Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Separazione delle carriere. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Separazione delle carriere. Ordina per data Mostra tutti i post

domenica 13 marzo 2011

Ferrara, per piacere, lascia stare Falcone

Come avevo già scritto, l'accostamento tra Ferrara e Biagi è facile che mi provochi qualche senso di vertigine. Stamattina, sul Giornale - e dove se no? -, il Giulianone nazionale torna alla carica con un editoriale dal titolo "Tre motivi semplici semplici per riformare la giustizia". Vi risparmio un'analisi del contenuto - se siete forti di stomaco potete leggerlo da soli e trarre le vostre conseguenze -, ma c'è un punto che non è possibile lasciare correre: c'è un limite anche alle balle.

Riguarda uno dei punti, della cosiddetta riforma "epocale", che Berlusconi preferisce e di cui si parla ormai da tempo immemorabile: la separazione delle carriere tra PM e giudici. Il ritornello che ci sentiamo ripetere dai galoppini governativi è sostanzialmente sempre quello: se il giudice facesse solo il giudice e il PM solo il PM la giustizia ne gioverebbe e i diritti dei cittadini sarebbero più tutelati. Naturalmente sono tutte balle: la separazione delle carriere è una bella e altisonante dicitura che in realtà nasconde al suo interno solamente il vecchio sogno dei politici di ogni tempo di mettere le azioni della magistratura sotto il controllo del governo. Vantaggi per i cittadini: zero.

Il problema non è questo. Il problema è che spesso per avallare e dare credito a questa pseudo riforma, si usa dire che anche magistrati di notevole spessore e fama, in passato, hanno strizzato l'occhio a questo progetto. Uno di questi sarebbe Giovanni Falcone. Scrive Ferrara:


A parte il fatto che non si capisce cosa ci sia di liberale in una riforma in cui la priorità delle indagini la deciderà il governo, non è ben chiaro dove siano i fautori di questa riforma che "non si contano". Forse tra i politici se ne potrebbero trovare molti; più difficile tra i magistrati e tra coloro che di giustizia ci capiscono qualcosa. Ma è sentire nominare Giovanni Falcone da Ferrara che mi fa fare il salto di qualità dalle vertigini ai conati di vomito. Vi immaginate i solerti lettori del Giornale? "Cavolo, lo dice Falcone, deve essere per forza una cosa buona e giusta".

E' vero, Falcone ha parlato di questa cosa, ma in termini un pelino diversi da quelli che si intendono oggi e da quelli che intende Ferrara (il quale si guarda bene dal dirlo nei termini giusti ai lettori). Come stanno le cose, allora? Lo spiegò molto bene a suo tempo Giancarlo Caselli, in risposta a Berlusconi (un altro che il nome di Falcone non dovrebbe neppure sussurrarlo). Vi riporto qui di seguito alcuni stralci dell'articolo di Caselli, la versione integrale è qui.

Far parlare i morti è operazione scorretta e nessuno può dire quale sarebbe oggi il pensiero di Falcone. Tanto più se si usa una formula (”separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati”) che Falcone non ha mai usato. Ma il merito della questione riguarda la separazione delle carriere. Effettivamente alcuni scritti di Falcone sul finire degli anni Ottanta sembrano ad essa decisamente favorevoli. Ma sono scritti che vanno ”storicizzati”.
[...]
Ma far parlare i morti - ripeto - è scorretto. Limitiamoci allora a rilevare che Falcone scriveva ben prima che la storia del nostro Paese subisse una radicale curvatura. Prima che Tangentopoli svelasse una corruzione sistemica. Prima che Mafiopoli (grazie anche al radicale mutamento di clima che proprio le stragi del `92 favorirono) provasse anche a livello giudiziario collusioni fra mafia e politica di gravità inaudita.
Prima che si scatenasse contro i magistrati onesti aggressioni senza tregua. Prima delle ricorrenti campagne volte ad ottenere (in un Paese dove il sistema giudiziario è sfasciato) non più, ma meno giustizia, tutte le volte che il controllo di legalità voglia occuparsi anche di certi interessi.
[...]
...separazione delle carriere inevitabilmente significa che la politica, in modo o nell’altro, può dare ordini, direttive o indicazioni ai pm. In altri Paesi, di democrazia consolidata, ciò avviene senza drammi. Perché la politica rispetta la giurisdizione e sa bonificare se stessa quando necessario. Ma da noi la situazione è diversa: corruzione, collusioni, mala-sanità, mala-amministrazione e via elencando ci affliggono ancora pesantemente, mentre si è trasversalmente diffusa la tendenza di certa politica ad autoassolversi pregiudizialmente, accusando di complotto o politicizzazione la magistratura ogni volta che - facendo il suo dovere - debba occuparsi di politici o amministratori pubblici.

Giuliano Ferrara, forse potrai prendere per i fondelli i lettori del Giornale (ormai ci avranno fatto il callo), ma non certo chi non ha il prosciutto davanti agli occhi. E lascia stare Falcone, per piacere.

domenica 14 dicembre 2025

Garlasco e la separazione delle carriere

Leggo che nel discorso di chiusura del circo Barnum di Atreju la signora urlante ha intimato ai presenti di votare sì al referendum della giustizia della prossima primavera "perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco". Bello. Peccato che la separazione delle carriere non c'entri niente col caso Garlasco, in quanto gli errori venuti alla luce, di cui si parla massicciamente da qualche mese, non dipendono dal rapporto PM–giudice.

Le principali criticità del caso Garlasco riguardano indagini iniziali lacunose (contaminazione della scena, reperti non raccolti o raccolti male), errori tecnici e scientifici (DNA, impronte, perizie contrastanti), scelte investigative discutibili (piste abbandonate, altre privilegiate), valutazioni probatorie controverse nei vari gradi di giudizio. Ma tutto questo è avvenuto a monte del processo. Se anche fosse stata in vigore la separazione delle carriere, sul piano tecnico delle indagini non sarebbe cambiato niente in quanto la separazione non avrebbe influito in alcun modo sulle modalità di preservazione di una scena del crimine, su come si esegue una perizia, su come si interpreta un dato scientifico.
 
Il leitmotiv principale dei sostenitori del sì è che un giudice totalmente separato dal PM sarebbe più "terzo", ma nel caso Garlasco ci sono state assoluzioni e condanne, ribaltamenti di sentenze e giudici che non si sono affatto allineati alle richieste dell’accusa. Insomma, se c'è un fatto di cronaca che più di altri non può essere preso come casus belli per perorare la causa della separazione delle carriere è proprio quello di Garlasco, e la signora urlante ha utilizzato proprio quello per la sua propaganda. Ma tanto l'elettore medio dei fratellini d'Italia figuriamoci se potrà mai capire questo tipo di inganno.

mercoledì 14 ottobre 2009

Fini coi pm

Penso che se Berlusconi potesse tornare indietro, probabilmente ci penserebbe due volte prima di prendere a bordo Fini. Eh sì, perché ormai non è necessario essere degli acuti analisti politici per capire che una delle grane più grosse del cavaliere non è la Consulta, o Napolitano, o magari Repubblica e l'Unità, ma Gianfranco Fini. Quello che, specie nell'ultimo periodo, non ha fatto mistero di vedere la maggior parte delle questioni politiche sul tappeto del centrodestra in maniera diametralmente opposta all'ala dei berluscones.

Penso alle sue (di Fini) posizioni sulla bioetica, sulle modalità di discussione e approvazione delle leggi (ricordate i suoi strali contro l'eccessivo ricorso ai decreti legge che mortifica e svilisce la funzione stessa del Parlamento?); penso alle sue recenti dichiarazioni in difesa dei magistrati di Palermo - Berlusconi li aveva attaccati pesantemente - che stanno riaprendo vecchie indagini sulle stragi mafiose del '92 e '93 dopo nuove rivelazioni. Poi c'è stata, appena pochi giorni fa, prima che scoppiasse la bomba Consulta, la rinuncia al lodo Alfano, un modo inequivocabile per fare capire a chi di dovere che con queste cose - e con chi le ha volute? - non vuole avere niente a che fare.

