giovedì 10 dicembre 2020

Paolo Rossi

Non ho mai seguito il calcio, non mi ha mai interessato, ragion per cui la morte di Maradona mi è passata come una notizia tra le tante. Per Paolo Rossi il discorso è diverso, perché mi riporta a un periodo della vita (nell'82 avevo 12 anni) che ricordo con dolcezza. D'altra parte, siamo legati a persone e avvenimenti celebri perché permettono di evocare particolari periodi della nostra vita, più che per intrinseche peculiarità.

martedì 8 dicembre 2020

Lo pneumatico e il sasso

Poco fa, dal fornaio, ho incontrato un conoscente che non vedevo da un po'. Saluti di rito, "come stai?", "come va?" e cose così. Poi, inevitabilmente, il discorso è caduto sulla pandemia. "Mah, guarda, sì, 'sto virus ci sarà anche, non dubito, ma la gente non muore per quello, la gente muore perché già malata di altro." Ho provato a spiegargli che è vero che gran parte di quelli che muoiono sono persone generalmente anziane e già affette da altre patologie, ma è il virus che aggrava quadri clinici già in parte non buoni portando il malcapitato al decesso. Invano. Allora ho provato a spiegargli il concetto con una metafora e la prima che mi è venuta in mente (abbiate pazienza, erano le sette di mattina) è stata quella dello pneumatico e del sasso.

Gli ho detto: "Immagina uno pneumatico un po' vecchio e un po' malandato, magari con qualche rattoppo ma ancora funzionante e potenzialmente in grado di fare parecchi chilometri. Sulla strada c'è un sasso che il guidatore non vede e prende in pieno col pneumatico malandato, il quale nell'urto si spacca definitivamente rendendolo inutilizzabile e da buttare. Se il guidatore avesse preso il sasso, equivalente metaforico del covid, col pneumatico sano non sarebbe successo niente, al limite si sarebbe leggermente lesionato; avendo invece investito il sasso con la gomma già un po' malandata, quella non ha resistito all'urto. Quindi, direi che una buona parte di responsabiltà, non tutta naturalmente, il sasso (covid) ce l'abbia, no?"
"Mah, sarà..." risponde lui, e ci salutiamo.

Sono comunque sicuro di non averlo persuaso. E del resto non era neppure granché, come metafora.

domenica 6 dicembre 2020

Sul rialzarsi

Comincia a essere abbastanza stucchevole tutta la retorica sul rialzarsi, sull'andrà tutto bene, sulla ripartenza. Più in generale, come va ripetendo il buon Galimberti da tempo, sarebbe ora di smetterla con la puerile convinzione, figlia di una certa ideologia cristiana (cristianesimo qui inteso come inconscio collettivo, non come religione), secondo cui a tutto prima o poi ci sarà rimedio. Credo sia ora di cominciare a realizzare che ci sono situazioni a cui non c'è rimedio, e prima si comincerà collettivamente a rendersi conto di ciò, meglio sarà. Voglio un'elegia della resa.

sabato 5 dicembre 2020

Sulla lunghezza dei post

Ho notato che alcuni blogger tendono a interrogarsi relativamente alla lunghezza dei post sui blog, sia come autori dei propri scritti che come lettori di blog altrui. Gli ultimi a farlo sono stati Moz e Claudia. La cosa mi stupisce abbastanza, se devo essere sincero, per il semplice motivo che, personalmente, nella mia lunga carriera di blogger non mi sono mai posto questo tipo di problema, ammesso che di problema si tratti. Comunque, sintetizzando, mi pare di capire che, in generale, si tende a scrivere post brevi e condensati piuttosto che lunghi e articolati. In primo luogo perché la brevità e la sintesi costituiscono una maggiore attrattiva, per il lettore, rispetto alla lunghezza e alla prolissità, e questo è innegabile; in secondo luogo perché si presuppone che il pubblico che passa in rassegna i vari blog disponga di un tempo relativamente limitato e abbia piacere di leggere un po' di tutto.

Personalmente sono d'accordo con entrambe le considerazioni. D'altra parte viviamo ormai da tempo nell'era della velocità, della fretta, dei pensieri condensati nei famosi 280 caratteri di twitter e delle interazioni immediate e generalmente poco ponderate, quindi è normale che chi ambisca ad ammantare di un certo successo la propria attività di blogger debba per forza valicare le forche caudine dell'immediatezza e della sintesi. Per quanto mi riguarda, i molti anni trascorsi da quando vergai il primo post su queste pagine - correva il 2006 - ne hanno significativamente modificato struttura e funzione, modifiche che rappresentano evidentemente il riflesso del mio modo di concepire questo strumento.

