sabato 10 luglio 2021

L'omeopatia vista come truffa

Salvo Di Grazia, medico e divulgatore scientifico noto in rete con lo pseudonimo MedBunker (qui trovate il suo blog), ha pubblicato un video in cui, in maniera succinta ma efficace, spiega cos'è l'omeopatia, come (non) funziona, quali sono le sue origini ecc. Tutte cose che più o meno sono note (tranne forse a molti di quelli che la utilizzano). L'aspetto che ho trovato interessante e a cui non avevo mai pensato, è l'idea di considerare l'omeopatia come una truffa. 

Se ad esempio io compro una scatola di spaghetti convinto che al suo interno ci siano gli spaghetti e poi mi accorgo che al suo interno non c'è niente, la prima cosa che penso è che il negoziante mi abbia truffato. Per i prodotti omeopatici dovrebbe valere lo stesso discorso. Per le leggi della chimica, infatti, se si diluisce una sostanza più di un certo numero di volte in un diluente (acqua, zucchero, alcol ecc.), di quella sostanza non rimane più traccia, neppure una molecola del presunto principio attivo, ciò che resta è solo il diluente, cioè la scatola senza gli spaghetti.


venerdì 9 luglio 2021

Riti di morte

 


Questo romanzo di Alicia Giménez-Bartlett, che ho appena terminato, è l'ennesima dimostrazione che i libri più belli sono quelli che capitano in mano per caso, a riprova della veridicità del vecchio detto secondo cui non siamo noi a scegliere i libri che leggiamo ma sono loro che scelgono noi.

È un thriller/noir coinvolgente non soltanto per la storia raccontata (una complicata indagine su una sordida vicenda di stupri seriali), ma anche per il modo in cui è raccontata. I due personaggi principali, l'ispettrice Petra Delicado e il suo vice Fermín Garzón, della policía nacional di Barcellona, sono due personaggi assolutamente credibili e realistici.

Lei è una donna quarantenne con alle spalle due divorzi e una vita piuttosto incasinata, il suo vice è invece un pacifico e tranquillo poliziotto, divorziato pure lui, ormai alle soglie della pensione. Il rapporto tra i due, perfetti sconosciuti fino al momento in cui viene a loro assegnata l'indagine, è inizialmente freddo, distaccato, permeato da diffidenza reciproca e limitato al solo ménage professionale; poi, lentamente, quel distacco e quella freddezza si attenuano finché la diffidenza iniziale non sfocia in una profonda e solida amicizia.

Nonostante si tratti di un poliziesco, che è comunque avvincente e ricco di colpi di scena, si ha come l'impressione che la vicenda narrata sia una sorta di sottofondo, di pretesto su cui basare le storie di vita dei due personaggi. I numerosissimi dialoghi tra i due, dialoghi ricchi di introspezioni psicologiche e di raffronti tra i loro vissuti (lei in cerca di un po' di stabilità e tranquillità dopo una vita tumultuosa, lui in cerca di un po' di tardivo "tumulto" dopo una vita ordinaria e noiosa), risultano molto più interessanti della vicenda poliziesca in sé.

Non conoscevo questa autrice spagnola, ma a questo punto credo che leggerò anche altre sue opere.

giovedì 8 luglio 2021

Notti magiche

Stamattina il giornale riportava la lunga serie di atti vandalici che hanno costellato la notte della vittoria dell'Italia sulla Spagna. Da Cesenatico a Rimini a Riccione e oltre, pali divelti, risse, ubriacature moleste, danneggiamenti di cose pubbliche. Qua a Rimini un gruppo di giovani ha assaltato e danneggiato un bus pubblico, salendo sul tetto e ballandoci sopra cantando l'inno di Mameli, col rischio oltretutto di venire folgorati dai cavi elettrici soprastanti (che se fosse successo non credo mi sarebbe dispiaciuto più di tanto: lo so, sono una brutta persona). 

Non oso pensare a cosa potrebbe succedere domenica sera se vincessimo contro l'Inghilterra. 

