Se si fa una ricerca a ritroso nel tempo, si verifica facilmente come siano numerose le prese di posizione sui vaccini da parte di esponenti della destra italiana. Quelle di Salvini non si contano, ma anche dalle parti dei fratellini non si scherza. La maggior parte delle volte non si tratta di posizioni inequivocabilmente contrarie ai vaccini: sono più spesso posizioni pilatesche, sfumate, apparentemente prudenti, ma capaci di instillare dubbi e perplessità.
Salvini, per esempio, ha dichiarato più volte di essersi vaccinato e di avere vaccinato i figli, ma contestualmente ha sostenuto che la vaccinazione non dovesse essere obbligatoria e ha contestato l'idea di impedire ai bambini non vaccinati di frequentare la scuola. È una forma di paraculaggine piuttosto evidente: da una parte si strizza l'occhio a chi diffida dei vaccini e dall'altra si mantiene una posizione sufficientemente ambigua da non perdere il consenso di chi invece è favorevole alla vaccinazione.
In generale, il rapporto tra una parte della destra italiana e la galassia no-vax è stato tutt'altro che episodico. E questo rapporto ha una conseguenza che non dovrebbe essere sottovalutata: grazie alla potenza di fuoco mediatica di politici con milioni di follower, certi messaggi raggiungono inevitabilmente anche persone che hanno meno strumenti, meno tempo o meno possibilità di verificare autonomamente informazioni scientifiche complesse.
Quando queste persone devono scegliere tra un medico che prova a spiegare, con tutta la complessità del caso, i benefici e i rischi della vaccinazione e un politico che, invece, enfatizza problematiche inesistenti o amplifica rischi marginali, non è affatto scontato che scelgano il primo. Ed è proprio qui che la responsabilità della comunicazione politica diventa enorme.

Nessun commento:
Posta un commento