giovedì 12 marzo 2026

Perché dimentichiamo


Il concetto di bias cognitivi ha preso forma grazie agli studi degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman. Quest’ultimo ha ricevuto, nel 2002, il premio Nobel per l’economia proprio per aver applicato il concetto di bias all’analisi delle decisioni in ambito finanziario. Oggi tutti parlano di bias cognitivi. Il termine è onnipresente: ricorre nei festival della scienza, nelle conversazioni semi-specialistiche, nel linguaggio comune. Ma il suo significato si è progressivamente allargato, fino a diventare un’etichetta generica, spesso usata per spiegare qualsiasi comportamento umano apparentemente illogico, errato o deviante. In realtà, i bias cognitivi fanno parte del normale funzionamento della mente. Sono schemi di comportamento e di ragionamento sistematici, diffusi e ricorrenti, che si attivano in risposta a certi stimoli o contesti. Indicano scelte individuali o collettive che seguono andamenti prevedibili. Ci aiutano a interpretare il mondo, a costruire un senso, a definire chi siamo. Allo stesso tempo, ci espongono a errori di giudizio, talvolta rilevanti. Un esempio classico è l’enigma del chirurgo: un bambino resta coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il padre. Portato d’urgenza in ospedale, il chirurgo si rifiuta di operarlo, dicendo: “È mio figlio”. La spiegazione – che il chirurgo sia la madre – sfugge a molte persone, che ipotizzano invece una famiglia monoparentale, un secondo genitore adottivo o altre soluzioni originali. Questo accade perché la rappresentazione mentale del chirurgo come un uomo, influenzata dalla prevalenza maschile nella professione e dal genere grammaticale, tende a escludere implicitamente la figura femminile, rendendo difficoltosa la comprensione immediata del caso. Essere consapevoli dei bias cognitivi è utile per riconoscere i limiti del nostro modo di pensare. Sapere che ciò che percepiamo, ricordiamo o sentiamo non è necessariamente oggettivo può ridurre la nostra eccessiva sicurezza, favorendo un atteggiamento più aperto, meno arrogante, più disposto all’ascolto. In altre parole, la consapevolezza dei bias favorisce l’arte del dubbio, ci aiuta a riconoscere la parzialità del nostro punto di vista e a confrontarci con quello degli altri. Questa consapevolezza, sul piano individuale e collettivo, può promuovere decisioni più giuste ed eque, contribuendo al rafforzamento dei valori democratici basati sull’ascolto, sul rispetto e sulla comprensione reciproca. Va però sottolineato che i bias cognitivi non sono di per sé negativi. Al contrario, svolgono un ruolo cruciale: ci permettono di agire rapidamente quando la velocità è più importante dell’esattezza dell’analisi. Se sentiamo un rumore improvviso e potenzialmente minaccioso, reagiamo istintivamente, senza perder tempo a studiare ogni possibilità. Il cervello non è un calcolatore: prende decisioni che possono apparire irrazionali, ma che sono spesso funzionali. Questi processi ci permettono di agire con prontezza, efficienza e un impiego minimo di risorse cognitive – il più delle volte senza che ce ne rendiamo conto. Il cervello umano e la mente, che ne è il prodotto, si sono evoluti per essere strumenti estremamente efficienti e flessibili, a scapito dell’affidabilità. Siamo soggetti a false percezioni, falsi ricordi, interpretazioni errate; e siamo cattivi analisti delle probabilità. Il cervello si è sviluppato per rispondere all’esigenza primaria della sopravvivenza in un ambiente ostile. Nonostante la sua complessità, è programmato per reagire a quattro necessità fondamentali, secondo la “regola delle 4S”: salvarsi, saziarsi, scappare e… riprodursi. Nelle savane o nelle foreste tropicali, quando i nostri antenati vedevano l’erba muoversi, scappavano, temendo un predatore nascosto tra i cespugli. La maggior parte delle volte si trattava solo del vento che agitava le fronde, ma il cervello non metteva in conto questa ipotesi: era più sensibile alla possibilità remota, ma pericolosa, che ci fosse un leone o una tigre in agguato. Quel rischio, per quanto improbabile, avrebbe potuto essere fatale. Anche se, su 1000 casi, 999 volte il movimento era dovuto al vento, i nostri antenati fuggivano sempre. Sbagliavano la maggior parte delle volte, ma di certo scampavano il pericolo. La mente umana si è evoluta attraverso errori funzionali alla sopravvivenza, utili per fronteggiare le insidie dell’ambiente. Un computer, molto più efficiente nel calcolo delle probabilità, non commetterebbe quegli errori. Riterrebbe, a rigor di logica, che quasi sempre è il vento a muovere l’erba, e dunque non reagirebbe. Ma quell’unica volta in cui dietro l’erba ci fosse davvero un predatore, il computer verrebbe sbranato. Meglio sbagliare per eccesso di prudenza che soccombere per una valutazione tendenzialmente corretta ma fatale in un unico caso.