Boh, non so, non è che io voglia generalizzare o indulgere in stucchevoli moralismi, e poi sicuramente la stragrande maggioranza delle persone ha festeggiato tranquillamente in maniera civile, magari uscendo di casa per andare a mangiarsi un gelato. Il fatto è che non riesco in nessun modo a capire questa cultura imperante che associa la festa alla devastazione. Che senso ha? Il bus pubblico che viene devastato è anche di chi lo devasta; i pali lungo la strada, le panchine, i cestini, gli arredi non sono cose piovute da Marte, ma di tutti. E chi li distrugge, distrugge cose che sono anche sue.

Forse è solo mancanza di educazione, di consapevolezza, di senso civico (se non ricordo male, l'ora di educazione civica a scuola è stata abolita già da tempo, magari c'entra anche questo). Forse la famiglia e la scuola hanno fallito nella loro opera di educazione e ciò che succede non è altro che il palesarsi degli effetti di questo fallimento. O forse c'è anche altro, chi lo sa...

martedì 6 luglio 2021

Renzi

Ho cominciato a detestare Renzi da qui, anzi forse anche da prima, come i miei lettori di più vecchia data sanno. Non ho mai nascosto questa mia avversione nei suoi confronti. Una avversione che, col passare del tempo, è progressivamente sempre cresciuta fino a raggiungere il parossismo con la patetica sceneggiata, sua e del suo "partito", di questi giorni sul ddl Zan.

Librerie

Ieri mattina sono andato alla libreria The book room, l'unica libreria di Santarcangelo. Cercavo due libri: Il grande terrore, di Robert Conquest, e Stati di negazione, di Stanley Cohen. Il libraio li ha dovuti ordinare perché sono piuttosto datati, arriveranno entro una decina di giorni. Su internet li avrei trovati più velocemente, a prezzi magari più bassi, e la consegna tramite corriere sarebbe stata sicuramente più celere. Tuttavia preferisco spendere qualcosa in più, aspettare qualche giorno in più, ma andare in libreria. 

The book room è un negozietto piccolino, ha spazi angusti, le scaffalature piene di libri sembra quasi che da un momento all'altro debbano cadere addosso a chi si avventura in quei meandri. Il profumo dei libri avvolge chi entra. In più, come dicevo, è l'unica e ultima libreria di Santarcangelo. Se dovesse chiudere anche lei non me lo perdonerei.

lunedì 5 luglio 2021

Carl e Harry

Dice Umberto Galimberti che i sogni, prima ancora di essere materiale di analisi per psichiatri e psicoterapeuti, sono il teatro della nostra follia. Noi siamo fondamentalmente folli e quando ci abbandoniamo tra le braccia di Morfeo e la coscienza si assopisce, questo teatro apre il sipario in tutta la sua maestosità. 

Mi è venuta in mente questa cosa pensando al sogno di questa notte, di cui ricordo alcuni frammenti. Ero seduto a un tavolo e a fianco a me c'era Carl Palmer. Palmer era il batterista degli Asia, una band inglese che faceva dell'ottimo progressive rock e che ebbe il suo momento di massimo splendore negli anni Ottanta. Poco più in là, su un'altra sedia attaccata a un muro, c'era il principe Harry e a fianco a lui, su un'altra sedia ancora, una signora anziana che, presumibilmente, poteva essere la regina Elisabetta, ma di questo non sono sicuro. 

Sul tavolo c'era una rivista di enigmistica con uno schema di parole crociate. Palmer mi indicava col dito la definizione (in inglese) di una parola che io dovevo capire e inserire nelle caselle corrispondenti, ma io, per quanto mi sforzassi, non ci riuscivo. Lui non parlava italiano e io non conoscevo l'inglese (nel sogno, nella realtà un po' me la cavo). Cercava di tradurmi a gesti la definizione di quella parola ma tutti i suoi sforzi risultavano vani. A un certo punto anche Harry si è avvicinato al tavolo per aiutare Carl Palmer nel cercare di tradurmi quella definizione, in modo che io potessi capire di quale parola si trattava, ma niente da fare. La regina, là al suo posto, indifferente a tutto, continuava a starsene per i fatti suoi seduta sulla sedia. 

