venerdì 1 aprile 2022

Precauzioni

Ho imparato - anche attraverso anni e anni di blog - che non è mai una buona idea idealizzare e affezionarsi troppo a una persona perché le sue idee combaciano (apparentemente) con le nostre. Mi riferisco a personalità note: politici, giornalisti, cantanti, attori, opinionisti, scrittori, uomini di cultura ecc., ma anche a persone comuni, magari conosciute in rete e con le quali si scopre di avere affinità di idee e di pensiero. Non è una buona idea perché una data persona può all'improvviso esternare un pensiero che non condividiamo assolutamente e che quindi ci spiazza, ci prende alla sprovvista e ci costringe, con sgomento, a riformulare il giudizio e a rivedere l'investimento emotivo che avevamo fatto su di essa. 

A me è capitato spesso di incappare in questa situazione. Persone (famose e non) che stimavo perché alcune loro esternazioni e pensieri mi avevano dato l'impressione di una comunanza di idee e visioni, all'improvviso se ne sono uscite con frasi o argomentazioni che - ahimè! - hanno rimesso tutto, o quasi tutto, in discussione, e che mi hanno fatto dire: "Toh, da lui quest'affermazione non me la sarei mai aspettata!" 

Non c'è solo il "trauma" di scoprire inaspettatamente una diversità di vedute su un dato argomento, c'è anche il fatto di dover mettere in discussione le proprie capacità di valutazione delle persone, cosa che implica un processo di autocritica, e si sa che l'autocritica non è l'attività su cui generalmente si è più portati a indugiare. Quindi, in conclusione, per evitare di incappare in questi "traumi" credo sia buona cosa approcciarsi alle persone, o alle varie personalità, dicendo: Ok, questa persona mi piace, mi piace come ragiona, come pensa, le cose che dice e tutto quanto. Metto però preventivamente in conto che, prima o poi, potrebbe dire qualcosa con cui non concordo o su cui mi trovo in posizione antitetica. Una sorta di precauzione, si potrebbe dire.

giovedì 31 marzo 2022

Prendere il mare

Sto leggendo Storia di Gordon Pym, di Edgar Allan Poe. Mi colpisce il desiderio insopprimibile del giovane protagonista di prendere il mare. Una desiderio che è in realtà un richiamo irresistibile, generato dal desiderio di cambiare la propria vita, abbandonare lo status quo per qualcosa di nuovo. Forse questo aspetto del libro mi colpisce perché mi ricorda tutte le volte che avrei potuto imboccare una direzione diversa, magari rischiando, senza che l'abbia mai imboccata.

mercoledì 30 marzo 2022

26.4.1986

 

Nel 1986 avevo 16 anni e ricordo perfettamente la tragedia di Chernobyl. O meglio, ricordo i telegiornali che ne hanno parlato incessantemente per giorni e giorni; ricordo il timore dei miei genitori, dei miei amici, dei miei insegnanti. Si creò una specie di psicosi collettiva riguardo agli effetti che ne sarebbero potuti derivare (la nube radioattiva arrivò in Italia nella notte tra il 29 e il 30 aprile, ma il suo potenziale radioattivo era già quasi completamente esaurito. Si registrò solamente un lieve aumento della radioattività in Lombardia ma con valori sempre sotto la soglia di pericolo). 

Mi è capitato per caso tra le mani questo libro e, preso dalla curiosità, ho voluto leggerlo per conoscere nei particolari l'intera vicenda.  