Oggi è arrivata l'ultima esternazione del presdiente della Camera: giù le mani dai pubblici ministeri! Voi sapete che dopo la bocciatura da parte della Consulta del lodo Alfano, è tornata prepotentemente in corsia preferenziale in Parlamento la riforma della giustizia, quella che in primavera era stata accantonata dopo i rilievi di Napolitano in merito ad alcuni aspetti di dubbia legittimità costituzionale del ddl. Adesso tutto il progetto è di nuovo in corsia; progetto che prevede al suo interno due vecchi sogni nel cassetto del cavaliere: intercettazioni e separazione delle carriere. Sulle prime non è necessario che scriva niente altro - è sufficiente che spulciate un po' negli archivi del blog -, sulle seconde la questione è un po' più complessa. Magari in futuro approfondirò l'argomento; per adesso è sufficiente sapere che si tratta sostanzialmente di un modo per limitare l'iniziativa dei pubblici ministeri nel processo penale, che adesso è totalmente autonoma, subordinandola in qualche modo all'influenza dell'esecutivo che governa - una buona spiegazione del tutto la trovate in questo articolo di Bruno Tinti.

Ecco, Fini, oggi, come dicevo prima, ha messo dei bei paletti a questa idea del cavaliere.

Un conto è la separazione delle carriere dei magistrati, un altro è che il pm sia sottoposto ad altri poteri se non a quello dell'ordine giudiziario.

E ancora:

Su un tema di cui si è discusso come l'ipotesi di carriere separate per i magistrati non ho cambiato opinione sul fatto che la Costituzione va rispettata quando parla di indipendenza assoluta di tutti i magistrati.

Ora, va detto che allo stato attuale è piuttosto improbabile che una legge sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante possa andare in porto con tranquillità. Si tratta infatti di una modifica alla Costituzione che prevede una maggioranza bipartisan in Parlamento - obbligatorio l'apporto dell'opposizione - che Berlusconi difficilmente otterrà. Se a questo si aggiunge l'altolà di Fini di oggi, capite bene che quello che prima era in forse diventa adesso molto improbabile.

Non risultano al momento dichiarazioni di Berlusconi in risposta all'ennesima stoccata di Fini. Probabilmente sarà necessario attendere l'ennesima "sbollitura".

sabato 21 marzo 2026

Perché No

È quasi finita, domani e lunedì si voterà per questo benedetto referendum sulla separazione delle carriere (anche se non è un referendum sulla separazione delle carriere). Come ho già scritto in precedenza, voterò convintamente No per alcuni motivi. Questi.

È surreale che la politica abbia imposto ai cittadini di esprimersi su un tema così complesso e tecnico, ed è quindi naturale che la consultazione fin da subito abbia assunto un carattere politico. Pochissimi dei milioni di cittadini italiani che si recheranno alle urne conoscono e capiscono i dettagli tecnici di questa riforma, ed è naturale che sia così, perché appunto si tratta di tecnicismi giuridici appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Nessuno di noi è obbligato a conoscerli. Quindi si tratterà giocoforza di una consultazione le cui sorti non saranno determinate da una sua conoscenza nel merito, ma dalla simpatia o antipatia politica verso i proponenti. E una importante modifica della Costituzione (questa riforma ne modificherà ben 7 articoli) non si fa su presupposti di simpatia. Non esiste e non si può accettare. Mai.

Un altro motivo per cui voterò No è la quantità industriale di bugie e falsità che sono state messe in campo dai sostenitori del Sì. Per onestà va detto che anche dalle parti del No in alcuni casi si è esagerato, ma la sproporzione è palese e non paragonabile. Abbiamo sentito di tutto: se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente più assoluzioni di Carola Rackete, niente più giudici che liberano migranti, i magistrati non intralceranno più il lavoro del governo e finalmente pagheranno per le loro "malefatte", la fuga dei cervelli si interromperà e i giovani torneranno in Italia: una disonestà intellettuale fuori da ogni decenza. Mentre se vincerà il No stupratori e pedofili in libertà, tana libera tutti per delinquenti di ogni risma e assurdità anche maggiori. Ora, è giusto che si faccia propaganda per la propria causa, ma questa propaganda non deve passare attraverso la mistificazione della realtà e la presa in giro di chi andrà a votare. Perché se si fa propaganda con la mistificazione significa che gli argomenti reali che dovrebbero supportare una posizione non hanno sostanza. In una sola cosa i sostenitori del Sì sono stati (involontariamente) sinceri: quando hanno ammesso che la vittoria del Sì toglierà di mezzo la magistratura (parole testuali della capa di gabinetto di Nordio), il sotteso del quale è che con la vittoria del Sì i controlli di legalità della magistratura nei confronti di reati e illeciti commessi in particolar modo dai "colletti bianchi" saranno fortemente limitati. C'è bisogno di aggiungere altro o è sufficientemente chiaro quali sono i reali scopi della riforma? L'hanno ammesso loro stessi. E comunque, al di là di altri tipi di motivazioni, votare No è una questione di principio, e il principio è che dare fiducia a chi ti estorce quella fiducia ingannandoti non è accettabile. Se anche io fossi in buona fede convinto di votare Sì, rinuncerei a farlo perché non voglio che quel Sì sia basato su falsità. In altre parole: non voglio essere preso in giro. E siccome ritengo di avere ancora sufficiente lucidità per capire quando mi si vuole prendere in giro, il mio voto non ve lo darò.

L'ultimo motivo per cui voterò No è che - e questo fatto se si è intellettualmente onesti non è contestabile -, con la vittoria del Sì, sulla bilancia dei pesi e contrappesi previsti dai padri costituenti il potere della politica aumenterà e quello della magistratura si abbasserà. Il nocciolo della questione e il fulcro di tutta la riforma è questo, non la separazione delle carriere, che sostanzialmente sono già separate da anni. Questo è quello a cui la politica vuole arrivare, e non da oggi. È un progetto che era già previsto dalla P2 di Licio Gelli e che negli anni Novanta Berlusconi provò (fortunatamente senza riuscirci) a realizzare. Nel cosiddetto Piano di rinascita democratica elaborato da Licio Gelli, era infatti prevista una riorganizzazione dello Stato che, tra le varie cose, avrebbe comportato anche un ridimensionamento del ruolo della magistratura a favore di un maggiore controllo politico. Da martedì, questo vecchio sogno di Licio Gelli e Berlusconi potrebbe diventare realtà. Sta a noi fare in modo di impedirlo.

mercoledì 7 aprile 2010

Riforma della giustizia. Sapete cos'è, vero?

Forse i lettori che mi seguono da più tempo sanno già cos'è la riforma della giustizia che entro il mese di aprile il governo vuole mettere in saccoccia. Già a chiamarla "riforma" ci vuole un bel coraggio. Se infatti si guarda il significato letterale, si vede chiaramente che, in linea generale, riformare vuol dire modificare qualcosa al fine di migliorarlo, di farlo funzionare meglio. Qual è oggi il male più grave che affligge la giustizia? Principalmente la lentezza, dovuta all'enorme mole di processi pendenti unita alla cronica mancanza di risorse e personale. Quindi cosa dovrebbe fare una riforma degna di questo nome? Fornire mezzi, risorse e organici adeguati. E invece no. La riforma della giustizia che vuole il governo, come spiegava ieri il Giornale, riguarderà: stretta sulle intercettazioni, eliminazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Poi, probabilmente, si metterà mano alla riforma del CSM e anche della Costituzione.

