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sabato 24 luglio 2010

Guai a parlare di legalità in certi posti


Certo che il finiano Fabio Granata l'ha fatta proprio grossa: andare a parlare di legalità nel Pdl. Cioè, voglio dire, dopo uno non è che si può lamentare se viene preso a male parole, o invitato a togliersi dalle scatole o addirittura minacciato di essere portato davanti ai "probiviri".

D'altra parte stiamo parlando del partito dei Dell'Utri, dei Cosentino, dei Verdini, degli Scajola, dei Bertolaso, dei Di Girolamo, della cricca dei grandi appalti e adesso della P3 (qui tutti i coinvolti sono del Pdl). Per non parlare di Berlusconi, naturalmente - un paio di processi in corso e una bella fila di prescrizioni. E' naturale che in un partito così a molti venga l'orticaria a sentire parlare di legalità. Per non parlare poi di "questione morale". Una cosa terribile. Una iattura.

Questo è anche il motivo per cui uno, poi, non sa bene come inquadrare le parole del ministro degli Esteri Frattini (uno che è passato alla storia perché voleva togliere "genocidio" dai motori di ricerca), il quale, tentando di rispondere per le rime a Granata, è riuscito a dire: "La legalità è nel nostro dna, non accettiamo lezioni da nessuno" (cosa dite, li chiamiamo i Ris per analizzare questo dna? ^_^).

Ma Frattini non si ferma qui (purtroppo).

"Non possiamo accettare chi adombra semplicemente il pericolo che ci siano collusioni con ambienti criminali. È molto triste che lo faccia Fabio Granata, un esponente del Pdl". Evidente Frattini ha passato troppo tempo a Bruxelles e si è perso un po' gli ultimi avvenimenti in casa Pdl. Eh sì, un po' la lontananza, un po' magari la distrazione... Altrimenti si sarebbe accorto che Nicola Cosentino si è dimesso perché la Dda di Napoli ne ha chiesto l'arresto con l'accusa associazione mafiosa; si sarebbe accorto che Di Girolamo si è dimesso perché da certe intercettazioni è scaturito che in Parlamento ce l'aveva messo la 'ndrangheta che lo comandava come un burattino; si sarebbe accorto che Dell'Utri si è recentemente beccato 7 anni in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Bello 'sto dna, no?

Fabio Granata, insomma, ha fatto notare che forse c'è un piccolissimo problema di legalità. Ecco quindi scendere in campo Mario Valducci, deputato, il quale ha auspicato che vengano presi una volta per tutti dei provvedimenti. Non si può andare avanti così. Uno pensa: si decidono finalmente a buttare fuori Dell'Utri e soci? Ma neanche per sogno: gli "organi di giurisdizione interna del PDL" devono prendere provvedimenti contro Granata. Scusate, del resto da quando in qua si prendono provvedimenti contro chi sbaglia? I provvedimenti si prendono contro chi denuncia, no? Pensate cosa sarebbe raccontare una cosa così a uno straniero, uno di quelli che vede l'Italia da fuori e pensa che sia una avanzata democrazia occidentale.

Adesso poi c'è anche questa nuova gatta da pelare: la nuova P3. Vi ricordate, no? E' quella che Berlusconi definì all'inizio "4 sfigati pensionati". Beh, i 4 sfigati si sono rapidamente moltiplicati, con l'aggiunta di faccendieri, uomini politici (del Pdl), magistrati. Tanto che Napolitano, piuttosto alterato, ha parlato di "squallore per corruzione e squallide consorterie". Adesso poi è arrivata anche la Bindi a rompere le uova nel paniere e ad aggiungere caos al caos, chiedendo una commissione d'inchiesta parlamentare sulla P3, sulla falsa riga della famosissima commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 voluta da Tina Anselmi.

Fa tutto parte del dna, no?

giovedì 13 maggio 2010

Urlare le proprie ragioni mentre ti menano


"Io urlavo le mie ragioni ma loro mi menavano, mi colpivano: saranno stati setto o otto, sono pieno di lividi"

Ora, intendiamoci, io non do giudizi preventivi verso nessuno: né Gugliotta, né le forze dell'ordine. Riporto solo gli avvenimenti e le dichiarazioni, così come pubblicate dalla stampa, in attesa che l'autorità giudiziaria faccia piena luce su questa vicenda. Certo è che se le cose si sono effettivamente svolte come racconta il ragazzo, ho paura che le scuse del questore ricevute dalla famiglia siano un po' pochino.

mercoledì 12 maggio 2010

Stefano Gugliotta è libero

Ricordate la vicenda di Stefano Gugliotta? Oggi è stato scarcerato perché il gip ritiene che non vi siano più le esigenze di custodia cautelare. Ma cos'aveva fatto di grave il Gugliotta? Niente, era stato solo pestato da un poliziotto. E allora perché si trovava in carcere? Per "resistenza a pubblico ufficiale". Non sembra una barzelletta?

domenica 9 maggio 2010

Favorisce i documenti?



