mercoledì 17 dicembre 2008

Lezioni dall'Abruzzo

Spenti i riflettori sulle elezioni regionali in Abruzzo, si può provare a fare qualche considerazione su quanto accaduto. Com'è naturale che sia ci sono vincitori e vinti, e tra i vincitori c'è certamente e indiscutibilmente il Pdl, il quale, forte del 48 e passa percento delle preferenze espresse da chi si è recato a votare, ha piazzato al vertice della regione il suo candidato Giovanni Chiodi. I media, in particolar modo gli organi ufficiali della coalizione di centrodestra, hanno ovviamente dato molto risalto alla cosa, com'è naturale che sia. Peccato che nessuno, tranne il buon .mau., si sia preso la briga di far notare che la vittoria del centrodestra è stata per sottrazione e non per addizione, e che il 50% dei consensi riferito ai votanti che si sono fisicamente presentati alle urne (e cioè il 50% degli aventi diritto) significa, se la matematica non m'inganna, che Chiodi governerà col consenso di 1/4 della regione; ma vabbè, non è il caso di stare eccessivamente a sottilizzare.

Chi sicuramente, comunque, non ha perso, è stato il buon Tonino, e cioè quell'Antonio Di Pietro che ha visto sì soccombere il suo candidato, Carlo Costantini, davanti all'avversario del centrodestra, ma che ha visto nel contempo l'Italia Dei Valori raddoppiare i consensi passando dal 7 al 14% delle preferenze. Un'affermazione che ha ovviamente provocato molti mal di pancia all'interno del Pd per la presunta (mica tanto) erosione di voti ad opera appunto del partito dipietrista, tanto che per lo stesso D'Alema Di Pietro rappresenta ormai addirittura un allarme. Il problema è che il Pd sembra non avere ancora capito che se deve cercare un colpevole della débâcle di cui è stato vittima lo deve cercare dentro sé stesso, all'interno di quell'indecisionismo cronico che l'ha sempre contraddistinto fin dalla sua nascita unito al non aver saputo mai offrire un'alternativa concreta all'attuale maggioranza. Hanno fatto il resto i continui "ni" alle lusinghe e proposte del cavaliere e la nuova tangentopoli che sta squassando dalle fondamenta la sinistra (se ancora si può definire così), o quello che ne è rimasto.

Ma a ben guardare c'è anche un terzo vincitore in Abruzzo, e cioè quell'elettore su due che se n'è rimasto a casa, che si è stancato di andare a votare turandosi il naso e che ha deciso per una volta di tenersi fuori. I dati parlano anche qui chiaro: si è recato ai seggi poco più del 50% degli elettori contro quasi il 70% delle regionali del 2005. Pessimismo? Malessere? Sfiducia? Convinzione radicata che votare non serve a niente? Oppure tutte queste cose insieme? Non lo so. Certo è che l'altissimo astensionismo abruzzese è solo l'ultimo dei molti segnali che vanno in questa direzione. Solo pochi giorni fa, ad esempio, La Stampa ha pubblicato un sondaggio da cui scaturisce che in Piemonte quasi un elettore su 4 se ne resterebbe a casa se si votasse domani: (il neretto è mio)

Il dato che più sorprende è quello che non c’è. Ovvero che quasi un elettore piemontese su quattro ha deciso di non andare più a votare alle prossime elezioni. Il sondaggio di «Contacta» per La Stampa sulle intenzioni di voto in Piemonte mette in luce che la pazienza degli elettori è finita. Non è questione di destra o di sinistra nè è legata a contingenti misure del governo o alla crisi sulla questione morale che ha investito il Pd. È un rifiuto totale della politica, una disaffezione che c’entra piuttosto con la crisi economica e davanti alla quale la politica sembra impotente. Chi ha svolto il sondaggio ha scoperto che ben 22 persone su 100, se si votasse domani, rifiuterebbe la scheda. Al quale va aggiunto un altro 20% di indecisi se andare a votare o no e, nel caso, per quale partito votare. Insomma, un «mercato elettorale» come lo chiamano i politologi, che supera il 40% degli aventi diritto. L’astensionismo questa volta non ha «colore». (fonte)

Il buon Walter Veltroni, quello della versione italiana di "Yes we can", mi sa che avrà nell'immediato futuro parecchi spunti su cui riflettere, molte domande a cui cercare (e possibilmente trovare) risposte. Qualcuno di questi spunti potremmo - sommessamente - offrirglielo noi partendo proprio da quell'Obama a cui si ispirava nella sua campagna elettorale, il quale non ha esistato un istante a chiedere con forza le dimissioni del governatore dell'Illinois arrestato recentemente per corruzione dall'FBI. In America ai politici corrotti viene chiesto di farsi da parte, da noi invece quelli sotto processo vengono direttamente traghettati al dorato parlamento europeo, oppure, se proprio non si può far di meglio, un ipotetico posto sicuro nel Pdl si trova sempre. Poi dice che la gente si rompe le balle e non va più a votare... Di tutto questo i politici sono e saranno sempre di più chiamati a rispondere e rendere conto.

Ed è esattamente questo che non hanno ancora capito: che più loro scappano dalle domande dei cittadini più i cittadini scappano dalle urne.


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