Sapete qual è il problema? Che, purtroppo, la maggior parte delle persone quando sente parlare di queste cose scappa via a gambe levate. E la cosa è più che comprensibile, intendiamoci. Cosa volete che gliene freghi a chi si sveglia tutti i giorni alle sette per andare al lavoro se il governo vuole eliminare le intercettazioni o separare le funzioni di pubblici ministeri e giudici? Nella migliore delle ipotesi l'italiano medio sbadiglia; nella peggiore gira pagina o cambia canale. E purtroppo il governo e i suoi pifferai magici giocano molto su questo aspetto, ben sapendo che se sui giornali si titola a tutta pagina "La grande riforma della giustizia inizierà con la separazione delle carriere", la stragrande maggioranza delle persone dirà: cavolo, che bello! E lo dirà pur senza sapere di cosa si tratta: quello che conta è il titolo a effetto. Stesso discorso per le intercettazioni. Un paio d'anni fa, pochi mesi dopo l'insediamento di questo governo, il principale house organ di casa titolava a tutta pagina: "Tutti gli italiani sono intercettati". Un concentrato di balle talmente colossali, riprese poi naturalmente dai servili tiggì, che a sbufalarle tutte ci vorrebbe una giornata. E perché tutto questo? Perché il governo aveva appunto già in previsione di mettere in campo il famigerato ddl sulle intercettazioni, quello che oggi è in dirittura d'arrivo, e quindi aveva necessità di preparare il "terreno".

Tutta questa operazione di balle mediatiche serviva (serve ancora) a trasmettere all'opinione pubblica, che notoriamente ha cose più serie a cui pensare, la sensazione che le intercettazioni telefoniche rappresentassero una minaccia per tutti; che fossero il principale nemico della privacy; che non si potesse neppure più fare una telefonata senza il timore di essere spiati da qualcuno. Naturalmente non è vero niente, ma bisognava pompare questa cosa, altrimenti qualcuno avrebbe potuto chiedersi: ma perché vogliono togliere le intercettazioni? Guai! Un cittadino che comincia a farsi domande è un cittadino pericoloso, va neutralizzato subito.

Ovviamente, qui, nello spazio di qualche post, non è possibile spiegare esaustivamente ogni aspetto di questa cosiddetta "riforma" - ho messo qualche link di spiegazioni nella colonna qui a fianco per chi fosse interessato, altrimenti c'è sempre internet. La cosa principale, comunque, che occorre sapere è che non c'è niente in questa riforma della giustizia che serva a renderla più celere. Per il semplice motivo che non è una riforma, e quindi non può migliorare un bel niente. Si tratta solo di misure che hanno l'unico obiettivo di ridimensionare il potere della magistratura di scoprire e perseguire i reati. Punto. Tutto il resto sono pie chiacchiere. Da oggi fino alla fine del mese vi racconteranno ogni sorta di panzana: sulla privacy, sui giudici fannulloni, sulle intercettazioni che mettono a rischio tutti gli italiani, sulla necessità di ristabilire l'equilibrio perduto tra politica e giustizia. Spacceranno questa accozzaglia di porcherie come la soluzione di ogni problema che affligge la giustizia nel nostro paese. E purtroppo molti ci crederanno.

La cosa sarebbe tutto sommato anche di poca importanza se riguardasse solo loro. Uno potrebbe legittimamente chiedersi: ma a me che mi frega? Ma qui non stiamo parlando di loro. Stiamo parlando di noi, delle persone normali che ogni giorno camminano per la strada. Perché se un domani che questa cosa sarà diventata legge un magistrato non potrà più mettere sotto intercettazione il telefono di un marito che massacra la moglie di botte, oppure di un presunto pedofilo che adesca un bambino fuori dalla scuola, con chi ce la prenderemo dopo? Beh, però la nostra privacy sarà più tutelata. Ci consoleremo così?

domenica 13 dicembre 2009

Il regalo di Natale di Berlusconi

Per i regali di Natale è il periodo giusto: sia per quelli che si intende fare ad amici e parenti, sia per quelli che che uno decide di farsi. Quello che Berlusconi si vuole fare quest'anno, farà il suo ingresso trionfale in Parlamento a metà della prossima settimana: una mega legge ad personam che in un unico testo racchiuderà alcuni dei sogni proibiti di sempre del cavaliere.

ROMA - Regalo di Natale per Silvio Berlusconi. Garantito per la prossima settimana. Un anticipo dei botti di Capodanno. Con la "sorpresa" che il premier ha sempre desiderato e tante volte annunciato: un nuovo scudo congela-processi per le alte cariche, l'immunità parlamentare con il ritorno al vecchio articolo 68 della Carta, la separazione delle carriere dei giudici e la conseguente riforma del Csm. Una sola legge, d'iniziativa parlamentare, per non coinvolgere direttamente il governo. Con l'obiettivo finale di andare a un unico referendum in cui giocare la faccia del presidente del Consiglio. Fuori dal pacchetto, attraverso una legge ordinaria, un inasprimento delle attuali norme, che risalgono all'88 dopo il referendum, sulla responsabilità civile dei giudici, e la riforma elettorale del Csm, per la quale i tempi sono ormai strettissimi, al punto che si scoglie un certo scetticismo nel Pdl sull'effettiva possibilità di farcela in vista della consultazione tra le toghe (luglio 2010). (fonte)

Ecco qua. Non so se sarà la resa dei conti o un anticipo dei botti di capodanno, come scrive Repubblica, fatto sta che in Parlamento si preannuncia una bella battaglia - speriamo che qualcuno non si faccia troppo male -.

La mossa è coraggiosa, diciamolo pure, perché ogni volta che si è manifestata l'intenzione di mettere mano singolarmente a lodi, impedimenti, scudi vari, separazione delle carriere, immunità parlamentare e compagnia bella è sempre successo (giustamente) un finimondo. Il discorso del cavaliere quindi è: o la va o la spacca. Si metta tutto in un unico testo d'iniziativa parlamentare, la faccia la mette lui. Basta coi tentennamenti.

Buon Natale, cavaliere.

sabato 11 giugno 2022

Tre quesiti referendari che probabilmente contrassegnerò con il No

Uno è quello che chiede l'abrogazione della legge Severino, l'altro la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, il terzo la modifica della custodia cautelare. Sugli altri due credo che mi asterrò perché, pur avendo cercato di capirci qualcosa, non ci sono riuscito, e generalmente non do giudizi su cose che non capisco.

Al quesito che chiede l'abrogazione della legge Severino voterò No per una questione di principio. Da quello che ho capito, il quesito viene presentato come risultato dell'esigenza di evitare che sindaci o amministratori locali non condannati in via definitiva, quindi potenzialmente innocenti, non possano ricoprire cariche pubbliche. Presunzione di innocenza che naturalmente è giusto venga preservata e riconosciuta. Il problema è che il quesito non si propone di risolvere questi aspetti effettivamente problematici del decreto, ma lo abroga in toto, permettendo a condannati in via definitiva di poter tornare a ricoprire pubblici uffici. Poi, certo, quasi sempre le sentenze di condanna definitive sono accompagnate dall'interdizione dai pubblici uffici, e quindi da questo punto di vista il decreto Severino non ha in fondo mai avuto una grande utilità, ma fissa un principio con cui concordo.