Uno volta, se non ricordo male, il poliziotto si avvicinava al "sospetto" e gli diceva: Cosa ci fa lei qui? Favorisce i documenti? Adesso è tutto cambiato.

(via andy)

lunedì 26 aprile 2010

L'albero di Falcone


A far fuori, simbolicamente, Paolo Borsellino, inserendolo tra i tarocchi d'Italia, ci avevano già pensato quelli del Pdl alla loro festa a piazza San Giovanni.

In Sicilia, per completare l'opera, qualcun altro ha pensato bene di devastare l'albero che raccoglie la memoria di Giovanni Falcone. In un paese normale ci sarebbe da stupirsi, magari da indignarsi; in Italia è tutto perfettamente normale.

venerdì 2 ottobre 2009

Funziona il reato di clandestinità?

Come sapete - ne avevo già parlato qui - alcuni procuratori, alle prese con la nuova legge sulla sicurezza (?) fortemente voluta dal governo, hanno sollevato davanti alla Consulta eccezione di incostituzionalità riguardo al famoso provvedimento chiamato reato di clandestinità. Ma, al di là della questione se tale provvedimento sia o meno rispettoso dei dettami costituzionali, quanti sono quelli che si sono chiesti se questa benedetta legge, fortemente voluta da Maroni e già in vigore da agosto, funziona oppure no? In sostanza, questa legge serve per contrastare il fenomeno clandestini per combattere il quale è stata concepita?

C'è un cronista del Corriere che ha seguito alcune delle prime udienze di processi (processi, insomma...) nati in seguito all'applicazione della norma. Ecco qui sotto alcuni stralci di quanto racconta dalle pagine del quotidiano.

Il debutto si chiama Abid Elhach, assente in aula. Seguono altri nove nomi, da Vladyslav Chvikov a Sergio Parfeh (sospetto alias, annota la Polizia municipale). L' indirizzo è la fabbrica dell' Idrolitina, tutti la chiamano ancora così, pochi sanno che da qualche anno ha cambiato destinazione d' uso diventando l' ufficio dei giudici di pace. Quartiere Cirenaica, all' incrocio con la via Paolo Fabbri che deve la sua fama all' ex residente Francesco Guccini.
[...]
Imputati presenti, uno su dieci. La prima udienza interamente dedicata al nuovo reato di clandestinità può cominciare. E subito finisce. Al posto del del Vpo, vice procuratore onorario delegato a trattare i piccoli reati che non prevedono l' arresto, sulla seggiola dell' accusa - il banco non c' è - siede il procuratore reggente Massimo Serpi, ovvero il più alto in grado di un ufficio che attende la nomina di un capo soltanto da un anno e mezzo.
[...]
Il magistrato, che va di fretta per altri impegni, chiede e ottiene la parola. «Nel confrontarsi con questo tipo di nuovo reato, l' Ufficio da me rappresentato ritiene vi siano ipotesi di censurabilità della legge così come è stata modellata». L' esposizione dei presunti profili di incostituzionalità dell' articolo 10 bis non prende più di cinquanta minuti. Riassumendo: violazione del principio di uguaglianza, di ragionevolezza della legge, del diritto alla difesa e di quello per cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.
[...]
L' unico imputato che invece doveva rispondere solo del reato di clandestinità non si è presentato. Al suo avvocato è stato chiesto di notificare al cliente il rinvio dell' udienza. Risposta: «E dove lo trovo?»
[...]
Anche a Genova nessuna sentenza, a causa di un gesto in controtendenza. L' unico imputato di giornata, un cittadino equadoriano denunciato a piede libero, infatti si è presentato. E subito ha esibito la domanda di regolarizzazione fatta dalla sua datrice di lavoro, che ha chiesto di assumerlo come badante approfittando della sanatoria in corso. Attimi di incertezza, sguardi smarriti. «Che si fa?» chiede l' avvocato di fiducia. «Aspettiamo di vedere come va la sanatoria» ribatte rassegnato il giudice di pace Maria Grazia Tavella. Se ne riparla tra un mese, come minimo.

Marco Travaglio, sul blog voglioscendere.it, fa alcune considerazioni aggiuntive:

La legge Maroni, che punisce gli immigrati per il sol fatto di essere immigrati, funziona o no? Serve allo scopo dichiarato di ridurre il numero dei clandestini? La risposta dei pochi esperti che l’hanno letta e capita (esclusi dunque i suoi autori) è: no, non serve a nulla. Non c’è bisogno che i giudici la boicottino: si boicotta da sé.

lunedì 14 settembre 2009

Badanti, la sanatoria ha fatto flop?

Ricordate la famosa sanatoria che doveva mettere in regola le badanti clandestine? Il governo si aspettava da questo provvedimento un numero di domande compreso tra le 500.000 e le 750.000, con un introito per le casse dello stato tra 1,2 e 1,6 miliardi di euro. Beh, pare che le cose non stiano andando affatto come preventivato da Maroni e soci.

