giovedì 12 agosto 2021

Spettacoli umani

C'è mezza Italia che sta bruciando e la gente scende in piazza contro i vaccini. Non ho ancora visto nessuno scendere in piazza contro i piromani, oppure organizzare manifestazioni per sensibilizzare opinione pubblica e governanti sul gravissimo problema dell'impatto delle attività umane sui cambiamenti climatici. Chi ha provato a fare sentire la propria voce su queste tematiche - penso a Greta Thunberg ma anche ad altri - è stato sonoramente spernacchiato e fatto oggetto di dileggio. 

Il mondo sta bruciando, letteralmente; gli scienziati avvertono da tempo che siamo vicini al punto di non ritorno e ancora dobbiamo leggere gli articoli negazionisti de Il Foglio e del giornalame di destra. C'è una pandemia che da un anno e mezzo sta tenendo sotto scacco il mondo e di cui si fatica a vedere la luce in fondo al tunnel; si trova un vaccino che, come tutti i vaccini e i farmaci in generale, non garantisce l'immunità ma permette ove massicciamente usato di tenere lontana la malattia, di arginarla, di potere vivere normalmente, e la gente scende in piazza perché non lo vuole. Strillano alla dittatura sanitaria, questi poveretti, e non posso fare a meno di pensare che se arrivasse davvero una dittatura sarebbero i primi ad accordarsi al dittatore di turno e a ossequiarlo.

Quando ragiono su come sta andando il mondo, mi viene sempre in mente Bukowski, quando diceva che l'umanità è il più grande spettacolo del mondo e per vederla non si paga neppure il biglietto.

mercoledì 11 agosto 2021

Non sono due magistrati

Quello che il sottosegretario leghista Durigon non ha capito è che Falcone e Borsellino non sono due magistrati tra i tanti, sono i magistrati per antonomasia. Toccare loro è come sparare sulla Croce Rossa o come toccare la nazionale di calcio. Sono un valore identitario della nazione attorno a cui tutti, destra e sinistra, si stringono e che tutti riconoscono come tale. Neppure Salvini osa toccarli. Magari dileggia il 25 aprile, come fa regolarmente ogni anno, ma Falcone e Borsellino non oserà mai toccarli. Non perché gli importi qualcosa dei due magistrati uccisi dalla mafia - figuriamoci! - ma perché sa che il suo elettorato non glielo perdonerebbe. 

Ora, capisco che Durigon faccia parte di uno schieramento politico che in generale non ha mai brillato per acume e perspicacia, e nemmeno per basilari conoscenze delle meccaniche che stanno alla base del sentire collettivo, ma era francamente difficile immaginare che nel suo caso potessero arrivare a tali bassi livelli.

martedì 10 agosto 2021

Bologna di sera

C'è una vecchia canzone di Luca Carboni - credo si chiami "Silvia lo sai" - che a un certo punto dice: "Che profumo Bologna di sera, le sere di maggio..." Ogni volta che la ascolto, questa frase mi fa pensare. Chissà di cosa profuma Bologna nelle sere di maggio? Luca (il protagonista tossicodipendente della canzone) sente veramente questo particolare profumo o è solo un'invenzione poetica, magari messa lì per esigenze di rima o di metrica? Chi lo sa. Però mi piace questa associazione, ed in parte è vero che le città, o certe zone di esse, hanno spesso particolari profumi, particolari odori, peculiari sensazioni olfattive tipiche di certe zone, certi quartieri.

Qui, però, sembra più una sensazione olfattiva slegata da particolari posti e legata più al periodo, il mese di maggio, la sera. Quindi è probabile che tutta Bologna, non solo certe sue zone, nelle sere di primavera emani particolari profumi. Forse Luca ama molto Bologna, e il profumo che avverte è un richiamo di questo affetto. Mi viene in mente una canzone di Eugenio Finardi (il titolo non lo ricordo) che a un certo punto recita: "Perché l'amore non è nel cuore, ma è riconoscersi dall'odore." Non c'entra niente, ovviamente, è solo uno dei tanti collegamenti estemporanei che la mia memoria ogni tanto si diverte a fare. È comunque indubbio che gli odori hanno una potente capacità di riportare alla mente luoghi, persone, sensazioni.