Agli inizi dedicavo molto del mio tempo libero al blog, scrivevo post generalmente approfonditi e articolati in tema di politica, società, informatica, e avevo, giocoforza, un elevato numero di lettori. Poi, col tempo, altre passioni si sono affacciate e hanno preso il sopravvento sul blog, tanto che oggi questa attività occupa una parte molto marginale del mio tempo libero e il blog si è trasformato in una specie di diario in cui, a cadenza abbastanza irregolare, butto giù velocemente pensieri e considerazioni sparse e slegate tra loro. Questo è il motivo per cui, oggi, ho pochi lettori (ma affezionati) e pochi commentatori, cosa di cui ovviamente non mi lamento perché si tratta di una precisa scelta. Oltretutto, interagisco poco con la blogosfera, per cui non è che possa pretendere chissaché, dal momento che, checché se ne dica, nel mondo del blogging vale il do ut des.

Tirando un po' le somme, non mi sono mai posto il problema della lunghezza dei post per il semplice motivo che non mi sono mai posto il problema di essere apprezzato da chi legge. Non per snobismo, intendiamoci, ma perché, come ho già chiarito, lo scopo principale per cui bloggo non è quello di essere un blogger di successo, ma semplicemente quello di scrivere ogni tanto i pensieri che mi passano per la testa, esattamente come farei in un diario. Questo tipo di approccio al blog è la causa del suo poco successo, è vero, ma mi consente di poter scrivere in totale libertà ciò che voglio scrivere, senza preoccuparmi di dover aggiustare lunghezze e parametri vari per attirare un maggior numero di lettori. In sostanza, io scrivo più per me che per i lettori, per cui godo della libertà di fare ciò che voglio, anche a costo di risultare magari antipatico.

Una delle più belle canzoni di Pierangelo Bertoli, A muso duro, recita:

Non so se sono stato mai poeta e non mi importa niente di saperlo / riempirò i bicchieri del mio vino, non so com'è però vi invito a berlo / e le masturbazioni cerebrali le lascio a chi è maturo al punto giusto / le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto.

Lo spirito del mio bloggare è tutto in queste righe. Prendere o lasciare.

Due minuti

L'aspetto più interessante del confronto tra Corrado Augias e Salvini di qualche giorno fa, non sta tanto nella palese sproporzione intellettuale e culturale tra i due, ma sta in quei "Due minuti!" con cui Augias stoppa in maniera ferma e decisa il suo goffo interlocutore al primo tentativo di interruzione. Perché è interessante questo passaggio? Perché, così facendo, Augias mette in difficoltà Salvini proprio sul suo terreno preferito, che è quello della gazzarra verbale tipica dei talk-show.

Il modus operandi comunicativo di Salvini, se ci avete mai fatto caso, si basa principalmente su due tecniche: confusione verbale e sapiente elusione dei temi contenuti nelle questioni che gli vengono poste. Augias, con una mossa sola, gli ha tolto da sotto i piedi entrambe queste "armi". Intimandogli il silenzio mentre parla lui gli ha tolto la possibilità di buttarla in scontro verbale; riproponendogli pari pari la questione postagli in precedenza dalla signora Berlinguer, che lui naturalmente aveva eluso nel suo solito modo, lo ha costretto a rispondere senza possibilità di scampo.

In questa modo Augias lo ha messo a nudo, permettendo a tutti di vedere il già arcinoto niente che si cela dietro ogni suo slogan.

I balli russi

Leggendo Anna Karenina sto imparando tutto sui grandi balli e le feste danzanti che gli aristocratici e i nobili russi organizzavano alla fine dell'Ottocento, balli a cui partecipavano prìncipi, conti, baroni ecc.

Nella frenesia di tali appuntamenti danzanti era regola che tutti ballassero con tutti, scambiandosi i rispettivi partner ad ogni cambio di danza. "Mi concede questo ballo?" era la frase d'ordinanza che permetteva ai signori di invitare al ballo le signore. Dal momento che tali appuntamenti erano sempre affollatissimi, ad ogni festa era possibile incontrare e conoscere moltissime persone. Conoscenze che spesso evolvevano in amicizie e storie sentimentali più o meno lecite.