La Stampa di oggi, infatti, riporta i dati sulle domande presentate finora, dati che offrono pochi margini di speranze che l'operazione goda del successo preventivato.

Stando agli ultimi dati del Viminale, quando mancano meno di venti giorni al termine per la regolarizzazioni, gli anziani e le famiglie che si avvalgono di un aiuto in casa sembrano latitare. «Ci aspettiamo tra le 500 e le 700 mila domande», dicevano dall`Inps, di fronte a questa sanatoria, l`ultima possibile secondo il governo. A ieri le domande presentate sono state solo 54 mila. Poco di più - appena 80 mila - le richieste dei moduli da scaricare con Internet.

La procedura per l'invio telematico delle domande al ministero scade il 30 settembre e, statistiche alla mano, pare molto improbabile che si raggiungano gli scopi previsti - le stime più ottimistiche dicono che si arriverà al massimo a un 20%. I motivi? Beh, probabilmente non tutti sono disposti a pagare i 500 euro di tassa fissa e a dimostrare di guadagnare almeno 20.000 euro all'anno.

martedì 1 settembre 2009

Il lodo Bernardo è legge

Ricordate il lodo Bernardo? il particolare emendamento al dl anti-crisi che ha tra i suoi effetti quello di tagliare le gambe alla Corte dei Conti? Bene, nel silenzio generale - a parte La Stampa, che ne ha parlato un po' di giorni fa qui - è diventato legge.

Stiamo parlando del Lodo Bernardo che prende il nome dal suo promotore, l’ onorevole Pdl, Maurizio Bernardo del Pdl , che, subordinando l’avvio di una indagine ad una “specifica e precisa notizia di danno, impedisce alle procure regionali della Corte dei Conti di attivare indagini sui danni erariali in assenza di una denunzia formale che dovrebbe essere fatta dall’ amministrazione competente che subisce il danno, amministrata dalle persone che il danno l’hanno causato".
[...]
Risultato: nessun controllo né di legalità né di merito né preventivo né successivo, e via libera al saccheggio “legalizzato” delle casse pubbliche. C’è chi sostiene che il Lodo Bernardo abbia un intento punitivo nei confronti della Corte dei Conti che, ha osato promuovere un’azione di risarcimento per danni erariali, per un ammontare di svariati milioni di euro nei confronti dell’ex Presidente della regione Sicilia, Cuffaro e dell’attuale Presidente Lombardo, per l’ingiustificata assunzione di oltre 25 giornalisti dell’ ufficio stampa. Cuffaro e Lombardo che ora potranno avvalersi di questa eccellente novità normativa. (fonte)

Anche questo è andato. Avanti un altro...

mercoledì 8 aprile 2009

200 euro (trattabili)

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Non conosco di persona Gilioli, ma lo conosco come blogger, prima, e come giornalista poi. Giornalista d'inchiesta, che scrive tra gli altri per l'Espresso, e titolare di un blog tra i più noti e seguiti in Italia.

So per certo (ci metterei volentieri la mano sul fuoco) che non è un raccontaballe, e quindi non ho nessun motivo per dubitare della veridicità di quello che ha raccontato nel suo blog.

Non se questa storia morirà qui o avrà sviluppi. Di sicuro dà da pensare su molte cose.


Aggiornamento 10/04/2009.

Alessandro ha cancellato il post in questione. Qui spiega perché.

giovedì 12 febbraio 2009

Norme sulle intercettazioni e pedofilia

Tra i possibili effetti del disegno di legge sulle intercettazioni in discussione in questi giorni, c'è quello da non sottovalutare di un ipotetico vantaggio che potrebbero trarre i pedofili qualora la norma diventasse legge.

Giuseppe Cascini, Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, nonché segretario generale dell'ANM, l'ha spiegato chiaramente con un esempio tramite il quale illustra cosa potrebbe accadere nel caso ipotetico di un bambino che venisse rapito all'uscita da scuola da un pedofilo.

Questo articolo, a firma appunto di Giuseppe Cascini, è stato pubblicato in questa pagina di Uguale per Tutti e inviato sotto forma di lettera al direttore di Repubblica, che l'ha pubblicato qui.





Caro direttore, in una cittadina del Nord Italia scompare un bambino di otto anni. Stava tornando da scuola, ma non è mai arrivato a casa. La polizia avvia le indagini. Alcuni testimoni riferiscono di aver visto nei giorni precedenti una persona sospetta nei pressi della scuola. Ne forniscono una descrizione. Corrisponde a quella di un soggetto già condannato in passato per detenzione di materiale pedo-pornografico.
La polizia avvia le indagini e scopre che l’uomo non è a casa e non si è presentato al lavoro.