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Ho riportato questo lungo estratto del libro di Sergio Della Sala perché, oltre a essere interessantissimo, riabilita un po' i tanto vituperati bias cognitivi, analizzandoli alla luce dell'evoluzione. Per il resto direi che si tratta, almeno per me, che tendo a dimenticare tantissime cose, di un libro molto rincuorante perché mette in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sul funzionamento della mente umana: l’idea che dimenticare sia un difetto della memoria.

Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare la memoria come una specie di archivio del passato. Quando dimentichiamo qualcosa, il nome di una persona, un appuntamento, un dettaglio della nostra infanzia, tendiamo a pensare che la memoria abbia "fallito". In realtà le cose stanno diversamente. Dimenticare è un fenomeno naturale e capita a tutti continuamente. A volte ce ne lamentiamo, a volte ce ne vergogniamo, ma molto più spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure proprio questo processo di oblio è una componente fondamentale del funzionamento della mente. La memoria, infatti, scrive l'autore, non si è evoluta per conservare il passato in modo perfetto, come se fosse una registrazione. Il suo compito principale è un altro: aiutare a orientarsi nel futuro. Ricordiamo non per riprodurre fedelmente ciò che è stato, ma per interpretare il mondo, anticipare i rischi, trasformare le esperienze in conoscenza utile. Non serve a ricordare il nome della maestra delle elementari, ma a prevedere ciò che potrebbe accadere domani. Non a caso Della Sala cita una frase famosa Lewis Carroll: "È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro".

In questa prospettiva anche la perdita di accessibilità dei ricordi assume un significato nuovo. Se alcune informazioni diventano difficili da recuperare perché non le utilizziamo più, non significa che la memoria stia funzionando male. Al contrario: è il segno che il sistema cognitivo sta facendo il suo lavoro di selezione. Dimenticare permette di filtrare le informazioni, aggiornare il sapere, alleggerire il carico mentale. È una sorta di manutenzione cognitiva. Senza questo processo saremmo sommersi da un’enorme quantità di dettagli irrilevanti che renderebbero molto più difficile pensare e prendere decisioni (ricordo una conferenza di Umberto Eco in cui diceva che se ricordassimo tutto saremmo come Funes il memorioso: degli imbecilli).

La memoria, inoltre, non è un archivio statico ma un processo ricostruttivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in parte lo ricreiamo. Per questo il normale dimenticare non è il lato oscuro della memoria, ma una condizione che rende possibile ricordare, ragionare e scegliere. In fondo il messaggio del libro è semplice e liberatorio: dimenticare non è un malfunzionamento della mente, ma una sua strategia di efficienza. È il modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo mantiene l’equilibrio, seleziona ciò che conta e lascia andare il superfluo. Paradossalmente, proprio perché dimentichiamo possiamo continuare a imparare. Soprattutto, possiamo continuare a pensare.

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