Per quanto riguarda la separazione delle funzioni, voterò No per il semplice fatto che già oggi la grande maggioranza dei magistrati esercita una sola funzione, seguita da una piccola parte che cambia funzione una sola volta in tutta la carriera e una piccolissima parte che cambia più di una volta (dati numerici e percentuali sono qui). Alla luce di tutto ciò, a me sembra che il divieto di cambiare funzione all'interno di una magistratura dove gran parte dei magistrati già non la cambia, non abbia alcun impatto relativamente a un maggiore grado di imparzialità dei giudici. Accanto a questi dati oggettivi, ce n'è anche uno ideologico, se così si può dire, che risiede nel fatto che, storicamente, la separazione delle funzioni tra magistratura inquirente e giudicante è stata una delle grandi battaglie (sempre persa) portate avanti dal peggiore berlusconismo. Se io fossi uno abituato a ragionare di pancia, basterebbe già solo questo a farmi votare No.

La modifica della custodia cautelare, invece, è quello su cui sono più combattuto. Alla fine credo voterò No per i pericoli, in caso prevalessero i Sì, segnalati da Giulia Siviero in questo articolo, relativamente alla maggiore difficoltà di preservare l'incolumità di persone vittime di stalking e violenze fisiche e psicologiche in ambito familiare. Ma, ripeto, su questo sono combattuto.

Una curiosità di questo referendum è che non si sa di preciso quante firme sono state raccolte per promuoverlo. Su Wikipedia si parla genericamente di 700.000, quindi 200.000 in più di quelle necessarie, ma il fatto che la richiesta di referendum sia stata depositata in Cassazione con il sostegno di nove consigli regionali guidati da coalizioni di centrodestra autorizza a mettere in conto qualche dubbio.

Comunque sia, il referendum ci sarà, anche se sono molto minimali le probabilità che raggiungerà il quorum. Tra le altre cose, è interessante notare come uno dei grandi promotori, l'immarcescibile Salvini, uno che ha sempre fatto del "deve marcire in galera" il suo slogan preferito (quando si tratta di crimini commessi da stranieri, ovviamente), promuova quesiti referendari che contraddicono palesemente i programmi elettorali del partito di cui è capo. Ma altrimenti non sarebbe Salvini.

giovedì 13 luglio 2023

Separazione delle carriere?

Questo governo, tra i tanti obiettivi che si è posto, annovera la famosa/famigerata separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, un vecchio sogno berlusconiano mai realizzato completamente ma mai abbandonato dalla destra. A dire il vero, questo progetto non nasce con Berlusconi ma con Licio Gelli, dal momento che era uno dei punti del suo programma sovversivo di Rinascita.

È un argomento molto tecnico, di difficile comprensione per chi, me compreso, non è addentro a questioni giuridiche. In sostanza, riassumendo brutalmente, se la riforma caldeggiata anche da Nordio, probabilmente il peggior ministro della Giustizia della storia repubblicana, andasse in porto, magistrati inquirenti (Pubblici ministeri) e giudicanti (giudici di tribunale o di corte) non potrebbero cambiare funzione durante il corso della carriera. Il punto è che già oggi, anche senza questa riforma, i magistrati che nel corso della carriera cambiano funzione sono pochissimi, anche perché le varie riforme che si sono succedute nel corso degli anni (la riforma Castelli prima, la riforma Cartabia poi) hanno reso meno appetibile il cambio.

Nel 2022 appena trascorso le richieste di cambio di funzione sono state venti (20) su un organico di 10.000 magistrati. Davanti a questi numeri si capisce chiaramente come una riforma "utile a tutti gli italiani" non abbia in realtà alcun significato, se non politico. Scriveva qualche giorno fa Elena Chiari: "Ma sono in molti a ritenere che dietro il tema tecnico, ormai statisticamente marginale, di permettere o non permettere a Pm e giudici di passare da una funzione all’altra e quanto, si nasconda in realtà l’intento politico di cominciare da qui per assoggettare progressivamente l’ufficio del Pm all’esecutivo, col risultato che a quel punto sarebbero i Governi a decidere di volta in volta (a seconda del colore e del consenso) quali cassetti un Pm può aprire e quali no. Ma in questo caso il rischio è che un cittadino, uguale agli altri davanti alla legge secondo l’articolo 3 della Costituzione, possa diventare un po’ meno uguale e che il divario tra potenti e comuni cittadini si stringa o si allarghi, a seconda che il Governo di turno decida che i cassetti del potere possano essere aperti o debbano restare chiusi."

In sostanza, il non detto di questa riforma starebbe nell'antico sogno della destra di porre il sistema giudiziario sotto il controllo dell'esecutivo, di renderlo quindi meno indipendente e in rapporto di maggiore sudditanza, esattamente come avviene oggi in paesi come la Polonia, l'Ungheria, la Turchia, non esattamente modelli di democrazia. Che poi tutto questo vada nell'interesse del comune cittadino è ancora tutto da dimostrare. Uno dei più esaustivi articoli su questa complessa tematica lo trovate qui.

martedì 10 marzo 2026

Sì, perché?

 


I sostenitori del Sì al referendum, da qualche tempo sono molto attivi nella diffusione sui loro canali social di questa vignetta. Vi si vedono elencati, su due colonne, i paesi in cui è in vigore la separazione delle carriere tra i magistrati e quelli in cui le carriere sono invece unificate. I primi sono indicati in azzurro, i secondi in rosso. Non è una distinzione casuale, naturalmente, e serve a dare l'idea che la separazione sia prerogativa dei paesi più civili e democratici mentre gli altri, quelli con le carriere unite, sono brutti, sporchi e cattivi. L'Italia, avendo le carriere unite (solo formalmente, in realtà sono separate già da molto tempo), è ovviamente inserita nel gruppo dei brutti, sporchi e cattivi. 

Il problema è che la semplificazione evidenziata dalla vignetta è parecchio fuorviante. Ovviamente qua nessuno è malizioso, quindi nessuno pensa che dietro questa rappresentazione semplificata ci sia da parte dei proponenti la volontà di ingannare chi legge (come no?).

La vignetta è fuorviante per il semplice fatto che in Europa i sistemi giudiziari sono diversissimi tra loro, quindi uno schema di questo tipo non ha alcun senso. È vero che in molti paesi europei e occidentali le carriere sono separate, ma il modo in cui funzionano i pubblici ministeri è molto diverso. Negli Stati Uniti, ad esempio, i procuratori sono nominati dal potere politico; significa che là i procuratori distrettuali vengono eletti dopo regolari elezioni. In Germania i pubblici ministeri dipendono direttamente dal ministro della giustizia; nel Regno Unito l’accusa è un servizio pubblico separato ma non fa parte della magistratura come in Italia. E si potrebbe continuare. Quindi sì, le carriere sono formalmente ovunque separate, ma spesso l'accusa è più vicina al potere esecutivo. Sono scenari a sé stanti e completamente diversi dal nostro, ecco perché equipararli semplicisticamente in uno schema non ha alcun senso.

Personalmente non ho niente contro chi voterà Sì al referendum. Dirò di più: alcuni giuristi favorevoli al Sì adducono argomentazioni anche abbastanza convincenti. Ma se non ho niente contro chi voterà Sì, ce l'ho invece molto con chi tenta di convincere il prossimo con l'inganno. Tabella a parte, mi riferisco all'asfissiante campagna mediatica di vari personaggi di questo governo che utilizzano strumentalmente ogni fatto di cronaca per perorare la causa del Sì. Si leggono e si sentono cose assurde, tipo che se vincerà il Sì niente più casi Garlasco, niente piu casi come quello della famiglia del bosco, niente più magistrati che assolvono Carola Rackete o che ordinano la scarcerazione di qualche migrante da quella costosissima barzelletta che sono i centri di detenzione in Albania. E via di seguito.