La polizia comunica al magistrato le informazioni acquisite e propone di effettuare indagini tecniche:

a) Acquisizione dei tabulati del telefono intestato al sospetto;

b) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico transitato sulla cella nei pressi della scuola nella settimana precedente al rapimento.
L’acquisizione serve sia per confermare la presenza del sospetto davanti alla scuola sia per individuare altri telefoni nella sua disponibilità;

c) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico della anziana madre del sospetto per individuare altri telefoni nella sua disponibilità;

d) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico sull’utenza della famiglia del bambino e intercettazione delle utenze;

e) Intercettazione del telefono del sospetto;

f) Intercettazione del telefono della madre del sospetto.

Il pubblico ministero ricevuta la comunicazione iscrive il nome del sospetto nel registro degli indagati per il delitto di cui all’art. 605 del codice penale (sequestro di persona: pena massima otto anni) e comincia a studiare le richieste della polizia alla luce delle nuova legge sulle intercettazioni:

a) I tabulati del telefono del sospetto non si possono fare. La legge richiede gravi indizi di colpevolezza che in questo caso mancano. Ci sono indizi, ma non sono gravi.

b) I tabulati del traffico della cella (che potrebbero confermare la presenza del soggetto sul luogo e quindi rendere grave il quadro indiziario) non si possono fare perché la legge consente l’acquisizione dei tabulati solo nei procedimenti contro ignoti e al solo fine di identificare le persone presenti sul luogo del reato o nelle immediate vicinanze di esso. In questo caso perché il procedimento è a carico di una persona identificata; comunque non si potrebbero estrarre i tabulati dei giorni precedenti al rapimento.

c) L’acquisizione dei tabulati della madre è comunque vietata perché sottoposta allo stesso regime delle intercettazioni: si possono fare solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza, requisito che per la madre del sospetto certamente manca.

d) L’acquisizione dei tabulati delle utenze della persona offesa è possibile con il loro consenso, ma solo nei procedimenti contro ignoti, non in quelli, come in questo caso, a carico di persone identificate. Per la stessa ragione non possono essere intercettate le utenze.

e) Il telefono del sospetto non è intercettabile perché mancano i gravi indizi di colpevolezza.

f) Il telefono della madre non è comunque intercettabile.

Il pubblico ministero comunica al commissario di polizia il risultato del suo studio. “Dunque non possiamo fare nulla?”, chiede il commissario.

“Dobbiamo tornare ai vecchi metodi di indagine”. “Bene”, risponde il commissario, “allora convochiamo qui la madre e le chiediamo dove si trova il figlio e se non ci risponde la arrestiamo per favoreggiamento, così vediamo se lui viene fuori”.

“Niente da fare, commissario”, spiega paziente il pubblico ministero, “i prossimi congiunti dell’indagato non sono obbligati a testimoniare e non rispondono di favoreggiamento”.

Una settimana dopo le indagini hanno una svolta. Un testimone ha visto il bambino salire su una macchina, ricorda il modello e i primi numeri di targa.

La polizia verifica che il modello e i numeri di targa corrispondono all’auto del sospetto. Gli indizi di colpevolezza ora sono gravi. Il commissario torna dal pubblico ministero a chiedere tabulati e intercettazioni.

Il pubblico ministero emette subito i decreti di urgenza. Poi fa fare copia integrale degli atti di indagine e dispone che un’auto parta immediatamente per portare il tutto nella sede del capoluogo del distretto, a circa 150 km di distanza, perché il provvedimento deve essere convalidato dal tribunale in composizione collegiale entro 48 ore e al tribunale va trasmesso l’intero fascicolo. L’autista del commissario, un agente di polizia, si offre di portare lui il fascicolo che, per mancanza di fondi e di personale, non arriverebbe mai a destinazione in tempo.

I tabulati del telefono confermano la gravità del quadro indiziario. Il sospetto ha passato molte mattine davanti alla scuola. Le intercettazioni non producono però risultati.

Probabilmente il sospetto ha cambiato telefono.

Il commissario propone di intercettare tutte le persone con le quali il sospetto ha parlato durante gli appostamenti per arrivare al nuovo numero. Il pubblico ministero spiega che la nuova legge non consente l’intercettazione di persone diverse dall’indagato.

Dopo una settimana una nuova svolta. Una impiegata di un negozio di telefonia ha riconosciuto il sospetto dalla foto pubblicata sui giornali e ricorda di avergli venduto un telefono pochi giorni prima del rapimento.

Controllando gli archivi del negozio la polizia individua la nuova utenza.

Il pubblico ministero emette subito un decreto di urgenza poi guarda l’autista del commissario che senza dire una parola prende il voluminoso fascicolo e parte alla volta del capoluogo del distretto.

L’utenza è quella giusta. Il sospetto parla con la madre e le racconta del rapimento. La madre cerca invano di convincerlo a liberare il bambino.

Purtroppo però la zona da cui chiama è piuttosto vasta ed è impossibile individuare il luogo dove si nasconde.

Il sospetto riceve poi telefonate da diverse cabine telefoniche da un uomo che vuole “comprare” il bambino.

La polizia propone di estrarre il tabulato delle cabine. Se poi l’uomo ha usato una scheda prepagata si potrebbe estrarre il traffico di quella scheda come si è fatto nell’indagine per l’omicidio del professore Massimo D’Antona. Le altre chiamate potrebbero consentire di identificare l’uomo.

