
Pare che il passaggio definitivo al digitale terrestre, qui in Emilia Romagna sia stato spostato dal preventivato 21 ottobre al 27 novembre. Qualcuno ipotizza addirittura gennaio 2011.
Sono sincero: della cosa mi frega poco, molto poco.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)



Come forse molti di voi sanno, qualcuno può darsi che l'abbia già pure sperimentato, il Lazio è dal 16 novembre passato al digitale terrestre. C'è stato anche lì quello che in gergo viene chiamato lo "switch off". E, come è già successo per le regioni dove il passaggio c'è già stato, e come succederà in quelle dove ci sarà, l'operazione non è stata esente da problemi. Nell'immediato sono quelli soliti: utenti incavolati perché non si vede più una mazza, nonnetti intraprendenti alle prese con la sintonizzazione del nuovo gingillo (il decoder) nella speranza di poter riavere al più presto Emilio Fede, proteste per malfunzionamenti da una parte, Rai che dice che va tutto bene dall'altra. Solito copione.Lo spegnimento della ‘vecchia’ televisione per migrare verso una tecnologia costosa e non innovativa (satellite ed internet sono il futuro reale) è stato devastante. La visione della tv è scesa del 9 per cento nel Lazio, mentre è cresciuto l’ascolto del satellite, salito del 56 per cento.
«la normale risposta a un'iniziativa anti-concorrenziale». A sintetizzare così la posizione dell'azienda è stato il vicepresidente, Pier Silvio Berlusconi, a Montecarlo per lanciare i nuovi pacchetti di cinema e l'offerta di film on demand di Premium. «Riteniamo l'esposto all'Antitrust giusto, addirittura doveroso - ha spiegato Pier Silvio Berlusconi - per tutelare gli interessi di Mediaset, ma anche dei consumatori finali, visto che con la chiavetta Sky offrirà solo un'offerta parziale del digitale terrestre».
«La digital key - ha aggiunto il consigliere di amministrazione Mediaset Gina Nieri - è un'ulteriore verticalizzazione della loro piattaforma: è il tentativo di mantenere nel mondo satellitare con lo stesso telecomando anche coloro che vogliono vedere il digitale terrestre. Dunque non è un elemento di libertà, ma di mantenimento dei clienti dentro la propria piattaforma, per di più senza permettere loro di avere l'interattività nè l'offerta a pagamento del digitale terrestre».
Pay per view letteralmente significa “pagare per vedere”: questo era l’intento iniziale della carta prepagata Mediaset Premium e una delle ragioni del suo successo. Nessun abbonamento, nessuna rateizzazione, ma una carta da ricaricare periodicamente presso i negozi specializzati o le ricevitorie del lotto o anche tramite call center per poter di, volta in volta, pagare per fruire dell’evento televisivo desiderato. Così chi si serviva di Mediaset Premium solo sporadicamente, non era costretto a pagare una rata mensile per un servizio che di fatto restava inutilizzato, ma vedeva scalare il credito alla sua scheda prepagata solo all’atto dell’acquisto della trasmissione scelta.
Ora le cose sono cambiate: la tesserina prepagata, innanzitutto, ha mantenuto la caratteristica di essere a tempo (scade dopo un periodo prefissato) ma negli anni ha visto impennarsi i suoi costi. Oggi si acquista a un prezzo iniziale di 39 euro grazie ai quali si fruisce di un mese di visione di tutto il mondo Mediaset Premium. “Solo un assaggio” come ci dicono dall’ufficio stampa di Mediaset. Allo scadere del trentesimo giorno, infatti, l’incanto scompare. La novità è che non basta più ricaricarla per poter acquistare una partita di calcio specifica, ad esempio, al prezzo di 8 euro o il film tanto atteso a 6 euro. È necessario acquistare un Pass Gallery dalla durata variabile: senza la sottoscrizione di questa speciale offerta, la prepagata è inutilizzabile.
Solo per fare un esempio: per poter vedere un match di calcio, è necessario caricare sulla prepagata un Pass Gallery della durata di 4 mesi (l’unico in commercio in questo momento a 49 euro, mentre i Pass della durata di 3 o 6 mesi sono stati ritirati); a cui poi va aggiunto il costo della partita (8 euro, per l’appunto).
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Facendo un po’ di conti, salta subito all’occhio che il sistema pay per view si è trasformato e di certo non in favore del cliente che non segue tutto il campionato.