La ridicola e folle scenetta è andata avanti per un po', poi all'improvviso mi sono svegliato e il risveglio mi ha procurato un certo sollievo, dal momento che la cosa stava diventando per me imbarazzante. Sarei mai riuscito a capire quale era quella parola? Gli sforzi di Palmer e Harry sarebbero alla fine stati premiati? Non lo so e non lo saprò mai, ma non mi rammarico più di tanto per questo. D'altra parte i sogni sono  fatti così, altrimenti non sarebbero il teatro della nostra follia. Ah, visto che ho citato gli Asia, questo è uno dei loro pezzi più belli, uno dei tanti.

domenica 4 luglio 2021

Benedette guerre

Ho appena terminato questo ottimo saggio storico di Alessandro Barbero. Il libro si divide fondamentalmente in due parti: nella prima si racconta come e perché nacquero le Crociate, nella seconda il legame tra queste e il Jihad, legame che è più profondo e radicato di quanto comunemente si creda.

Cosa sono state le Crociate credo che bene o male si sappia, anche perché il loro studio è compreso nei programmi scolastici, o almeno lo era ai miei tempi, oggi non so. Comunque sia, sono stati eventi del Medioevo (la prima risale alla fine dell'anno mille e fu lanciata da Urbano II) e sono state più di una, tanto che è difficile ricordarsi perfino il loro numero. Sono state eventi sanguinosi che hanno comportato un durissimo conflitto tra l'Occidente cristiano e il mondo islamico. Scrive Barbero: "Eventi che la nostra civiltà ha dapprima celebrato con grandissimo entusiasmo, ai tempi in cui si scrivevano poemi come la Gerusalemme liberata, e di cui più di recente ci siamo vergognati: un po' perché abbiamo recuperato anche la consapevolezza dell'enorme violenza e della tremenda esplosione di odio per il diverso che le Crociate hanno rappresentato. Fra l'altro anche la violenza antisemita compare in Europa per la prima volta proprio durante le Crociate: i primi pogrom in Occidente li hanno compiuti le folle eccitate dalla predicazione della Crociata. Se poi adesso in Occidente il vento stia cambiando e qualcuno abbia ricominciato a pensare che le Crociate sono un'epopea da celebrare e non una tragedia di cui dolersi, è una di quelle domande che vale la pena di porsi quando pensiamo alle possibili attualizzazioni dell'argomento."

Uno degli aspetti interessanti delle Crociate è che, a differenza di quanto si pensa oggi, all'epoca non erano considerate guerre. Le Crociate erano considerate alla stregua di pellegrinaggi. Chi partiva lo faceva con lo stesso spirito (con le dovute differenze, ovviamente) di chi oggi intraprende il cammino di Santiago, tanto per fare un esempio, oppure va in pellegrinaggio ad Assisi, a Roma, a Padova, a San Giovanni Rotondo ecc. La differenza sta nel fatto che all'epoca andare in pellegrinaggio per pregare sul Santo Sepolcro era rischiosissimo, perché là c'era altra gente a comandare (Gerusalemme e quella parte di Medio Oriente erano sotto il dominio musulmano successivo alle conquiste arabe del VII e VIII secolo), quindi si partiva armati. Per tutto l'alto Medioevo il concetto di pellegrinaggio era tenuto in grandissima considerazione dai cristiani ed era sentito allo stesso modo in cui ancora oggi i musulmani sentono il pellegrinaggio alla Mecca. Per la vita di una persona era un momento catartico, se così si può dire, laddove, invece, oggi ha più che altro una valenza turistica. Anche perché, all'epoca, recarsi a piedi dall'Europa a Gerusalemme e tornare (quando e se si tornava) era una faccenda che richiedeva anni.

Un mito da sfatare a proposito delle Crociate è che esse siano state più che altro guerre, concepite con velleità di conquista e saccheggio. Certo, sono state anche questo, anzi si può tranquillamente affermare che le Crociate sono state la prima forma di colonialismo, sia economico che territoriale, perpetrato dagli Occidentali in Medio Oriente. Ma, prima di degenerare in guerra, sono state anche, e soprattutto, una faccenda spirituale, di fede. I vari signori, re, principi, conti, baroni ecc. che stavano ai comandi di questi pellegrinaggi avevano certamente mire più terrene che spirituali, ma nell'animo delle immense folle di contadini, artigiani, cavalieri che partivano, il sentimento prevalente era quello religioso.