Do una notizia a quelli che hanno intenzione di votare Sì convinti che tutto ciò sia vero: vi stanno prendendo in giro. Semplicemente e pacificamente. Il problema è che non ve ne accorgete, e i politici che fanno girare quelle vignette lo sanno e se ne approfittano. Cioè, per capirci: voi apprezzate quei personaggi perché sono della vostra parte politica, e loro vi ricambiano prendendovi per il naso. Come dicevo, non ho niente contro chi vota Sì, ma documentatevi, informatevi, approfondite un po'. E se dopo esservi documentati siete ancora convinti di votare Sì, va benissimo. Ma non votate Sì perché qualcuno vi racconta che con la vittoria del Sì i giudici non potranno più liberare un migrante da un CPR. L'eventuale vittoria del Sì non cambierà niente di tutto ciò e i magistrati continueranno come prima a emettere le loro sentenze, gradite o sgradite che siano al governo di turno. Diffidate di chi vi racconta il contrario.

sabato 28 agosto 2010

Balle straordinarie sul processo breve

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.


Questa mattina il Corriere apre in prima pagina con una fantastica intervista al ministro della Giustizia (brrr...) Angelino Alfano. L'argomento è il "processo breve", ribattezzato poi "processo certo" o di "giusta durata" (sapete com'è, il nome ha una sua importanza). In sostanza il ministro rivela quello che già si sapeva da tempo immemorabile: alla ripresa dei lavori parlamentari l'approvazione di questa porcata sarà inderogabile. Pena il ritorno alle urne.

Siccome, nonostante quello che sembra, gli italiani non sono tutti una massa di tonti, Alfano ha capito che occorre indorare un po' la pillola, e quindi ha promesso che questa "riforma" sarà accompagnata da una sostanziosa elargizione di risorse. Naturalmente, visto che in cassa non c'è un soldo si guarda bene dal dire a quanto ammonteranno queste risorse e soprattutto dove verranno prese. Ma in fondo sono particolari trascurabili. Quello che conta davvero è l'approvazione certa e in tempi rapidi del provvedimento - vi ricordate no?, a dicembre la Consulta si esprimerà sul legittimo impedimento.

La giurisprudenza della Cassazione e della Corte di Strasburgo ormai impone allo Stato italiano, ogni anno, milioni e milioni di euro di risarcimenti proprio per la lentezza cronica della giustizia. E c'è un'apposita legge, la famosa legge Pinto, che stabilisce come ottenere i risarcimenti. Tutti questi soldi potranno essere «risparmiati» ed impiegati per migliorare l'efficienza della macchina giudiziaria, cioè potranno servire per quegli «investimenti straordinari» che il ministro annuncia oggi.

Perbacco, un'occasione da non perdere allora. Peccato che la riforma che ha in mente Alfano in questo senso non servirà a un fico secco. Lo scrive Vittorio Grevi sulla stessa edizione del Corriere a corredo dell'intervista di Alfano. Scrive Grevi:

Nessun dubbio, dunque, che si debba operare nel senso di una riduzione dei tempi dei giudizi (sia civili, sia penali), oggi spesso davvero intollerabili. E nessun dubbio nemmeno sulla diagnosi del male che affligge il sistema della nostra giustizia, da anni ormai individuato senza equivoci nell'arretratezza delle strutture giudiziarie, nelle disfunzioni anche organizzative che le zavorrano, nella penuria delle risorse disponibili, e, infine, anche in certi superflui formalismi e in certe inutili macchinosità della disciplina processuale. Se ciò è vero, una volta accertate le cause del male, non dovrebbe essere troppo difficile realizzare anche le terapie per uscire da una situazione tanto disastrata, operando anzitutto nel senso di un recupero di efficienza sul terreno delle strutture giudiziarie, della loro organizzazione anche territoriale (si pensi all'annoso problema della revisione della geografia degli uffici), e, naturalmente, anche sul terreno del necessario snellimento delle procedure.
Nulla di tutto questo, invece, emerge dai «punti programmatici» elaborati dal presidente Berlusconi per il rilancio del suo governo. All'interno di quel testo, infatti, accanto a proposte di riforme costituzionali (ad esempio in tema di separazione delle carriere o di composizione del Csm), senza dubbio però prive di rilevanza ai fini dell'accellerazione dei ritmi processuali, non si trova nessuna proposta specificamente mirata allo scopo - pur proclamato - di garantire ai cittadini «la certezza dei tempi necessari» ad ottenere «una sentenza definitiva».

Ma come? Allora a cosa serve il processo breve? Anzi, a chi serve? Lo spiega sempre Grevi nel prosieguo dell'articolo.

Senonché, per questa via, non si ottiene un accorciamento dei termini di svolgimento dei processi penali, che per loro natura devono concludersi con la pronuncia di una sentenza sul merito dell'accusa. Si provoca soltanto, invece, una irragionevole morte prematura di tali processi, tradendo così la promessa di assicurarne «tempi certi» fino alla «sentenza definitiva».
Ci si illude di risolvere il problema attraverso la tecnica del processus interruptus: senza rendersi conto che, in tal modo, si nega la stessa ragion d'essere del processo, e dunque senza alcun rispetto per gli interessi (delle vittime del reato, oltre che della collettività) legati all'accertamento dei fatti e delle responsabilità. Se poi si prevede (come ha già fatto il Senato) la operatività di analogo meccanismo anche per alcune ben definite categorie di processi in corso, in rapporto ai quali i nuovi termini sono magari già scaduti, è difficile non ravvisare in una scelta del genere le movenze sospette di una «amnistia mascherata».

Il riferimento, naturalmente, è alla famosa "norma transitoria" che prevede l'applicazione del provvedimento ai processi in corso. Voi sapete che la giurisprudenza prevede che quando viene promulgata una nuova legge, specie in materia di giustizia, questa si applica ai nuovi procedimenti che inizieranno quando è entrata in vigore. Non è mai retroattiva. Ecco, in questo caso la famosa "norma transitoria" colma proprio questo "gap", stabilendo non solo che la legge si applica anche ai procedimenti già in corso, ma addirittura specificandone il riferimento temporale e le caratteristiche (processi in corso per i reati con pene sotto i dieci anni, commessi prima del 2 maggio 2006, data dell'ultimo indulto).

E, guarda caso, in questi parametri rientrano proprio i processi che pendono sul premier. Naturalmente Alfano si è prodigato più di una volta a spiegare che il premier non c'entra assolutamente niente e la norma transitoria è nell'interesse di tutti gli italiani. Gli stessi che probabilmente ancora bevono queste panzane.


Aggiornamento 21,50.

L'ANM, dopo l'intervista di Alfano, ha fatto sentire la sua voce spiegando cosa si nasconde in realtà dietro il processo breve. Wil, invece, sul suo blog segnala che dalle parti di Minzolini è già cominciato il lavaggio del cervello degli italiani sull'argomento.

martedì 28 ottobre 2025

Separazione (di carriere)

Sta per arrivare a conclusione l'iter parlamentare della riforma costituzionale della giustizia voluta fortemente da questo governo, quindi i prossimi mesi vedranno il dibattito politico prevalentemente concentrato su questa riforma, che avrà come atto finale il referendum confermativo nella prossima primavera. Il ricorso al referendum è necessario in quanto la riforma sarà approvata in parlamento senza aver raggiunto la maggioranza dei due terzi di deputati e senatori, obbligatoria in caso di riforme costituzionali.

Siccome ho una certa età e siccome anche questo blog ha una certa età, sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, che è un po' il punto focale di tutta la riforma, avevo scritto molto negli anni a cavallo tra il 2009 e il 2011. Quindi non si tratta di una novità ma della riproposizione in salsa meloniana di un vecchio progetto berlusconiano che a sua volta affondava le radici nel famoso/famigerato Piano di rinascita democratica, di Licio Gelli. In sostanza, oggi come allora, lo scopo principale di questa riforma non è rendere più veloce ed efficiente la giustizia - dal punto di vista pratico non ne apporta alcun miglioramento - ma si tratta di un progetto con finalità esclusivamente politiche che si esplicitano nel tentativo di subordinare l'iniziativa giudiziaria al governo e limitare il campo d'azione penale dei magistrati.