Non per nulla Mediaset Premium incoraggia l’acquisto della Easy Pay, la formula abbonamento annuale vera e propria, pubblicizzata a prezzi vantaggiosi e, a ben guardare, più convenienti rispetto alla prepagata. Se il prezzo di partenza della carta è lo stesso, 39 euro, fino al 31 agosto si poteva acquistare il pacchetto completo, Gallery più Calcio, con una quota bimestrale di 38 euro (da settembre si è tornati a 48 euro al mese).
Sia che si acquisti una formula prepagata, sia che ci si affidi alla Easy Pay, gli utenti denunciano su blog, forum e via mail, la scomparsa della formula pay per view che dava la possibilità di utilizzare la scheda ricaricandola come si fa con i telefoni, scegliendo il momento migliore per comprare la visione di un film o di una partita, esattamente come si fa quando si decide di godere di una prima visione al cinema o allo stadio, senza l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento.
Ma, si sa, tutte le cose belle finiscono. Specie quando non c’è concorrenza. (fonte)
L'investimento complessivo previsto dal piano del viceministro Paolo Romani per estendere le reti ad alta velocità era di 1,4 miliardi, di cui appunto 800 milioni da reperire dai fondi Fas 2007-2013. (fonte)
"Un danno al Paese. Il Piano anti digital divide è strategico. Come Confindustria - afferma il delegato del presidente della confederazione allo Sviluppo della Banda Larga, Gabriele Galateri - continueremo a sostenere la priorità di questo intervento. In due anni potrebbero essere investiti 1,5 miliardi di euro in infrastrutture per ridurre il digital divide, che riattiverebbero la filiera dell'ICT e gli investimenti in innovazione digitale delle imprese. Ogni euro investito nella banda larga ne produce almeno due di aumento di attività economica e di Pil. Il Paese non può rimandare questi interventi".
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Secondo uno studio dell'Unione Europea, la banda larga porterà un milione di posti di lavoro fino al 2015 e una crescita dell'economia europea di 850 miliardi di euro. "Tutti i paesi europei l'hanno capito e infatti stanno investendo tantissimo contro il digital divide. Eppure non sono più o meno in crisi di noi". (fonte)
Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. "Entro il 2012 tutti gli italiani dovranno passare al segnale digitale terrestre, perché l’analogico verrà spento".
"Una balla allucinante, pure un po’ minacciosa. Nessuno “deve” passare al digitale terrestre, perché esistono delle alternative (dal satellite all’Iptv), ammesso e non concesso che sia necessario seguire quella fabbrica di menzogne e omertà che sono le tivù italiane."
C'è un nesso tra il veloce avvento della nuova tecnologia del digitale terrestre e i rifiuti elettronici? Probabilmente sì, il problema è che nessuno ne parla. Occorre però, per inquadrare bene il problema, una breve premessa.A prescindere dall'effettiva utilità collettiva di questa tecnologia[*], è intuibile come si potesse gestire diversamente l'avvio del digitale, permettendo a chi comprava un televisore nuovo di disfarsi con facilità del vecchio apparecchio riportandolo al venditore come rottamazione (e con un piccolo sconto). Bastava prevedere dei container fuori dai centri, almeno quelli della grande distribuzione, in cui riporre gli apparecchi di cui si è pianificata l'obsolescenza con decisione di Stato. Niente di tutto questo: senza nessuna pianificazione, l'ennesima scelta discrezionale dei nostri governi ha rimandato sine die la necessaria assunzione di responsabilità; se non si interviene per tempo, milioni di vecchi televisori e vecchi registratori andranno con ogni probabilità a fare danni in discariche non attrezzate, rilasciando in ambiente la pletora di sostanze chimiche di cui sono composte al loro interno.
Come scrivevo qualche giorno fa, in Piemonte, anzi in alcune zone specifiche, c'è stato il famoso switch off, ossia il passaggio dall'analogico al digitale terrestre che da qui al 2012 coinvolgerà tutto il paese.Ciò è successo perché la Rai, oltre a spegnere il segnale analogico di Rai Due, ha riorganizzato le frequenze utilizzando quelle precedentemente usate da Rai Due in analogico per Rai Uno e Rai Tre in digitale. I decoder più "svegli" se ne sono accorti e hanno incassato il colpo senza battere ciglio, risintonizzando automaticamente i canali; i meno evoluti, invece, hanno semplicemente iniziato a non mostrare più nulla, nell'attesa che l'utente intervenisse manualmente.