Niente da fare: l’uomo non è identificato e a suo carico non ci sono gravi indizi di colpevolezza.

Passano i giorni; siamo a due mesi dall’inizio delle intercettazioni.

Il pubblico ministero non ha ancora trovato il coraggio di dire al commissario che a mezzanotte dovranno staccare i telefoni.

Lo vede arrivare trafelato e raggiante: “Dottore, ci siamo!” urla. Gli mostra la trascrizione di una telefonata intercettata quella mattina tra l’uomo sconosciuto e il rapitore.

Mentre legge la trascrizione il volto del pubblico ministero diventa sempre più bianco: il rapitore ha accettato di consegnare all’uomo il bambino, ma la telefonata si conclude così: “Chiamami domani e ti dirò dove venire”.

venerdì 10 ottobre 2008

Salviamoli tutti e non se ne parli più

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

All'inizio era la norma salva-premier, quella che per bloccare un processo solo intendeva bloccarne 100.000. Poi qualcuno si è accorto che forse 100.000 processi rinviati di un anno potevano dare troppo nell'occhio (oltre a provocare la paralisi definitiva del già sconquassato sistema giudiziario) e la cosa è fortunatamente morta lì.

E' arrivato quindi il lodo Alfano, il provvedimento che facendosi beffe dell'articolo 3 della Costituzione rende immuni le 4 più alte cariche dello stato dai processi penali durante la legislatura (tra l'altro, delle 4, solo una è sotto processo - indovinate chi - e quindi non si capisce bene cosa ci sia da immunizzare).

Quindi ha fatto capolino il lodo Consolo, perché giustamente i ministri "normali" si sono detti: "Come, loro sì e noi no? Non è giusto!". Anche questo, palesemente grottesco, è morto sul nascere (unico merito: l'apparente risveglio dal coma profondo del Pd).

Ieri, l'ultima perla partorita da questo governo di stacanovisti, che nel decreto Alitalia ha infilato - quatto quatto - un codicillo (art. 7bis) che modifica la già strapazzata legge Marzano sul salvataggio delle grandi imprese, e che sostanzialmente sospende indefinitamente i processi per i vari Tanzi, Cragnotti, Geronzi, Giacomelli e compagnia bella, cioè i responsabili dei maggiori crac finanziari della storia recente.

Fortunatamente una giornalista, la Gabanelli (quella di Report), ha portato alla luce l'inghippo provocando la reazione di Tremonti ("O va via l'emendamento o va via il ministro dell'Economia"). Detto, fatto. Nel definitivo passaggio alla Camera l'emendamento dovrebbe quindi venire eliminbato.

La domanda sorge spontanea: chi saranno i prossimi da salvare?


Aggiornamento 16,57.

Su alcuni siti internet viene riportato come l'atteggiamento di Giulio Tremonti sia stato un po' ambiguo in tutta la vicenda, in quanto egli stesso appare tra i firmatari - in prima battuta, al Senato - del provvedimento stesso. Scrive ad esempio osservatoriosullalegalita.org:

Attenzione! Tremonti appare tra i firmatari del decreto Alitalia che contiene anche la norma salvacondotto. Ha dichiarato che o la norma veniva cancellata o lui si sarebbe dimesso. Ma alla luce della realtà dei fatti, forse la cosa migliore sarebbe che il governo cancellasse la norma e lui desse le dimissioni, perché delle due l’una: o Tremonti sapeva della norma e dei suoi effetti nefasti sui processi in corso ed allora ha firmato consapevolmente (e quindi non e’ il caso che rimanga al suo posto per sua stessa dichiarazione) oppure ha firmato senza rendersi conto di quello che firmava. Ed allora abbiamo un ministro che firma a cuor leggero qualsiasi cosa che gli venga messa sotto il naso. Meglio per noi tutti, vista l’attuale situazione di tempesta finanziaria ed economica, che il suo posto sia occupato da persona più accorta.

Pendiamo atto.

venerdì 26 settembre 2008

Via un lodo, sotto un altro

Passato e digerito (non da me) il lodo Alfano, la mirabile legge ad personam attraverso la quale le quattro più alte cariche dello stato diventano immuni dai processi per tutto il corso del loro mandato (e l'articolo 3 della nostra Costituzione diventa quindi carta straccia), nell'indifferenza generale è in arrivo un nuovo lodo che promette meraviglie: il lodo Consolo.