La materia è complessa è ricca di tecnicismi che, ovviamente, non possono essere compresi da chi non ha le mani in pasta in ambito giuridico, quindi tutto il dibattito dei prossimi mesi si svolgerà all'insegna del sentimentalismo ideologico. La mia parte politica dice che è cosa buona? Lo è anche per me. La mia parte politica dice che è una schifezza? Lo è anche per me. Questo atteggiamento sarà poi ciò che deciderà le sorti del referendum di primavera, dove una minoranza parteciperà informandosi seriamente al netto di pregiudizi ideologici mentre la maggioranza si esprimerà a sentimento sulla base delle indicazioni del proprio partito. 

Tutto già visto.

mercoledì 28 aprile 2010

Chi è che deve fare autocritica?

Napolitano è un presidente fantastico, perché riesce a interpretare il sentire e le impressioni dell'opinione pubblica meglio di chiunque altro. Un esempio, l'ultimo in ordine di tempo, ce l'ha dato ieri, con una serie di dichiarazioni che meritano di essere riportate e commentate perché sono qualcosa di fantastico (in tutti i sensi).

Siamo a Roma. Il presidente riceve al Quirinale i 289 giovani magistrati, vincitori dell'ultimo concorso, che si apprestano a iniziare il tirocinio in attesa di entrare a tutti gli effetti nella magistratura. "Deve prevalere in tutto il senso della misura, del rispetto, e infine della comune responsabilità istituzionale", ha esordito Napolitano. Che vuol dire? Sarà mica un sottile auspicio affinché politica e magistratura non si rompano le uova nel paniere a vicenda? Sì, potrebbe essere così, visto che anche il Corriere nel sottotitolo scrive: "Misura e rispetto tra giustizia e politica". Qual è il significato recondito annidato dentro questa bella esternazione di Napolitano? Forse che i magistrati debbono andarci con molta cautela quando si tratta di mettere il naso nelle faccende dei politici? E' un'ipotesi, naturalmente, ma è il primo pensiero che mi è venuto in mente.

Ma non è finita qui. "Occorre adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini. E a tal fine la magistratura non può sottrarsi ad una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali". Non so dire, esattamente, cosa intenda Napolitano con "adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini". Per quel che mi riguarda, la magistratura ha tutto l'apprezzamento possibile, soprattutto se si tiene conto delle condizioni in cui è costretta a lavorare e delle angherie a cui è frequentemente sottoposta da chi sappiamo. E' probabile che il presidente della Repubblica si riferisse al problema della lentezza della giustizia, ma se i magistrati devono recuperare il famoso apprezzamento ripetto a questo, beh, mi sa che Napolitano doveva rivolgere l'invito ai politici.

La lentezza della giustizia, infatti, e il conseguente - giustificato - disappunto dei cittadini e dell'opinione pubblica, dipende esclusivamente dal fatto che la politica si è da decenni sempre disinteressata al problema, oppure, quando si è interessata, lo ha fatto in maniera superficiale o controproducente. Oggi, la grande riforma in questo senso sulla quale un giorno sì e l'altro pure sentiamo sproloquiare Berlusconi, non ha niente a che vedere con la sua velocizzazione. Non sono previsti interventi tipo stanziamento di risorse e mezzi, migliore distribuzione e organizzazione degli uffici e dei distretti giudiziari sul territorio, depenalizzazione dei cosidetti reati "bagatellari" in modo da permettere ai magistrati di dedicare più tempo a quelli gravi e socialmente più pericolosi. A meno che, naturalmente, qualcuno non riesca a dimostrate che il ddl intercettazioni, il divieto per i giornali di pubblicare gli atti delle inchieste anche quando non sono più coperti da segreto, la separazione delle carriere, la riforma del CSM, il lodo Alfano costituzionale, il legittimo impedimento e cose di questo genere servano veramente a velocizzare la giustizia. Sarà dura...

Ma andiamo avanti perché il bello deve ancora arrivare. "Fate attenzione - dice sempre rivolto alle nuove leve - a non cedere a esposizioni mediatiche [...] oppure ancora a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dei singoli magistrati". Qui il senso del pensiero di Napolitano è abbastanza chiaro, e infatti il Corriere scrive: "Ma i guai vengono anche da una certa predisposizione al protagonismo mediatico". Eh già: evidentemente il timore che i magistrati vadano troppo in tv alberga nella mente dell'anziano presidente. Strano, perché se si guarda una qualunque delle trasmissioni a sfondo politico, su qualunque rete, che quotidianamente ci vengono propinate mi pare che si vedano dei gran politici. Altroché i magistrati. Oddio, può anche capitare che qualche magistrato si permetta, ogni tanto, di andare in tv a spiegare ai meno attenti cosa si nasconde in realtà dietro le "riforme" della giustizia. Se questo, per Napolitano, significa peccare di eccessiva esposizione mediatica, beh, è un peccato che ai magistrati si perdona molto volentieri.

Per quel che mi riguarda, più ripenso a questa storia e più sono convinto di quanto ho scritto di getto su Twitter dopo aver letto le sue dichiarazioni.

sabato 19 febbraio 2011

C'è problema e problema

Molti, me compreso, pensavano che la distruzione definitiva del nostro sistema giudiziario, quella che senza nessun pudore chiamano "riforma", il cavaliere e i suoi l'avessero ormai accantonata. Ci sbagliavamo. Galvanizzato dagli ultimi ritorni all'ovile, dopo la disgregazione di Futuro e Libertà, il premier più imputato del pianeta è tornato a spingere sull'acceleratore (i suoi processi hanno ripreso a correre) e ha ritirato fuori dal cassetto la separazione delle carriere tra giudici e pm, la riforma del CSM, le intercettazioni e l'immunità parlamentare, quest'ultima abolita ai tempi di tangentopoli per evitare qui da noi l'equivalente di ciò che è successo in Egitto nei giorni scorsi.

Onde evitare fraintendimenti, è bene ribadire che nessuna delle cosiddette riforme che ha in mente il cavaliere serve a lenire l'unico problema storico che affligge la nostra macchina giudiziaria: la sua lentezza. Non serve a questo scopo la limitazione delle intercettazioni, non è di nessuna utilità la separazione tra magistratura inquirente e giudicante e, tantomeno, è di alcuna utilità la paventata reintroduzione dell'immunità parlamentare - figurarsi!. Non occorre infatti una laurea in giurisprudenza per capire che la grande riforma della giustizia che hanno in mente ha solo una utilità contingente: cercare di bloccare i guai giudiziari in cui si è cacciato il premier.

E questa volta pare intenzionato a fare sul serio, arrivando pure a sfidare il Quirinale. Napolitano aveva infatti già avuto modo di far conoscere a lorsignori come la pensa su intercettazioni e limitazione alla libertà di stampa. Anche per questo la porcata era stata accantonata. Ma stavolta è diverso. Prima c'era il legittimo impedimento a fare da paravento al premier. Adesso, dopo che la Consulta lo ha azzoppato, è di nuovo emergenza. Anche se sa benissimo che Napolitano si metterà di traverso, lui è determinato ad andare avanti lo stesso, perché adesso bisogna giocare il tutto per tutto.

Gli italiani possono stare tranquilli: finché avremo un premier così, prima verranno i suoi problemi, poi, eventualmente, quelli di tutti.

sabato 24 luglio 2010

Toh, è sparita la "norma Falcone"


Questo ddl non smette di stupire per numero di porcate contenute. Ad ogni nuovo esame, infatti, esce fuori qualcosa che era sfuggito in precedenza. Dopo che siamo venuti a sapere che l'articolo ammazza-blog è ancora al suo posto, l'ultima novità è l'abrogazione di quella che è chiamata "norma Falcone". Breve spiegazione.