È una vicenda che lascia allibiti. Non tanto e non solo per la sua immane tragicità e per le conseguenze civili e politiche che ne derivarono, ma per il fatto che a causarla fu una incredibile sequenza di errori umani. Niente può essere addebitato alla sfortuna o al caso, in questa tragedia, ma solo agli errori commessi dagli operatori che quella notte erano in servizio al reattore 4, quello che esplose: disattivazione dei sistemi di sicurezza, sottovalutazione dei segnali di instabilità che il reattore già mostrava prima che cominciassero i test (per una specie di paradosso la tragedia fu causata dall'esecuzione di un test, uno dei tanti che a cadenza regolare venivano effettuati, che doveva testare proprio la sicurezza del reattore), violazione delle più basilari procedure previste in questi casi nei manuali. Errori commessi non solo nei momenti in cui si era capito che si stava per verificare il disastro, ma anche dopo, a esplosione e incendio del reattore avvenuti, come quello di tentare di soffocare la fuoriuscita di fumo dal reattore gettandovi sopra, tramite l'uso di elicotteri (avvicinarsi via terra era impossibile), sabbia, piombo, dolomite e boro, per un totale di oltre 5000 tonnellate di materiali. La sabbia inizialmente contribuì a fare abbassare la temperatura dell'incendio, ma ci fu una conseguenza inattesa: una volta coperte, le sostanze radioattive ancora incandescenti iniziarono a surriscaldarsi, formando un gigantesco magma alla base della centrale, dal quale si sprigionò poi una nube di vapore radioattivo che andò ad aggiungersi alla nube radioattiva già espulsa dal reattore dopo l'esplosione.

Ma anche la gestione della tragedia da parte dei vertici della centrale prima e della autorità poi fu incredibile. Si cercò inizialmente di minimizzare quanto successe. Ancora molte ore dopo l'esplosione del reattore e conseguente incendio si cercò di non fare trapelare nulla. Neppure i dipendenti della centrale stessa furono messi al corrente, tanto che quelli del turno della mattina successiva al disastro si presentarono regolarmente al lavoro. Solo due giorni dopo la tragedia, agli abitanti di Pripyat, il paese di 50.000 abitanti nelle immediate vicinanze della centrale (Chernobyl è a una quindicina di chilometri), verrà detto di evacuare la città e verranno a loro messi a disposizione dei pullman per allontanarsi. Ma - di nuovo incredibilmente - sarà comunicato loro di non preoccuparsi: l'allontanamento sarebbe stato a puro scopo precauzionale e dopo tre giorni tutti sarebbero potuti rientrare. I cittadini, quindi, lasciarono le loro abitazioni senza prendere bagaglio, se non lo stretto indispensabile per un breve soggiorno fuori città, e se ne andarono dalle proprie case lasciandole così come si trovavano; coi panni stesi sui balconi, le scorte di cibo e acqua per cani e gatti, senza immaginare che a causa degli elevatissimi valori radioattivi nessuno sarebbe mai più tornato. Pripyat è ancora oggi, dopo 36 anni da allora, una città fantasma.

Quello che fecero le autorità governative per cercare di nascondere alla popolazione e al resto del mondo ciò che succedeva è sconcertante. Nessun organo di informazione ne parlava. Nel 1986 internet non esisteva, quindi neppure i social, e giornali e telegiornali erano filtrati dal governo. Ma intanto la nube radioattiva era in viaggio. Inizialmente si spostò verso nord. Oltre che in Ucraina, valori alti di radioattività cominciarono a registrarsi in Russia, Bielorussia, Repubbliche Baltiche, Svezia, Norvegia e Finlandia. Poi un successivo cambio dei venti spinse la nube radioattiva verso ovest: Polonia, Germania settentrionale, Danimarca, Olanda, Regno Unito. Tra aprile e maggio il flusso d'aria contaminato toccherà Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Francia, Svizzera, Austria, Italia settentrionale e centrale. Nei paesi in cui si registrano alti tassi di radioattività ci si comincia a interrogare sulla provenienza di questa attività radioattiva. Alcuni paesi fanno alzare in volo aerei da ricognizione per cercare di capire da dove arrivi la radioattività. E alla fine ciò che doveva restare segreto non lo è più. Il 14 maggio Gorbačëv, tramite un messaggio in televisione alla Russia, in diretta dal Cremlino annuncia ai russi e al mondo quello che il mondo sa già.