Niente di plateale, si intende. La notizia esce in sordina (per ora), nascosta tra la ormai stucchevole vicenda Alitalia, il nuovo filmato su Meredith e i 5 italiani rapiti in Egitto, e si appresta a diventare argomento di discussione delle prossime "priorità" della banda che abbiamo mandato a governarci. In sostanza i parlamentari "normali" si sono detti: perché loro sì e noi no? Detto, fatto. Ecco in arrivo il suddetto lodo Consolo, che servirà a prendersi cura anche di loro (e in particolare di uno), poverini, abbandonati al loro destino (giudiziario) come pecore mandate al macello.
Un lodo Alfano per il premier Silvio Berlusconi. Per bloccare i suoi processi Mills e Medusa. Quello è già fatto. È alle spalle. Adesso serve un lodo Consolo per il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, di cui Consolo è pure avvocato. Aennino il ministro, aennino il proponente. Tutto in famiglia. Com'è stato per il lodo Alfano. Uno scudo protettivo per fermare i processi alle alte cariche dello Stato fresco di pochi mesi. Un disegno di legge, pensato e scritto dal deputato Giuseppe Consolo, affidato alle cure del capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, nelle prossime "priorità" della commissione Giustizia della Camera.

Una nuova porta aperta verso il definitivo ripristino dell'immunità parlamentare in stile 1948 per tutelare e mettere al riparo chi è già nei guai con la giustizia. In comune con il lodo Alfano la solita norma transitoria, quella che disciplina l'utilizzo di una legge, e che, anche in questo caso come per tutte le leggi ad personam, stabilisce che il lodo Consolo "si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge".

Giustizia di casa nostra per tutto il governo Berlusconi. Stavolta per i suoi ministri. Per Matteoli in particolare, visto che a Livorno c'è un suo processo per favoreggiamento. Ma vediamo prima la proposta e poi la persona e il processo a cui si applica. Che si va a inventare Consolo per il suo cliente? Una leggina, due articoli in tutto, che rivoluziona le regole costituzionali per i reati ministeriali, quelli commessi da soggetti che sono, o sono stati, ministri. Un giochetto facile facile.

Rendere obbligatoria la richiesta di autorizzazione anche per i reati che, a parere del tribunale dei ministri, non meritano una copertura ministeriale e quindi, stando alle norme attuali, devono essere valutati e investigati dalla procura. Se, a parere dei pm e dei giudici, il delitto è stato commesso, il soggetto va a processo come un normale cittadino.
Eh no, questo a Consolo non sta affatto bene.

Anche perché c'è giusto il suo compagno di partito e legalmente assistito, il ministro Matteoli, ex capogruppo di An al Senato nella scorsa legislatura, e prima ancora ministro dell'Ambiente, che nel 2005 viene messo sotto inchiesta dalla procura di Livorno per aver informato l'allora prefetto della città Vincenzo Gallitto che c'erano delle indagini sul suo conto per l'inchiesta sul "mostro di Procchio", un complesso edilizio in costruzione a Marciana, nell'isola d'Elba.
Lo stralcio dell'articolo che ho riportato qui sopra, ha fatto la sua comparsa ieri pomeriggio in un angolino di Repubblica, quasi a non voler dare fastidio, preludio al fatto che alla vicenda verrà presumibilmente dato il minor risalto possibile. In caso contrario sentiremo la solita tiritera: serve a tutti, è urgente, serve a difendersi dalle toghe rosse, bla bla bla...

Per ora si tratta di una proposta, niente di più, che tra l'altro pare abbia suscitato qualche perplessità (finta?) all'interno della stessa maggioranza. Ed è anche interessante notare che esce praticamente in concomitanza col famoso rapporto di cui parlavo ieri sera.

Non ci resta che aspettare. Ho l'impressione che ne vedremo (e sentiremo) delle belle.

mercoledì 16 luglio 2008

Teoremi e riforme della giustizia

Ieri mattina quasi tutti i quotidiani riportavano le dichiarazioni dell'attuale premier, esternate subito dopo aver appreso dell'arresto per presunte tangenti di Ottaviano Del Turco assieme ad un'altra decina di assessori e funzionari della regione Abruzzo. Secondo l'illustre statista - che è evidentemente anche avvocato di Del Turco - si tratta dell'ennesimo teorema accusatorio, di quelli spesso non confermati.

Ora, naturalmente, è sostanzialmente irrilevante il fatto che i magistrati inquirenti abbiano ribadito in conferenza stampa di essere in possesso di prove schiaccianti (ad esempio fotografie), così come è altrettanto irrilevante il fatto che il pm apra il fascicolo ed elenchi fatti dettagliati, circostanze e dichiarazioni raccolte in due anni di indagini. Per lui (lo statista), che evidentemente li conosceva già, rimangono teoremi. Qualcuno si spinge addirittura a dire che Del Turco è vittima della maledizione degli ex PSI (noto e terribile sortilegio il cui effetto principale è la tradotta in galera di molti ex appartenenti alla nota corrente craxiana).

Ovviamente non poteva finire qui. Ed ecco quindi l'ennesima uscita, volta a dare un contributo determinante per risolvere tutti i mali che attanagliano il nostro sistema giudiziario: bisogna riformare la giustizia. Non una riforma qualsiasi, ma una riforma radicale, che non passi inosservata. Sentire parlare di riforma radicale della giustizia subito dopo aver appreso dell'arresto per presunte tangenti di un intero consiglio regionale, suscita qualche perplessità. E anche qualche interrogativo, specialmente sulle modalità di questa ipotetica "riforma radicale".