Ma un'altra frase, sempre in questa canzone, cattura il mio pensiero ogni volta che la ascolto: "I professori non chiedevano mai se eravamo felici." È vero, i professori non chiedono mai ai loro studenti se sono felici. Neppure a me lo hanno mai chiesto, quando andavo a scuola. Ma ciò che mi chiedo è se i professori debbano domandare ai propri studenti se sono felici. Forse no. Magari non è loro compito. La trasmissione di un sapere è il loro compito, non indagini che coinvolgono i sentimenti degli studenti. Forse è la famiglia, piuttosto che la scuola, che si dovrebbe fare carico di chiedere ai figli se sono felici, invece di limitarsi a chiedere loro se hanno preso su la merenda e a che ora sono rientrati la sera prima. E il fatto che Luca lamenti questa carenza da parte dei professori, sta lì a significare che neppure a casa c'è qualcuno che glielo domanda, anche perché se così fosse, chi se ne frega dei professori?

A volte è sorprendente quanti pensieri e riflessioni possono scaturire dall'ascolto di certe canzoni, ma anche dalla lettura di poesie, libri, articoli di giornale.

sabato 7 agosto 2021

La macchina da scrivere e io

Enrico, il protagonista de Il bordo vertiginoso delle cose, di Gianrico Carofiglio, che sto leggendo in questi giorni, riceve come regalo di compleanno una macchina da scrivere. La riceve, finalmente, dopo averla reiteratamente chiesta come regalo, vincendo la ritrosia dei genitori, che avrebbero preferito regalargli altro, magari una bicicletta, o comunque un regalo che ritenevano più "utile" o adatto per un ragazzino. L'episodio narrato da Carofiglio nel suo libro mi ha fatto tornare in mente i miei approcci fanciulleschi con la macchina da scrivere. 

Quand'ero bambino - i fatti in questione credo risalgano all'epoca delle elementari - capitava spesso che mia madre andasse a trovare una sua amica che abitava (ci abita ancora) in una casa sulle colline qui dietro a casa mia, a due passi da Palazzo Marcosanti. Io e mio fratello la accompagnavamo, naturalmente, e andavamo con piacere perché i due figli dell'amica di mia madre, Caterina e Matteo, più o meno nostri coetanei, avevano una stanza piena di giochi paragonabile alla grotta di Alì Babà (qui Galimberti avrebbe parecchio da rididre, ma lasciamo stare), e mentre le nostre madri chiacchieravano allegramente tra loro, noi quattro ci fiondavamo in questa specie di santuario dei ludi dove c'era di tutto: trenini elettrici, il meccano, casette per le bambole, il tavolo da ping pong, le costruzioni Lego, il Risiko, giochi di società di ogni tipo, il piccolo chimico; addirittura, se non ricordo male, la casa di Ken e della Barbie. Non che a casa mia e di mio fratello mancassero i giochi, intendiamoci, ma qui era veramente un altro pianeta.

Ma il gioco che a me interessava realmente era solo uno: una macchina da scrivere. Era una macchina da scrivere giocattolo, naturalmente, ma funzionante, che simulava perfettamente quelle reali. Bastava infilarci un foglio bianco e si poteva scrivere. Ecco, io volevo andare da Matteo e Caterina solo perché sapevo che avrei giocato con la macchina da scrivere, e ogni volta che noi bambini entravamo nella grotta di Alì Babà chiedevo subito dove fosse. Come ho detto, era il periodo delle elementari, quindi non è che vergassi poemi o romanzi (non li vergo neppure adesso), ma semplicissime frasi sconclusionate che inventavo lì per lì. A differenza degli altri tre, che ritenevano la macchina da scrivere uno dei giochi più noiosi della grotta, a me piaceva un sacco, e per buona parte del tempo me ne stavo un po' in disparte nel mio piccolo mondo fatto di parole sconclusionate scritte pigiando con le dita sui tasti della macchina. 

Ripensandoci oggi, dopo più di quarant'anni, rivedo in quel mio atteggiamento di allora, un po' fuori dagli schemi, forse abbastanza anomalo per gli standard di un bambino, i prodromi di quelli che sarebbero stati, nel bene e nel male, i tratti peculiari del mio carattere da adulto, un carattere sostanzialmente abbastanza "orso", schivo, amante della solitudine, del silenzio, della calma e della tranquillità, dei libri oceanici, della scrittura intesa come sublimazione, di una passeggiata solitaria in collina piuttosto che della bolgia dantesca di una spiaggia in estate. 

Sì, probabilmente allora c'era già in nuce tutto questo, forse ero già un piccolo blogger, e Carofiglio mi ci ha fatto pensare.

