave di Teseo)

Pioggia

Si capisce all'istante che certe giornate piovose saranno piovose da mattina fino a notte, anche se non si sono guardate le previsioni meteo il giorno prima. È una specie di presa di coscienza. Basta guardare il cielo cupo e irrimediabilmente chiuso, il modo costante e regolare in cui la pioggia cade e se ne ha la sicurezza matematica, come è sicuro che una nuova canzone di Biagio Antonacci sarà noiosa come tutte le precedenti o come è sicuro che qualsiasi cosa dica Sgarbi sul covid sarà sempre una fesseria. Quella tipo di sicurezza lì, insomma.

mercoledì 1 dicembre 2021

Sailing

Ogni tanto, quando suono al pianoforte, mi imbatto casualmente in melodie già sentite, non nuove, ma che la memoria fatica a collocare in un posto preciso. Mi succede spesso, quando improvviso. Improvvisare significa sedersi al pianoforte senza un'idea precisa di cosa suonare. Si parte da un accordo (io parto sempre coi minori, li preferisco) e poi si va a ruota libera "giostrando" su quell'accordo. Spesso succede, in maniera del tutto casuale, che improvvisando si esegua una melodia che fa scattare qualcosa nella memoria. A volte quella melodia la si riconosce subito e la si collega a una certa canzone, a volte è più difficoltoso darle un nome: si è coscienti di conoscerla ma non si riesce a darle il titolo o a ricordare l'autore. Mi è capitato poco fa con Sailing, una vecchissima canzone interpretata da Rod Stewart. È stata anche utilizzata in televisione, anni fa, per reclamizzare una birra (io non avrei mai dato il permesso di utilizzare una musica così bella per una réclame, ma questo è un altro discorso).

Insomma, vi accenno brevemente il pezzo in questione. Astenersi minori di 50 anni :-)


Corsa al Colle di Silvio

Quello che da tutti è sempre stato etichettato come impossibile, l'elezione di Silvio a Presidente della Repubblica, rimane impossibile, o comunque altamente improbabile. Nonostante ciò, sembra che il nostro, ultimamente, si stia dando parecchio da fare in questo senso e abbia perfino cominciato una specie di campagna elettorale tra i parlamentari. Il percorso è pieno di ostacoli, ma piano piano l'arzillo vecchietto sta provvedendo ad eliminarne alcuni. Va probabilmente in questa direzione la sospensione, su Rete4, di due programmi "sovranisti" che spesso ospitano personaggi legati al mondo dei novax, non proprio in linea con l'immagine di statista e filoeuropeista che sta faticosamente cercando di costruirsi per agevolare la corsa.

A dire il vero, coi novax Berlusconi ce l'ha da tempi non sospetti, e almeno su questo gli si può riconoscere una certa, inusuale, coerenza. Per il resto, aspettiamo lo svolgersi degli eventi per vedere se veramente il Paese è pronto ad accogliere al Quirinale il primo presidente pregiudicato della storia repubblicana. 

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...