Negli ultimi due tre mesi abbiamo avuto già qualche esempio piuttosto esplicativo di cosa intenda l'attuale esecutivo con "riforma della giustizia": tentativi di proibire la pubblicazione delle intercettazioni e degli atti - pena la galera o fortissime sanzioni per i trasgressori - anche quando non più secretati, blocco dei processi con pena sotto i 10 anni in modo da accelerare quelli più urgenti, cosa che ha la stessa credibilità di Babbo Natale che mette i regali sotto l'albero (tanto che è poi stata stralciata dal decreto sicurezza), e per chiudere, il mitico lodo Alfano, quello che mette al riparo le 4 più alte cariche dello stato da qualsiasi processo nell'arco del mandato (sulla quale qualcuno continua con una notevole faccia tosta a farci credere che sia utile per noi). A tal proposito ho come la sensazione che più la sparano grossa più la gente tende a crederci.

Sulla falsariga delle intenzioni di riforma della giustizia elencate sopra, qualcuno si è spinto a fare qualche ipotesi su come possa essere inquadrato il tutto. Anna Setari, ad esempio, in questo suo apprezzabile post ipotizza uno sradicamento tout court del sistema giudiziario, oppure una immunità perenne a chiunque ricopra qualsiasi carica pubblica, sia essa nazionale, regionale o locale, per chiudere, eventualmente, con l'istituzione di una sorta di diversificazione del tipo di tribunale in base al ceto sociale dell'imputato.

Una riforma che, così concepita, andrebbe sicuramente nella direzione intrapresa dall'attuale esecutivo, e cioè la sostanziale abolizione dell'articolo 3 della nostra Costituzione.

venerdì 13 giugno 2008

Tristi confronti politici

A volte si trovano notizie interessanti anche nelle testate estere. Sul New York Times di ieri, ad esempio, si legge che tale Jim Johnson, dell'entourage di Barack Obama, si è dimesso dal suo incarico. Ma chi è questo signore, e perché si è dimesso?

Si tratta - anzi, si trattava - di un collaboratore del senatore di Chicago in corsa per le prossime presidenziali, e precisamente faceva parte del gruppo incaricato di trovare un candidato alla vicepresidenza: gruppo capitanato da Caroline Kennedy, figlia dell'ex presidente John Fitzgerald.

Ma cos'avrà mai combinato questo signore per dare immediatamente le dimissioni (inizialmente respinte dallo stesso Obama)? E' sospettato niente meno che di aver goduto di privilegi nell'apertura di un mutuo in quanto ex presidente dello stesso istituto che glielo avrebbe erogato. Johnson è incensurato e non ha nessuna pendenza con la giustizia, eppure questo semplice sospetto (non si hanno neppure prove certe) di aver goduto di questo favore è stato sufficiente a far scattare in lui la molla delle dimissioni.

Ogni tanto saltano fuori, tra le pieghe dell'informazione, storie di questo tipo. In Svezia, nel 2006, si sono ad esempio dimessi rispettivamente il ministro del commercio e quello della cultura: il primo è stato beccato a non pagare il canone tv e il secondo retribuiva in nero la tata. Nei paesi in cui la politica ha una sua moralità e viene intesa come servizio e come missione, chi ha qualche ombra si dimette, oppure, com'è successo in India un paio d'anni fa, si viene cacciati a calci nel sedere dal parlamento se beccati in flagrante a prendere mazzette.

All'estero ci si dimette per un'ombra o un sospetto, da noi non solo non ci si dimette, ma si rimane pervicacemente attaccati alla poltrona per decenni, pure in presenza di procedimenti in corso e di condanne conclamate, in barba a qualsiasi morale e senso di responsabilità. A volte viene il dubbio che essere onesti sia una colpa.

giovedì 3 aprile 2008

Pino Masciari, perché ne parla solo Beppe Grillo?

Qualcuno di voi conosce per caso Pino Masciari? No? Beh, neanche io. O meglio, non lo conoscevo fino a ieri, quando ho trovato il link al suo sito in questo post di Beppe Grillo. Perché lì? Semplice: perché Grillo è stato l'unico, o quasi, a parlarne. Per il resto silenzio. Partendo da lì ho conosciuto la sua storia: la storia di un morto che cammina.

Pino Masciari (foto) è (anzi, era) un imprenditore edile calabrese che ha commesso il grosso errore, a detta anche di molti esponenti delle istituzioni ("...stia attento prima di denunciare, si rischia la vita, non si esponga troppo"), di denunciare i suoi estorsori, quelli a cui facevano gola la floridità delle sue aziende. Estorsori equamente divisi tra esponenti della famigerata 'ndrangheta calabrese e politici e amministratori locali.