Alessandro Barbero, nel sottotitolo del libro accosta Crociate e Jihad. Non è un accostamento casuale, perché le Crociate sono state a tutti gli effetti le prime guerre sante della storia, il Jihad è molto posteriore. Qui ci sarebbero da fare lunghissime dissertazioni dottrinali sul dilemma che ha attanagliato la Chiesa per alcuni secoli a partire dall'anno mille: come si concilia il comandamento "Non uccidere" con le Crociate? È inutile girarci attorno: le Crociate sono sì pellegrinaggi, ma sono anche guerre, e in guerra si uccide. Come se ne esce? Su questo groviglio teologico/filosofico insolubile si sono incaponiti per secoli i più grandi pensatori cristiani, compreso sant'Agostino, il quale, dopo aver soppesato e cercato di interpretare per anni ciò che in proposito era scritto nell'Antico testamento, dove si legge che i re degli ebrei fanno la guerra e sterminano i nemici perché è Dio che glielo comanda, in una delle sue opere più tarde, quasi spazientito scrive: "Ma cosa c'è da biasimare nella guerra, l'uccidere uomini che un giorno dovranno morire? Questo è un biasimo non degno di uomini religiosi. Talvolta è necessario che i buoni facciano la guerra contro i violenti, per comando di Dio e del governo legittimo, costretti dalla situazione al fine di mantenere l'ordine."

È un concetto che stride leggermente coll'evangelico "Porgi l'altra guancia", se notate, ma questo è. Da qui in poi gli omicidi e i massacri sono sdoganati in ossequio a questo supposto benestare di Dio; uccidere in guerra (che a questo punto diventa guerra santa) non è più considerato peccato ma è sacrosanto, e questo sdoganamento evolverà coll'andare del tempo fino a raggiungere vette impensate anche solo nella prima Crociata, riassumibili nel concetto che l'uccisione di un nemico di Dio è considerato viatico per il paradiso. Qui sta l'anello di congiunzione tra Crociate e Jihad, perché i due eventi poggiano sulle stesse basi: uccidere per Dio, e che il dio in questione si chiamo Signore o Allah non ha alcuna importanza. Jihad (il cui significato principale è combattere) fa in realtà parte di una espressione più complessa: jihad fi sabil'illah, che compare nel Corano e che significa combattere sulla via di Dio, che era ciò che accomunava crociati e mujahiddin islamici.

Probabilmente molti non sanno (poi chiudo, altrimenti vi racconto tutto il libro) che la stesura del Corano, il libro sacro dell'islam contenente le rivelazioni profetiche di Maometto, risale al VII secolo e attinge a piene mani da elementi della cultura ebraica. Maometto conosceva benissimo la Bibbia e quando detta le sue profezie relative alla guerra santa riprende quasi alla lettera i medesimi precetti contenuti nell'Antico testamento relativamente alle direttive che Dio dava ai re ebrei circa lo sterminio dei nemici. Quando oggi sentite i vari Ferrara, Sgarbi, Feltri e compagnia bella che lanciano anatemi sul Jihad, sulla guerra santa, che blaterano di scontro di civiltà, potete quindi sorridere, magari commiserandoli anche un po'. 

A proposito di scontro di civiltà, chiudo questo fin troppo lungo post con ciò che scrive Barbero: "Possiamo parlare, allora, di Crociate come di scontro di civiltà? Sì, se vogliamo, a patto di avere ben chiaro che quando usiamo quest'espressione non dobbiamo pensare a due mondi completamente alieni l'uno all'altro, come ad esempio gli aztechi e i conquistadores. Quando parliamo di scontro di civiltà si tratta di solito di due mondi strettamente intrecciati l'uno all'altro, con radici comuni, che hanno sviluppato due sistemi di idee o di valori divergenti, e proprio perché riconoscono nell'altro il proprio simile lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo. Lo stesso avviene durante le Crociate: queste persone in fondo ragionavano in modo simile, adoravano lo stesso Dio anche se con regole diverse, e avevano atteggiamenti mentali analoghi, e forse proprio per questo le loro guerre erano così feroci. Una delle cose che colpiscono di più nei racconti delle prime Crociate è con quanta allegria i cronisti cristiani raccontano dei cavalieri che tornano vittoriosi con le teste dei turchi appese alle selle oppure issate sulle picche; ma d'altra parte anche i cronisti arabi, entusiasti, raccontano di come i loro guerrieri tornano indietro con le teste dei cristiani. Eppure le Crociate sono anche il momento in cui queste civiltà diverse, anche se così legate senza saperlo, si incontrano, si osservano e si descrivono a vicenda."

