Le reazioni scomposte di Salvini, Meloni e soci alla notizia della liberazione di Jacques Moretti sono emblematiche delle modalità con cui da sempre costoro si rapportano al loro elettorato: agire sull'emotività e sulla pancia. Salvini è il più lapidario (anche perché da sempre refrattario a qualunque considerazione che vada al di là di una esclamazione): "Vergogna!"
La signora urlante, invece, ha proposto qualcosa di leggerissimamente più articolato ma altrettanto ridicolo: "Sono indignata. Considero la scarcerazione un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di capodanno e alle loro famiglie". Poi, continuando nella indefessa opera di scavarsi la fossa del ridicolo da sola, aggiunge (tenetevi forte!): "Il governo italiano chiederà conto alle autorità elevetiche di quanto accaduto!"
Ora, se si prova a riemergere da questa infuocata ondata di indignazione da bar e si analizza la vicenda dal punto di vista dei fatti, si scoprono un po' di cose.
Il "signore" in questione è stato scarcerato provvisoriamente, avverbio accuratamente evitato perché avrebbe minato irrimediabilmente la struttura retorica veicolo dell'indignazione, non perché sia stato liberato, ma perché qualcuno ha pagato la cauzione disposta da un giudice elvetico. La cauzione è stata disposta di quell'entità (200.000 franchi) non in base all'umore con cui il giudice si è svegliato una mattina, ma dopo attenta valutazione dei reali pericoli di fuga dell'imputato e sulla base degli esami della relazione esistente tra l'imputato e la persona che materialmente ha pagato la cauzione.
Per quanto riguarda Jacques Moretti, egli non è affatto libero: ha obbligo di firma due volte al giorno, non può uscire dal paese indicato dal giudice, è stato privato del passaporto e rimarrà in questa situazione fino all'avvio del processo. Giova ricordare a ministri e capi di governo dall'indignazione facile (gli stessi ministri e capi di governo che hanno messo il maggiore trafficante di esseri umani su un aereo di stato e l'hanno accompagnato gentilmente a casa) che la custodia cautelare non è un anticipo di pena, è un istituto con lo scopo di impedire il pericolo di fuga di un inquisito, l'eventuale reiterazione di un reato, la possibilità di inquinamento di prove a suo carico. Caduti questi tre presupposti, un giudice può disporre la revoca della suddetta custodia cautelare fino alla celebrazione del processo.
Per quanto riguarda l'intenzione della signora urlante di chiedere conto della scarcerazione alle autorità elvetiche, credo non valga neppure la pena commentare. A meno che naturalmente non ci si trovi in un bar pieno di elettori di Meloni e Salvini.
Applausi. Sentirsi vendicati da un articolo è quasi vergognoso ma questa mattina mi sento tifosa. Grazie.
RispondiEliminaCiao Andrea.
Ciao Sari :-)
EliminaMi accodo al commento di Sari.
RispondiEliminaPerò mi sono fatta una domanda: perché non sono stati fatti i dovuti controlli negli ultimi 5 anni, che oltretutto vengono affidati ad una agenzia privata?
Non ho risposta a questa domanda, bisognerebbe rivolgerla ai competenti organi svizzeri. Può darsi che nel corso del processo venga fuori anche questa risposta.
EliminaSi mostra tanta indignazione per questo caso, ma poi si accoglie un omicida condannato all'ergastolo come un capo di stato e si accompagna un torturatore assassino nel suo paese con un volo di stato invece che arrestarlo. Ipocrisia.
RispondiEliminaBeh, del resto questo è un governo che ha fatto dell'ipocrisia il suo marchio distintivo.
EliminaComunque il buon Massimo ha scritto ciò che volevo dire io molto meglio.
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