La tragedia di Chernobyl è una storia, come tantissime altre, di errori, mancanze, colpe, sottovalutazioni, omissioni, ma soprattutto è una storia che riguarda l'uomo e la sua natura. L'uomo è colui che ha commesso gli errori, errori nella gestione della tragedia ed errori nella progettazione e costruzione dei reattori (lo appureranno incontrovertibilmente tutte le inchieste successive). Ma l'uomo, l'uomo di oggi, è anche colui che ha raggiunto un livello tecnico talmente avanzato per cui la sua capacità di fare è infinitamente superiore alla sua capacità di prevedere gli effetti del suo fare.

lunedì 28 marzo 2022

Phil Collins


A me che Phil Collins non faccia più concerti dal vivo a causa dei suoi gravi problemi di salute dispiace un sacco. Sono molto legato a lui perché un lungo pezzo della mia vita l'ho trascorso in compagnia della sua musica, come batterista e poi cantante dei Genesis prima, e come autore solista poi. In più è molto amato anche dalle mie figlie, che hanno cominciato a conoscerlo dopo che scrisse la bellissima colonna sonora del film di animazione Tarzan, della Disney. Partendo da lì hanno cominciato ad avvicinarsi anche loro alla sua musica del periodo solista, e sul mio canale YouTube c'è ancora un video di parecchi anni fa in cui io, al pianoforte, accompagno mia figlia più grande, Michela, mentre canta Against all odds.

Insomma, qua Phil è uno di noi.

La cancellazione dell'uomo

Quando papa Bergoglio dice di smetterla di fare la guerra prima che la guerra cancelli l'uomo dalla storia, come si fa non essere d'accordo? Tra l'altro la cancellazione dell'uomo dalla storia, intesa come effetto ultimo dell'eventuale dispiegamento dell'intero suo arsenale distruttivo, non è un'ipotesi astratta e improbabile. Tutt'altro. Quello a cui però generalmente non si pensa è che se anche l'uomo si autocancellasse dalla storia il mondo mica finirebbe. 

Il nostro pianeta ha 4,5 miliardi di anni e i nostri più antichi progenitori sono comparsi due milioni e mezzo di anni fa. Ciò significa che la casa che ci ospita se n'è stata tranquillamente in beata pace per quasi tutto il lunghissimo corso della sua vita, poi siamo arrivati noi, abbastanza accidentalmente, abbiamo combinato un po' di casini e tra un po' ci estingueremo. Dopodiché la suddetta casa continuerà a esistere e a fare il suo corso come ha sempre fatto e come se niente fosse per altri miliardi di anni.

Ovviamente non voglio dire con questo che non sia giusto che la guerra si fermi e che si cerchi in tutti i modi di evitare una sua degenerazione dalle conseguenze imprevedibili. D'altra parte siamo tutti dentro questo mondo e tutti abbiamo piacere di continuare a condurre le nostre esistenze nel migliore dei modi possibile. Dico solo che, se si guarda la cosa da un punto di vista più ampio, se si allarga lo sguardo lasciando da parte per un attimo il nostro gigantesco e antropocentrico ego, una nostra eventuale cancellazione dalla storia sarebbe un evento dei tanti che hanno costellato la storia del mondo, niente di più, niente di meno.

domenica 27 marzo 2022

Tra batteria e chitarra


Una svista ci sta, può capitare. Magari uno è sopra pensiero, un attimo distratto e zac, ecco l'errore. Ma, nel caso specifico, se si ha l'accortezza di guardare un attimo la foto si capisce bene che Taylor Hawkins non sta suonando una chitarra. E ci si arriva anche senza essere musicisti. 

Una svista, dicevo, ci sta, il problema è che i giornali e i siti informativi traboccano di errori/sviste simili. Il buon Paolo Attivissimo ci ha quasi costruito un blog intero raccogliendo queste perle, in cui si trovano errori di ortografia, obbrobri linguistici, inesattezze storiche, strafalcioni geografici, scientifici e chi più ne ha più ne metta. E allora, forse, il problema è un po' più grave di una svista e riguarda la qualità del giornalismo di oggi (sistema di lavoro, criteri con cui vengono assunti i giornalisti nelle redazioni, competenze ecc.).