Per me questo libro è stato illuminante e interessantissimo. È anche un saggio molto agile (circa 120 pagine) che si legge tutto in un fiato. In più, l'ha scritto Alessandro Barbero; non credo serva aggiungere altro.

sabato 3 luglio 2021

Sulla mia via

Quando ero piccolo, si parla di quaranta e più anni fa, c'erano molti bambini e ragazzini sulla mia via, quella che sale fino a Palazzo Marcosanti. C'eravamo io, mio fratello e tutti loro. Ci si conosceva quasi tutti e si giocava assieme, una volta a casa di uno, una volta a casa di un altro, oppure si correva in bicicletta, o magari ci si infilava di nascosto negli scheletri delle case in costruzione giocando agli esploratori, pur sapendo che i nostri genitori ce lo proibivano tassativamente perché, dicevano loro, era pericoloso. Che poi sì, era effettivamente pericoloso, ma si sa che il concetto di pericolo che hanno i bambini è molto diverso da quello dei grandi.

Quei bambini, me e mio fratello compresi, sono poi cresciuti e sono diventati grandi. Qualcuno ha avuto figli, qualcun altro no. Qualche coraggioso è rimasto, la maggior parte di essi è andata via. Oggi di bambini e ragazzini non ce ne sono più, sulla via. E non ci sono più neppure i grandi. La maggior parte di quelli che abitano qui attorno sono persone molto anziane, alcune autosufficienti, alcune no, quasi tutte hanno una badante o qualche figlio o figlia che ogni tanto si fa vivo e viene a dare un'occhiata, più per dovere che per reale interesse.

Gli unici bimbi presenti oggi sono cinque fratellini di colore. I miei genitori li chiamano affettuosamente "i neretti". Sono i figli di una coppia di nigeriani che da un anno e mezzo circa è venuta ad abitare in uno degli appartenenti della palazzina di fianco a casa mia. Oltre ai nigeriani c'è un ragazzo sulla trentina che abita da solo. È del sud ma non so di preciso di dove. Lo si vede poco perché lavora in un panificio e quindi vive prevalentemente di notte. Fornaio e nigeriani a parte, i restanti appartamenti sono occupati da persone anziane con la badante.

Adesso che è estate mi capita di vederli, la sera, che si ritrovano a chiacchierare nel cortile del palazzo, all'ombra. Loro, gli anziani, con bastone e badanti ucraine al seguito, che chiacchierano con la mamma di questi bimbi e coi bimbi stessi che, piano piano, cominciano a ingranare con l'italiano. Il padre dei bimbi non si vede quasi mai, fa l'autista per una ditta di autrasporti e compare solo nei weekend. Lei è una bella ragazza sulla trentina, che indossa sempre quei bei vestiti lunghi tutti colorati tipici dell'Africa e una specie di foulard, altrettanto colorato, in testa. Guardo quei bambini irrequieti che parlano con gli anziani ottuagenari e penso che sono loro i nuovi bambini che, sulla via, hanno preso il posto di quelli che non ci sono più. E penso che, nel suo piccolo, la mia via è la rappresentazione in miniatura di ciò che accade in Italia e in Europa. 

I vecchi nostrani raccontano alla mamma e ai suoi bimbi le loro storie passate, come hanno vissuto la loro giovinezza, come era e come è la loro vita qui, e lei racconta a loro storie del paese da cui vengono, della loro cultura. E penso a tutti quelli che blaterano di muri, di chiusure, di frontiere, di ognuno a casa sua, ignorando l'arricchimento (e i problemi, è innegabile) reciproco che nasce da questi mescolamenti. Un arricchimento che a me, ai miei tempi, è mancato.