19 anni fa, su input del famoso giudice antimafia, venne introdotta nella disciplina delle intercettazioni una norma che facilitava gli ascolti in caso di associazioni criminali di stampo non mafioso. Bene, questa norma, nella stesura attuale del testo che si appresta a essere esaminato dalla Camera per l'ultimo passaggio, è sparita.

La cosa più grave è che in entrambe le versioni del ddl si è cancellata la norma voluta da Giovanni Falcone (art. 13 decreto legislativo n. 152) secondo la quale la procedura più semplice per autorizzare le intercettazioni (e cioè quella per la quale bastano ‘sufficienti indizi di reato’ e che non siano ‘assolutamente indispensabili’ per la prosecuzione delle indagini), venga applicata a tutti i reati di criminalità organizzata, non solo quella mafiosa. In questo modo con l’abrogazione di questo art. 13 del decreto legislativo n. 152 sarà difficilissimo intercettare tutti quei reati di criminalità organizzata che non si può considerare mafia. Penso, ad esempio, alla banda della Uno bianca, a quella dei Tir, a quella dei giostrai. Per poter intercettare questo tipo di reati serviranno i gravi indizi di reato, l’autorizzazione del gip del tribunale distrettuale del capoluogo in composizione collegiale, eccetera, eccetera. Insomma diventerà praticamente impossibile fare un controllo efficace (fonte).

Lo so, sembra incredibile - neanche tanto a pensarci bene -, ma se passerà la legge così com'è diventerà molto difficile contrastare questo tipo di criminalità organizzata. E tutti i bei discorsi sulla sicurezza? Palle, come tutto il resto.

Volete sapere, poi, giusto per chiudere in bellezza, cosa disse un paio d'anni fa il nostro allegro capo del governo parlando di riforma della giustizia e separazione delle carriere? Una "riforma della giustizia come voleva lui". Riusciremo mai a svegliarci da questa sorta di ipnosi collettiva?

sabato 23 agosto 2008

Notizie in pillole (2)

Intanto loro giocano. Non so se qualcuno ci ha fatto caso, ma mentre a Pechino si continua a giocare allegramente come se niente fosse, in più di una parte del mondo i giochi sono di tutt'altro genere. In Afghanistan, dopo l'imboscata dei talebani costata la vita a 10 soldati francesi, la risposta alleata non si è fatta attendere. Risultato: una settantina abbondante di civili uccisi, tra cui molte donne e bambini.

Tutto ciò senza dimenticare, ovviamente, quanto sta accadendo in altre zone calde, tipo i Balcani il Caucaso ad esempio, dove la Russia continua a fare credere che se ne andrà mentre in realtà non ne ha alcuna intenzione. Nel frattempo, sia tra le file dei georgiani che degli osseti, alcune centinaia di morti solo negli ultimi giorni ci sono stati. Una cifra evidentemente considerata nella norma, visto che giornali e tiggì continuano a riempire le prime pagine con le medaglie conquistate nelle discipline più improbabili, delle quali alla maggioranza degli italiani non frega probabilmente niente. Nel frattempo, così, giusto per contribuire a rasserenare i già ottimi rapporti USA/URSS, il guerrafondaio per eccellenza continua a menarla col suo vecchio pallino dello scudo spaziale. La leadership di quest'uomo continua a essere per me un mistero.


Ancora sulla tragedia di Madrid. Dopo l'immediata cronaca frenetica post tragedia, la disgrazia aerea di Madrid continua pure lei a occupare le prime pagine. Anzi il bello viene adesso, perché spuntano i primi video amatoriali, le ricostruzioni animate, la scheda dell'aereo, dei motori, le testimonianze dei sopravvissuti, rapporti che spuntano che dicono che quell'aereo non doveva volare, ecc... insomma anche nei prossimi giorni la morbosità che prende il posto della doverosa cronaca ci terrà compagnia con dovizia di particolari. Da notare che agli inizi di agosto un numero più o meno uguale di persone (compresi 40 bambini) sono morte schiacciate dalla calca in un tempio indù, avvenimento che ha guadagnato sì e no qualche trafiletto qua e là. Troppi chilometri forse?


Berlusconi e la giustizia. Che poi è la sua bestia nera. Come era già noto, in autunno, tra le grandi priorità del cavaliere (priorità delle quali la lega non sembra molto convinta), c'è la tanto agognata riforma della giustizia, che il cavaliere ha detto passerà obbligatoriamente per la separazione delle carriere. Amici, prepariamoci: come è successo per il lodo Alfano ce ne racconteranno di tutti i colori (serve a tutti, è utile, ecc...).


Il Dalai Lama da Carla. La moglie di Sarkò, assieme a due esponenti del governo francese, ha incontrato il Dalai Lama in occasione dell'inaugurazione di un tempio buddista nel sud della Francia. Le alte sfere cinesi non hanno ovviamente gradito la cosa, minacciando, tramite l'ambasciatore cinese a Parigi, ritorsioni economiche (perdita di commesse e contratti per qualche decina di miliardi di euro). Brava Carla. Se non altro per aver preso una posizione chiara e precisa, non come i nostri patetici eterni indecisi, incapaci di prendere posizione su una questione che sia una e preoccupati esclusivamente di non compromettere i ghiotti affari coi cugini cinesi, tanto che il Dalai Lama si è alla fine scusato per il disturbo arrecato.

Ridicoli.


Lo studio (inutile) di Bankitalia. Udite udite un po': l'istituto bancario di via Nazionale ha svolto uno studio da cui risulta che i prodotti ortofrutticoli aumentano di prezzo del 200% nei vari passaggi dal campo al negozio. Incredibile: chi l'avrebbe mai detto? E c'era bisogno di uno studio per certificare questa cosa? Bastava andare a fare un giro da qualsiasi contadino e poi in negozio: ma forse era troppo semplice.

Siamo stanchi di studi e statistiche, non ci servono a niente perché ce ne accorgiamo da soli quanto costa fare la spesa. Invece di perdere tempo a propinarci dati e cifre che conosciamo già benissimo, utilizzassero le stesse energie e risorse per prendere provvedimenti seri e drastici contro quelli (chiunque sia) che continuano a lucrare impunemente sui nostri bisogni primari.

sabato 30 agosto 2008

Notizie in pillole (3)

Inizia la scuola. Il Sole24Ore di domenica scorsa ha pubblicato un interessante articolo in cui elenca una serie di consigli, sfornati da illustri pediatri, su come predisporre al meglio i figli all'imminente inizio dell'anno scolastico: niente metodi autoritari, graduale coinvolgimento in attività attinenti allo studio, lavaggio del cervello all'insegna del motto "Acquisire il gusto di studiare", ecc...

Ho provato a far leggere l'articolo alle mie figlie, che quest'anno faranno entrambe le scuole medie, e mi sono reso conto che gli illustri pediatri non hanno considerato un aspetto basilare della questione: di scuola, per ora, i figli non vogliono neanche sentire parlare. La vedo dura.


Il Cavaliere a ripetizione. Come avrete letto, il cavaliere intende ispirarsi, per la imminente riforma della giustizia, a quanto scriveva il giudice Falcone in merito alla questione della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Dal blog di Travaglio:

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. (articolo completo qui)


Stragi di casa nostra. Eh sì, perché anche noi abbiamo le nostre "piccole" stragi settimanali, che ultimamente pare che prediligano i frontali: in soli due distinti incidenti di questo tipo, sette vittime nel penultimo weekend e cinque nell'ultimo. Attendiamo ovviamente i dati del bollettino di guerra del weekend in corso. Non riesco ancora a capacitarmi del fatto che ogni anno muoiano in media 8.000 persone sulle strade e nessuno riesca (o voglia) fare niente.