Cappuccino e cornetto (senza green pass)

Stamattina sono andato con mia moglie a fare colazione in un bar, qui sulla Santarcangiolese, prima che lei andasse al lavoro. Era abbastanza presto e il locale praticamente deserto. Su ogni tavolino del bar era appiccicato un piccolo tagliandino con su scritto: "A chi si siede verrà chiesto di mostrare il green pass." 
Ci siamo seduti (abbiamo entrambi il green pass sul cellulare). È arrivata la barista, ha preso l'ordinazione e se n'è andata. Poi è tornata, portando ciò che avevamo ordinato. Abbiamo consumato la colazione, io ho dato un'occhiata veloce al giornale, poi ci siamo diretti al banco per pagare e ce ne siamo andati, coi nostri green pass sui cellulari pronti per nuove, mirabolanti avventure.

venerdì 6 agosto 2021

In centro

Ore 5:30, attraverso in bicicletta il centro di Santarcangelo per andare al lavoro. Fuori da una tabaccheria c'è un distributore automatico di qualcosa, forse profilattici, forse sigarette, non ci ho fatto bene caso. Da questo distributore automatico di qualcosa una voce registrata ripete incessantemente qualcosa, rivolgendosi a nessuno, perché la strada è deserta. Istintivamente ho pensato che quella macchinetta che parla a nessuno è la rappresentazione perfetta della nostra società: tutti parlano ripetendo in loop le stesse cose e nessuno ascolta, in un irrimediabile e distopico cicaleccio di voci indirizzato al vuoto. 
Quei pensieri un po' assurdi e quelle associazioni un po' sconclusionate  che elaboro la mattina presto.

mercoledì 4 agosto 2021

Da Molfetta a Napoli e ritorno

Qualche giorno fa Riccardo Muti, forse nel mondo il maggiore direttore d'orchestra vivente, ha festeggiato ottant'anni. Per l'occasione, il Corriere della Sera ha ripubblicato una sua autobiografia, uscita per la prima volta l'anno scorso. Si chiama Prima la musica, poi le parole e la sto leggendo in questi giorni. È interessantissima e gustosissima e tra gli innumerevoli aneddoti che racconta c'è quello relativo al suo luogo di nascita. Lo cito pari pari. Scrive Riccardo Muti:

"Sono nato a Napoli, nonostante mio padre Domenico fosse medico in Puglia, perché mia madre andava assai orgogliosa della sua città e decise, tutte le volte che noi cinque fratelli stavamo per nascere, di prendere il treno, andar lì, partorire e solo quando avevamo qualche giorno riportarci a Molfetta. Appena noi figli raggiungemmo l'età della ragione la trovammo tutti una decisione curiosa: come mai si sottoponeva a un viaggio che, almeno nel mio caso trattandosi del secondo anno di guerra [1941], era lungo, faticoso, e persino pericoloso? Glielo domandammo e lei rispose - senza sapere che almeno uno di noi avrebbe fatto una vita da giramondo in gran parte fuori dai confini d'Italia - con una frase cui allora non facemmo caso ma che adesso non può non apparirmi profetica: 'Se un giorno andrete in giro per il mondo e finirete, che so io, in America, quando vi chiederanno dove siete nati e risponderete A Napoli vi rispetteranno'; pronunciò il verbo aggiungendo alla s una c come sanno fare solo i napoletani. 'Se invece diceste A Molfetta, dovreste perdere un po' di tempo a spiegare dov'è."

Muti, nel prosieguo del racconto, si premura naturalmente di precisare che sua madre non aveva mai avuto alcuna intenzione, con le sue scelte, di recare offesa ai molfettani, ed elogia anzi quella terra menzionando il lungo elenco di personaggi di cultura e di arte ai quali Molfetta ha dato i natali, tra cui Gaetano Salvemini. Riccardo Muti vivrà a Molfetta fino a sedici anni, per poi trasferirsi a Napoli per motivi di studio e poi a Milano, dove prenderà il via la sua straordinaria e ancora incomparata carriera.

martedì 3 agosto 2021

Complotti

L'uomo, o gran parte degli uomini, per sua natura ha la tendenza a cadere in quella che si chiama sindrome del complotto. Certo, i complotti reali esistono, sono sempre esistiti (da quello per uccidere Giulio Cesare a quelli attuali per tentare le scalate a qualche istituzione finanziaria: la storia ne è piena), ma sono infinitamente di più quelli immaginari, e qui si apre un mondo: dal complotto ordito dai Templari che avrebbe dato inizio alla Rivoluzione francese all'affondamento del Titanic ad opera dei Gesuiti; dalla cospirazione ordita dalla Cia per uccidere Kennedy a quello delle scie chimiche; dal falso allunaggio degli americani alle Torri gemelle, che sarebbero state buttate giù da Bush, e non da Bin Laden, per avere il pretesto per invadere l'Iraq e via dicendo. Per restare allo stretto presente, si può citare la teoria del complotto relativo alla pandemia in corso nel mondo, teoria che vuole che il covid 19 sia stato artatamente messo in circolazione non si sa bene da chi per permettere a BigPharma di guadagnare coi vaccini e chi più ne ha, più ne metta.