Poca voglia

Da un po' di tempo ho sempre meno voglia di scrivere. Mi avvicino al blog nei ritagli di tempo che ricavo tra il lavoro e i libri, clicco su "Nuovo post", poi magari comincio a scrivere qualcosa ma dopo qualche riga mi fermo, cancello tutto e torno al libro che stavo leggendo. Ogni tanto mi chiedo perché sedici anni fa mi sia impiccato a questo blog, perché non mi decida a chiuderlo una volta per tutte e chiusa lì. Non riesco a capire se questa indolenza, che ogni tanto nel tempo fa capolino, nasca dal fatto di avere poche cose da dire o di averne troppe. Leggo ciò che succede nel mondo e su ogni fatto che accade vorrei dire la mia, poi mi rendo conto che sarebbero pensieri superficiali, dettati dall'impressione di pancia del momento e assolutamente privi di qualunque autorevolezza, e questo perché viviamo in una società complessa, anche se spesso non ce ne accorgiamo e pensiamo che ogni cosa che accade possa essere agevolmente descritta in tutte le sue sfaccettature nei 280 caratteri di un tweet o in un post su un blog.

Prendete il cashback, ad esempio, di cui si parla tanto in questi giorni. La sua abrogazione è stata giusta o sbagliata? Chi lo sa? Leggi il parere di dieci economisti e ognuno di essi dice una cosa diversa: uno dice che è sbagliata perché era un ottimo strumento per combattere l'evasione; un altro dice che è giusta, l'abrogazione, perché ha costi sociali troppo elevati e i ritorni sono inferiori alle uscite per mantenerlo in vita e via di questo passo. Chiunque, quindi, per riuscire a capire come stanno realmente le cose dovrebbe prendersi una mezza giornata di tempo, andare a cercarsi per conto proprio tutti i dati, compararli e tirare conclusioni attendibili. Ma chi ha voglia e tempo di farlo? Io no sicuramente, coi tre ripiani della mia libreria in cui tengo i libri in attesa. E forse neppure il governo ne ha un'idea, dal momento che era partito in quarta con l'abrogazione e adesso sembra già averci ripensato. E così per tutto il resto, per ogni cosa che accade e che noi liquidiamo con leggerezza e superficialità, inglobando con nonchalance in queste leggerezza e semplicità ogni complessità.

Allora, forse, è meglio lasciare correre, lasciare che le umane vicende facciano il loro corso e fregarsene, e magari parlare di fiori, oroscopi e meteo. O magari di libri. Questa ultima settimana ho letto due libri: L'eredità dell'abate nero, di Marcello Simoni; La disciplina di Penelope, di Carofiglio. Il primo dei due l'ho iniziato con ben poche aspettative, mentre invece si è rivelato un ottimo thriller, ricco di colpi di scena e ambientato nella Firenze del '400 dei Medici, con ottime descrizioni della vita in quel periodo storico. Il secondo, invece, l'ho iniziato con buone aspettative e si è invece rivelato niente di che, sicuramente inferiore ad altri libri dello scrittore pugliese. Ma ci sta, il bello dei libri è anche nelle sorprese piacevoli e meno piacevoli che riservano.

Stamattina ho iniziato un libro di Alessandro Barbero chiamato Benedette guerre, una saggio storico sulle famose/famigerate Crociate e le differenze tra queste e un'altra guerra santa ancora molto attuale: il jihad. Mentre lo leggo deciderò cosa fare di questo blog.

giovedì 1 luglio 2021

Vento

Sono giorni in cui tira vento. Un vento caldo, bollente quasi, che si leva verso metà mattinata e imperversa per tutta la giornata fino alle otto di sera, quando poi si placa improvvisamente e tutto si ferma: le tende della sala, i rami della magnolia in giardino, il cipresso vicino al cancello. Tutto diventa immobile. Questa sera la bonaccia è arrivata prima del solito: adesso - sono quasi le sette meno un quarto.

Sono sul divano intento a leggere La disciplina di Penelope, di Gianrico Carofiglio. L'ho iniziato da pochi minuti. A pagina undici la protagonista esce da un appartamento. È mattina presto. Si mette gli auricolari e ascolta Into my arms, di Nick Cave (Carofiglio cita sovente pezzi musicali nei suoi romanzi). Non la conosco, sono curioso, la vado a cercare su YouTube e mi piace subito, al primo ascolto. Credo che dovrò approfondire e conoscere meglio Nick Cave.

Dissociazioni?

Ma tu ti sei dissociato? Tu hai preso le distanze? E se non l'hai fatto, perché non l'hai fatto? Come mai il tale politico non l...