Obbligo di funerali cattolici. Leggo sul Corriere che alle 154 vittime del disastro aereo di Madrid è stata imposta la cerimonia funebre con rito cattolico al posto di quella di stato. Evangelici, protestanti e musulmani hanno ovviamente protestato ("In un comunicato diffuso dall' Alianza Evangelica Española, Jaume Llenas, definisce un' «autentica violenza» che sia imposto a tutte le vittime e ai loro parenti «un atto religioso ufficiale contrario alle loro credenze più intime» e chiede, al suo posto, una cerimonia ecumenica o laica"). Ogni commento mi pare superfluo.


Pensieri da sindaci. Dopo Alemanno, che ha criticato il comportamento dei due cicloturisti olandesi, rei di aver campeggiato in una zona di Roma abbandonata da Dio e dagli uomini, è la volta del sindaco di Torre Annunziata, che in merito a un episodio analogo accaduto a una coppia di turisti tedeschi ha detto: "con un po' di attenzione in più avrebbero potuto evitare l'orribile episodio di violenza". Come dire: la colpa è sempre del turista.


Solidarietà pelose. E' di ieri la notizia della pubblicazione di intercettazioni telefoniche che coinvolgerebbero l'ex premier Romano Prodi in merito, tra le altre cose, a una presunta tangente pagata da Siemens per ottenere agevolazioni nell'acquisto dell'Italtel. Immediata, ovviamente, la solidarietà di Berlusconi (come è noto le intercettazioni sono la sua bestia nera) al professore, il quale replica:

"Vista la grande enfasi e, nello stesso tempo, l'inconsistenza dei fatti a me attribuiti da Panorama - non vorrei che l'artificiale creazione di questo caso politico alimentasse il tentativo o la tentazione di dare vita, nel tempo più breve possibile ad una legge sulle intercettazioni telefoniche che possa sottrarre alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile per portare in luce azioni o accadimenti utili allo svolgimento delle funzioni che le sono proprie". "Da parte mia - conclude - non ho alcuna contrarietà al fatto che tutte le mie telefonate siano rese pubbliche".

Tiè!

domenica 1 settembre 2013

Banchetti

Vedere il delinquente al banchetto dei radicali per firmare i referendum non è un bello spettacolo, diciamo la verità. Temo che Pannella, di cui in passato ho condiviso molte posizioni e battaglie, stia invecchiando molto male (per non parlare ovviamente di quell'altro). Nonostante questo, però, credo che alcuni dei quesiti che i radicali vogliono sottoporre a referendum, che probabilmente molti non hanno letto, siano estremamente interessanti. Vediamo un po'.
Innanzitutto, le domande sono 12: 6 vertono sui diritti civili, 6 sulla giustizia. A mio parere, i primi 6 sono tutti condivisibilissimi. Uno per tutti: l'abrogazione del maccanismo truffaldino che ripartisce le scelte inespresse nell'attribuzione dell'8 x 1000. Il giorno in cui questa porcata sparirà, ci sarà davvero da festeggiare. Al contrario, i rimanenti 6 sulla giustizia sono a mio avviso da cestinare in toto, nel senso che quasi nessuno di questi contribuisce a risolvere il vero problema che affligge la giustizia italiana: la sua lentezza. Tra questi - notate - c'è un vecchio sogno sempre accarezzato da B. e i suoi, che hanno già tentato in passato di fare diventare legge: la separazione tra magistratura inquirente e giudicante, la famosa separazione delle carriere. L'argomento è piuttosto tecnico, quindi noioso - in passato ho scritto vari post sull'argomento sul mio blog. Vi basterà sapere, in estrema sintesi, che è un vecchio trucchetto per tentare di mettere la magistratura sotto controllo da parte della politica.
Come B. ha già fatto, spudoratamente, in passato, molti tenteranno di aggrapparsi al fatto che tale progetto fu avallato anche da Giovanni Falcone. Ovviamente sono balle. È vero che Falcone in alcuni scritti sembrò assumere posizioni favorevoli in tal senso, ma tali scritti vanno contestualizzati all'epoca politica in cui scriveva lui, che è molto differente da quella odierna.

venerdì 17 giugno 2011

Per capire meglio


Se avete un paio di minuti, date una letta a questo articolo del Corriere. Ecco, adesso pensate ai computer, alle stampanti, alla carta, al personale che manca e a tutte le procure e i tribunali che nel nostro paese sono nelle stesse condizioni della procura di Roma. Fatto?

Bene, adesso pensate a: processo breve, prescrizione breve, lodo Alfano, limitazione delle intercettazioni, separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante e doppio CSM. Ecco, avete appena scoperto la differenza che corre tra legiferare per la pubblica utilità e legiferare per l'utilità di uno.

domenica 20 settembre 2009

Sapere o non sapere è quello che fa la differenza

Provate a chiedere a una persona qualsiasi, magari per strada o alla fermata del tram, cosa ne pensi dei progetti di legge nel cassetto del governo - cassetti che in autunno, salvo novità, verranno riaperti - ad esempio su separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, oppure sul ben noto ddl intercettazioni.

Nella migliore delle ipotesi il poveretto da voi interpellato vi guarderà come se avesse davanti un animale strano, o uno fuori di senno magari fuggito da qualche centro di salute mentale. Si tratta semplicemente del risultato di una disinformazione generalizzata e interessata di cui sono colpevolmente responsabili tv e giornali. Ecco perché un video come questo è perfettamente inutile che lo posti, così come sarebbe inutile postarlo in altri blog o in altri posti all'interno della rete.

L'unica collocazione in cui avrebbe una sua utilità sarebbe infatti in tv, magari in un porta a porta appositamente dedicato. Un programma in cui spiegare, magari con parole semplici e alla portata di tutti, cosa ci sta confezionando il governo. Così, giusto per seminare un po' di consapevolezza e di informazione, cosa che naturalmente non succederà mai.

Vabbè, per adesso accontentiamoci della rete.

martedì 20 gennaio 2009

Quel "fresco profumo di libertà"

"In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi."

Un giorno sì e l'altro pure il nostro premier non perde occasione per rimarcare l'assoluta inderogabilità di una riforma della giustizia. Un'inderogabilità che viene ribadita fino alla nausea da ogni house organ della combriccola al governo e che ultimamente pare purtroppo aver trovato buona sponda anche in una certa parte dell'opposizione.

Lo so, alla maggior parte delle persone della faccenda importa poco o nulla, perché si tratta di temi in genere ritenuti poco importanti, difficili o prerogativa esclusiva degli "addetti ai lavori". Cosa del resto abbastanza normale quando si sente parlare di "separazione delle carriere", "divisione del CSM", "discrezionalità dell'azione penale", e via dicendo. Tutti temi che sono alla base di questa mirabolante riforma della giustizia che sta per essere discussa, che produrrà - qualora dovesse essere approvata - una sostanziale sottomissione della magistratura al potere politico di turno (le conseguenze sono facilmente immaginabili).

Il breve estratto che ho pubblicato sopra fa parte di un lungo sfogo scritto da Luigi De Magistris (foto), il magistrato noto alle cronache per essere arrivato con le sue inchieste molto in alto, troppo in alto. E per questo aver pagato un prezzo piuttosto alto. Ecco, ogni volta che sentite qualcuno (anzi, di solito uno solo) che da tv e giornali ribadisce la necessità di riformare la giustizia (una riforma a sua immagine e somiglianza, ovviamente), spegnete la televisione e mandatelo a quel paese.

Poi accendete il pc e fatevi un giretto qui.

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...