Risintonizzare. Ecco la soluzione. Ma anche la miccia che ha scatenato tante, tantissime lamentele: «Trovo inaccettabile la mancanza di informazione della Rai - si legge in uno dei messaggi sul web -. Visto che la paghiamo, lo sforzo di avvisare gli utenti che sarebbe stato necessario risintonizzare i canali dopo lo switch off avrebbe dovuto farlo». Risintonizzando i canali come se il decoder o il televisore fosse stato appena acquistato molti hanno memorizzato finalmente i quattro canali Rai in digitale. Ma altri dubbi restano. E altre proteste. «Purtroppo - segnala Ezio Pagliarino - tutti i dvd recorder e i videoregistratori che non hanno il tuner digitale terrestre incorporato non funzioneranno più e non si potrà più registrare col timer, ma questo nessuno della Rai lo dice».
Secondo Renato Boninsegni, responsabile Installazione e Impianti della Cna, «è fuorviante sostenere che per vedere la tv digitale è sufficiente acquistare un decoder o un televisore nuovo. Molte antenne, soprattutto quelle centralizzate dei condomini più vecchi, potrebbero essere da sostituire o calibrare, ma nessuno ha raccomandato ai torinesi di chiedere una verifica del proprio impianto prima di acquistare il decodificatore e chiedersi poi magari il perché di una cattiva ricezione». La Confederazione Nazionale dell’Artigianato ha elaborato, e inviato al ministero, un prezzario per evitare possibili speculazioni degli antennisti nei prossimi giorni, e raccomanda «di rivolgersi sempre e soltanto a persone in possesso dell’abilitazione».
La lenta ma inesorabile avanzata del digitale terrestre, la "nuova" tecnologia che da qui al 2012 consentirà, forse, a tutti gli italiani tele-dipendenti di ricevere il segnale non più in forma analogica ma digitale, ha aggiunto un altro tassello al suo mosaico. Dal 20 maggio, infatti, cioè da mercoledì possimo, circa 3 milioni di telespettatori della zona occidentale del Piemonte subiranno il cosiddetto switch-over, potranno cioè godersi i programmi televisivi col supporto della nuova tecnologia digitale.Nella notte fra il 19 e il 20 maggio il Piemonte raggiungerà un’altra tappa fondamentale nel processo di digitalizzazione della televisione italiana che verrà completato entro il 2012.
Nelle province di Torino, Cuneo e in 74 comuni della provincia di Asti, si spegnerà infatti il segnale analogico di Rai2 e Retequattro che, da quel momento, saranno ricevibili solo in digitale. Successivamente, fra il 24 settembre e il 9 ottobre 2009, verrà spento il segnale analogico di tutti gli altri canali presenti sul territorio delle tre province e sarà possibile ricevere tutta l’offerta televisiva terrestre gratuita esclusivamente in digitale. (fonte)
E per spiegare ai torinesi le opportunità connesse con il passaggio al digitale, Mediaset ha organizzato per oggi e per domani, domenica 17 maggio [questo articolo è del 16 maggio, nda], una serie di eventi e spettacoli oltre ad una visita nel "villaggio digitale" allestito nella centralissima piazza San Carlo. Dunque tecnologie avanzate ma anche la disponibilità degli artisti delle reti Mediaset a incontrare i piemontesi (oggi Amici e Maria De Filippi, domani Barbara D'Urso e il Grande fratello). (fonte)
Si può tranquillamente dire che è la fine di un'epoca. Da oggi, 3 aprile 2009, non sarà infatti più consentito ai negozi di elettronica e ai vari centri commerciali vendere apparecchi televisivi privi di decoder digitale integrato. Tutto questo in vista del famoso passaggio all'amato/odiato digitale terrestre di cui si parla già da un po' di anni.Senza grandi clamori, è lo stesso governo che si appresta a sancire lo slittamento di due anni della data prevista per lo switch off, come viene definito lo «spegnimento» dell’attuale segnale televisivo analogico (quello che oggi si vede nelle case di tutti gli italiani) per lasciare il posto esclusivamente al digitale. Domani, infatti, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare all’interno del decreto cosiddetto «milleproroghe» anche l’articolo 28 sulla «conversione in tecnica digitale del sistema televisivo su frequenze terrestri». Poche parole in perfetto burocratese, ma dal significato chiarissimo: «all’articolo 2-bis, comma 5 del decreto legge 23 gennaio 2001, numero 5, convertito con modificazioni dalla legge 20 marzo 2001 numero 66, le parole "entro l’anno 2006" sono sostituite dalle seguenti "entro l’anno 2008"». Un rinvio per certi aspetti atteso: nessuno credeva più che gli oltre 20 milioni di famiglie italiane potessero correre in massa ad acquistare entro la fine dell’anno prossimo i decoder necessari per ricevere la «nuova» tv. Ma la scelta di rinviare la scadenza sembra oggi prefigurare il fallimento dell’intera strategia, finanziata dallo Stato con tre anni di contributi pubblici per l’acquisto dei decoder. A minacciare il futuro del digitale terrestre sono innanzitutto le nuove tecnologie con le quali è ormai possibile vedere i programmi tv. Innanzitutto internet, come testimonia l’esperienza di FastWeb o i recenti accordi grazie ai quali Telecom Italia sta cominciando a offrire contenuti video in adsl. Senza contare il satellite o, addirittura, i telefoni cellulari di nuova generazione.