Questo suo coraggioso gesto ha consentito l'arresto e la tradotta in galera di una cinquantina di persone, compreso un magistrato, ma nel contempo, com'era facilmente prevedibile, ha segnato la fine delle sue aziende e della sua vita, se per vita si intende la possibilità di poter fare liberamente ciò che si vuole. Dal 1997 vive infatti, assieme alla moglie e ai figli, in regime di protezione speciale dello stato in una località segreta. Protezione per modo di dire, a quanto sembra. Scrive infatti, tra le altre cose, lo stesso Masciari nello spazio meetup di Beppe grillo:
[...] Inserito nel Programma Speciale di Protezione a partire dal 17 Ottobre 1997, portato via dalla Calabria e da allora sprofondato in un tunnel senza via d'uscita: in questi 11 anni non si contano i comportamenti omissivi tenuti dalle Istituzioni preposte alla mia protezione,
contrari alla legge e prima ancora alla dignità della persona.
Abbandonato al mio destino insieme con la mia famiglia, isolati, esiliati dalla propria terra, privati delle imprese edili e del proprio lavoro (mia moglie è un medico-odontoiatra).
Prima mi hanno tolto il pane, poi mi hanno tolto la libertà, infine la speranza.
Dopo 11 lunghi anni di attesa e di fiducia nelle Istituzioni oggi devo ammettere che non ci sono le condizioni perché la mia famiglia continui a restare ancora in Italia considerando la situazione di abbandono e l'assenza dei settori preposti alla protezione, che sarebbe dovuta avvenire in modo vigile e costante nella località (per così dire) protetta.
La conclusione è che mi ritrovo facile bersaglio insieme alla mia famiglia della vendetta mafiosa, nell'allarmante contesto di 'ndrangheta, acceso e dilagante.
Pertanto chiedo formalmente al Presidente del Consiglio Romano Prodi, al Ministro dell'Interno Giuliano Amato e al Viceministro dell'Interno Marco Minniti con delega alla Commissione Centrale ex art. 10 L. 82/91 di risolvere tempestivamente prima della consultazione elettorale la mia annosa vicenda, garantendo il diritto al lavoro e la sicurezza presente e futura per me e la mia famiglia.
Contemporaneamente chiedo formalmente ad una qualsiasi delle Nazioni dell'Unione Europea o altra Nazione l'ADOZIONE della mia famiglia, per mia moglie ed i miei due figli, perché si prenda cura di loro con la dovuta sicurezza.
Io no! Scelgo di rimanere nel mio paese, a rischio della vita, per proseguire la strada della denuncia civile e legale dell'impotenza delle Istituzioni, che alle parole non fanno seguire i fatti concreti e per raccontare la verità sulla lotta alla mafia in Italia: chi non scende a compromessi con le dinamiche mafiose deve essere fatto fuori, in un modo o nell'altro. [...]
L'imprenditore, quindi (è notizia di questi giorni), come si legge qui sopra, ha deciso di abbandonare la località protetta in cui è costretto a vivere e di tornare a suo rischio nella sua terra per due motivi: protestare per l'inerzia di uno stato che in modo evidente non è in grado di tutelare chi si ribella alla mafia, chiedere che uno stato dell'Unione Europea offra asilo politico o adozione alla sua famiglia al fine di tutelarne l'integrità.



Questa, a grandi linee, la storia di Pino Masciari. Un articolo più esaustivo in merito lo trovate in questa pagina del suo blog. Raccontata la storia, mi piacerebbe adesso fare alcune considerazioni. Ma non le farò, le lascio a voi se volete. Io mi limito solo a elencare una serie di domande.

Perché io - come penso molti di quelli che mi leggono - sono venuto a sapere questa storia da Beppe Grillo? Perché non viene menzionata da testate tipo Corriere o Repubblica? Sono troppo impegnati a raccontare della dottoressa che fa sesso al grande fratello? Dello scontro idiota tra Berlusconi e il Quirinale? Delle tette nuove della Tatangelo? Delle presunte qualità soprannaturali di Wojtyla? Del reggiseno di Meredith? Sono queste le cose che devo sapere?

Forse, chissà, il motivo potrebbe semplicemente essere che, specie in campagna elettorale, certe notizie possono "disturbare". Magari un pinco pallino qualsiasi che legge storie di questo tipo potrebbe farsi qualche domanda, indagare un po' e scoprire ad esempio che la lotta alla mafia non è contemplata in nessuno dei programmi delle due maggiori coalizioni, eccetto che per qualche vago riferimento buttato lì come a dire: "Massì, va, mettiamoci anche questo, tanto uno più uno meno...".

E, si sa, disturbare il corso di una campagna elettorale tutta presa a convincere il popolo bue ad andare a votare per decidere da chi essere presi in giro per i prossimi 5 anni, non va bene.

Aspettiamo quindi con ansia anche la prossima puntata della telenovela di Cogne.

Ninna nà per Emma :-)

Quando ero giovinetto frequentavo la parrocchia e ricordo con simpatia un prete, don Giancarlo, che era fissato col movimento dei Focolarini...