A margine, stavo pensando che, in fondo, sotto alcuni aspetti non è neppure una svista così grave, ed è perfino palusibile che, errore giornalistico a parte, ci siano realmente persone che effettivamente non conoscono la differenza tra una chitarra e una batteria. 

Prendete ad esempio un ragazzino di oggi che cresce ascoltando solo Sfera Ebbasta et similia e che magari ascolta questa "musica" (la chitarra elettrica non esiste più e il resto è quasi tutto costruito artificialmente con campionatori e computer) guardando i videoclip su YouTube. Se gli vai a spiegare che una volta la musica si faceva con strumenti veri e che ogni strumento aveva un suo ruolo e produceva un certo suono, potrebbe anche stupirsi.

La stanza segreta di Auschwitz


Un paio di giorni fa Michela, mia figlia maggiore, mi aveva suggerito la lettura di questo libro, che lei aveva appena terminato trovandolo bellissimo e terribile (bellissimo per la trama e lo stile narrativo e terribile per il contenuto). Così sollecitato, ho cominciato a leggerlo senza però nutrire grosse aspettative, immaginando che fosse niente più di uno degli innumerevoli romanzi in circolazione che hanno sullo sfondo le atrocità commesse dai tedeschi nei campi di sterminio dell'Europa orientale durante la Seconda guerra mondiale. 

Mi sono dovuto ricredere. L'autore, fino a un paio di giorni fa a me totalmente sconosciuto, è stato capace di riunire ottimamente in un unico libro, dopo essersi documentato per anni relativamente alla storia e al funzionamento dei campi di concentramento, il romanzo storico e una storia avvincente, tra l'altro basata su una vicenda realmente accaduta. 

Molto brevemente, il romanzo racconta le vicende di due sorelle nella Polonia occupata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Una di esse, Ania, viene rastrellata dalle SS e, causa la sua avvenenza, è destinata al bordello del campo di concentramento di Wysznica. Sua sorella, Danuta, riesce a sfuggire ai rastrellamenti e si unisce alla resistenza polacca (l'Arma Krajowa). Dopo alterne vicende che si snodano nel corso di alcuni anni, entrambe si ritrovano nello stesso campo di concentramento ma in condizioni opposte. Ania come prostituta del campo (condizione a cui ha accettato, pur tra mille tormenti, di sottostare per avere salva la vita ed evitare i trattamenti inumani e degradanti a cui erano sottoposti i normali detenuti) e Danuta come prigioniera di guerra appartenente alla resistenza polacca. Quest'ultima, Danuta, verrà "giustiziata" con un colpo di pistola da un ufficiale tedesco sotto gli occhi della sorella.

Ania sopravvive fino all'arrivo dei soldati dell'Armata Rossa, che nel gennaio del 1945 liberano il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove nel frattempo sono stati condotti i prigionieri. Dopo la liberazione Ania abbandona la Polonia, dove non ha più nessuno (tutta la sua famiglia è stata sterminata dai tedeschi durante i rastrellamenti) e ricomincia una nuova vita negli USA. Qui trova lavoro in una casa di riposo per anziani. Un giorno arriva un nuovo ospite, un ultra ottantenne dal temperamento molto sopra le righe e a tratti arrogante che Ania, dopo lunghe ricerche e indagini, scopre essere l'ufficiale che tanti anni prima aveva ucciso sua sorella davanti ai suoi occhi. Qui mi fermo per non rivelare cosa farà e come si comporterà Ania nei suoi confronti. Insomma, per non svelare il finale.

Oltre che avere uno stile avvincente, questo libro è anche molto istruttivo e ho imparato alcune cose che non sapevo, tipo ad esempio che ad Auschwitz c'era veramente un bordello, nel blocco 24. È vero anche che in uno dei lager i prigionieri che arrivavano coi treni (quelli che sopravvivevano al viaggio) venivano accolti da una orchestrina che nei pressi dei binari suonava una musica rassicurante, e le SS avevano addirittura fatto in modo che i prigionieri, una volta arrivati, potessero inviare a casa cartoline ai loro parenti dalla città (fittizia) di Waldensea. Nel libro si cita anche la storia nota secondo cui Hitler intrattenne rapporti incestuosi con la sua "nipotastra" Geli Raubel, storia oggi corroborata da innumerevoli prove e documenti (su questo argomento Fabio Massimi scrisse un paio d'anni fa un libro bellissimo: L'angelo di Monaco, di cui avevo brevemente accennato qui). Anche la resistenza polacca (l'Arma Krajowa) è realmente esistita anche se è stato abbastanza scioccante, per l'autore ma anche per me, scoprire che anche tra alcuni dei suoi appartenenti c'erano tracce di antisemitismo.