Come si distingue un complotto reale da uno immaginario? Semplice: il complotto reale, sia che abbia successo o che fallisca, viene scoperto subito, mentre i complotti immaginari attraversano i secoli. Sulla sindrome del complotto esiste una letteratura sterminata. Umberto Eco, nella sua bellissima lectio magistralis di qualche anno fa, intitolata Conclusioni sul complotto. Da Popper a Dan Brown, che ripubblico qui sotto, prende in esame la sindrome del complotto elencando e descrivendo, in una esaustiva rassegna, alcuni di quelli storicamente più noti. Eco si sofferma anche sull'aspetto psicologico della sindrome del complotto. Perché le bufale che stanno dietro alla stragrande maggioranza delle false cospirazioni hanno tanto successo? In primo luogo perché il complotto promette un sapere che è negato agli altri, cosa questa che contribuisce all'aumento della misura del proprio io, in più fa leva sull'aspetto paranoico più o meno latente nel carattere di ognuno. Diciamo che paranoia e sindrome del complotto sono intimamente legati tra loro, e più si è paranoici, più si è indotti a vedere cospirazioni e complotti in ogni dove. Molto interessante, restando alla psicologia, la distinzione tra il paranoico psichiatrico, che sostanzialmente è colui che crede che il mondo intero complotti contro di lui, e il paranoico sociale, il quale invece crede che la persecuzione da parte di particolari poteri occulti sia rivolta al proprio gruppo, alla propria nazione, alla propria religione ecc. 

I complotti piacciono, affascinano, la gente tende istintivamente a dare ad essi credito. Questa cosa l'aveva capita benissimo Silvio Berlusconi (cito lui perché è stato forse il politico che più ossessivamente e con maggiore profitto ha utilizzato questo strumento per il suo tornaconto politico). Pensate ai milioni di suoi seguaci che hanno creduto, e probabilmente credono tuttora, all'inesistente complotto dei magistrati comunisti che per anni avrebbero cospirato contro di lui per eliminarlo dalla vita politica (mi risulta che attualmente sia ancora in politica e per di più a piede libero, quindi o i magistrati cospiratori erano degli incapaci o forse non c'era alcun complotto). Oppure, per tornare a tempi più recenti, pensate al complotto della sostituzione etnica, il famoso Piano Kalergi, a cui naturalmente ha dato ampiamente credito anche Salvini e molto caro all'estrema destra, secondo cui dietro il fenomeno dell'immigrazione ci sarebbe un complotto delle élite europee per sostituire la popolazione autoctona con quella africana. Tra l'altro, questi poveretti non si rendono conto che la mutazione di cui parlano sta avvenendo già da qualche lustro sotto i loro occhi, senza bisogno di alcun complotto ma come conseguenza di un ineluttabile processo storico, ma loro come pretendete che lo capiscano?


lunedì 2 agosto 2021

Le parole del papa


A un certo punto di questo libro, Alessandro Barbero scrive: "Se solo i papi del XX secolo avessero usato queste parole contro Mussolini e Hitler! Sarebbe cambiata la storia del mondo. Ma il linguaggio della Chiesa, a quell'epoca, non era più lo stesso, e le parole che riuscivano così naturali ai papi del Medioevo non potevano più essere pronunciate, anche se venivano direttamente dalla Bibbia." A quali parole si riferisce Barbero? 

Siamo attorno all'anno Mille, XI secolo. È il momento in cui la Chiesa comincia a respingere la subordinazione al potere politico che aveva contraddistinto tutto il primo millennio della sua storia e a rivendicare non solo la sua autorità suprema sui tutti i vescovi del mondo, ma anche la sua supremazia sui titolari del potere politico, all'epoca rappresentato dagli imperatori e dai re. Chiesa che si muoveva forte di questa nuova persuasione che Dio avesse conferito a papi e vescovi l'autorità suprema sul mondo e che re e imperatori dovessero quindi sottostare agli ordini di Roma - quella che è passata alla storia come Lotta delle investiture, che più o meno tutti abbiamo studiato a scuola, affonda le sue radici in questo contesto storico.