Per gli utenti i principali benefici derivanti dall’introduzione della DTT sono: · un maggior numero di programmi disponibili (almeno il quintuplo di quelli attuali); · una migliore qualità immagine/audio: la trasmissione digitale rispetto a quella analogica è particolarmente robusta ai disturbi quali echi, interferenze, ecc.; · possibilità di partecipazione attiva e immediata ai programmi televisivi (espressione di preferenze, selezione di prodotti, ecc.) con semplici azioni sul telecomando, invece che con l’effettuazione di telefonate o l’invio di SMS; · la possibilità di usare il mezzo televisivo per l’utilizzo di servizi di informazione e di pubblica utilità ora accessibili solo con mezzi più complessi (ad esempio, reti aziendali oppure PC domestico collegato a Internet); · un minore inquinamento elettromagnetico: la DTT richiede potenze di trasmissione inferiori rispetto a quella analogica.
Un dubbio, un forte dubbio, sta serpeggiando fra gli operatori del settore: a Mediaset qualcuno non ci dorme la notte; in Rai dicono che non è colpa loro, che se non ci fosse stata di mezzo l'imposizione dell'Unione europea…; al ministero rassicurano, non potendo fare altro. Il dubbio nasce dal fatto che, dopo infiniti rimandi, il digitale terrestre incontra più difficoltà del previsto e che, alla fine, rischia di rivelarsi per quello che è: una tecnologia obsoleta, costosa, limitata. Quello che l'ex ministro Gasparri presentava come il Paradiso terrestre delle comunicazioni pare ogni giorno di più un inferno. La messa in opera del Dtt è in sofferenza, come testimonia la Sardegna, dopo lo switch off di ottobre, lo spegnimento della tradizionale tv analogica e il passaggio coatto alla nuova tecnologia. In molte zone ci sono seri problemi di ricezione: non si vede ancora il nuovo ma non si vede più neanche il vecchio. Della nuova situazione ha approfittato Sky, aumentando il normale trend dei propri abbonamenti sull'isola. Che il passaggio da una tecnologia di vecchio tipo a una nuova comportasse una serie di problemi lo si sapeva, succede in tutti i campi. C'è molta confusione sui decoder (quelli comprati a minor prezzo non danno garanzie di affidabilità, alcuni non hanno nemmeno gli standard europei e quindi non riescono a captare le frequenze Vhf, su cui trasmette la Rai), la sintonizzazione dei canali non è impresa facile, molte antenne vanno sostituite o ripuntate e comunque liberate dei vecchi filtri. Nei centri urbani i risultati cominciano a dare i loro frutti e dove prima si vedevano 20 o 25 canali adesso se ne possono vedere 80, con una migliore qualità dell'immagine. Ma i veri problemi di fondo sono altri, due in particolare. La tecnologia del Dtt è una tecnologia pesante, ha bisogno di molti trasmettitori, più potenti e più capaci dei mille e mille vecchi tralicci con cui, in cinquant'anni di storia, la Rai è riuscita a «illuminare» l'intero Paese.
(fonte immagine: dgtvi.it)Questo è il romanzo di esordio di Roberta Recchia ed è stato un caso editoriale nel 2024. Mi è piaciuto tantissimo, l'ho trovato a tratt...