E niente, pensavo che gli appuntamenti danzanti di quei tempi erano un po' gli equivalenti ottocenteschi degli odierni social network.

giovedì 3 dicembre 2020

Tra bar e chiese

La differenza di trattamento tra esercizi commerciali come bar e ristoranti (chiusi) e luoghi di culto (aperti) mi pare che abbia poco senso non solo sul piano "terreno", ma soprattutto su quello "ultraterreno", se così si può dire. Se è infatti vero, come si dice, che Dio è dappertutto e se è vero che nei vangeli (Matteo) Gesù ha detto: "...quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà", non si capisce dove sarebbe stato il problema se si fossero chiuse le chiese per un paio di settimane. Chi avesse voluto continuare a intrattenere il suo personale rapporto con Dio avrebbe potuto continuare a farlo tranquillamente anche senza recarsi in chiesa. 
E poi, scusate, pensate davvero che il padreterno, nella sua infinita misericordia, avrebbe avuto qualcosa da ridire sulla chiusura delle chiese per qualche giorno, visto che questo sacrificio avrebbe aiutato a contenere il rischio di diffusione di un virus che sta mietendo centinaia di vittime al giorno?

martedì 1 dicembre 2020

Tempo e qualità del tempo

Sorrido sempre un po' leggendo le felicitazioni e i moti di sollievo generali relativi al fatto che questo orribile 2020 sta per finire, felicitazioni che presuppongono la speranza (convinzione?) che il nuovo anno sarà migliore. 

Non per rompere l'idillio, ma vorrei solo fare notare una cosa che in fondo è una banalità ma a cui magari, spesso, non si pensa: un cambio di data sul calendario non implica necessariamente un cambio di qualità della porzione di tempo che quel calendario misura. In altre parole, il passaggio 31.12 - 1.1 dal punto di vista della scansione del tempo è perfettamente uguale al passaggio 15.2 - 16.2, oppure 12.7 - 13.7 o qualunque altro si voglia prendere in esame. Immaginare quindi che passare dal 31 dicembre al primo gennaio significherà passare da un anno pessimo a uno buono è un po' come pensare che un panetto di burro c'entri con una ferrovia.

Ma noi, si sa, siamo da sempre inguaribili romantici e incalliti sognatori. E in fondo va bene così.

Rosa Parks e oggi

Rosa Parks, il primo dicembre 1955, in una cittadina dell'Alabama, si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco, come prevedeva la legge (qui trovate tutta la storia), innescando così quella che sarebbe diventata una delle più grandi battaglie per l'uguaglianza e i diritti civili negli USA, che avrebbe portato la Corte Suprema, un anno dopo, a dichiarare incostituzionale la legge che subordinava la possibilità di sedersi su un mezzo pubblico alla razza. 
Una sessantina di anni dopo, un "politico" italiano chiedeva che a Milano fossero attrezzati mezzi pubblici con posti riservati solo ai milanesi.

Anna Karenina

Ho iniziato ieri a leggere Anna Karenina, di Lev Tolstoj. Il corposo tomo se ne stava da parecchio tempo lì, nel traboccante reparto della mia libreria in cui tengo i libri in attesa. Molte volte ci sono passato davanti, l'ho guardato, ne ho sfogliato le prime pagine, per poi rimetterlo al suo posto. Finché ieri ho rotto gli indugi. Perché? Essenzialmente per due motivi. Il primo ha a che fare col gusto della sfida. Leggere i classici del passato non è come leggere un qualsiasi romanzo attuale delle migliaia che ogni anno vengono pubblicati. C'è sempre quella sorta di... come dire?, timore reverenziale, e anche, perché no?, timore di abbandonarlo a metà, abbandono che per molti lettori ha sempre rappresentato una sorta di sconfitta. 

In realtà, nel mio caso si tratta generalmente di timori infondati. La titubanza iniziale cui accennavo si è infatti sempre risolta in entusiasmo una volta iniziata la lettura. Mi è successo ad esempio con La montagna incantata di Mann, con Moby Dick di Melville, con Grandi speranze di Dickens, con Il conte di Montecristo di Dumas, alcuni dei classici che ho letto quest'anno.

Ma in Anna Karenina il sapore della sfida e la curiosità sono ancora più pregnanti a causa di Francesco Guccini. Guccini, uno che da quando è venuto al mondo si è nutrito di libri, ha ammesso in una intervista di qualche tempo fa di aver abbandonato Anna Karenina dopo un paio di centinaia di pagine. Non perché non gli piacesse, semplicemente perché si era perso (testuali parole) in mezzo alla marea di personaggi che affollano il romanzo di Tolstoj. E se un lettore (e scrittore) come Guccini abbandona un romanzo per questo motivo, insomma è facile intimorirsi, no? 

Comunque sia, io l'ho cominciato. Poi vi saprò dire.

Il SAFE

Quindi, se ho capito bene, il governo italiano ha formalmente chiesto alla Commissione europea circa (la cifra esatta ancora non è nota) ott...