sabato 17 ottobre 2026

Canzone delle domande consuete

Quando si pensa a canzoni d'amore, in genere vengono sempre in mente quelle scritte da Cocciante, Baglioni, Tozzi. Oppure Enrico Ruggeri e altri: quelle che mediaticamente hanno avuto maggiore risconto e visibilità nel corso degli anni. Eppure io sono convinto che la canzone d'amore più bella mai scritta in Italia sia Canzone delle domande consuete, di Guccini, pubblicata nel 1990 all'interno dell'album Quello che non...

Perché secondo me è la più bella canzone d'amore che sia mai stata scritta? Perché non è inutilmente melensa, non è banale e non è immediatamente facile a un primo ascolto. È uno dei brani più intensi, maturi e profondi di Francesco Guccini e parla di tematiche che a lui sono sempre state molto care, come lo scorrere del tempo e il modo in cui questo scorrere incide sulla interiorità di ognuno, sul mondo, sulla vita di coppia, sulle relazioni.

Qui Guccini sembra voler dire che, spesso, non soffriamo soltanto perché rischiamo di perdere qualcuno, ma perché non sappiamo più chi siamo diventati insieme a quella persona, quindi ci facciamo domande che spesso sono contraddittorie e ripercorriamo il passato, cerchiamo spiegazioni, ci aggrappiamo ai ricordi. Vorremmo una risposta capace di rimettere ordine in tutto senza riuscire a trovarla. È una canzone profondamente gucciniana perché parla del dubbio senza mai arrivare a una conclusione rassicurante. 

Tra le immagini più belle c'è quella del prato ricoperto di bitume, una splendida metafora che può essere letta come l'immagine di ciò che il tempo, le abitudini e le delusioni fanno alle nostre possibilità. Non necessariamente le distruggono, ma le ricoprono, rendendole difficili da raggiungere. 

Ecco perché, secondo me, Canzone delle domande consuete rimane la canzone d'amore più bella mai scritta.


Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente

Come se il tempo per noi non costasse l'uguale

Come se il tempo passato ed il tempo presente

Non avessero la stessa amarezza di sale

Tu non sai le domande, ma non risponderei

Per non strascinare parole in linguaggio d'azzardo

Eri bella, lo so, e che bella che sei

Dicon tanto un silenzio e uno sguardo

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi

Quel che sono o sarei, quel che sarò domani

Non parlare non dire più niente, se puoi

Lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani


Non andare, vai

Non restare, stai

Non parlare, parlami di te


Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse

Trascinate dai giorni come piena di fiume

Tante cose sembrate e credute diverse

Come un prato coperto a bitume

Rimanere così, annaspare nel niente

Custodire i ricordi, carezzare le età

È uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente

Del diritto alla felicità

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?

Non lo so, non lo sai, siamo qui o lontani?

Esser tutto, un momento, ma dentro di te

Aver tutto, ma non il domani


Non andare, vai

Non restare, stai

Non parlare, parlami di te

Non andare, vai

Non restare, stai

Non parlare, parlami di noi


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Canzone delle domande consuete

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