Credo che il giudizio di Michela su questo libro sia condivisibile: bellissimo e terribile.

sabato 26 marzo 2022

Di nuovo su Orsini

Siccome il mio post di ieri su Alessandro Orsini ha messo in mostra nei commenti una certa divergenza di opinioni, ci torno un attimo sopra per evidenziare brevemente alcuni concetti e alcune cose che mi sembra di avere capito su di lui. Per farlo, mi sono sobbarcato la visione della intera puntata di Piazza Pulita dello scorso 13 marzo, puntata in cui è intervenuto il personaggio che ha creato lo scompiglio mediatico che sappiamo e che, a causa delle sue posizioni sul conflitto in corso in Ucraina, si è visto negare la definizione di un contratto con la Rai che prevedeva la partecipazione ad alcune trasmissioni di approfondimento. 

La visione della intera puntata ha richiesto da parte mia una buone dose di pazienza e di stoica rassegnazione a fare qualcosa che non faccio più da anni: guardare la tv, e nello specifico i talk-show. Siccome, però, l'origine delle polemiche sta proprio in ciò che Orsini ha detto in quella trasmissione, l'ho guardata e l'ho ascoltato, bypassando così tutto il chiacchiericcio da bar che l'ha frettolosamente è superficialmente definito un filo-putiniano e cose di questo genere.

Ascoltare ciò che ha detto mi ha permesso di capire alcune cose. La prima è che chi l'ha accusato di filo-putinismo non ha capito niente e si è probabilmente fatto influenzare dal solito passaparola internettiano, a cui siamo ormai abituati da anni, privo di agganci alla realtà, cosa questa che è l'ennesima dimostrazione che i social network (ma anche la televisione) e la complessità sono antitetici. Basta ascoltare ciò che ha detto per capirlo. È stata la prima cosa che ha messo in chiaro: condanna senza se e senza ma all'operato di Putin ed evidenziazione del fatto che provare a capire le ragioni che l'hanno portato a invadere l'Ucraina non significa condividerle. Capire, in questo particolare contesto semantico, va inteso come provare a ribaltare gli schemi e il pensiero unico costituito e mettersi per un attimo nella visione delle cose di Putin, ma non significa condividere ciò che ha fatto Putin. Questo concetto del provare a capire il "nemico" (e qui apro una piccola parentesi) è lo stesso che predicavano scienziati come Telmo Pievani, Roberto Burioni e altri, i quali dicevano che per sconfiggere il nemico, in quel caso il coronavirus, condizione primaria è capirlo, mettersi nei suoi panni, perché non si può sconfiggere un nemico se non si capisce come è fatto e come ragiona. E questo vale anche per la geopolitica, non solo per la biologia.

Si può discutere, ovviamente, ed è sacrosanto farlo, sulla idea di Orsini che con Putin si possa e si debba trattare per arrivare alla pace, ma questa teoria, che sostanzialmente si appoggia al famoso "se non li puoi cambattere fatteli amici", non c'entra niente con un ipotetico avallo delle ragioni di Putin, è semplicemente un modo diverso, un diverso percorso, per tentare di arrivare ai medesimi risultati: il cessate il fuoco e la pace. Io non ho la competenza per sapere se le cose che ha detto Orsini siano giuste o sbagliate, se tentare di dialogare e scendere a compromessi con Putin sia una via migliore rispetto a quella di imbottire di armi gli Ucraini per arrivare alla pace. Personalmente sarei tentato di pensare di sì, ma la mia è una opinione generata da idee personali, visioni, retaggi culturali miei, opinione che ha lo stesso peso e lo stesso valore di chi pensa il contrario.