Le parole a cui fa riferimento Barbero sono tratte da una lettera pubblica che papa Gregorio IX (siamo nel 1239) vergò indirizzandola a Federico II di Svevia, all'epoca uno dei più implacabili avversari dell'egemonia papale. Lettera che inizia così: "È salita dal mare una bestia piena di parole di bestemmia: infierisce coi piedi dell'orso e la bocca del leone, ha le altre membra come il leopardo e apre la bocca per bestemmiare il nome di Dio." La bestia a cui fa riferimento Gregorio IX è quella famosa citata nell'Apocalisse (Apoc. 12.1) e il destinatario di questo epiteto è appunto Federico II, all'epoca imperatore del Sacro Romano Impero. Ma il breve estratto citato sopra non è che l'incipit dello scritto papale, il quale prosegue con toni se possibile ancora più duri. Questi: "Smettete di stupirvi, tutti voi a cui giungono parole di bestemmia rivolte da questa bestia contro di noi, se noi, assoggettati al servizio di Dio, siamo bersaglio dei dardi della calunnia, perché neppure il Signore rimane indenne da quest'obbrobrio. Smettete di stupirvi, se sfodera contro di noi la spada delle ingiurie colui che aspira a cancellare dal mondo il nome del Signore. Ma piuttosto, affinché possiate resistere alle sue menzogne proclamando la verità e confutare i suoi inganni con mente pura, osservate bene la testa, il corpo e la coda di questa bestia, Federico cosiddetto imperatore..., fabbricante di falsità, che non sa cosa sia la modestia e ignora il pudore, si fa beffe della verità e mente senza arrossire..."

Ora, immaginate un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI o un Francesco che indirizzino una lettera del genere a un capo di stato di oggi. La cosa fa sorridere, a pensarci, ma sottolinea la pertinenza del pensiero di Barbero relativamente al fatto che se invece che a Federico II uno scritto di tale durezza fosse stato inviato a Hitler, magari le cose sarebbero andate diversamente. Purtroppo non è successo, e la Chiesa, come è noto, non solo non ha tuonato con veemenza contro Hitler o Mussolini, ma con quest'ultimo ci ha fatto pure un Concordato, di cui oggi portiamo ancora il peso (per amore di cronaca va detto che la Chiesa, oltre che con Mussolini, ha fatto concordati con Hitler in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, praticamente con tutti i peggiori sulla piazza). 

Naturalmente, col passare dei secoli, il linguaggio e i toni usati dai papi nei loro discorsi, epistole ed encicliche si è progressivamente ammorbidito, si è fatto più diplomatico e meno arrogante mano a mano che la Chiesa perdeva potere, autorità e prestigio nei confronti del mondo che avanzava e progrediva verso la modernità. Oggi, fortunatamente o sfortunatamente, a seconda dei casi, di quell'antica violenza verbale non è rimasto più niente. Ma il libro di Barbero non è tanto un saggio sui contenuti, quanto sul tipo di linguaggio con cui questi contenuti sono stati nel tempo veicolati, e lo fa prendendo in esame quindici encicliche dall'anno Mille a oggi. Io l'ho trovato interessantissimo ed istruttivo. E poi l'ha scritto Alessandro Barbero, ed è tutto valore aggiunto.

A quell'età lì

Quel giorno avevo dieci anni. Ricordo mio padre e mio nonno Gino, seduto su una sedia con le mani appoggiate al bastone per camminare, che guardavano insistentemente la televisione, ancora in bianco e nero, che stava nella sala. Intuivo che era successo qualcosa di grave, ma a dieci anni l'orrore e la follia dei grandi colpiscono solo di striscio, non se ne avverte ancora tutta la potenza. E poi, a quell'età lì, i bambini hanno già la loro "follia" infantile da gestire, di quella dei grandi non sanno che farsene. 
Adesso che sono grande, e che di quella follia e quell'orrore capisco il significato; adesso che alla visione ogni anno di quell'orologio, fermo alle 10:25, so dare un significato, capisco quanto era bello essere bambino.

Dissociazioni?

Ma tu ti sei dissociato? Tu hai preso le distanze? E se non l'hai fatto, perché non l'hai fatto? Come mai il tale politico non l...