In sostanza, ciò che ho voluto dire nel post precedente è che io non contesto ciò che dice Orsini, io contesto il fatto che a causa di ciò che pensa e delle idee che ha venga ostracizzato e sia preso come casus belli di una divaricazione netta, manichea e a tratti violenta, tra sostenitori e detrattori, come non si era vista neppure tra si-vax e no-vax. In sostanza non difendo le sue idee, su gran parte delle quali neppure concordo, difendo il suo diritto di esternarle in pubblico come chiunque altro.

Per chi voglia farsi un'idea di ciò che ha detto, ho elencato qui di seguito i minuti di ogni intervento del discusso professore, in modo che si possa ascoltare senza equivoci o filtri il suo pensiero e farsi una propria idea.

1:22:40

1:30:20

1:41:15

1:55:30

2:03:25

2:24:15

2:46:30

2:57:35

3:11:45

Microplastiche (nel sangue)

Uno studio olandese ha per la prima volta dimostrato che le microplastiche possono essere assorbite dal sangue ed entrare in circolazione nel corpo umano. In particolare, nel sangue dei soggetti analizzati sono state trovate tracce di vari polimeri (le molecole di cui è costituita la plastica), la cui parte del leone la fa il famoso/famigerato Pet (polietilene teraftalato), ossia il costituente delle normali bottiglie di plastica. 

Ricordo una conferenza di qualche tempo fa di Telmo Pievani in cui il grande biologo documentava come le microplastiche, ossia le piccole parti di plastica inferiori a un terzo di millimetro, siano ormai da tempo presenti all'interno della maggior parte delle specie di pesci marini, e avvertiva che se non si modificherà il trend attuale, nel 2050 la massa totale della plastica presente nei mari avrà superato la massa totale di tutta la fauna ittica, giungendo alla conclusione che noi Sapiens siamo la prima specie di questo pianeta a cibarsi dei rifiuti che produce.

giovedì 24 marzo 2022

Sul professor Orsini

Per come la vedo io, in linea generale non è mai buona cosa censurare chi esprime opinioni, come è accaduto al professor Orsini, allontanato dalla Rai per le sue posizioni - si dice in giro, personalmente non l'ho mai ascoltato - filo-russe. Ma credo occorra fare un distinguo relativo al merito della questione su cui si dibatte. Personalmente sono convinto che le ragioni che hanno spinto Putin a invadere l'Ucraina non abbiano alcuna sostenibilità e siano da rigettare in toto. Ma non credo che questo sia un motivo valido per non ascoltare chi la pensa diversamente. Perché? Perché una differenza di visioni e di idee non ha alcun impatto pratico sullo svolgersi delle vicende. Questo spiega perché non vedo il motivo di censurare Orsini. A me, tanto per fare un esempio, non dà alcun fastidio che in televisione si inviti un terrapiattista o un teorico del complotto undicisettembrino, perché tali interventi non hanno il potere di influire concretamente su niente e, al massimo, possono concorrere a coprire di ridicolo la trasmissione che eventualmente li ospita.

Diverso, invece, sarebbe (come purtroppo è successo) invitare Povia o Red Ronnie a pontificare di vaccini in televisione. Qui la censura è sacrosanta, perché invitare dei novax in televisione mentre è in corso una pandemia che solo in Italia ha fatto quasi 160.000 morti, può avere ricadute sulla collettività (aumento della diffidenza verso i vaccini, verso le misure adottate per cercare di limitare i contagi ecc.). A mio parere il discrimine è tutto qui. Si vuole invitate in televisione uno che spiega eventuali ragioni di Putin? Un terrapiattista? Un sostenitore di qualche complotto? Si faccia, non vedo dove sia il problema. Red Ronnie a parlare di vaccini? No.

Dissociazioni?

Ma tu ti sei dissociato? Tu hai preso le distanze? E se non l'hai fatto, perché non l'hai fatto? Come mai il tale politico non l...